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domenica 7 aprile 2013

La Beverly Hills della Laga!

Se c’è un paese del teramano dove le contraddizioni sono ad ogni curva questo è San Vito, una sorta di Beverly Hills, sperduta fra i monti della Laga.

Non può sembrare diversamente a chi ci arriva scendendo nella valle del Castellano attraverso la stazione sciistica di San Giacomo.


Tra case antiche e solitudine appaiono, improvvise, due ville con piscina, viale con giardino e architetture post moderno.

Cosa incredibile per un luogo che pensi sia abitato solo da pastori.
Il paese è dedicato al santo guaritore che nei tempi antichi veniva invocato per scongiurare il morso delle bestie velenose e idrofobe o per guarire dalle convulsioni del “ballo di San Vito”, sorta di epilessia che prende soprattutto i giovani.

In questo borgo, nel fianco della montagna, è stata costruita una scalinata con duecento gradini sulla cui sommità, il pellegrino trova una gigantesca statua in marmo dell’Immacolata con le braccia aperte.

L’opera sembra fare il verso e scusate l’accostamento irriverente, alla famosa statua del Cristo sopra il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro.

Quest’omaggio alla devozione mariana fu realizzato nel 1987, anno dedicato alla Vergine Maria e, per l’occasione, giunse nel piccolo abitato, un arcivescovo da Roma per l’inaugurazione, con “un anello che sembrave nu riccone”, racconta Oreste, un signore del luogo, “ma non ha sallite li gradini pecchè ngliela faceve, l’ha benedetta da sotte”.

Il costo dell’opera fu di 400 milioni del vecchio conio, cospicua somma che fu elargita da Primo e Secondo Di Giacomo, (esisterebbe anche un terzo figlio ma per fortuna l’hanno chiamato Giuseppe).
L’anziano padre tornò a S. Vito anni fa, dopo essere stato a lungo in America a Philadelphia.

Era quasi fuggito dal paesino negli anni ‘50, povero in canna, uno dei tanti in cerca di fortuna.
Nel Nuovo Mondo il successo arrise a questa famiglia di umili origini producendo ravioli, timballi e altre specialità teramane.
Da buoni emigranti non hanno dimenticato il piccolo borgo e, hanno ringraziato la Madonna in questo modo un po’eclatante.

“Giuvanò, qua Teramo non sà manco che esiste San Vite”, urla un signore che gioca a tressette nel minuscolo bar dell’ancor più piccola piazza.

Nei pressi del borgo ancora oggi esistono delle cave di travertino.

Un anziano racconta di aver contribuito alla realizzazione della costruzione della diga di Talvacchia in calcestruzzo, la cui base ha uno spessore di ben 28 metri!

La parrocchiale ha una torre campanaria, antico manufatto di avvistamento, che pende quasi come quella di Pisa.
La chiesa è stata ristrutturata e snaturata nel suo pavimento originario in travertino e nell’altare.
Gli abitanti non riescono a digerire questo boccone amaro.

Una signora se la prende con il vecchio parroco che avrebbe permesso questo scempio della storia.

Il tempio ha una struttura risalente alla prima metà del XII secolo e all’interno c’è un crocefisso in legno policromo del XVI secolo, di cui si ignora l’autore.

La parte interessante è naturalmente quella originaria in pietra di arenaria.

L’Amministrazione laica di San Vito dipende dalla Provincia di Teramo, quella religiosa dalla Diocesi di Ascoli Piceno.

mercoledì 3 aprile 2013

Nel maniero di Vallinquina

A voler dipingere il panorama che s’incontra risalendo il Castellano, la tavolozza dovrebbe contenere tutti i colori della terra: il verde dei boschi, il bianco dell’acqua che scende dalle montagne, il marrone delle mandrie, il grigio delle pietre dei borghi.

Partendo da Teramo verso Campli e deviando per Macchia da Sole, di sopra delle gole del Salinello ci si dirige a Leofara, il regno dei castagni.
Imboccando la strada per Valle Castellana si scopre una bella contrada a 869 metri di altezza, che vanta secoli di storia dai tempi del brigantaggio fino all’ultima guerra mondiale.

Vallenquina, è un minuscolo borgo che nei secoli scorsi era conosciuto come Valle Equina, potestà di una delle famiglie teramane più antiche, i Bonifaci, che abitavano in un castello consistente in una trentina di vani con tanto di barbacani e feritoie.

La potente famiglia aprutina aveva un enorme numero di possedimenti e il loro stemma ghibellino dell’aquila richiamava quello degli svevi già presenti nel maniero di Manfredi, Re di Sicilia, in Macchia da Sole, oggi definito “Manfrino”.

Il luogo, che nel 1804 contava sessantasette abitanti, nel 1940 raggiunse la ragguardevole cifra di centoventi residenti.
Oggi è semi deserto e gli eredi dei Bonifaci sono sparsi in provincia tra Campli e Teramo.

Nel piccolo abitato c’è ancora una bella chiesetta, molto più antica del castello, edificata probabilmente ai tempi di Carlo V, sotto la dominazione spagnola e dedicata al culto di San Nicola.

Le campane di questo luogo sacro, sembra provenissero dal monastero di San Sisto, un tempo presente su di un colle vicino, abbandonato e distrutto dopo un enorme numero di incursioni di briganti senza scrupoli.

Le orde di tagliagole, che infestarono per lunghi anni il posto, non infierirono mai sugli abitanti dei paesi vicini.
Il loro odio era indirizzato alla ricca famiglia teramana.

I Bonifaci però, oltre che da casato, erano nobili anche d’animo, dato che era frequente il loro aiuto alle popolazioni più bisognose.
I banditi erano di solito a volto coperto per coprire l’identità, ma con l’avvento dei Repubblicani, fu scoperto che la bandana sul volto celava l’identità di gente del luogo, fra cui, capobanda, tal Felice Andrea Angelini, originario di Prevenisco, bellissimo villaggio vicino.

I nobili anche in quel frangente, dimostrarono di essere di gran cuore, evitando di divulgare i nomi dei briganti che tante volte avevano razziato e depredato le loro sostanze.

Per chi si rechi in questo luogo, basteranno pochi minuti per rendersi conto dell’enorme importanza che rivestiva anticamente questa terra di confine, transito per chi dalla zona della Vibrata, s’immetteva tra le due montagne gemelle e i ruderi dell’antica stazione romana Castrum Metella, verso l’ardua via per Antrodoco e poi Roma.

Un grande numero di paesi merita una visita, da Fornisco a Collegrato, da Settecerri a Valle Pezzata.
Si può concludere degnamente la gita con una bella mangiata a base di funghi porcini.

giovedì 14 marzo 2013

Nel cuore del mito: Le storie fantastiche del Manfrino!

I raggi del sole che penetrano nelle ombre scure dei tronchi di alberi secolari, riportano alla mente le fiabe dei nonni.

Siamo sopra la gola del Salinello, tra la montagna di Campli e quella dei Fiori.
L’arrotondata cima di monte Girella sembra di una monumentale perfezione, con un piccolo raggio di luce vivida di sole che esalta all’altro lato il monte Foltrone sullo sfondo.

Il sole sembra aver abbandonato questi monti e la sottile nebbia che li avvolge dona un senso di misterioso all’insieme.
Le grotte sotto il mitico Castel Manfrino, punteggiano le strette pareti e raccontano storie incredibili di anacoreti che per lunghi anni hanno vissuto in privazione e preghiera travalicando la sopportazione umana e dando un senso compiuto alla Torah e alla sua essenza inafferrabile.

Le mute pietre della rocca riflettono gli ultimi strali di fuoco rievocando racconti di streghe e diavoli, negromanti e spiriti perversi, animali fantastici e cavalieri erranti, folletti e licantropi.

Tante le leggende fiorite su questi nobili ruderi come quella che racconta dell’erezione dei muri di cinta di quest’antico castello, oggi diroccato e a picco sulle gole, da parte di esseri umani di proporzioni gigantesche, i mitici Paladini di Francia.

Il re Manfredi volle il luogo inespugnabile, preoccupato da una possibile invasione, dalle attuali Marche, dei temibili Angioini.
Era, questo passo tra i monti, di notevole importanza strategica per chi, proveniente da Roma e Antrodoco, attraverso l’antica stazione romana Castrum Metella intendesse giungere al mare adriatico.
Il sottosuolo della collina, dove sorgono i resti del forte, ha restituito spesso monete, statuette, monconi di capitelli e pezzi di lapide.

Qui sono passati tribù italiche, Romani, Longobardi e via, via tutti i popoli che sono entrati in Abruzzo, permettendo il commercio del sale e di altri beni preziosi e consentendo l’arrivo di tanti abati trasformatisi poi in eremiti.
Tutto ciò stride con il senso di solitudine in cui versa oggi la zona.

Tanti hanno alimentato leggende stupefacenti raccontando di essersi imbattuti in demoni orrendi dalla forza inaudita o nauseanti “mazzmarill” roteanti assurdamente fianchi e manine.

In un vecchio libro sulle leggende abruzzesi, si riporta l’antica credenza che, nelle notti di luna piena, spesso tra le pietre del castello diroccato, si svolgano furiose battaglie tra cavalieri fantasma; spettri di guardia mozzerebbero le mani agli umani che cercherebbero di assistervi.

Le grotte sotto i resti del castello sembra abbiano, nel corso dei secoli, ospitato anche esorcisti e guaritori.
Si trattava di asceti che riuscivano a guarire, secondo le credenze popolari, dalle presenze demoniache, con strani rituali purificatori.
Questa tesi sarebbe avvalorata dalla scoperta di piccole nicchie con tracce di antichi affreschi, dove erano consumati tali riti.

In questa valle San Francesco, che la tradizione vuole sia passato nel 1215, dimorando alcuni giorni in un anfratto della parete nord del Foltrone, mentre tornava al suo giaciglio dopo aver predicato nel villaggio vicino, fu aggredito da una moltitudine di pidocchi inviati dal malvagio che vigilava dall’altra parte della gola.

Il poverello d’Assisi puntò il suo vincastro facendo partire una folgore che, colpendo in fronte Satana, lo fece precipitare lungo l’alveo del fiume, uccidendolo sul colpo.
A riprova di ciò ci sarebbe una pietra, dove il santo si poggiò in cui sono evidenti le impronte delle mani e dei piedi e un grande foro nel punto in cui il maligno precipitò.

Nel fondo della gola, dove il fiume si presenta più tumultuoso, narrano ci sia un enorme macigno che bloccherebbe una cavità naturale, al cui interno si nasconderebbe un tesoro in monete d’oro, rame e argento.

Il bottino, la cui proprietà risalirebbe al Re Manfredi, sovrano del castello di Macchia, sarebbe custodito da una splendida fata vestita di bianco che, quasi una sorta di Penelope, tesse e disfa la lana in continuazione.

Edordo Micati, nel suo libro sugli eremi della montagna teramana, parla di un monaco che se ne sta nel fondo della grotta dritto e in silenzio in attesa del comando della bianca signora.


Diversi cava tesori, nel corso dei secoli, hanno provato a impossessarsi dell’ambito mucchio di monete, perdendo sciaguratamente la vita.

Si è diffusa così la credenza che esseri mostruosi si annidino nella valle, impedendo con tutti i mezzi, il trafugamento della ricchezza, servendosi di uragani e tempeste, fiamme e bagliori.

Il sovrano, grazie a un ignobile patto con il diavolo, fece uccidere il suo fidato consigliere di corte, sotterrando il corpo, privo di vita, insieme al tesoro per far sì che l’anima vagasse, inquieta, tenendo lontano i curiosi con gemiti, urla e imprecazioni.

La leggenda racconta che chi si avventurava nell’orrido, dovesse inizialmente portare via solo le monete in rame, per poi ripresentarsi tre anni dopo per quelle in argento e successivi tre anni per depredare in tranquillità, le ambite monete d’oro.

La cupidigia degli avventurieri per il metallo più nobile faceva sì che la porta d’ingresso si richiudesse dietro di loro facendoli perire dentro l’anfratto. 

Scendendo nel canyon dove la luce riflessa gioca sui toni del bianco e del grigio, soffocando i colori brillanti della valle, avvertirete quel sottile senso di disagio che comunemente si chiama paura!

sabato 9 marzo 2013

La Valle dei Borghi, terra di confine

La verde valle del Castellano è costellata di borghi remoti.
Questo corso d’acqua di frontiera, alimentato da due torrenti che scendono da Pizzo di Moscio e Cima Lepri, per lungo tempo ha segnato il confine tra Papato e Regno.
Storia secolare come dimostrano i reperti archeologici d’insediamenti etruschi, longobardi e i toponimi di alcune località attestanti la presenza romana.

Un percorso avvincente a ritroso nel tempo dagli Etruschi al Medioevo e infine al brigantaggio di fine Settecento.

I luoghi raccontano un mondo che non esiste più, restituito in superficie da innumerevoli tombe seppellite in mezzo a queste dorsali appenniniche.
Teschi dalla bocca scarnificata, brocche, coppe di bronzo, utensili raccontano una vita scomparsa come tante attività umane del passato.

Questa un tempo era la patria di abilissimi scalpellini che, per oltre due secoli, hanno lavorato manualmente, donando identità a piccoli paesi come Collegrato, Cesano, Villafranca, Vignatico.
Con loro non esistono più i carbonai, merce rara i pastori, introvabili gli impagliatori di canestri e i fabbri.
Un mondo di cultura agro pastorale scomparso che non tornerà più!

Le sterminate foreste sono state gestite a volte con dubbia efficacia.
Hanno dato legname pregiato, servendo imparzialmente il dio della guerra e quello della pace.
Per lungo tempo i tronchi dritti dei faggi e degli abeti bianchi hanno rifornito soldati intenti alla costruzione d’impalcature di difesa e uomini di montagna per l’edificazione dei tetti in travi delle case.

Il fiume Castellano, durante il periodo delle piene, ha dato energia a piccoli mulini, trasportando i tronchi trascinati fino a riva dai buoi lungo le piste apposite dette di “smacchio”.
Oggi i boschi sono violentati da tagli improvvidi di oscuri boscaioli o piromani impazziti e nulla possono i pochi forestali impegnati in una lotta impari.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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domenica 3 marzo 2013

Chiesa di Santa Rufina a Villafranca di Valle Castellana

Il borgo di Villafranca appare come unico edificio, un continuo di case in pietra e viuzze che culminano in una piazza attraverso un arco.

Il ragazzino che incontro ha i capelli arruffati.

E’ spigoloso come sa esserlo un giovane svelto di cervello.
Mi indica l’anziana seduta su di una panca di pietra.
Con il dito della mano decreta che "la vecchia è un po’ rintronata ma sa tutto di tutti e ha pure le chiavi della chiesa".

S. Rufina è isolata tra i campi.
Emana il fascino discreto dell’apparente abbandono.
Evoca bucoliche sensazioni del passato, la suggestione di un placido borgo contadino.

La donna non proferisce parola, neanche un saluto, mi porge con mano rude le chiavi.
Guardo la piccola chiesa nella sua semplicità architettonica.
E’ proprio nella caratteristica di umiltà, che si rispecchiano i caratteri degli abitanti di queste montagne.

Ha subito un rifacimento nel XIII secolo, cento anni dopo la costruzione.
Un trittico, opera di Pietro Alemanno, per motivi di sicurezza visto l’isolamento, è custodito nel museo dell’Aquila.

Una lapide del 1958, nella casetta in pietra adiacente alla chiesa, riporta un fatto prodigioso.

Il tre ottobre 1943, mentre su queste montagne infuriava l’attacco sferrato dai tedeschi contro i partigiani, Luigi Ambrosi, un avvocato di Ascoli Piceno, fu circondato con altri sette giovani e stava per cadere sotto il fuoco nemico.

Un’invocazione dal profondo del cuore a chiedere soccorso alla Vergine e, quando tutto sembrava perduto, un violento terremoto scosse forte la terra.
Grossi macigni rotolarono generando panico fra i soldati tedeschi.
Si diedero alla fuga precipitosa, risparmiando i giovani.

Era il giorno dedicato al Santo Rosario.



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sabato 2 marzo 2013

Valle Castellana ... Un mondo che scompare

Valle Castellana, estremo confine teramano in un sorprendente scenario naturale.

La valle del fiume Castellano, battuta per secoli da eserciti, mercanti, pastori, pellegrini, si è persa nell’ultimo trentennio un pezzo della sua identità.

Il corso d’acqua scorre placido in una delle più selvagge lande teramane.

"Un paesaggio così se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Poi lo trasporti al Louvre e lo metti tra i capolavori dell’arte".

Usa iperboli il buon Umberto per descrivere la sua amata terra.
Quarant’anni spesi a far la spola tra la casa paterna, dove vive ancora l’anziana mamma e il suo lavoro ad Ascoli Piceno.

Il paese di Valle Castellana, "capoluogo" del comprensorio, è in gran parte popolato di anziani.
Alcuni di essi con tanto di vigili badanti polacche al seguito, fornite, pare, dalla “Caritas Diocesana” ascolana.

Donne poco avvenenti perché quelle più belle non ne vogliono sapere di andare in montagna e se ne stanno ad Ascoli Piceno.

La corriera che giunge da Teramo è quasi vuota se si eccettuano alcuni studenti e qualche donna.
Il bus denota tutti gli anni di onorato servizio lungo i numerosi tornanti a gomito.
Ha più crepe il vetro anteriore che rughe il viso di Rita Levi Montalcini.
Ruggine e ammaccature a iosa ma l’autista è impeccabile col suo completo blu Arpa.

A pochi chilometri, c’è il territorio di San Vito con le sue “caciare”, capanne in pietra cui si aggrappavano, come naufraghi alla zattera, i poveri pastori.

Umili ma laboriosi individui con la mente a dimensione spartana, priva di alcun rigurgito di tecnologia.

Un popolo di transumanti che da queste parti ha vissuto giorni duri attraverso i viaggi del gregge, ponendo tappe intermedie con il catasto di questi piccoli avamposti in pietra dove poter riposare le stanche membra.

In piazza mi avevano avvertito: "Se vuoi capire la Laga, contatta l’Umberto … lui è astuto perché da piccolo gli hanno fatto mangiare il cuore di una rondine".
Questa frase è stata buttata lì da un vecchio guitto geniale che mi ha raccontato di un’usanza tribale in voga sino alla fine degli anni ’60.

Divorare il cuore del volatile assicurava grande forza, visto che trascorreva parte della sua esistenza in volo migratorio per delle rotte intercontinentali.
Immaginate oggi cosa avrebbero da dire gli animalisti al riguardo.
Il problema è che le rondini sono quasi completamente scomparse.

Umberto mi presenta il parroco proprio davanti alla bella chiesa dell’Annunziata con la parte antica risalente al Mille, una cripta romanica fatta di pietra arenaria dorata e grigia e un presbiterio rialzato.
È ancora chiusa a causa del terremoto del 2009.
Le porte si aprono quando dico che devo scrivere un articolo sul paese.
Il curato è prodigo di notizie.

Nel 1400 fu edificato il corpo centrale del tempio, originariamente dedicata all’Assunta dopo che, nella vicina Stornazzano, l’edificio sacro era stato distrutto da un terremoto, anche allora devastante.

La statua, molto venerata, fu spostata a Valle Castellana.

Sui muri tracce di affreschi dal carattere popolaresco raffiguranti santi e benefattori che avrebbero contribuito con soldi e lavoro all’edificazione della chiesa.

"Queste pareti - termina il sacerdote - erano state intonacate, ricoprendo le opere d’arte.
In parte sono state recuperate con profondi restauri.
Qui nella vallata tutto cade a pezzi.
Vada a vedere Santa Rufina.
E’ a pochi chilometri.
Scriva che da anni attendiamo fondi per dei restauri".



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