Dall'Area marina protetta del Cerrano al Parco nazionale Gran Sasso-Monti della Laga,
passando per l’Oasi dei calanchi di Atri e la Riserva naturale di Castel Cerreto.
Una distesa di pini d'aleppo, torti e nodosi. Rugosi come la figura canuta di un anziano intento al footing.
Gli uccelli, tra il verde fitto, sparano trilli sensazionali.
È un gran bel vedere, è un gran bel sentire.
Le biciclette sfrecciano sulla pista ciclabile che, dalla vicina frazione di Scerne porta alla torre di Cerrano, piccola appendice di quello che un giorno sarà, si spera, il “Corridoio Verde Adriatico” per due ruote, che arriverà fino a Vasto, nella bellissima area marina di Punta Aderci.
Se non ci fossero più in là i binari della ferrovia, l’albergo stile liberty, le ville e le case intonacate del rosa viola delle buganvillee del quartiere Corfù, potremmo definirla una natura selvaggia.
Se volete un’Irlanda di casa nostra.
Sono a Pineto, sul mare Adriatico del teramano. Guardo le acque color cobalto: sembrano solo un accessorio che dona all'insieme un’attrazione fatale e non mi accorgo che di là si sussegue, inosservato, il mondo.
Sarà per tutto questo che i turisti qui sono “stanziali”, tornano per innumerevoli estati.
Un concorso nazionale promosso dal Fondo Italiano per l’Ambiente dal nome emblematico: “I luoghi del cuore” ha decretato che, fra le zone verdi più votate d’Italia, un posto di rilievo sia occupato da questa meravigliosa pineta.
Orazio qui ci viene da una vita e mezza. Ancor prima che diventasse una riserva naturale marina presidiata da poliziotti a cavallo e attraversata da un nugolo di due ruote e da podisti sfreccianti.
Si dice felice che tutti finalmente abbiano scoperto questo che per lui è il posto più bello d’Italia.
Non so se è veramente il più bello ma ricco di suggestioni, questo sì. Natura e storia creano un binomio fantastico.
Io e lui abbiamo tanti ricordi magici di frequentazioni, con il Club Alpino Italiano, delle nostre meravigliose montagne.
“L’oasi - racconta- nella sua parte storica fu impiantato nel 1920 dal commendatore Luigi Corrado Filiani su terreni demaniali avuti in concessione nel territorio di Villa Filiani, frazione del comune di Mutignano. Fu allora che Villa Filiani cambiò il suo nome in Pineto, in onore alla celebre poesia di D'Annunzio, La pioggia nella pineta. Che storia, non credi”?
Mentre percorriamo a piedi questo sito incantevole Orazio, censisce, scherzosamente, tutte le piante.
“Le ho contate – ride divertito-, sono duemilaquattrocentodieci piante secolari, anche se la famosa nevicata del gennaio di alcuni anni fa ne ha distrutte parecchie”.
Di colpo torna serio e mi chiede se il parco del Cerrano ha qualcosa da invidiare al parco dei Trabocchi della costa teatina di cui tutti parlano.
Le colline regalano, nel frattempo, scorci incredibili tra campi e mare.
Davanti a noi ora si erge l’imponente torre.
Il sordo brusio del mare, i profumi della resina del bosco, la solitudine, sono sensazioni impagabili.
I pini mostrano, quasi orgogliosi, forme contorte dal vento.
La torre è uno tra i più imponenti fortilizi costieri rimasti in regione. Oggi ospita il Laboratorio di Biologia Marina della Provincia di Teramo.
Il manufatto, risalente al XVI secolo, insiste sul luogo dove, nel medioevo si trovava una delle tante posizioni di avvistamento come le torri di Martinsicuro, Alba Adriatica e Giulianova.
Qui sorgeva il porto Cerrano- Matrinus del periodo romano (I e II secolo d.C.).
Questi giganti sul mare si rivelarono una grande invenzione nel respingere il nemico e avvertire, con spari e altri mezzi rudimentali, le popolazioni dell'interno.
“Era qui l’antico punto di sosta, dove i pecorai si fermavano per far riposare i greggi lungo il tratturo teramano”.
L’amico mi parla del sentiero che da Crognaleto, nel cuore dei monti della Laga, i pastori percorrevano nella transumanza, attraversando Montorio al Vomano, Leognano, Basciano, Cermignano, Scorrano, Roseto degli Abruzzi, in quella che è ricordata dagli scrittori rosetani, Arnaldo Giunco e Luigi Braccili, come la “civiltà del dolore e della speranza”.
Che bello ripensare ai pescatori che s’incantavano a vedere il bianco delle pecore e i pastori a veder le barche. Che storia, ripensare agli scambi “culturali”di pesce e formaggio.
Da questi gemellaggi nascevano piatti gustosi come, ad esempio, i maccheroni alla chitarra al sugo di seppie ripiene di pecorino.
Mentre saluto Orazio, sfrego le mani contro la corteccia di un pino altissimo per portare via con me l’odore della resina. Una coppietta ride divertita. Per loro ecologia si sposa solo con effusione.
Questo è solo l'inizio di un percorso che permette di pedalare o di salire in auto, su di un crinale panoramico e ventilato con vista sul mare.
Il rumore della città con la sua esuberanza diventa subito un ricordo e si finisce in campagna, dove il silenzio pare caderti addosso, con tutto il tempo da dedicare a se stessi. Il traffico è quasi nullo.
È la proposta della settimana per vivere in maniera diversa il nostro territorio.
I membri del Coordinamento ciclabili teramane hanno battezzato questo percorso il Crinale degli Acquaviva, dal nome della potente famiglia che governò a lungo i borghi di mezzo Abruzzo teramano.
Da Pineto si punta verso Mutignano, un piccolo borgo d'arte a circa sei chilometri.
Il panorama sull'Adriatico e sui casali è fantastico.
Il borgo si caratterizza per i murales sulle facciate delle case aventi per tema scene di vita rurale.
Interessante la lapide con i nomi delle vittime delle bombe inglesi che, dalle colline di Atri sparavano contro i tedeschi posti a valle dell’abitato.
Alcune granate colpirono nove cittadini. Era il 24 marzo 1944.
Si pedala ora in discesa, riprendendo la S.P. 28 che sale nella città ducale.
S’incontra la Via di Fonte Canale con un caratteristico lavatoio e numerosi archi gotici e vasche.
Tutti conoscono Atri e i suoi gioielli, ma pochi sanno che questa città d’arte ha una parte ipogea che nasconde fontane antichissime, grotte scavate ai margini del paese e un ingegnoso sistema idraulico sotterraneo.
Il centro abitato è localizzato su tre piccoli colli denominati Maralto, di Mezzo e Muralto, a un’altezza di 445 metri e poggia quasi esclusivamente su conglomerati di tetto che, causa la loro notevole permeabilità, sono facilmente attraversati dall'acqua.
Tale caratteristica ha indotto le genti che occupavano in epoca preromana il territorio atriano a escogitare stratagemmi che sfruttassero tale prerogativa. Sono stati realizzati nel sottosuolo dei principali colli, cunicoli sotterranei destinati alla captazione e al convogliamento delle acque percolanti sorgive in zone di approvvigionamento che oggi corrispondono alle antiche fontane atriane.
Tali strutture, probabilmente di derivazione persiana, consistono in ingegnosi sistemi idraulici sotterranei che, sfruttando la natura geologica del terreno e l’inclinazione dei cunicoli, permettono il deflusso delle acque in punti di raccolta, le fontane appunto.
Sistemi simili sono stati rinvenuti in altre aree del bacino mediterraneo, possiamo, infatti, ricordare i “qanat” in Siria e in Giordania, i “karez” in Afganistan e Pakistan, i “foggara” in Nordafrica, i “khittara” in Marocco, le “gàllerias” in Spagna.
Non mancano esempi nella nostra penisola, a Fermo, a Chieti, Palermo e a Matera.
L’enorme e ramificata rete di cunicoli, cisterne, pozzi e fontane, presente sotto il centro storico di Atri, faceva parte di un unico grandioso sistema idrico di epoca preromana.
Uno degli ipogei più belli, presente poco fuori le mura cittadine, è quello delle “Grotte dei Sarracini” e delle “Macinelle”.
Si entra ora in Atri attraverso l’antica porta San Domenico (secolo XVI). Da notare l’interessante facciata di San Giovanni Battista (secolo XIV).
Una viuzza ad angolo catapulta nella Piazza Duchi d’Acquaviva, con il caratteristico palazzo.
È possibile scoprire il centro Oasi dei calanchi, dove la vista spazia dall'Adriatico alla Majella e al Gran Sasso.
Non tutti sanno che i calanchi possono essere visitati salendo a cavallo e percorrendo una splendida ippovia, tra insoliti scenari.
Contro il cielo, le sagome dei dirupi di creste nude destano meraviglia.
L’itinerario si snoda tra voli di piccoli rapaci, canne che frusciano al vento e dolci pianori invitanti denudati da secoli di pascolo. Probabilmente una giornata da incorniciare in cui l’uomo si ricongiunge alla natura.
Come uno scenario immutato da secoli, le bolge da inferno dantesco disegnano la genesi dei paesaggi argillosi, avvinghiandosi alla vegetazione a fondo valle e convivendo a fatica con il lavoro e gli interessi dell’uomo.
Ai lati, sovente, si aprono ampi burroni con ripidi versanti spogli che di colpo si colorano grazie a piante di carciofi selvatici, ginestre, biancospini e rose canine. I calanchi, aspri e maestosi, appaiono in tutta la loro potenza, impercorribili e indomabili.
La sensazione di libertà che il cavallo sa dare, ben si concilia con queste colline dolci, rigate da campi di erba medica, che d’improvviso paiono comprimere il senso dello spazio, rivelando paesaggi disegnati dal rasoio brutale dell’uomo.
La Riserva naturale regionale dei calanchi di Atri si è dotata di una straordinaria e naturale arteria di collegamento del territorio, una ciclo ippovia di poco meno di trenta chilometri, che dà la possibilità di vivere in assoluta tranquillità le meraviglie di un territorio dove la potenza trionfante della natura è parte essenziale della grandezza del creato e, dove le impronte digitali di Dio sono disseminate ovunque.
Per continuare il percorso degli Acquaviva, si pedala verso il borgo incastellato di Cellino Attanasio, tra storia, arte, enogastronomia. Qui l’armonia delle testimonianze artistiche s’immerge nel silenzio della campagna.
Dal belvedere del paese, la vista spazia su un finimondo di colline simili a un mare reso pazzo da improvvisi cambi di vento.
La possente torre con le sue pietre racconta storie antiche.
Il manufatto cilindrico in laterizio, dai merli guelfi non originali, domina il paesaggio.
Alcuni monconi di mura di una seconda torre sono ciò che resta della fantastica cortina muraria innalzata dopo che l’antico feudo degli Acquaviva fu piegato nel quattrocento, cadendo sotto i colpi di un assedio senza precedenti.
Matteo di Capua, al servizio degli Aragonesi, combatté contro il duca di Atri, Giosia Acquaviva che aveva osato sfidare i potenti, rifugiandosi, disperato, nel borgo.
Da poco questo notevole esempio di architettura militare medievale è stato oggetto d’interventi per scongiurare problemi di staticità.
Lungo i meandri dell’abitato diventa impossibile per il visitatore non amare profondamente quella incredibile unione di quotidianità e senso comune del bello.
In fondo al viale d’ingresso, dedicato a Luigi di Savoia, c’è la chiesa madre di Santa Maria la Nova.
Risalente al trecento, la parrocchiale fu modificata nell'ottocento, a causa del crollo delle volte.
Da scoprire il portale quattrocentesco di Matteo Capro, napoletano innamorato dei nostri luoghi tanto da lasciare altre opere in paesi di montagna.
All'interno del tempio, che in origine era a tre navate e oggi ne conta una in meno, c’è un tesoro diffuso: un cero pasquale datato 1383, con un serpeggiante tralcio di vite tra foglie e pigne, un coro ligneo, un tabernacolo in pietra del tardo quattrocento, un ricco altare barocco. Nel cuore delle case, superata la piazza dedicata al naturalista Rubini, si raggiunge lo slargo di S. Antonio, dove si affaccia la chiesa dedicata al santo di Assisi, Francesco, inglobata singolarmente alla struttura di un altro torrione.
Chi vuole percorrere solo un tratto di questo meraviglioso itinerario, ogni tanto trova un bivio per il fondovalle del Vomano.
Continuando s'incontra Cermignano, sede di un antico castello. Dal suo belvedere si ammira il bacino del Piomba e una scultura commemorativa ai caduti della Patria, realizzata nel 1922 dal teramano Pasquale Morganti.
Si può scendere a Montegualtieri per una visita alla torre triangolare e al vecchio mulino di Maiorino Francia, lungo il Vomano, risalente al 1868.
Altra meta è Penna Sant'Andrea, il paese del Laccio d’amore.
Volendo proseguire sul crinale, si raggiunge la località Monte Giove dove furono trovati resti archeologici dell’Età del Ferro.
È possibile visitare la Riserva naturale di Castel Cerreto, proseguire per Colledoro e Isola del Gran Sasso o recarsi a Ronzano e la sua abbazia.
Buon viaggio!
Cerca nel blog
Visualizzazione post con etichetta colline teramane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta colline teramane. Mostra tutti i post
domenica 1 maggio 2016
Sul Crinale degli Acquaviva... Un percorso turistico da percorrere in bici ma anche in auto!
Etichette:
Atri,
Città d'Arte,
colline teramane,
Mare Adriatico,
oasi dei Calanchi,
paesi in collina,
Parco Regionale dei Calanchi,
percorsi su due ruote,
Pineto,
Provincia di Teramo
mercoledì 12 novembre 2014
Il gioiello campestre di Santa Maria de Praedis
Il silenzio è avvolgente.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.
La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.
Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.
Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.
Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.
A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.
È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.
La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.
Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.
All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.
Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.
Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.
In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.
Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.
Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!
Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.
Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.
Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.
Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.
Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.
La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.
Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.
Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.
Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.
A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.
La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.
Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.
All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.
Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.
Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.
In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.
Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.
Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!
Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.
Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.
Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.
Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.
Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.
Etichette:
arte sacra,
Chiese d'Abruzzo,
chiese da riscoprire,
Chiese della Provincia di Teramo,
colline teramane,
luoghi dell'anima,
pievi antiche,
storia di Teramo,
Teramo
giovedì 4 aprile 2013
I Guerrieri e i Turchi di Villa Ripa
(Un sincero grazie per la preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis).
Scoprii Villa Ripa attraverso una ricerca inedita di Angelo Fabiocchi, suo abitante entusiasta, dove si parlava del simbolo di questo piccolo borgo a pochi chilometri da Teramo: due palazzi di altrettante famiglie facoltose, i Guerrieri ed i Turchi che aprivano e chiudevano l’abitato, a simboleggiare il dominio dei signorotti sul popolo.
Oggi la dimora Guerrieri si trova quasi al centro del paese in Largo San Martino e le fa da completamento, una grossa costruzione situata di fronte al palazzo stesso e che si allunga, per una ventina di metri, verso est fiancheggiando, da un lato, la chiesa parrocchiale.
Essa era adibita a cantina, ci dice la ricerca del signor Angelo, dove la ricca famiglia ammassava, dentro grossi botti, centinaia di ettolitri di vino che i vari contadini (quasi un centinaio) producevano nelle loro masserie.
I palazzi Guerrieri e Turchi sono di origini molto antiche, sicuramente tra i primi a essere stati edificati.
Il primo fu ampliato intorno agli ultimi anni del '700 ad opere del sacerdote Don Giacinto Guerrieri.
Dalla parte opposta della canonica, verso est, vi è la zona nuova del paese con costruzioni moderne che fiancheggiano una più ampia via chiamata "strada delle Fornaci”.
Negli ultimi anni dell’800 fu sostituita dall’arteria che oggi percorre un tragitto più ampio ma comodo.
La chiesina, edificata nel 1607, è stata ristrutturata nell'ottobre del 1968 assumendo l'aspetto attuale.
Del tempio originale di S. Martino, purtroppo, non vi è più traccia se non nei muri perimetrali.
Sulla facciata della chiesa è posta una Madonnina.
La targa indica che fu collocata dall'Azione Cattolica in occasione dell'anno santo 1950.
All’attualità la parrocchia conta circa centottanta famiglie per un totale di settecentocinquanta anime.
Fuori dal paese merita una visita la ripida via della Fonte Vecchia, molto utilizzata fino all'ottobre del 1935, quando arrivò in paese l'acqua potabile ad opera della Società Acquedotto del Ruzzo.
Alcuni abitanti si sono impegnati anni fa per riportare alla luce la fontana coperta dai calcinacci di una discarica abusiva.
Da qui è possibile, di fronte, nell'altra parte del Tordino, osservare l'edificio della Motorizzazione.
Nel sottostante greto del fiume di fronte a Villa Butteri, c'è il Ponte di Turchi a tre arcate di cui una crollata circa quarant’anni fa e, vicino, il Mulino di Turchi funzionante fino agli anni ‘60, al quale era annesso un frantoio ed una macchina per selezionare l’erba.
Scrive ancora Angelo Fabiocchi:
Della famiglia dei Turchi si hanno le prime notizie a partire dalla fine del 1500 ma non sappiamo se sono originari del paese, comunque da quella data hanno abitato stabilmente a Villa Ripa nel loro palazzo, situato in largo Turchi, tenendo conto che avevano grossi possedimenti nella nostra zona.
Era di loro proprietà l’attuale mulino (funzionante fino agli anni ’60) con annesso il frantoio ed una macchina per selezionare l’erba (ora tutto diroccato) sul Tordino in località "Contrada della Marchesa"; di tutto lo stabile si ha notizie già dai primi anni del ‘700.
Il ponte che si trova a qualche metro dal mulino è chiamato " il ponte di Turchi" e molto probabilmente venne costruito da questa famiglia visto che la maggior parte dei terreni confinanti col fiume era di loro proprietà.
Il 23 Giugno 1858 , la vigilia di San Giovanni la sera, verso le ore 20, il ponte di Turchi (si tratta del vecchio ponte precedente a quello ancora esistente che da Villa Ripa porta a Villa Butteri e quindi a Montorio, passando per Frondarola) "fu dalla propria piena del Tordino scarpito e demolito portando la grossa vena, su cui era piantato, sotto le ripe di Cellone (nomignolo di una famiglia di Villa Butteri da cui aveva preso il nome il burrone dalla parte di detto paese) per quanto il fiume era gonfio, che le acque penetrarono dentro il molino rovinando le macine, una porta del molino fu dall'acqua cacciata e l'acqua stessa toccava i coppi del trappito”.
Scoprii Villa Ripa attraverso una ricerca inedita di Angelo Fabiocchi, suo abitante entusiasta, dove si parlava del simbolo di questo piccolo borgo a pochi chilometri da Teramo: due palazzi di altrettante famiglie facoltose, i Guerrieri ed i Turchi che aprivano e chiudevano l’abitato, a simboleggiare il dominio dei signorotti sul popolo.
Oggi la dimora Guerrieri si trova quasi al centro del paese in Largo San Martino e le fa da completamento, una grossa costruzione situata di fronte al palazzo stesso e che si allunga, per una ventina di metri, verso est fiancheggiando, da un lato, la chiesa parrocchiale.
Essa era adibita a cantina, ci dice la ricerca del signor Angelo, dove la ricca famiglia ammassava, dentro grossi botti, centinaia di ettolitri di vino che i vari contadini (quasi un centinaio) producevano nelle loro masserie.
I palazzi Guerrieri e Turchi sono di origini molto antiche, sicuramente tra i primi a essere stati edificati.
Il primo fu ampliato intorno agli ultimi anni del '700 ad opere del sacerdote Don Giacinto Guerrieri.
Dalla parte opposta della canonica, verso est, vi è la zona nuova del paese con costruzioni moderne che fiancheggiano una più ampia via chiamata "strada delle Fornaci”.
Negli ultimi anni dell’800 fu sostituita dall’arteria che oggi percorre un tragitto più ampio ma comodo.
La chiesina, edificata nel 1607, è stata ristrutturata nell'ottobre del 1968 assumendo l'aspetto attuale.
Del tempio originale di S. Martino, purtroppo, non vi è più traccia se non nei muri perimetrali.
Sulla facciata della chiesa è posta una Madonnina.
La targa indica che fu collocata dall'Azione Cattolica in occasione dell'anno santo 1950.
All’attualità la parrocchia conta circa centottanta famiglie per un totale di settecentocinquanta anime.
Fuori dal paese merita una visita la ripida via della Fonte Vecchia, molto utilizzata fino all'ottobre del 1935, quando arrivò in paese l'acqua potabile ad opera della Società Acquedotto del Ruzzo.Alcuni abitanti si sono impegnati anni fa per riportare alla luce la fontana coperta dai calcinacci di una discarica abusiva.
Da qui è possibile, di fronte, nell'altra parte del Tordino, osservare l'edificio della Motorizzazione.
Nel sottostante greto del fiume di fronte a Villa Butteri, c'è il Ponte di Turchi a tre arcate di cui una crollata circa quarant’anni fa e, vicino, il Mulino di Turchi funzionante fino agli anni ‘60, al quale era annesso un frantoio ed una macchina per selezionare l’erba.
Scrive ancora Angelo Fabiocchi:
Della famiglia dei Turchi si hanno le prime notizie a partire dalla fine del 1500 ma non sappiamo se sono originari del paese, comunque da quella data hanno abitato stabilmente a Villa Ripa nel loro palazzo, situato in largo Turchi, tenendo conto che avevano grossi possedimenti nella nostra zona.
Era di loro proprietà l’attuale mulino (funzionante fino agli anni ’60) con annesso il frantoio ed una macchina per selezionare l’erba (ora tutto diroccato) sul Tordino in località "Contrada della Marchesa"; di tutto lo stabile si ha notizie già dai primi anni del ‘700.
Il ponte che si trova a qualche metro dal mulino è chiamato " il ponte di Turchi" e molto probabilmente venne costruito da questa famiglia visto che la maggior parte dei terreni confinanti col fiume era di loro proprietà.
Il 23 Giugno 1858 , la vigilia di San Giovanni la sera, verso le ore 20, il ponte di Turchi (si tratta del vecchio ponte precedente a quello ancora esistente che da Villa Ripa porta a Villa Butteri e quindi a Montorio, passando per Frondarola) "fu dalla propria piena del Tordino scarpito e demolito portando la grossa vena, su cui era piantato, sotto le ripe di Cellone (nomignolo di una famiglia di Villa Butteri da cui aveva preso il nome il burrone dalla parte di detto paese) per quanto il fiume era gonfio, che le acque penetrarono dentro il molino rovinando le macine, una porta del molino fu dall'acqua cacciata e l'acqua stessa toccava i coppi del trappito”.
Un castello importante alle porte di Teramo!
Frondarola è un borgo delle colline teramane da dove si gode una spettacolare vista sull'intera catena del Gran Sasso
Anni fa, il professor Quirino Iannetti, studioso di storia, definì questo borgo secolare “il castello più importante alle porte di Teramo”.
L’antico “Fornarolo” ancora oggi è crocevia tra mare e monti.
Il paese a 458 metri, variò più volte il suo nome nei secoli, in Forarolo, Frontariolo, Frondarola e si presentò nel primo documento pubblico, in un atto di donazione che il conte Trasmondo di Siffredo faceva del castello alla chiesa aprutina, nel 1076.
Il nome del borgo derivava da “Furnus” (famiglia di edili, amministratori della città di Teramo) e da “Arola” (piccola terra).
Quando l’Interamnia fu messa a ferro e fuoco nel 1156 dalle soldataglie del Loretello, i nobili si rifugiarono nelle campagne.
I Melatini, tra le famiglie più potenti della città, si trasferirono nel piccolo abitato e nell’anno 1341 ne divennero i feudatari.
Nell’anno 1371 Matteo di Roberto, della stessa famiglia diede mano alla costruzione di una rocca.
Nel 1424 il paese divenne feudo di un’altra grande famiglia, gli Acquaviva di Atri.
Alcuni facinorosi si rifugiarono a Frondarola iniziando a molestare la città di Teramo.
Le truppe teramane provarono a dare loro una lezione, ma furono sconfitti.
Ecco cosa si legge da uno stralcio pubblicato da don Giulio Di Nicola su «Paesi d’Abruzzo»:
“Il 7 aprile 1459 in Teramo gran pianto e rammarichi perciocché essendo andati alcuni giovani per comandamento del Magistrato ad espugnare la rocca di Frondarola (spelonca ed asilo di scellerati) ebbe lacrimoso esito. Perciocché molti di loro furono uccisi, i nomi de’ quali si tacciono ne’ libri, onde ho cavato quello che vi racconto …”.
Don Giulio scrive anche che:
“… In seguito i teramani si presero la rivincita espugnando il castello e saccheggiando il paese. Grande fu la rovina in quanto nel 1462 s’implorò la franchigia da tributi e tasse.
Il 5 marzo 1470 il re Ferdinando II d’Aragona concedeva Frondarola alla città di Teramo con piena facoltà di conservare o distruggere il castello.
I teramani decisero di radere al suolo la rocca in quanto ritenuta covo di fuorusciti teramani.
Al termine della guerra tra francesi e aragonesi, nel 1505, Frondarola, insieme ad altre ventisette frazioni, dovette ritornare sotto Teramo.
È interessante visitare la parrocchiale del S.S. Salvatore nella quale sono stati fatti numerosi lavori di restauro, in particolare del soffitto ligneo negli anni '60.
Il tempio si presenta come una grande “T” a unica navata con due altari in stucco le cui origini risalirebbero al XIII secolo, oggi rimaneggiati.
L’altare di sinistra è dedicato alla Madonna del Rosario e su di esso si trova una pregevole tela della Vergine databile ai primi anni del 1600.
All’Addolorata è dedicato l’altare di destra, dove si trova anche una bella statua di Santa Rita.
Si hanno notizie della chiesa fin dal 1683.
(Grazie per la gentile e preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis).
Anni fa, il professor Quirino Iannetti, studioso di storia, definì questo borgo secolare “il castello più importante alle porte di Teramo”.
L’antico “Fornarolo” ancora oggi è crocevia tra mare e monti.
Il paese a 458 metri, variò più volte il suo nome nei secoli, in Forarolo, Frontariolo, Frondarola e si presentò nel primo documento pubblico, in un atto di donazione che il conte Trasmondo di Siffredo faceva del castello alla chiesa aprutina, nel 1076.
Il nome del borgo derivava da “Furnus” (famiglia di edili, amministratori della città di Teramo) e da “Arola” (piccola terra).
Quando l’Interamnia fu messa a ferro e fuoco nel 1156 dalle soldataglie del Loretello, i nobili si rifugiarono nelle campagne.
Nell’anno 1371 Matteo di Roberto, della stessa famiglia diede mano alla costruzione di una rocca.
Nel 1424 il paese divenne feudo di un’altra grande famiglia, gli Acquaviva di Atri.
Alcuni facinorosi si rifugiarono a Frondarola iniziando a molestare la città di Teramo.
Le truppe teramane provarono a dare loro una lezione, ma furono sconfitti.
Ecco cosa si legge da uno stralcio pubblicato da don Giulio Di Nicola su «Paesi d’Abruzzo»:
“Il 7 aprile 1459 in Teramo gran pianto e rammarichi perciocché essendo andati alcuni giovani per comandamento del Magistrato ad espugnare la rocca di Frondarola (spelonca ed asilo di scellerati) ebbe lacrimoso esito. Perciocché molti di loro furono uccisi, i nomi de’ quali si tacciono ne’ libri, onde ho cavato quello che vi racconto …”.
Don Giulio scrive anche che: “… In seguito i teramani si presero la rivincita espugnando il castello e saccheggiando il paese. Grande fu la rovina in quanto nel 1462 s’implorò la franchigia da tributi e tasse.
Il 5 marzo 1470 il re Ferdinando II d’Aragona concedeva Frondarola alla città di Teramo con piena facoltà di conservare o distruggere il castello.
I teramani decisero di radere al suolo la rocca in quanto ritenuta covo di fuorusciti teramani.
Al termine della guerra tra francesi e aragonesi, nel 1505, Frondarola, insieme ad altre ventisette frazioni, dovette ritornare sotto Teramo.
È interessante visitare la parrocchiale del S.S. Salvatore nella quale sono stati fatti numerosi lavori di restauro, in particolare del soffitto ligneo negli anni '60.
Il tempio si presenta come una grande “T” a unica navata con due altari in stucco le cui origini risalirebbero al XIII secolo, oggi rimaneggiati. L’altare di sinistra è dedicato alla Madonna del Rosario e su di esso si trova una pregevole tela della Vergine databile ai primi anni del 1600.
All’Addolorata è dedicato l’altare di destra, dove si trova anche una bella statua di Santa Rita.
Si hanno notizie della chiesa fin dal 1683.
(Grazie per la gentile e preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis).
Iscriviti a:
Post (Atom)















