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mercoledì 22 gennaio 2014

La valle delle mille sorprese!

Uno dei più importanti crocevia di scambi e comunicazioni in Abruzzo, nell’antichità, era la famosa direttrice tratturale del Celano- Foggia.

I tratturi erano autentiche autostrade d’erba che venivano calpestate da migliaia di animali e centinaia di uomini transumanti.

Si snodavano nelle aree interne determinando vere e proprie arterie irrinunciabili per i commerci e le economie locali.

Il Celano- Foggia costeggia il versante settentrionale del bacino denominato del Fucino, una lunga piana che taglia in due l’Abruzzo interno, costeggiando per lunghi tratti la famosa Tiburtina Valeria, toccando luoghi poco conosciuti agli stessi abruzzesi, luoghi di fascino e di bellezza, ricchi di storia e tradizioni farcite anche da leggende tramandate oralmente.

Come definire, per esempio, l’imponente torre trecentesca di Aielli se non un capolavoro di manufatto antico?

E che dire del fascino che emana dalle rovine del castello di Ortona de Marsi o dalle pietre della cittadella fortificata di Pettorano sul Gizio, pochi chilometri da Sulmona, patria del poeta romano Ovidio?

O ancora il Castello di Beffi?



Nel meridione della conca peligna lungo il suggestivo altopiano insistono paesini secolari come Goriano Sicoli, Raiano e gli antichi fortilizi di Castevecchio Subequo e Castel di Ieri.
Quest’ultimo borgo, scenografico con il suo castello a dominare l’abitato, annovera a pochi
chilometri un interessante santuario precristiano.

Numerosi scavi hanno fatto riemergere resti di un tempio dedicato a una divinità minore della fertilità, ma, giova dire, che sono ancora molte le zone circostanti che potrebbero essere oggetto di riesumazioni capaci di regalare oltre a reperti, anche squarci di luce sulle storie dei popoli italici che sono transitati attraverso le valli abruzzesi.

La vallata subequana nasconde altre importanti emergenze storiche e ambientali.
C’è da visitare il piccolo santuario della Madonna di Pietrabona e c’è da scoprire antichi e minuscoli abitati pastorali, oggi in gran parte intatti com’erano ai tempi d’oro della transumanza quando all’epoca della dominazione aragonese, il passaggio nei tratturi era disciplinato da leggi con pagamenti di dazi e possibilità di ricovero per pastori e bestie nelle famose chiese campestri disseminate lungi i percorsi.

Non lontano dalle gole di San Venanzio, l’abitato di Goriano era il punto di sosta per tutti i viaggiatori nell’antico insediamento di “Statulae”.
Questo è il paese della grande tradizione dei riti dedicati a Santa Gemma, patrona del paese e sfortunata ragazza che, non avendo ceduto alle proposte oscene del signorotto di turno per salvaguardare la verginità, perse la sua giovane vita.

Da non perdere anche la visita all’antica città romana di “Sueraequum”, oggi Castelvecchio Subequo, terzo municipio romano dei Peligni, dopo Sulmona e Corfinio.
Qui l’incastellamento è molto evidente con edifici d’interesse architettonico
arricchiti da eleganti bifore e portali classici.

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Come raggiungere i paesi della valle Subequana, Castel di Ieri e Castelvecchio: 

Da Roma est prendere la A24 Roma-L’Aquila; allo svincolo direzionale di Torano, dopo l’uscita di Tagliacozzo, imboccare la A25 per Pescara e uscire ad Aielli - Celano (101 Km dal raccordo anulare). 
Prendere la statale a sin. in direzione di Collarmele e seguirla sempre fino a Castel di Ieri, superando Collarmele e il solitario, affascinante valico di Forca Caruso (1100 m) (circa 30 Km dall’uscita di Aielli - Celano).

Da nord e dalla fascia adriatica: raggiungere Pescara con la A14 e prendere la A25 in direzione Roma; uscire a Pratola Peligna - Sulmona (circa 50 Km. da Pescara). 
Seguire i cartelli in direzione di Raiano (prima a ds., subito dopo a sin. e poi ancora a ds.); attraversare l’abitato di Raiano in direzione di Castelvecchio Subequo, superando la selvaggia e bellissima Gola di San Venanzio; dopo Castelvecchio la statale raggiunge in breve Castel di Ieri (circa 20 Km dall’uscita di Pratola).

giovedì 16 gennaio 2014

La torre di Montegualtieri

Insieme all'antica torre di Sutrium, presso Bussi, la torre di Montegualtieri di Cermignano, in provincia di Teramo rappresenta un raro esemplare di torre a pianta triangolare in Abruzzo.
Dalle foto gentilmente concesse dagli amici di AEROMAPPE si apprezza la singolare forma, poco diffusa.

Percorrendo in discesa la Via del Torrione del ridente paesino di Montegualtieri, si può scorgere questo manufatto a forma di triangolo che si protende verso l’alto e che raggiunge un’altezza di circa 18 metri, fondendosi perfettamente con l’ambiente che la circonda.

La torre si erge in 18 metri di altezza da un robusto basamento a scarpa costruito di roccia sedimentaria di detriti sabbiosi, cementati tra loro dall’argilla, ed è rafforzato da rinforzi in mattoni; la cima è conclusa dal tipico impianto a sporgere su mensole a forma di becchi coronato da una serie di merli posti a intervalli regolari con grande cura per quanto riguarda il profilo costruttivo.

La torre fu sicuramente eretta come struttura di avvistamento e controllo sulla Valle del Vomano in epoca medioevale (fine XIII, inizi XIV sec.) e prende il nome, come il borgo intorno, da un duca Gualtieri che ne fu il possessore.


Posta su un costone roccioso, potenziata da contrafforti in mattoni, a dominio di un vasto territorio, costituiva un punto di riferimento valido nel sistema di avvistamento dell'intera vallata.

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(Suggestive foto con riprese aeree droni di AEROMAPPE telefono 3463217492.
Con droni radiocomandati è possibile effettuare scene mozzafiato come un film
e ogni tipo di riprese dall'alto per turismo, pubblicità, cultura ecc.ecc.
Un servizio ideale per spot pubblicitari, presentazioni aziendali, video matrimonio, rilievi)

Informazioni: 
 Municipio tel. 0861-66494
Come arrivare:
 A14 uscita Roseto; SS. 150 direzione Villa Vomano da Napoli: A1, uscita Caianello; seguire le indicazioni per Roccaraso/Sulmona, A25, A14

mercoledì 30 ottobre 2013

Casoli di Chieti: dove convive natura, arte e storia

La bellezza dell’Abruzzo a volte ti trafigge come un dardo di Cupido, anche solo attraversando un borgo, sorprendendoti dei panorami, delle case abbrunite dal tempo, di un’agricoltura antica che coniuga sapientemente produttività e piacere degli occhi.



Insomma, è lo sbalordimento di chi ama la sua terra e la vede come un incastro perfetto e quasi magico di pianure, colline e montagne.

Accade anche a Casoli di Chieti, antico villaggio fortificato nella valle del fiume Aventino e raccolto con le sue vetuste abitazioni attaccate al castello su di un colle affacciato sulla dorsale della Majella più aspra.
Arroccato sul bastione verde, pare un’astronave a fil di nubi.

Sotto vette prodigiose si estende anche una piccola pianura coltivata a girasoli e ulivi belli da mozzare il fiato.
I colori della terra, soprattutto in autunno, hanno i magici toni del marrone, ocra accesa e varie sfumature di verde.

Il paese si raggiunge affrontando un saliscendi di colline amene che dalla costa e i suoi abitati nuovi di cemento, portano fin sotto i picchi rocciosi.

Allontanandoci da grigliate, assembramenti e motori in strada, la vita pare più bella.
Casoli ha una storia più che millenaria.
È un concentrato di tracce che partono dalla preistoria, poi etrusche, romane, medievali e rinascimentali.

Da tempi antichissimi questo luogo ha, infatti, accolto importanti insediamenti abitativi e anche al turista frettoloso, quello del classico mordi e fuggi, offre forti emozioni.

Al visitatore non sfugge neanche la bonomia degli abitanti e la comoda lentezza di un piccolo paese in cui puoi guardarti intorno senza urgenze, cliccare istantanee, scambiare due parole con gli abitanti e fare un rapido viaggio nel tempo.

Tribù sannitiche hanno lasciato importanti resti del municipio creato dopo la guerra sociale avvenuta nella seconda metà del I secolo dopo Cristo, fra cui anche vestigia di secolari strutture termali che raccontano di un luogo ameno dove i Romani venivano a “passare le acque”.

Il tortuoso percorso che porta al castello ducale dove fu ospitato il vate Gabriele D’Annunzio, permette, inerpicandosi sulla collina, di scoprire vecchie viuzze dove il tempo pare essersi fermato.
Sono piccoli angoli segreti, autentiche gocce di medioevo.
Molti lungo il percorso sono gli edifici settecenteschi come i palazzi Tilli o De Vincentiis o ancora il De Cinque.

Se potessimo entrare, sicuramente scopriremmo stemmi gentilizi, stanze affrescate, raffinate scalinate.

La parrocchiale di Santa Maria Maggiore è aperta.
Qualcuno sta provvedendo alla pulizia.
M’intrufolo alla chetichella con passo felpato da cheyenne e scopro un bell’interno, impreziosito dal coro e da una bella tela cinquecentesca della Madonna del Rosario.

All’uscita incombe sulla mia testa l’imponente torre maggiore pentagonale del castello.
Affacciandosi dai muri perimetrali della fortificazione si ha la vista dell’Aventino e della valle del Sangro con sopra le montagne a circolo.

Non lontano c’è l’incantevole lago di S. Angelo, contornato da boschi di leccio tra straordinari scorci sulla Majella.
È un posto ideale per il birdwatching con un’antica torretta di avvistamento a difesa della valle.

Il castello ha l’ingresso a pagamento ma entrarci è importante, anche se alla fine sono un pochino deluso.

Ti aspetti comunque una sorta di Caronte all’ingresso e invece trovi una bella ragazza che, stendendoti il biglietto, regala suggerimenti di visita.
Le stanze del maniero parlano di D’Annunzio.

C’è anche in un angolo recondito una scrivania, dove pare che il Vate scrivesse rime.
Oggi c’è un piccolo gufo di legno dimenticato da qualcuno, forse antico talismano in grado di far emergere la vena artistica di chi lo tocca.

Il grande poeta fu ospitato più volte a fine ‘800, quando all’interno della rocca si costituì un importante cenacolo d’arte con incontri di elite tra pittori come Francesco Paolo Michetti di Francavilla, il musicista Francesco Paolo Tosti di Ortona, oltre a scultori e romanzieri.

E' utile ricordare che in ottobre viene celebrata ogni anno la grande festa dedicata a Santa Reparata, la patrona.

Nella chiesa a lei dedicata, dove si trova un bell'altare cinquecentesco e un tabernacolo a trittico su tavola di grande valore, si svolgono funzioni religiose e da lì parte la processione famosa delle "Conocchie", antica tradizione in cui i giovani sfilano in costumi tipici con in testa grandi conche piene di prodotti della terra.

Ora è tempo di muoversi.
C’è da visitare la Riserva Naturale del Lago di Serranella per osservare una delle zone umide più importanti d’Abruzzo.

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Arrivare a Casoli e al lago da Nord e da Sud:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara),
uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652 e seguire le indicazioni per Casoli.
Dalla città di Chieti: Prendere la SS 81 e seguire le indicazioni per Casoli.

martedì 8 ottobre 2013

I gioielli di Bominaco

L’altopiano di Navelli rimane uno dei luoghi più straordinari d'Abruzzo anche se l’uomo negli ultimi anni sta cercando di deturparlo con un orrido rigurgito di asfalto e cemento tra svincoli di accesso che farebbero pensare a vicine megalopoli anziché deliziosi paesini.



Borghi antichi si elevano sulla piana, dopo il sisma del 2009, semi abbandonati.
Nonostante tutto i grandi spazi e le distese verdi di mandorli resistono.
Ancora crescono gli orapi selvaggi, mentre intorno nessuno può togliere l’indimenticabile vista di monti e antichi abitati turriti.
Questa era il “fiume d’erba silente” della transumanza con le chiese tratturali, luoghi di sosta spirituale, i preziosi resti della romana Peltuinum e il romanico immortale di Bominaco.

La terra dello zafferano che un giorno veniva calcata dai misteriosi Guerrieri di Capestrano, quelli dal cappello a larga falda è un posto mitico nella regione.
Dovrebbe essere un luogo da conservare … dovrebbe.

Dovrebbe essere gridato il principio della intangibilità del patrimonio ambientale e artistico, dovrebbe essere fermato chi aspira a scippare la collettività del suo patrimonio di bellezza pervenuto dall’antichità.

E invece si continua a deturpare tutto con tappeti di bitume.
Questa era anche la terra dei Vestini, prima che giungessero anche qui, inesorabili, le legioni di Cesare.

Le imponenti mura raccontano della resa di un popolo che scomparve subito dopo, decimato da guerre e pestilenze.

Da Prata d’Ansidonia eccomi a sud, sulla statale 17 che mi porta a Bominaco e le sue case da poco meno di ottanta anime, nel territorio di Caporciano.

Oltre il paese c’è la splendida chiesa di Santa Maria Assunta con accanto il gioiello dell’Oratorio dedicato, chissà perché, all’abate San Pellegrino, contemporaneo di Cristo sconosciuto da queste parti.

In un comprensorio come quello aquilano dove da oltre quattro anni dal terremoto, è impossibile trovare una chiesa senza imbracature e puntelli, dove hanno chiuso nel cuore della città di Aquila, Collemaggio e San Berardino per pericoli di crolli, questo doppio tempio dell’anima è uscito indenne dal disastro.

E sì che l’abbazia del borgo medievale ha tutto simile a Santa Maria ad Cryptas nella vicina Fossa, chiesa che ha avuto seri danni in tutto il perimetro di struttura.

Dell’Oratorio che si trova proprio davanti al cancello d’ingresso di tutta la struttura immersa nel verde, ci sarebbe da dire tanto da riempire un libro: uno dei gioielli preziosi d’Abruzzo.

Ogni suo centimetro quadrato interno è affrescato mirabilmente come una sorta di Cappella Sistina.

Sui muri santi che inneggiano, un inedito calendario medievale simbolico a celebrare con tanto di segni zodiacali, il duro lavoro contadino nei mesi dell’anno e poi un grande San Cristoforo, oggetto di superstizione antica che lo vuole protettore contro le morti improvvise.

Affreschi di scuola abruzzese del XII secolo di maestranze artistiche che avrebbero imperversato in molte chiese dell’aquilano, opere di vasta dimensione che fanno gridare al miracolo per essere scampati miracolosamente alla terribile botta della terra.

Tant’è! Neanche altri terremoti, compreso quello distruttivo del settecento hanno scalfito la guerra di resistenza al tempo e noi non possiamo che gioirne.

Non so quanto ci sia di vero nel fatto che sia stato eretto da Carlo Magno.


Il grande condottiero avrebbe fatto elevare la basilica del Santo Liberatore a Majella, poi un altro considerevole numero di abbazie sparse in Abruzzo.
Non gli sarebbero bastati cento anni di vita nomade.

La chiesa che si trova subito dopo è fantastica nella sua semplicità di linee e colori.

Edificata fra l’ XI e il XII secolo stupisce per l’essenzialità della sua pianta rettangolare, le tre navate con eleganti colonne, le tre absidi, tipico delle basiliche romaniche e i capitelli diversi tra loro.

Ci sono da visitare, sulla collina circostante, i resti di un antica abbazia del mille, dipendenza della grande Farfa, con mura che si affacciano meravigliosamente sulla grande piana, tra distese arate, piccoli poderi, paesini fortificati.

La struttura, con castello annesso, fu rasa al suolo dalle indiavolate truppe di Fortebraccio da Montone, il famoso capitano di ventura nei primi anni del 400 durante la sanguinosa guerra tra Angioini e Aragonesi.

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La visita all’oratorio di S. Pellegrino e all’abbazia di S. Maria Assunta è consentita e garantita dalla custode signora Dora al numero di tel.: 0862.93765. 

Dall'Autostrada A24 (Roma-Teramo) uscire a L'Aquila est e proseguire in direzione San Demetrio-Fagnano Alto-Caporciano-Bominaco. 

Provenendo dall'autostrada A25 (Pescara-Torano) uscire a Bussi-Popoli, proseguire lungo la SS17 in direzione Navelli e seguire poi le indicazioni per Caporciano. 
Provenendo da Napoli invece, dall'autostrada A1, uscire a Caianello e seguire poi le indicazioni per Roccaraso - Sulmona - L'Aquila - Caporciano - Bominaco.

venerdì 20 settembre 2013

La torre triangolare a guardia della valle a Montegualtieri

“Fino a che non siamo chiamati ad alzarci, non conosciamo la nostra altezza, ma se ci alziamo davvero, arriva al cielo la nostra statura”. (E. Dickinson)

Non tutti sanno che nell’intero Abruzzo, le torri triangolari sono solamente due.

Uno di questi manufatti di origine altomedievale, denominato“Sutrium”, si trova a Bussi sul Tirino, non lontano da Santa Maria di Cartignano, dove rimangono solo pochi ruderi di una grande chiesa benedettina a tre navate, separate da arcate a tutto sesto, con pilastri quadrati e abside semicircolare.

L’altra torre si trova a pochi chilometri da Teramo e si presenta in tutta la sua magnificenza dopo un accurato restauro terminato nel 1976.

Ho deciso di raggiungerla!
È a pochi chilometri da casa.

Il borgo che ospita questa vedetta, Montegualtieri, frazione di Cermignano, è abbarbicato su di uno sperone roccioso a guardia della vallata del fiume Vomano, lungo il fianco di una delle tante colline.
Il minuscolo paese che oggi conta poco meno di cento abitanti, in origine aveva il nome di “Mons Sancti Angeli”, poi prese l'attuale denominazione da Gualtieri, signorotto che ne fu il possessore.

Dagli oltre diciotto metri di altezza della torre d’avvistamento, che poggia su di un basamento poderoso e alla sommità presenta una pregevole merlatura, è possibile ammirare un panorama grandioso che spazia dal Gran Sasso al mare.

La torre triangolare che dovrebbe risalire al Trecento e che ha pochi eguali in Italia, forse fu edificata così per ragioni logistiche, perché sufficiente con i suoi tre lati, a svolgere il compito di guardia alla valle.

Gli esperti tendono a giudicare poco probabili motivazioni di spazio o di tecnica costruttiva.
Questo fortilizio, insieme a Castelbasso, Castellalto e Morro d'Oro, era parte integrante della rete di comunicazioni ottiche per la difesa del territorio e garantiva un valido ed efficace sistema di
controllo.

Servì essenzialmente come postazione di avvistamento e di collegamento nel sistema difensivo.

Sotto di essa, nella vallata, passava la Salaria Caecilia, il cui percorso costeggiava Amiternum, nella piana di L'Aquila e raggiungeva anche Hatria, l'odierna Atri e poi la costa teramana.
In più, a lato del fiume Vomano c’era l’importante arteria che univa Ascoli Piceno con Penne, tra le più vetuste vie di comunicazione d’Abruzzo.

Internamente la torre di Montegualtieri era percorsa da una scalinata a chiocciola, in seguito distrutta da un fulmine che causò anche il crollo di uno spigolo della costruzione.

Le sue tre facce presentano contrafforti di diversa altezza, uno dei quali giunge fino alla sommità, dove un apparato sporgente delimita il cammino di ronda.
Le pareti presentano, oltre ai fori dei ponteggi, diverse altre aperture.
Si sa con certezza che per un lungo periodo, il manufatto fu di proprietà della nota famiglia dei Marchesi de Sterlich, signori di Cermignano e Castilenti, già proprietari negli anni venti della Torre di Cerrano a Pineto.

In seguito fu alienata da Diego de Sterlich Aliprandi, figlio di Adolfo, presidente del Senato del Regno d’Italia.
Era soprannominato il “marchese volante” per la sua irrefrenabile passione per la Maserati e per le gare automobilistiche che lo portarono a fondare l’autodromo di Monza e a confrontarsi con piloti come Nuvolari, Ferrari e Materassi.

La tradizione orale del popolo, attribuisce da secoli misteri e leggende alla torre di Montegualtieri che nasconderebbe nel suo interno, trabocchetti, sotterranei e persino un fantasma che negli anni ’60 terrorizzava gli abitanti dei dintorni con rumori infernali di catene trascinate.

Sarebbe stata l’anima sconsolata di una giovane e bellissima donna, moglie di uno dei tanti signori che ebbero potere su Cermignano e dintorni, che vagava nei luoghi della sua esistenza terrena.

Un giorno il marito, ossessionato dalla gelosia, la uccise trascinandola per i capelli e facendola precipitare dalla finestrella più alta della torre.

Alcuni camminamenti, scoperti negli anni ‘80 in diverse case più antiche del paese, farebbero supporre l’esistenza di un lungo cunicolo di fuga che dal piccolo castello, originariamente collegato alla torre, scendeva verso il fiume.

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Percorrere la S.S 150 Roseto degli Abruzzi- Montorio al Vomano, fino all'abitato di Castelnuovo. 
Svoltare in direzione Cermignano, Cellino Attanasio. 
Dopo il ponte sul fiume, girare a destra per Montegualtieri a cinque chilometri. 

giovedì 18 aprile 2013

Sul tetto d’Abruzzo. La rocca di Calascio!

I corvi dominano sulle mura, assediano quasi la torre cilindrica e i monconi di pietra bianca.

Un gheppio plana dolcemente su di un arbusto.
Il luogo evoca cruenti duelli all’arma bianca, un tempo teatro di battaglie, oggi luogo silente.

Per secoli la zona è stata di transito per monaci in viaggio verso la Baronia di Carapelle, imperatori padroni della vita e della morte del popolo, poveri pastori confusi tra le bestie.

Oggi é un luogo straordinario, immerso nel silenzio profondo.
Non c’è momento migliore dell’anno che la primavera per visitare la misteriosa Rocca di Calascio, una delle fortezze più alte d’Italia, a picco sulle valli del Tirino e della piana di Navelli, ai margini di Campo Imperatore, piccolo Tibet d’Abruzzo.

Le torme di turisti estivi sono lontane.
È il castello per eccellenza, nelle forme classiche del Quattrocento, quello che ogni bambino immagina nel suo mondo di fiabe.

Qui sono nate infinite pellicole medioevali tra le quali “Lady Hawke” con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauer, bellissima storia di due innamorati divisi per sempre da una terribile maledizione che trasformava di notte l’uomo in lupo e di giorno la donna in falco, impedendo ai due di vivere insieme.

Costruito intorno all’anno Mille, il castello ha i suoi momenti storici più importanti, negli anni dal 1480 al 1530, quando la famiglia Piccolomini realizzò quattro torri ricostruendo l’abitato distrutto da un furioso terremoto nel 1461.

Il nobile non era certo un mecenate.

Proprio sotto il borgo fortificato, passava un’arteria importantissima per l’economia locale: il tratturo Magno che collegava l’Abruzzo con tutto il Centro- Italia da Firenze a Napoli, determinando un flusso considerevole di commercio.

Fu così che il Duca Antonio, nipote di Papa Pio II, genero di Ferdinando Primo di Aragona, signore di Napoli, si stabilì in questo posto, lo stesso dove più tardi giunsero anche i Medici, Granduchi di Toscana.

Questa notevole opera militare, che ha ospitato condottieri come Riccardo d’Acquaviva e Carlo D’Angiò, vanta una torre centrale larga dieci metri, costruita impiegando una tecnica muraria particolare, dove i primi tre metri sono in muratura regolare, gli altri in pietra appena sbozzata.

La torre fu integrata più tardi dalla cortina muraria e da altre quattro torri cilindriche sorrette agli angoli da basamenti ancorati sulla nuda roccia.

C’è anche una chiesa che non ti aspetti, singolare e rinascimentale, in pianta ottagonale, fondata alla fine del ‘500 che, a una vista sommaria, sembrerebbe stonare con l’insieme ma che invece riesce a formare il classico valore aggiunto di pregevole fattura.

Tutto il territorio con i suoi aridi altipiani ha conservato il fascino di una landa antica in cui il tempo pare essersi fermato.

Per raggiungere questo posto incredibile, prendete l’autostrada per Roma, uscita Aquila Est, strada statale 17 direzione Pescara e poi, dopo diciotto chilometri girate a sinistra per Barisciano, strada provinciale per Calascio, tre chilometri tortuosi e in bilico su di una piana incredibile fin su la rocca.

Per chi ha piedi buoni, consiglio di salire scarpinando, così da gustare fino in fondo il panorama.

mercoledì 3 aprile 2013

Nel maniero di Vallinquina

A voler dipingere il panorama che s’incontra risalendo il Castellano, la tavolozza dovrebbe contenere tutti i colori della terra: il verde dei boschi, il bianco dell’acqua che scende dalle montagne, il marrone delle mandrie, il grigio delle pietre dei borghi.

Partendo da Teramo verso Campli e deviando per Macchia da Sole, di sopra delle gole del Salinello ci si dirige a Leofara, il regno dei castagni.
Imboccando la strada per Valle Castellana si scopre una bella contrada a 869 metri di altezza, che vanta secoli di storia dai tempi del brigantaggio fino all’ultima guerra mondiale.

Vallenquina, è un minuscolo borgo che nei secoli scorsi era conosciuto come Valle Equina, potestà di una delle famiglie teramane più antiche, i Bonifaci, che abitavano in un castello consistente in una trentina di vani con tanto di barbacani e feritoie.

La potente famiglia aprutina aveva un enorme numero di possedimenti e il loro stemma ghibellino dell’aquila richiamava quello degli svevi già presenti nel maniero di Manfredi, Re di Sicilia, in Macchia da Sole, oggi definito “Manfrino”.

Il luogo, che nel 1804 contava sessantasette abitanti, nel 1940 raggiunse la ragguardevole cifra di centoventi residenti.
Oggi è semi deserto e gli eredi dei Bonifaci sono sparsi in provincia tra Campli e Teramo.

Nel piccolo abitato c’è ancora una bella chiesetta, molto più antica del castello, edificata probabilmente ai tempi di Carlo V, sotto la dominazione spagnola e dedicata al culto di San Nicola.

Le campane di questo luogo sacro, sembra provenissero dal monastero di San Sisto, un tempo presente su di un colle vicino, abbandonato e distrutto dopo un enorme numero di incursioni di briganti senza scrupoli.

Le orde di tagliagole, che infestarono per lunghi anni il posto, non infierirono mai sugli abitanti dei paesi vicini.
Il loro odio era indirizzato alla ricca famiglia teramana.

I Bonifaci però, oltre che da casato, erano nobili anche d’animo, dato che era frequente il loro aiuto alle popolazioni più bisognose.
I banditi erano di solito a volto coperto per coprire l’identità, ma con l’avvento dei Repubblicani, fu scoperto che la bandana sul volto celava l’identità di gente del luogo, fra cui, capobanda, tal Felice Andrea Angelini, originario di Prevenisco, bellissimo villaggio vicino.

I nobili anche in quel frangente, dimostrarono di essere di gran cuore, evitando di divulgare i nomi dei briganti che tante volte avevano razziato e depredato le loro sostanze.

Per chi si rechi in questo luogo, basteranno pochi minuti per rendersi conto dell’enorme importanza che rivestiva anticamente questa terra di confine, transito per chi dalla zona della Vibrata, s’immetteva tra le due montagne gemelle e i ruderi dell’antica stazione romana Castrum Metella, verso l’ardua via per Antrodoco e poi Roma.

Un grande numero di paesi merita una visita, da Fornisco a Collegrato, da Settecerri a Valle Pezzata.
Si può concludere degnamente la gita con una bella mangiata a base di funghi porcini.