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sabato 20 luglio 2013

Nel cuore delle cascate reatine

(Liberamente tratto da Silenzi di Pietra).

Il versante reatino dei monti della Laga, di là dal Ceppo e la cascata della Morricana in provincia di Teramo, è verde di boschi e fresco di acque scroscianti.

Queste montagne appartate, a lungo ignorate da escursionisti e naturalisti,serbano stupende sorprese.


E’ impossibile raccontare le emozioni in questo orizzonte indefinito tra realtà e fantasia, dove occhi e pensieri si confondono e riescono a percepire sfumature altrimenti invisibili.

Mi sento felice come un bambino quando posso vedere getti d’acqua inebrianti: da questo versante laziale, l’Organza, le Barche, il salto di Cima Lepri, dall’altra parte lo scrosciare dell’acqua della Morricana, tra gradoni rocciosi di arenaria, nel fiabesco contorno del bosco della Martese.

La cascata delle Barche, raggiunta faticosamente dalla località Capricchia, apre il cuore per la sua bellezza selvaggia.
L’ultimo salto di questo fosso chiamato della Solagna, prima di tuffarsi allegramente nell’imbuto di Selva Grande, cade a strapiombo per quaranta metri e in primavera si propone come una bella gita familiare.

In località Sacro Cuore, antico convento di Capricchia, piccolo presepe di case del reatino, parte un interminabile saliscendi faticoso in mezzo ad una gola stretta dove lo sguardo non riesce mai ad avere l’agio della distanza.

In lontananza, lo scrosciare delle acque è musica per le mie orecchie.

Sono immerso nei pensieri e nelle meravigliose sensazioni di natura viva, quando arrivo sotto l’inebriante “cascata delle Barche”.
E’ veramente la più bella delle tre, proprio sotto la verticale di Cima Lepri.
Compare all’improvviso, tra gli straordinari picchi rocciosi, al limitare di una piccola ma ariosa distesa piena di spinaci selvatici.

Il respiro che si rifiuta di togliere l’affanno a causa della salita, ora soffre di apnee selvagge per la bellezza del luogo.

La foresta presenta un fascino forte in cui l’essenza e lo spirito arcano si materializzano e rendono quasi palpabili, rapiscono e stordiscono il visitatore, trasportandolo in un mondo fatato, onirico e meraviglioso.

Conifere e latifogli s’incontrano, s’intrecciano, in un rondò superbo in cui due mondi vengono a contatto, in intima unione.
Stormi di corvi sembrano annerire il cielo, lo sfidano, quasi, con le loro incredibili traiettorie.
Sono decine, centinaia.
Impressionante!

Scendo a valle, che è pomeriggio inoltrato.
In una radura mi pare di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. Penso sia il tronco annerito di un albero colpito da un fulmine.
Incredibile a dirsi, è un pastore, per giunta italiano!
Credevo non si trovasse altro che macedoni o albanesi a guardia delle greggi!
Una ventina di pecore sdraiate sulla nuda terra, paiono pendere dalle sue labbra.
Mi porta non lontano lì dove, in un’ondulazione del pianoro, si trova il suo ovile improvvisato.
Mi propone di passare a casa sua.

Abita nel vecchio paese di Preta, non lontano da Capricchia.
Ha del buon formaggio da vendere, mi dice. Non più tardi di un’ora dopo sono davanti alla sua casa in pietra.
L’abitazione, alquanto squallida, sembra aver sofferto e non poco il terremoto.
Ha l’ala destra del piano superiore che pare aver subito un raid dei matti seguaci di Bin Laden a Kabul.

A lato, mi colpiscono una trentina di alveari, tutti allineati come soldatini di piombo.
Il cane all’uscio è silenzioso come il padrone.
Mi porta nel sotterraneo dell’abitazione e, mentre sto chiedendomi se l’abitazione mi crollerà in testa, davanti ai miei occhi estasiati, si apre un mondo di formaggi deliziosi e profumati.

Mi invita a provare la sua ricotta e al mio primo boccone diventa loquace di colpo, come se assaggiare il suo prodotto, mi abbia reso un fratello.

Che giornata meravigliosa.
Il degno epilogo è davanti un fumante piatto di bucatini all’amatriciana.

********************

Per raggiungere la base di partenza per le cascate reatine:
Da Ascoli Piceno si percorre la S.S. Salaria n° 4, giunti al bivio per Amatrice si devia per il paese che si attraversa passando per la via centrale. 
All’uscita Sud-Est dell’abitato c’è un incrocio, trascurare la strada di destra per Montereale e proseguire dritti per 4,5 Km fino a un quadrivio dove ci sono le indicazioni per la frazione di Capricchia (primo stradino a sinistra).
Giunti nella piccola piazza si notano le indicazioni per il Sacro Cuore e il Monte Gorzano, imboccare in salita la stretta strada a destra (strada asfaltata ma piena di buchi), superato il Fosso di Valle Conca (sulla destra c’è una presa d’acqua dell’Enel) si arriva sul pianoro del Sacro Cuore dove si parcheggia subito a sinistra su uno slargo, località Capo la Valle, quota 1381 m.

mercoledì 17 luglio 2013

La pecora mite e il bravo maiale

Dal mio primo libro "Silenzi di pietra".

Mi chiedo perché il mondo abbia smesso di camminare.
Siamo ormai una generazione di un mondo occidentale industrializzato stanca, sola, pigra, che trova inutile il girovagare, camminatori virtuali che vivono prigionieri di tristi pensieri.

Io, al contrario, amo contare a lungo i miei passi.

Mi trovo a fare il classico “struscio” per la bella Amatrice, in territorio laziale, ammirando la chiesa di S. Agostino con il suo ricco portale gotico e l’artistico rosone centrale.

Sono presso la porta Carbonara, uno dei passaggi della cinta trecentesca che un tempo circondava la città.
Ho un’ebbra passione per questa cittadina.
Mi chiedo cosa ci faccia, sperduta tra i monti.
Mi colpisce sempre la facciata orizzontale con il ricco rosone e il bellissimo portale tardo gotico, finemente scolpito.

Percorro per intero il muraglione che porta a San Francesco.

La chiesa è uno dei monumenti più belli della città.
Intorno alla seconda metà del XIII secolo i francescani si insediarono ad Amatrice e successivamente portarono a compimento la chiesa, dedicata in origine alla Vergine e a S. Francesco.
Nel 1639 e nel 1703 due gravissimi terremoti sconvolsero la zona e il complesso subì notevoli danni.

La facciata presenta un portale a cuspide nella cui lunetta è visibile un gruppo in terracotta policroma con la Madonna e il Bambino in mezzo a due Angeli.

Tra le emergenze architettoniche di questo centro montano spicca la duecentesca Torre Civica, rimaneggiata alla fine del Seicento, e che secondo una tradizione orale, tramandata in loco, oscilla di venti centimetri quando suona il grosso batacchio della campana.

Fu il principe Alessandro Maria Orsini ad isolare e rinforzare la torre nel 1684, preoccupato dalle eccessive oscillazioni.
A questo personaggio, ultimo principe di Amatrice, è legata una delle pagine più oscure della storia cittadina.
Nel 1648 fu accusato del barbaro omicidio della moglie, la principessa Anna Maria Orsini, e costretto a scontare 36 anni di carcere a Castel Sant’Angelo a Roma.

“Benvenuti ad Amatrice, città degli spaghetti all’amatriciana”, recita un cartello all’ingresso del paese.
E’ qui, infatti, che la famosa ricetta ha preso forma.
C’è ancora chi conosce il luogo solo per il sentito dire del piatto famoso degli spaghetti che qualcuno vorrebbe realizzato con tagliatelle o fettuccine e che rappresenta una delle superbe gastronomie dello Stivale d’Italia.

La vicenda di questo piatto è sospesa tra storia e leggenda!
Me la racconta un aristocratico del luogo, il Conte De Amicis.
E’ un conte davvero, ragazzi!
Non ne avevo mai visto uno finora!

Racconta, (pensate, ha anche la r moscia come si conviene a un sangue blu) che una sera del 1847, si trovò a passare in questi ameni luoghi venendo dai bellissimi borghi della vicina Salaria, attraverso Ascoli Piceno e Arquata del Tronto, Ferdinando III sovrano indiscusso del Regno di Napoli.

All’illustre visitatore furono offerti, in segno di riverenza, i tipici spaghetti confezionati con il guanciale, i san marzano e il pecorino.

Il re, notoriamente buongustaio, fu rapito irrimediabilmente dal sapido gusto di questo piatto povero dei pastori così sublime nella sua semplicità, e indisse senza indugio una grande festa che durò più giorni, tra mescite di vini e libagioni abbondanti.
Molti anni più tardi il noto scrittore laziale Baccari scriveva che: “…la pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale per fare un cibo sovrannaturale…”

Il conte è visibilmente soddisfatto.
Come interlocutore, sono il massimo dell’attenzione.
Guardo il nobile cittadino, discendente di una delle famiglie più in vista d’Amatrice.

Sembra alla moda, con i suoi scarponcini Tod’s retrò, tomaia di pelle scamosciata color testa di moro, modelli che negli anni Cinquanta si usavano in montagna ma che col tempo si sono alleggeriti e “ingentiliti” fino a essere indossati sotto una giacca tweed ultima tendenza.

“Non sopporto quei tozzi anfibi militari con tripla suola a carrarmato pesanti come piombo” – dice ridendo. Dettagli di eleganza spicciola che catturano.
Un bel pantalone di velluto a coste e l’aria di chi i suoi anni non se li sente affatto.
Diciamo che occorre gusto, occhio, uso del mondo.

Amatrice non è solo la città della pasta ma un vero paradiso, un’oasi naturalistica ricca anche di tesori artistici di pregevole fattura come la monumentale chiesa di Santa Maria del Suffragio.

Non dimentichiamo di visitare, ammonisce l’amico, il tempio dedicato alla Patrona di Amatrice “Maria SS. di Filetta”, evocatrice di memorie miracolose e meta di una processione infinita nel giorno dedicato all’Ascensione.

Questo è uno dei luoghi che proverebbero la benigna protezione della Vergine verso le nostre terre.
Raggiungo il piccolo villaggio di Filetta sulla riva destra del fiume Tronto per scoprire la storia antica di una pastorella, Chiara Valente cui, tra una tempesta di vento e pioggia improvvisa apparve, in tutta la sua magnificenza, la Madonna, squarciando le nuvole bigie.

In mezzo a quella luce vivida, Maria S.S. promise protezione infinita a quelle contrade, assicurando nei secoli guarigioni prodigiose e salvezza dai nemici.
Non solo!

Amatrice è anche palazzi turriti che testimoniano l’importanza storica dell’antico borgo fortificato e della sua assolata conca.
Capirete dopo una visita accurata che, di là dell’originale piatto pastorale, semplice, povero ma genuino, esiste tutta una serie di emergenze ambientali e architettoniche da lasciare stupefatti.

Su consiglio del distinto signore, vado a leggermi un libro sulle rive del lago di Scandarello.

Da Ascoli Piceno o A14 Adriatica, uscita casello di S. Benedetto del Tronto. Seguire le indicazioni per Ascoli Piceno. Da Ascoli Piceno seguire la via Salaria in direzione Roma-Rieti fino al Km 136,400, bivio per Amatrice in località Ponte Nea..
Da L’Aquila (prossimità casello L’Aquila Ovest della A24) si arriva ad Amatrice percorrendo la SS260 “Picente”. Lungo il tragitto si hanno chiare indicazioni per Amatrice.

La Vergine di Amatrice

L'erba un tempo veniva tagliata regolarmente intorno ai piccoli tavoli in legno disseminati nella piana sotto Cima Lepri dove sorge la splendida chiesina della Cona Passatora.
 Il piccolo borgo, una manciata di chilometri da Amatrice, è un semplice aggregato di antiche case montane fatte di pietre abbrunite dal tempo.

Il vecchio parroco, sconsolato, dall'ambone domenicale predica ai fedeli a messa di munirsi tutti di falce e decespugliatori perchè il comune di Amatrice latita.
Pensare che questo minuscolo tempio è di una bellezza incredibile.

Pare che a vederlo si sia scomodato niente di meno che il grande Zeffirelli.
Anni fa, raccontano in paese, dopo aver realizzato il film “Gesù di Nazareth”, il regista piombò in tarda serata in questo luogo idilliaco che ha poco di urbanizzato. Chiese di poter vedere l’interno della Cona Passatora.

Raccontano che il fiorentino sia rimasto così colpito dagli affreschi contenuti nella piccola chiesa campestre che non voleva più andarsene.

L’antica cittadina dello spaghetto amatriciano è lontana una manciata di curve da questo splendido luogo sacro, scrigno artistico posto proprio sotto la parte più aspra dei monti della Laga.

Si trova sulla riva destra del Ferrazza, piccolo affluente del fiume Tronto il più importante dei corsi d’acqua del piceno.

“Il Tronto nasce qui- mi dice Guerino un allevatore della zona - basta avere piedi buoni e salire sul versante occidentale della Laghetta”.
Indica col dito la cima.

Strana etimologia quella del nome Tronto che deriva dall’antichissima città di Truentum situata un tempo alla sua foce e chiamata così per via di un cippo “rotondo” (trondo) simbolo del luogo.

Pare che la città debba la sua nascita a una banda di delinquenti che imperversavano con le loro ruberie sia nel teramano, che nel reatino.
Paesi sperduti della provincia di Teramo come Valle Vaccaro, Macchiatornella, Padula, furono rasi al suolo più di una volta da questi maledetti senza scrupoli.

La città con il suo caos è lontana mille anni luce.
Sono a meno di quindici chilometri dalle profonde acque del lago e poco più di venticinque dall’inizio del tratto teramano della Strada Maestra del Parco nella valle del fiume Vomano.
Miracolosamente, il minuscolo edificio non presenta i danni del maledetto sisma.

Si vive un’armonia rassicurante in una gamma di colori che per definirli occorrerebbe un più vario vocabolario cromatico.
Colpevolmente, turisti stranieri e italiani allettati dai piatti fumanti dei bucatini all’amatriciana, indecisi se preferirli bianchi col guanciale di maiale o rossi con il pachino e i peperoncini cocenti, ingozzati di buon pecorino e agnello di montagna, ignorano la visita a questo posto indimenticabile.

Eppure qui arte e natura si fondono mirabilmente, donando gioia agli occhi.

“E per fortuna…”- dice la signora Elena, una delle incaricate ad aprire il piccolo portale ai visitatori occasionali - altrimenti qui ogni giorno sarebbe la processione della Madonna di Filetto”.
La donna, gentilissima, è allampanata, lunga e pallida.

La Vergine si degnò di apparire, racconta, in un libercolo, l’anziano parroco, Don Sante Paoletti della basilica di Sant’Agostino, ad alcuni agricoltori intenti a lavorare i campi.
 Videro nel crepuscolo della sera, all’ora del “vespero”, emanare un grande bagliore da una piccola statua della Madonna, posta in un’edicola votiva in mezzo al sentiero.

Una luce prodigiosa, canti celestiali e un’apparizione che continuò per giorni davanti a tutta la popolazione della vallata, inginocchiata a pregare.
La donna che ho davanti, non sembra mai contrariata di dover fare spesso la spola tra il piccolo borgo e la chiesa sperduta nella radura.

Un onore e un onere che ogni tanto le peserà soprattutto quando arrivano a rompere le uova nel paniere a mezzogiorno, mentre è davanti ai fornelli.

Mentre racconta entusiasta la storia dell’antica cona votiva, lame di luce si insinuano tra il legno del piccolo portale e l’interno.
Sotto la mirabile volta gotica mi accoglie l’antica immagine affrescata, rappresentante la Madre di Dio lattante con il piccolo Gesù.
E’ di un verismo incredibile.
Tutto intorno, si ammirano dipinti raffiguranti i dottori della chiesa e l’opera insigne del grande Cola d’Amatrice, al secolo Nicola Filotesio.

L’artista, in ricordo del miracolo, ideò in questo luogo un dipinto raffigurante la Madonna corteggiata dalle schiere degli angeli che, con strumenti musicali, suonavano le lodi a Dio.
Le pitture risalenti al XV secolo contengono anche schizzi meravigliosi di abeti bianchi a testimonianza della presenza di questi alberi nei boschi vicini.

La piccola folla in jeans e sandali che ha pregato nella celebrazione Eucaristica ora è tutta dispersa nel verde circostante, tra prati, boschi di larici, querce e abeti.

Il sole primaverile è piacevole.
Tutti sono beatamente stravaccati in panchine comode in attesa che i malcapitati di turno finiscano di cuocere la carne ai ferri sulle fornaci sparse qua e là nella radura.
C’è con loro anche un giovane prelato tutto compunto nel suo completo nero e colletto inamidato.
L’aria che giunge dalla vetta di Cima Lepri è frizzante ma gradevole.

Decido che la prossima tappa debba essere la valle delle cascate nel versante reatino della Laga, proprio di là della località turistica de il “Ceppo” teramano e la foresta del Castellano.

Per la Cona Passatora partendo da Amatrice si raggiunge prima Retrosi, quindi si oltrepassa la frazione di Cossara e prima di arrivare a Ferrazza, poco oltre il cimitero, si continua con una sterrata che in breve permette di raggiungere il Santuario.

martedì 16 luglio 2013

Pensieri liberi sulle sponde del lago


Le montagne, allineate come soldatini, mi ricordano e non capisco perché, un poster sul muro nella camera degli ospiti in casa di amici.
Nella foto c’erano ritratti dei soldati maori della seconda guerra mondiale intenti all’”Haka”, la famosa danza rituale che precedeva la battaglia.
I militari erano di stanza in Italia e durante il conflitto si fecero ammirare per il sacrificio, il coraggio e l’aiuto che offrirono alle popolazioni stremate.

I loro sguardi erano fieri come antichi guerrieri e contorcevano il viso, strabuzzando gli occhi, tirando fuori la lingua in attesa di combattere i carri armati con le baionette.

Le cime della Laga si specchiano qua e là sul bacino lacustre di Campotosto.

Il tempo incerto regala un cielo drammatico.
Un lago di montagna credo sia un infinito e azzurro paesaggio dell’anima.
Non c’è altro luogo che m’ispiri in Abruzzo così tanta serenità bellezza, armonia.

A volte regala anche malinconia e inquietudine.
Ma non si rimane mai indifferenti.

La magia su queste rive non è solo nella trasparenza delle acque, è anche nei colori che in molte ore del giorno sono indefinibili.

Credo che neanche la scienza sia in grado di scegliere una tonalità predominante ed eleggerla come principale nell’infinita gamma dei celesti, dei blu, dei verdi o dei grigi.

È un autentico miracolo per chi non riconosce la presenza di Dio.
Per me che credo profondamente all’esistenza di un Signore dei giochi che dall’alto scherza colorando il mondo, è solo una conferma delle mie convinzioni.
Non so dirvi cos’è.
Forse dipende dai fondali diversi da quelli del mare, forse il riflesso delle rocce che si specchiano sulle acque, non so.

E che dire di quella sorta di limo finissimo che qualcuno paragona a volgare fango ma che, rimanendo in sospensione sulle acque, crea stupendi giochi di luce insieme a piccole alghe, piante acquatiche, pietre e tronchi morti?

Quel che certo è che le cromie che nascono sui laghi ai piedi di cime austere sono indescrivibili e mortificano chi ama la fotografia che risulterà imperfetta e non in grado di regalare la realtà.

Un antico rituale usa le pietre sagomate dal colore bluastro che rare volte si riescono a trovare sulla sponda di un lago, per ottenere un po’ di ricchezza.

Il fatto è che le volte in cui si trovano questi ciottoli colorati sono così poche che le possibilità di arricchirsi sono praticamente nulle.
E comunque, quantunque riusciate a trovare la pietra amici miei, pochi giorni dopo la luna nuova, allorquando la falce luminosa è appena visibile nella volta celeste, stringete nel pugno il ciottolo, guardatelo intensamente e poi aprite il palmo della mano e osservate intensamente l’astro in cielo per tutta la notte.
Comincerebbe, dicono, una sorta di magia che incide positivamente sulla psiche e l’agognato danaro dovrebbe manifestarsi in pochi giorni.

Ho camminato sulle sponde dell’invaso di Campotosto, da Poggio Cancelli fino al paese regalandomi sensazioni bellissime.
Ovunque nel vecchio borgo si notano ancora i terribili segni del sisma 2009. Molte abitazioni sono ancora imbracate e Dio sa fin quando lo rimarranno.

Ho scoperto che i pesci d’acqua dolce, fatti ai ferri con porcini arrostiti, sono qualcosa in grado di fare uscire fuori di testa.
Una bontà unica che potete mangiare da “Barilotto”, nel centro del paese, accanto alla piazza.
Il nome di questo locale non deriva dalla botte posta all’ingresso, ma dalle proporzioni più che generose del fondatore di questo ristorante, il conosciutissimo Berardino Spina, sponsor più che attendibile, data la sua figura prominente, di autentiche delizie del palato.

Il posto a vederlo distrattamente, non ispira granché ma quando ti siedi è come se un maestro d’orchestra muovesse la bacchetta e centinaia di musicisti iniziassero un mirabile concerto con tanti strumenti.

E tu sei lì ad ascoltare deliziato.
Oggi il figlio fa dei “tagliolini al sugo di pesce di lago” che sono rinomati in tutto il centro Italia, in un ambiente informale ma piacevole.
Il luccichio di entusiasmo negli occhi del patron è stato contagioso quando mi ha illustrato la sua idea di ristorazione.

Ho pensato che grazie a questi uomini dalla passione autentica, con i loro menù e con un servizio forse un po’ ingenuo, un approccio naif e piccole sbavature, rappresentano comunque la gioia dell’ospitalità di un territorio.

In questa splendida area wilderness, giù fino ad Amatrice nel reatino, il mangiare è cultura, storia, arte.

giovedì 4 luglio 2013

Nel bosco del dio della guerra

In un bosco esiste la magia.
La percepisci quando ti senti parte della foresta e quasi riconosci ogni singolo albero o foglia caduta, sentendoti un tutt’uno con la natura.
Una sensazione meravigliosa!
Una magia ipnotica che costringe a trovare alternative alla certezza della vita.

La quotidianità che incontra lo straordinario, invadendo ogni cellula del corpo e della mente, come una malattia incurabile, inesorabile che non dà certezza di cura.
Mi accade sempre di pensare a tutto questo quando mi trovo nell’angolo più isolato e selvaggio della Laga, di quella terra che rappresenta una splendida invenzione della natura, dove sorge una delle più rare zone isolate d’Italia: il Ceppo, località turistica del teramano con il Bosco Martese d’incomparabile bellezza.

Parliamo di una foresta tra le più spettacolari nel mondo, dove sopravvivono una fauna e una flora autoctone tra le più importanti degli Appennini.
La fitta e immensa selva è immersa nel corso del Rio Castellano, ed è stata definita dai botanici “una perla dai vividi colori”.

La località turistica del Ceppo è rinomata per la raccolta dei funghi porcini di qualità eccelsa, ma è anche stato tragico scenario storico, in tanta beltà, di episodi sanguinari ed eroici della resistenza partigiana.

Ammazzalorso, Capuani, Orsini, Fioredonati e tanti altri partigiani, scrissero qui delle pagine gloriose tali da far chiedere a gran voce la medaglia d’oro per Teramo e la sua provincia.
Fu “la prima battaglia in campo aperto dell’antifascismo italiano” che segnò profondamente la storia della nostra terra.

Qui fu giustiziato, sommariamente, il comandante dei tedeschi, Hartmann, un uomo di aspetto gigantesco con una testa enorme e fu sempre qui, quasi nel punto in cui cadde il Maggiore di Hitler, che fu trucidato Mario Capuani, dottore pediatra, aderente al gruppo “Giustizia e Libertà”, del quale fu autorevole esponente il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 27 settembre 1943, alle prime luci dell’alba, i tedeschi si recarono a Torricella Sicura e lo catturarono nella sua casa. Condotto a Bosco Martese, fu sottoposto a processo nella casa cantoniera.
Gli fu chiesto se era stato tra gli organizzatori del raggruppamento di uomini che avevano attaccato e ucciso quaranta soldati tedeschi e il loro comandante Maggiore Hartman.

Mario Capuani rispose senza indugio, “sì”.

Gli fu chiesto se intendesse collaborare con la Repubblica fascista. Rispose, “mai”.
Condannato a morte, fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca e seppellito in un campo di fagioli vicino alla casa cantoniera al limitare del bosco.
Il corpo del dottore fu recuperato dal cugino Nino, aiutato da un amico fioraio, Di Carlantonio.

Nella fossa dietro la casa cantoniera, furono trovati altri cinque partigiani fucilati, che non furono identificati perché privi di documenti d’identità.
 Le salme vennero sepolte nel cimitero di Torricella Sicura.
Il dottor Capuani ebbe sepoltura nella tomba di famiglia e fu insignito di Medaglia d’Oro al valore militare e per meriti partigiani.

Oggi, in questa località, a trentacinque chilometri da Teramo, si può visitare l’enorme monumento che, nel 39esimo dell’insurrezione fu innalzato sopra un’altura circondata da abeti, in ricordo dei tragici avvenimenti.
Sono due gradinate con rampe di scale, che girano attorno ad un bassorilievo bronzeo ideato ed eseguito da Dino Di Berardino di Corropoli, che raffigura un partigiano in armi.

Un altro simulacro posto a sette chilometri dal Bosco Martese, opera dell’artista Silvestro Cutuli, calabrese impiantato da sempre a Teramo ricorda, con una stele dai cinque riquadri spezzati, il sacrificio di cinque dei sette partigiani trucidati il 25 settembre del ’43.

La storia è drammatica anche qui: oltrepassato il Comune di Torricella Sicura, per una spiata, i giovani combattenti furono catturati dai i tedeschi mentre si erano recati al Mulino De Iacobis per approvvigionare di farina, l’accampamento partigiano del Ceppo.

Tornando all’aspetto naturalistico, fare una passeggiata fin quassù significa godere della vista di un bosco ricco di essenze.

L’abete appenninico, il faggio, gli aceri, il tasso, la betulla, i giganteschi abeti bianchi, i carpini neri.
Con una gradevole scarpinata attraverso una mulattiera agevole, al di fuori del bosco, si raggiunge la località Lago dell’Orso a circa 1780 metri.

Un’incomparabile vista sul Gran Sasso ripaga della camminata.
Veramente una bella sensazione essere soli in mezzo alla magia della natura in questa foresta dedicata al Dio Marte, il grande guerriero.

mercoledì 5 giugno 2013

Il richiamo della foresta

Tratto dal libro "Silenzi di Pietra" con le fantastiche foto scattate in giro per la Laga dall'amico Alessandro de Ruvo, fotografo naturalista e componente del C.A.I. di Teramo.

Ho fatto una scoperta, scriveva Carlo Carretto autore di saggi religiosi, sulla strada del vivere le cose; la scoperta consiste nell’entrare nel gioco della creazione, come nella più semplice e meravigliosa strada per incontrare il Creatore.

Verde di boschi e fresca di acque scroscianti, queste montagne appartate, a lungo ignorate da escursionisti e naturalisti, serbano stupende sorprese sia nel versante amatriciano, che in quello teramano.

E’ impossibile raccontare le emozioni in questo orizzonte indefinito tra realtà e fantasia, dove occhi e pensieri si confondono e riescono a percepire sfumature altrimenti invisibili.
Qui nel bosco bisogna lasciare tutto, dal cellulare all’ipod, elettrodomestici, letto o cose del genere.
Bisogna vivere nella gioia di raccogliere legna e vedere la fiamma viva tra due sassi semplici.

Mi sento felice come un bambino quando posso vedere getti d’acqua inebrianti: da questo versante laziale, l’Organza, le Barche, il salto di Cima Lepri, dall’altra parte lo scrosciare dell’acqua della Morricana, tra gradoni rocciosi di arenaria, nel fiabesco contorno del bosco della Martese.

La cascata delle Barche, raggiunta faticosamente dalla località Capricchia, apre il cuore per la sua bellezza selvaggia.

L’ultimo salto di questo fosso chiamato della Solagna, prima di tuffarsi allegramente nell’imbuto di Selva Grande, cade a strapiombo per quaranta metri e in primavera si propone come una bella gita familiare.

In località Sacro Cuore, antico convento di Capricchia, piccolo presepe di case del reatino, parte un interminabile saliscendi faticoso in mezzo ad una gola stretta dove lo sguardo non riesce mai ad avere l’agio della distanza. In lontananza, lo scrosciare delle acque è musica per le mie orecchie.
Sotto i piedi, uno smisurato tappeto di foglie morte, accompagnano i passi con la loro musica fatta di cric e di croc.

I faggi sembrano formare una volta fitta e compatta sopra la testa.
Qua e là mostrano la loro cima frondosa, austeri abeti bianchi.
Sono piccoli ma, nell’altro versante, quello della località turistica teramana del “Ceppo”, gli alberi raggiungono nella foresta della Martese, la ragguardevole altezza di trenta metri.

E poi cerri, aceri, carpini, frassini, olmi e rari tassi con le loro deliziose bacche rosse.
Ricordo che alcuni ragazzi in gita, anni prima, mentre li accompagnavamo noi del CAI di Teramo, stavano per farne una scorpacciata, senza minimamente immaginare quanto fossero tossici.
D’inverno, quando il freddo blocca gli scheletriti alberi della foresta in una morsa di gelo, le sagome alte e slanciate degli abeti bianchi svettano solitarie.

Questi alberi amano crescere in boschi cedui, insediandosi in selve piene di cerri o, impenetrabili faggete, slanciandosi diritti verso il cielo e superando in altezza gli altri elementi della foresta.
Appaiono inconfondibili nel loro colore verde scuro intenso, unica nota cromatica vitale nella monotona e grigia tonalità di una foresta dormiente.

Ma, nelle altre stagioni, questi colossi sono signori incontrastati della bellezza del bosco.
Lo stupendo albero è considerato da secoli, il simbolo dell’immortalità.
E’ il vigore della vita che supera e sconfigge la morte dell’inverno sui Monti della Laga.

I più bei esemplari si trovano, oltre che nella foresta della Martese, anche a ridosso di Cortino, lungo la valle della Corte e nella gola del fiume Vomano nella provincia teramana.
L’unica abetina nel Gran Sasso è nel territorio di Tossicia, in quella che era anticamente la Riserva di caccia dei feudatari nella vallata.

A dire il vero, un ciuffo di questi alberi fu preservato per molti anni anche a Piano Maggiore, nel cuore dei monti Gemelli, Furono i frati del convento di San Sisto, su di un colle vicino soprastante il piccolo bacino lacustre del lago di Sbraccia a piantare questi patriarchi dal tronco dritto.

Oggi in quel luogo non ne esistono più!
Sono scomparsi all’inizio del 19esimo secolo.
E pensare che anticamente gli abeti in particolare godevano di rispetto ferreo e cure amorevoli.
Alcuni statuti comunali prevedevano forti sanzioni e anche l’arresto per chi deturpasse questi giganti della natura.

martedì 4 giugno 2013

Annibale nei monti della Laga: leggenda o realtà?

I Monti della Laga non possono certo competere in quanto a leggende con i vicini Sibillini.
Non abbiamo qui le storie incredibili della Sibilla cumana, del Guerrin Meschino o di Pilato sprofondato nel lago omonimo.

Anche quella che molti definiscono la leggenda del passaggio, tra questi aspri monti, del grande condottiero Annibale, in realtà secondo molti studiosi non si tratta di fola ma di storia.

Quando il generale cartaginese (247-183 a.C.), figlio di Amilcare, che provocò l'aprirsi della II guerra punica con la presa di Sagunto, alleata dei Romani (218), vinse l’epica battaglia a Canne in Puglia, nel 216 a.C., sembra che giorni prima si fosse fermato poco più a Nord, nella Vibrata, curando i suoi cavalli dalla scabbia contratta sul Trasimeno e ristorando i suoi uomini con il vino dei Marsi e dei Sanniti.

Lo racconta il poeta Ovidio che, nel suo capolavoro Le Metamorfosi, descrive i vigneti abruzzesi, esaltandone bellezza e importanza.

E’ storia che a Campo Imperatore, ad un'altitudine media di 1.800 metri, una lunghezza massima di 27 km e una larghezza di 7-8 km, una delle più belle zone sciistiche dell'Italia centrale, Fabio Massimo vi si fortificasse per contrastare la discesa di Annibale dal Piceno a Roma.

E’ ancora la storia che narra delle prime tracce di Sulmona, patria del grande ed ancor oggi amatissimo poeta Publio Ovidio Nasone nato colà nel 43 a.C., tracce che si rilevano nella menzione che ne fa Tito Livio a proposito della distruzione che operò Annibale nel 211 a.C.

E sono molti gli studiosi che sostengono la tesi di un cartaginese che, dopo aver saccheggiato tutto il Piceno, si accampò con le sue truppe nel ricco e fertile Ager Hatrianus, l’odierna Atri, per ritemprare le sue truppe sfinite dalle tante battaglie.

Come in un caleidoscopio che passa da scenari ancora selvaggi a colline addolcite dalla mano umana, da lunghe spiagge bianche ad alte montagne su cui vola l'aquila reale, tra le cime del monte Gorzano (2458 metri) e del vicino pizzo di Sevo (2422 metri), nascono curiosità!
Ad esempio, tra le due montagne si snoda il cosiddetto “valico di annibale”, chiamato in tal modo in ricordo del passaggio del condottiero cartaginese.

Annibale dovette probabilmente anche impegnarsi in cruente battaglie in questo incantevole lembo di terra.
Lo si deduce dai nomi che, coloro i quali frequentano i boschi della Laga conoscono bene: Macera della Morte, Monte dei Morti, Tracciolino di Annibale, Monte Romicito, Valle dell’Inferno.

Quando ebbi la fortuna di inerpicarmi sulla vetta del Pizzo di Sevo, incontrai un sessantenne molto ardimentoso che si divertiva a scalare tutte le vette possibili.

Parlando con lui che conosceva incredibilmente il territorio, mi indicò dall’alto la via che, secondo i suoi intendimenti, Annibale aveva praticato per arrivare fin qui.
Dalle Marche attraverso la Salaria, il percorso partiva dalla cima del Monte Comunitore, per il valico del Passo Chino inerpicandosi lungo l’ampio costone che tocca la vetta della Macera e il Pizzutello al di sotto di Cima Lepri, in un tourbillon di incredibili ascese e discese.

Ciò che colpì particolarmente la mia fantasia fu il “come” il condottiero avesse fatto arrampicare fin lì gli elefanti, tant’è che il mio amico disse subito che molti animali così come i soldati perdettero la vita tra tempeste di neve e indicibili sacrifici.

Il maturo escursionista mi indicò poi il guado attraverso cui il condottiero sarebbe passato per distendere le sue falangi armate nelle beate colline del Vibrata, un angusto passaggio a sud del Pizzo di Sevo sopra cui eravamo.
Secondo il mio esperto interlocutore la vera “Salaria” era proprio questa. Antichissima arteria, poi caduta in disuso perché troppo selvaggia.

A seguito della sconfitta del popolo Piceno e la conquista di tale territorio il tratto venne prolungato nella valle del Tronto.

In un libro di Alfiero Romualdi dedicato a storie di vita vissuta sulla Laga, l’autore originario di Fioli, piccolo borgo del comune di Rocca Santa Maria, ricorda a tal proposito gli scritti dello storico Palma che sostengono proprio questa tesi di una Salaria scavalcante la dorsale della Laga per giungere sulla costa adriatica attraverso le gole del Salinello e la Val Vibrata.

In questo territorio così aspro, tra monasteri incastonati nelle montagne, paesini arrampicati su speroni di roccia, castelli che punteggiano colli e alture, in un viaggio che diventa spesso un'esperienza dello spirito, un'emozione pura, fioriscono storie fantastiche.

In mezzo a grandi faggete interrotte da prati e torrenti dovette sostenersi una epica battaglia dove si fronteggiarono uno stratega abilissimo come Annibale e il console romano allora in carico, il già citato Quinto Fabio Massimo, che tutti gli studenti conoscono come il “temporeggiatore”.

La battaglia secondo la leggenda (o realtà?) fu il prologo di quella ben più sanguinaria di Canne dove il capo dei Cartaginesi, con forze inferiori di numero (ca. 35.000 uomini), riportò sui Romani, presentatisi alla battaglia con un esercito forte di ca. 50.000 uomini, una strepitosa vittoria.

Chi sa di storia ricorda che Annibale mise in atto un'abile tattica destinata a diventare classica nei secoli: cedimento iniziale del centro del suo schieramento per lasciarvi incuneare il grosso dell'esercito nemico, il quale, stretto in breve come in una morsa, veniva quindi attaccato ai fianchi e alle spalle con le ali e con rapidissime cariche di cavalleria.

La sconfitta dei Romani si trasformò in un'immane disfatta con ca. 30.000 morti, tra i quali il console Emilio Paolo, e ca. 10.000 prigionieri, mentre quanto rimaneva dell'esercito con il console Terenzio Varrone, cui era toccato il comando in battaglia, trovò scampo nella vicina colonia di Canosa; Annibale perdette in questo scontro immane, ca. 6000 uomini.

Tornando alla Nostra Laga, molte altre furono le leggende che fiorirono in zona.
L’antico tratturo che dalla Macera della Morte si incunea oggi fra tre province, la teramana, la reatina, la marchigiana, si sussurra che sia maledetto, poiché vi si sono verificati delle enigmatiche manifestazioni che la tradizione popolare ha trasformato in leggende.

Si narra ad esempio che lungo il canalone che porta a valle in direzione Est Ovest, furono così tante le vittime di quella immane battaglia che i loro corpi vennero accatastati come pietre destinate a formare una “macera”, un mucchio informe di pietre che diedero nome alla vetta.

Ce lo dice sempre Romualdi nel suo bel libro: “ Il XX secolo ai piedi della Laga”.
Ebbene c’è chi giura ancora oggi che alcuni escursionisti abbiano visto i fantasmi dei soldati aggirarsi minacciosi, tra i prati circostanti.
Ancora, verso la fine del 1800 una donna ebbe un insolito incontro e la fantasia popolare ha di nuovo rielaborato tale storia in maniera folcloristica, facendola diventare una leggenda.

Si narra che un giorno di fine estate era andata a pascolare i cinghiali, quando all’improvviso vide, nei pressi di una quercia delle donne che danzavano, mentre in lontananza si sentivano i frastuoni di un combattimento.
Esse erano vestite in modo inusuale e sembravano in preda ad un maleficio.
Di colpo comparvero soldati di epoca romana che trapassarono con le loro daghe i corpi delle ragazze, uccidendole.
La malcapitata alla vista di tutto ciò, spaventata, cerco di scappare ma questi la rincorsero.

La donna cadde e fu ritrovata diversi giorni dopo in uno stato confusionale con una profonda ferita di arma da taglio sulla gamba. I parenti pensarono che fosse sotto effetto di qualche arcano maleficio, così la fecero benedire.
Realtà o fantasia ?

E’ un fatto che, poco distante Sant’Omero in Vibrata, sia stato rinvenuto un cippo militare che qualcuno individuò in uno di quelli che delimitavano la famosa via Metella dal Console romano che la ideò!

Ed è ancora un fatto che i resti di una pietra romana si trovano al di sotto della vetta di Cima Lepri, nel cuore del complesso Laga.

Ebbene molti storici asserirono nel corso degli anni che proprio su questa via che proseguiva per il crinale del Ceppo, toccando Castel Manfrino, antico “Castrum Romano, attraverso le selvagge ed insidiose gole del Salinello, come già detto, dovette avventurarsi il nostro eroe cartaginese.
Il quale di buon grado si decise ad attraversare le pericolose falesie al di sotto di Macchia, pur di accelerare il suo arrivo verso l’Adriatico.

Questa zona di confine tra il Piceno e il Pretuzio era anche libera da truppe nemiche visto che anche qui fiorivano leggende di mostri mitologici e diavoli che si inerpicavano sui contrafforti del Foltrone e del Girella alla ricerca di malcapitati viaggiatori, tradizioni tramandate ancora oggi, delle quali si disinteressarono sia lo stesso Annibale e, più tardi, il grande Manfredi.

Se volete comunque ripercorrere a piedi il tracciato di Annibale, esiste un “trekking della Metella”, ideato anni fa dal C.A.I. di Ascoli Piceno.
In quattro giorni si può camminare sulle orme di Annibale toccando luoghi di notevole bellezza naturale come le citate gole, il Bosco Martese, incontrando cenobi benedettini, eremitaggi, natura selvaggia, cascate, fino a scavalcare la dorsale appenninica e arrivare in prossimità di Sommati in zona Sacro Cuore nel Reatino per finire la fatica davanti ad un piatto fumante di bucatini alla Amatriciana.

domenica 28 aprile 2013

Zaino in spalla: il perché del mio Cammino

Iniziai a macinare chilometri e chilometri perché un sacerdote a cui confessai non solo i peccati ma anche le pene, mi disse con voce solenne:
“Solvitur ambulando et ora”, risolvi i tuoi problemi camminando e pregando.

I miei conflitti interiori potevano acquietarsi in ogni tempo e stagione solo per sentieri fuori mano, immersi nei boschi e nel silenzio.

Così, ogni settimana quando, prima gli impegni scolastici e dopo quelli lavorativi me lo concedevano, a passo gagliardo marciavo nei miei pensieri, un metro dopo l’altro con ogni tempo e stagione.

Guadagnavo crinali, m’infilavo come un tordo nelle macchie fitte di ginestre e papaveri, mi riparavo nei tunnel vegetali di selve di querce.
Affrontavo cammini dirupati, mulattiere sgangherate, sentieri coperti dai rovi dal difficile orientamento, il tutto per vivere il mio “spaziamento” e dimenticare chi non avrei mai potuto dimenticare.

Ovunque andavo raccoglievo un sasso, strofinavo la terra sopra e lo facevo scivolare nella tasca dei calzoncini in cordura.
Lo portavo a casa come trofeo di una guerra!
In pochi anni il fondaco di casa si riempì di ciottoli e io piantavo nell’animo bandierine virtuali di luoghi esplorati.

Ne ho fatti d’incontri nelle migliaia e migliaia di chilometri percorsi.

Ho visto infinite volte le ombre bianche delle greggi al pascolo sulle distese erbose, i colori grigi delle giubbe dei pastori dall’aria sempre malinconica, i vestiti lordi di verde dei contadini piegati a buttar sudore sulla terra.

Ho incrociato volti radiosi, sorrisi coinvolgenti, sguardi fiduciosi ma anche tanto dolore, tanta miseria attraverso storie di vite difficili.

Ho battuto pianure e montagne, sempre alla ricerca di luoghi dove fuggire dal mondo.
Quasi sorprendendomi, mi sono accorto della passione di condividere la vita della gente di qualsiasi posto che giaceva nel fondo di me, in attesa di prendere luce.

Eppure non doveva essere difficile da capirlo.
Già anni prima mi divertivo a seguire, sulle cartine, i percorsi che immaginavo di fare.

Con i soldi della paghetta che mamma mi elargiva a ogni suo stipendio, acquistavo libri di uomini che raccontavano i loro “Cammini” e ammiravo l’elogio della lentezza, il silenzio delle anime e l’inutilità dei bagagli per coloro che, pellegrini nel mondo, si affidano alla bontà di chi li accoglie.

Mentre i miei coetanei sognavano di diventare un calciatore famoso, un attore importante, io mi vedevo come un Romualdo, piccolo monaco che girò per lunghi anni, prima di fondare il magnifico eremo di Camaldoli.

Sono seguiti indimenticabili stagioni di Club Alpino Italiano dove ho imparato che l’andar per monti in compagnia di amici, accomunati da identica passione, è bello almeno quanto lo star soli.

Ho vissuto lunghi mesi di scoperta, tra percorsi abbandonati dai rovi, vecchi tracciati in disuso utilizzati da carbonai, piste dove per un nonnulla ti perdevi.

Tante ascese, altrettanti trekking che, in diverse situazioni, mi hanno fatto provare la sensazione di non capire più dove si andava, un paio di volte anche di perdermi per fortuna non da solo, tornando a casa a tarda notte quando già stavano per chiamare il soccorso alpino.

Spesso ho perso i segnavia di un percorso, perché con altimetro e bussola non ho mai avuto ottime relazioni, altrettante volte ho spiegato la mia Kompass, sgomento a ogni passo, interrogando i disegni senza aver risposte, alla ricerca del profilo scuro di un borgo.
Infinite volte ho messo alla prova muscoli e carattere, attraversando torrenti, sopportando pioggia e solleone.
Ma non mi sono mai pentito neanche di un centimetro percorso, né di un minuto perso.

A volte sono riuscito anche diventare parte di un bosco, a parlare con un vecchio e frondoso tasso, a sentirmi tutt’uno con la natura mentre camminavo magari senza meta, con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni.

Ho vissuto in due mondi diversi per lungo tempo: uno, preponderante fatto di giorni sempre uguali e persone diverse ad affollare uno sportello dell’amministrazione fiscale per chiedere informazioni, sgravi di cartelle esattoriali o per urlare il loro disappunto per le tasse canaglie;
l’altro, il mondo del tempo limitato, fatto di montagna solitaria, di mare d’inverno, di profumo di prati e di voci umili.

Anche oggi lo zaino è sempre pronto!

mercoledì 10 aprile 2013

L’eterna guerra tra l’uomo e il lupo

Il sogno degli amanti della fotografia naturalistica, in montagna, è quello di immortalare con la macchina fotografica, durante una passeggiata, un lupo.
Eppure il tempo dell’odio tra l’uomo e la bestia sembra non finire mai.

Ogni stagione estiva si ripropone, puntuale, il problema dell’avvelenamento di uno di questi esemplari nel parco Nazionale d’Abruzzo o nel nostro.
Eppure la notizia passa in sordina.

Chissà perché quando, a essere avvelenati sono gli orsi, l’evento delittuoso è riportato in tutte le agenzie non solo d’Italia, facendo inorridire tutti gli amanti della natura, mentre se muoiono lupi per mano dell’uomo, nessuno o quasi se ne cura.

Ricordo che anni fa si paventava la terribile notizia della probabile estinzione dell’animale che un tempo era visto come l’assassino delle greggi.
Allora si allertarono tutte le associazioni ambientaliste, in primis il WWF e, nacque l’operazione “San Francesco”, chiamata così per la nota vicenda del poverello di Assisi che riuscì a far diventare buono un uomo che era definito cattivo tanto da essere soprannominato “il lupo”.

La mobilitazione riuscì a salvaguardare vari branchi di lupi, tanto che oggi se ne censiscono oltre 800 esemplari in Italia dall’arco alpino fino agli Appennini.
Oggi, la storia si rinnova.

Non corre più buon sangue tra lupo e uomo.
Gli occhi color ambra di questo predatore dei boschi tornano a essere terrificanti.
La favola del lupo cattivo torna a popolare il sonno agitato dei bambini ma anche dei grandi.

Sembra assurdo che una società evoluta come la nostra, con tutti i problemi più importanti che si trova ad affrontare in campo economico, etico, giuridico, ambientale e chi più ne ha più ne metta, consideri ancora oggi il lupo, un “problema” prendendo a pretesto l’uccisione di qualche pecora che sarebbe facilmente risolvibile con adeguati e tempestivi risarcimenti.

Gli allevatori trovano pecore sgozzate e, senza pensare all’opera di cani abbandonati o randagi rinselvatichiti, danno colpa ai lupi e seminano polpette avvelenate.

Un roccioso pronipote di uno dei primi pastori dell’ottocento teramano, Mario, uno degli ultimi che rientravano, anni fa, ancora ogni sera dal pascolo con pecore e cani abruzzesi al seguito, mi raccontava poco prima del ferragosto a Valle Castellana, che l’occhio del pastore che oggi magari è macedone è sempre piantato all’orizzonte per paura dei lupi.

Quando questi predatori, negli anni ’70, scannarono quaranta pecore del gregge, chiese un risarcimento per gli ingenti danni subiti.
E’ ancora in attesa!

“In Abruzzo un tempo c’erano due pastori su tre persone.
Tutti eravamo orgogliosi di esserlo”.
Poi, mi racconta l’incredibile storia del “luparo”, un uomo che viveva a est di Collegrato di Valle Castellana, nel paese, oggi scomparso, di Valleppiara, ai margini di un bosco rigoglioso di faggi, aceri e tassi.

Il borgo era lontano dalle strade di comunicazione, nascosto tra i boschi e difeso da dirupi scoscesi.

Qui i banditi, al sicuro, progettavano le loro malefatte.
 A seconda che fossero perseguitati con maggior vigore nel Regno o nello Stato Ecclesiastico, essi si spostavano dall’una all’altra parte datosi che i confini attraversavano i monti della Laga.
Era un centro importante dove si svolgeva la più grande fiera di bestiame dei dintorni.

L’antichissima chiesa e le sue case aggrumate furono distrutte nel 1649, insieme all’abitato di Basto, Fornisco e Brandisco quando, per stanare la terribile masnada del brigante Bartolomeo Vinelli detto “Il Martello”, non fu trovato di meglio che distruggere dalle fondamenta vari luoghi ricchi di storia.

Tutto ciò che poteva essere conservato, insieme agli abitanti superstiti, fu trasportato a Collegrato.
Qui era nato il più grande dei “lupari” gli specialisti della caccia al lupo.

Era uno degli epigoni tra i cacciatori che in passato raccoglievano grande popolarità.
L’uomo era in grado di imitare il verso del lupo alla perfezione attirando gli animali in imboscate letali.

Il luparo viveva delle ricompense della gente, portando in paese le teste mozzate.

Erano i primi anni del ‘900.
Il lupo era un nemico, azzannava le bestie da lavoro, strappando loro bocconi di carne.

Alle soglie del tremila, il lupo è ancora il nemico.
Termina con amarezza e con aria sibillina il buon Mario:
“Scrivi che i lupi sono ormai rari nelle nostre montagne.
Oggi, esistono però animali più selvaggi: gli uomini, quelli che uccidono la pastorizia con divieti e carte bollate”.

domenica 7 aprile 2013

La Beverly Hills della Laga!

Se c’è un paese del teramano dove le contraddizioni sono ad ogni curva questo è San Vito, una sorta di Beverly Hills, sperduta fra i monti della Laga.

Non può sembrare diversamente a chi ci arriva scendendo nella valle del Castellano attraverso la stazione sciistica di San Giacomo.


Tra case antiche e solitudine appaiono, improvvise, due ville con piscina, viale con giardino e architetture post moderno.

Cosa incredibile per un luogo che pensi sia abitato solo da pastori.
Il paese è dedicato al santo guaritore che nei tempi antichi veniva invocato per scongiurare il morso delle bestie velenose e idrofobe o per guarire dalle convulsioni del “ballo di San Vito”, sorta di epilessia che prende soprattutto i giovani.

In questo borgo, nel fianco della montagna, è stata costruita una scalinata con duecento gradini sulla cui sommità, il pellegrino trova una gigantesca statua in marmo dell’Immacolata con le braccia aperte.

L’opera sembra fare il verso e scusate l’accostamento irriverente, alla famosa statua del Cristo sopra il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro.

Quest’omaggio alla devozione mariana fu realizzato nel 1987, anno dedicato alla Vergine Maria e, per l’occasione, giunse nel piccolo abitato, un arcivescovo da Roma per l’inaugurazione, con “un anello che sembrave nu riccone”, racconta Oreste, un signore del luogo, “ma non ha sallite li gradini pecchè ngliela faceve, l’ha benedetta da sotte”.

Il costo dell’opera fu di 400 milioni del vecchio conio, cospicua somma che fu elargita da Primo e Secondo Di Giacomo, (esisterebbe anche un terzo figlio ma per fortuna l’hanno chiamato Giuseppe).
L’anziano padre tornò a S. Vito anni fa, dopo essere stato a lungo in America a Philadelphia.

Era quasi fuggito dal paesino negli anni ‘50, povero in canna, uno dei tanti in cerca di fortuna.
Nel Nuovo Mondo il successo arrise a questa famiglia di umili origini producendo ravioli, timballi e altre specialità teramane.
Da buoni emigranti non hanno dimenticato il piccolo borgo e, hanno ringraziato la Madonna in questo modo un po’eclatante.

“Giuvanò, qua Teramo non sà manco che esiste San Vite”, urla un signore che gioca a tressette nel minuscolo bar dell’ancor più piccola piazza.

Nei pressi del borgo ancora oggi esistono delle cave di travertino.

Un anziano racconta di aver contribuito alla realizzazione della costruzione della diga di Talvacchia in calcestruzzo, la cui base ha uno spessore di ben 28 metri!

La parrocchiale ha una torre campanaria, antico manufatto di avvistamento, che pende quasi come quella di Pisa.
La chiesa è stata ristrutturata e snaturata nel suo pavimento originario in travertino e nell’altare.
Gli abitanti non riescono a digerire questo boccone amaro.

Una signora se la prende con il vecchio parroco che avrebbe permesso questo scempio della storia.

Il tempio ha una struttura risalente alla prima metà del XII secolo e all’interno c’è un crocefisso in legno policromo del XVI secolo, di cui si ignora l’autore.

La parte interessante è naturalmente quella originaria in pietra di arenaria.

L’Amministrazione laica di San Vito dipende dalla Provincia di Teramo, quella religiosa dalla Diocesi di Ascoli Piceno.