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martedì 22 marzo 2016

Il tesoro nascosto tra i monti: Macchia da Sole e Macchia da Borea

(Liberamente tratto dal mio ultimo libro: Kalipè, il mio passo libero)

“Dando che si riceve; Perdonando che si è perdonati; Morendo, che si risuscita a Vita Eterna” (Da Preghiera semplice di San Francesco)

Da piccolo sognavo di fare l’archeologo.
Mio nonno era proprietario di qualche ettaro di terra, lì dove oggi sorge un elegante centro di accoglienza per anziani a Teramo. Mi divertivo, mentre lui zappava sotto il sole, a immaginarmi novello Indiana Jones che scavava senza posa fino al centro della terra per trovare tracce di secolari civiltà.
Le mie unghia, annerite dalle zolle umide, pensavo potessero bucare la terra senza apparente sforzo, alla ricerca di mille tesori custoditi nel buio delle viscere del mondo.
Mio nonno Salvatore ci metteva del suo raccontandomi che, in un paese fantastico sperduto tra i monti, di nome Macchia da Sole, chiamato così perché l’astro luminoso spesso lo colpisce solo marginalmente, lui da giovane aveva esplorato una grotta, trovando antichi sesterzi romani. Il mio vecchio forse scherzava oppure aveva in effetti scavato chilometri di fango per trovare il nulla, dato che è morto in disarmante povertà. La nonna Maddalena, che non mancava mai di contraddire il coniuge, mi diceva che i tesori si trovano in banca e beato chi ce l’ha. Sicuramente non ne aveva chi continuava a zappar terra e far di bicchieri la sera in osteria. Ma il buon Salvatore ripeteva a me e se stesso che un uomo non si misura dai soldi e i sogni sono la cosa più preziosa della vita.
Mi parve strano trovarmi a pochi passi da quel paese che da bimbo immaginavo pieno di vita e che era invece quasi deserto nelle sue poche abitazioni.
Parlo di uno di quegli abitati a ridosso di cime sconosciute ai più che raccontano, mirabilmente, un Italia minore tra tetti con soffitti in legno, cibi e piatti di tradizione, minuscole piazze d’incontri e piccole botteghe ormai quasi scomparse di scalpellini, intagliatori e ramai. Questo era il punto di ristoro dove i pastori sostavano nei trasferimenti. Qui un tempo anche le pietre belavano.
Terra di passaggio, l’Italia di mezzo, quella della perduta identità, ma anche quella che può render felici coloro che cercano, nei viaggi, il lato più poetico e romantico.

A Macchia da Borea, proprio di fronte, lì sul costone dove non batte mai il sole, ebbi la sensazione di entrare nella storia, di respirare l’umidità dei vecchi muri screziati dal tempo, di percepire gli odori delle greggi al pascolo, di cogliere il profumo di pioggia nel bosco. Con la fantasia qui li potresti vedere ancora gli uomini rudi che partono con le bestie, le donne vestite di nero, i vecchi sugli usci delle case a mangiar pane e formaggio con la zappa appoggiata sulla parete a fianco.
A Borea gli abitanti si contavano sulla punta delle dita. Un tempo si era convinti che da questa parte della valle, più fredda e inospitale perché battuta dai venti del nord, vi abitassero i meno fortunati. Secondo una vecchina da me interpellata, per secoli a Macchia da Sole hanno vissuto i cattivi e qui a Borea i più buoni. In realtà per tantissimi anni gli abitanti delle due frazioni si sono guardati in cagnesco.

Il mio trekking attraverso i monti Gemelli e la Laga nord passava per i ruderi dell’antico castello del re Manfredi.
Alzai tenda proprio in quella che era Piazza d’armi, delimitata da cinque mozziconi di colonne di pietra che, nelle lunghe ombre del tramonto paiono sinistri gendarmi ciondolanti.
Ripensai alla mia giornata esaltante.
Era stato bellissimo guardare, in fondo al cuneo, che si stringe tra i resti della rocca e le gole sottostanti, l “Hadriaticum Mare” già annotato nelle prime carte geografiche, sulla sesta Tabula di Tolomeo e menzionato da Eratostene. Qui passavano le vie del sale, del grano, dell’olio, del vino e Dio solo sa quanti altri commerci preziosi di spezie e seta, ambra e oro. Il nostro mare e le nostre montagne potrebbero raccontare le storie di migliaia di fortunati imperi. Nel Nuovo Testamento ai capitoli 27 e 28 si racconta di una distesa d’acqua molto più estesa dell’attuale Adriatico, che arrivava fino a Creta verso oriente e in Sicilia a occidente, toccando Tunisia e Malta. Lo Ionio era addirittura un golfo e Ancona era uno dei porti principali non meno importante di Alessandria e del Pireo. Anche lì c’era una montagna, il Conero marchigiano, in simbiosi con il mare.
Nel profondo delle gole del Salinello, tra le boscose viscere di uno degli scenari più insoliti della dorsale appenninica, avevo camminato in mezzo a due vertiginose pareti, alte svariati metri, circondato da una straordinaria natura. Di tanto in tanto, tra gli angusti spazi che sembravano stringere fino a soffocarti, si aprivano spiazzi erbosi tra alberi che lasciavano a terra i loro semi, felci ai bordi del tumultuoso corso d’acqua, biancospini, ginestre e cicoriette di montagna, quelle del sapore vagamente acidulo e triste.
La fantasia mi riportava a figure lontane che rimbalzavano da una parte all'altra del cuneo profondo segnato dal fiume, cavalcando un eco senza fine.
Era come se mi fossi trovato a percorrere un enorme corridoio che si addentrava all'interno di una roccia gigantesca.
Il luogo mi attraeva irrimediabilmente, mi lasciava sensazioni di smarrimento. Erano infinite le storie di maghi, mostri, negromanti e fattucchiere che si raccontavano di questo luogo. Gli eremi che costellano le pareti, le antiche e paurose leggende dettate da anacoreti e santi non lasciano mai indifferenti.
Qui, secondo una delle tante storie nate da tradizioni orali, era passato anche San Francesco, il mio Poverello d’Assisi. Dopo essere stato a far da paciere a Isola del Gran Sasso, per due nobili famiglie in guerra a causa di un matrimonio fallito tra due rampolli del casato, il serafico Padre stava attraversando gli Appennini, e pare che ebbe un incontro disastroso con Satana. Il principe del male lo attendeva nel fitto delle gole, lì dove c’era l’eremo di Santa Maria Scalena, desideroso di farlo precipitare tra gli anfratti di roccia per ucciderlo. Gli aveva portato via troppe anime con quella sua assurda santità! Neanche a dirlo, Francesco riuscì ad avere la meglio sul diavolo, grazie all'aiuto celeste. Della storia rimarrebbe una roccia, con sopra impressa la zampa adunca del satanasso mentre cercava di non precipitare negli inferi, attraverso lo stretto della gola del Salinello.
Leggende a parte, questo luogo è un contesto di culto della terra e dell’acqua, un percorso sacro che lascia strabiliati. Chi vi si addentra è come se scendesse nel cuore di Madre Terra, sconfiggendo la paura della morte. È il sentirsi piccoli di fronte all'immensità.
Ero entrato nella grotta di S. Angelo, dedicata al culto del santo amato dai Longobardi, San Michele, dove avevo trovato strani segni per terra e qualche ossa di animale sistemate in strane posizioni. Un naturalista, innamorato di questi luoghi sosteneva, tempo fa, che qui si perpetravano riti satanici da molti anni.
L’uomo avrebbe visto ripetutamente, strani movimenti di gente dalla testa rapata. In paese a Ripe di Civitella del Tronto, sia il parroco che i politici avevano sempre minimizzato questa che ormai rappresentava una realtà indubitabile.

Perso nei miei pensieri, iniziai a salire in doppia corda nell'antro di Santa Maria a Scalena, forse il buco più denso di misticismo. Fremevo pensando che questa cavità naturale aveva offerto nuda ospitalità a molti asceti. La grotta era a picco sulle impressionanti gole del Salinello.
Potete immaginare come sia rimasto nel vedere che qualche idiota era arrivato in questa posizione disagevole, solo per imbrattare i muri con bombolette spray, di svastiche, croci uncinate e bestemmie. Come si fa? Si dovrebbe provare un profondo rispetto per questo luogo.
Vidi la minuscola cisterna per la raccolta dell’acqua, il piccolo altare non era stato profanato per fortuna. Riuscivo quasi a scorgere dalla finestrella naturale nella roccia, il mucchio di rovi che copriva, sulla parete opposta, l’eremo di San Marco. Più avanti, pensai, sarebbe da visitare anche San Francesco alle Scalelle.

Mi ricordai di una dolce eremita, la fanciulla Santa Colomba, contessa di Pagliara nata nel 1100 e vissuta solo un pugno di anni. Era sorella di Berardo, santo e patrono della mia Teramo. Avevo visitato anche quel suo eremo, abbarbicato sullo sperone di una roccia, verso la vetta del monte Infornace nel Gran Sasso, sopra Isola, con una vista impressionante sulla vallata del Vomano. Anche lì avevo meditato come due ricchi avevano abbandonato, con coraggio, gli agi per abbracciare la dimensione della preghiera e far tacere il rumore del mondo. Berardo, poi, aveva anche trascorso una parte dei suoi giorni nel meraviglioso complesso di Santa Maria in Venere, affacciato sul golfo di Fossacesia, nel chietino, zona costa dei Trabocchi. Non mancava anche allora la leggenda. Tra i fatti miracolosi della santa c’era la famosa impronta della mano impressa su di una roccia lungo il sentiero impervio e quella del suo pettine incisa su di una roccia.
Non ho mai creduto a queste storie amene e neanche pensavo lontanamente che qui nel profondo del Salinello, fosse passato San Francesco per combattere contro il diavolo che da queste parti, secondo la tradizione popolare, vagava spesso alla ricerca di anime. Né tanto meno pensavo fosse vero che si possano trovare carrozze d’oro o tesori abbandonati da chissà quali sovrani e sorvegliati da giganti tenebrosi, ma l’aria che si respirava sembrava intensa di anime.
Intorno a me c’erano pareti di roccia inaccessibile, dove nidificavano le aquile. Mi sentivo parte della natura. Capivo come potesse sentirsi così il mio serafico Padre Francesco.
Questa sensazione era chiara per tutto il sinuoso percorso che dalla fantastica cascata de “lu Caccame” tra curve e rettilinei in un intreccio di felci, minuscoli bonsai naturali, muschi e rovi, mi portò fino alle pietre senza tempo di Castel Manfrino.
Per anni tanti illusi hanno scavato nel miraggio di trovare preziosi ma nessuno ha scovato niente, a parte qualche coccio antico e ossa umane. Qui sono solo i sogni a brillare come oro.
Di resti umani ce n’erano e non tutti, credo, fossero molto antichi.
Secondo alcuni vecchi da me ascoltati, un giorno un tizio si era imbattuto in un cranio con un po’ di pelle ancora attaccata come in macelleria ma in paese non hanno minimamente dato credito a questa storia. L’uomo, secondo alcuni suoi conoscenti non distinguerebbe una testa di uomo da una di volpe! Qualcuno ha favoleggiato, comunque, di omicidi o cos'altro. L’uomo spaventato avrebbe preso la scatola cranica, buttandola nel precipizio delle gole.
La verità, amici miei, è che se non si trova il tesoro, si cerca di trovare un po’ del marcio che è dentro di noi per buttarlo via.

Eppure la vita è un vero privilegio. Chi può abbattere le altezze delle montagne? Chi può pretendere di fermare il cammino delle stelle. Lasciare che le cose vivano, ecco la fonte della Perfetta Letizia, del mio Francesco! Rispettare le cose piccole, tanto le grandi sanno farsi rispettare da sole!

“Com'era bello, splendido, glorioso nella sua innocenza, nella semplicità del parlare, nella purezza di cuore, nell'amore di Dio, nella carità verso i fratelli, nella prontezza dell’obbedienza, nella dolcezza dei modi, nell'aspetto angelico”. (Celano Vita Prima di San Francesco, 83)


Per arrivare nel Distretto "Due Regni" del Parco Nazionale Monti della Laga e Gran Sasso:
Autostrada A14 Bo Ta, uscita Val Vibrata, seguire indicazioni per Campli, Campovalano, Macchia da Sole e Leofara.

Per chi viene da Roma: A 24 fino a Teramo, poi S.S.81 per Ascoli Piceno. Campovalano e svolta per Macchia da Sole e Leofara.

Oltre a visitare gli affascinanti resti del Castello di Manfredi, nei dintorni di Leofara, oltre ai boschi di castagno, vi sono alcuni paesi abbandonati raggiungibili a piedi: è il caso dell'affascinante Laturo, Settecerri (ristrutturato in parte ma non abitato d'inverno), Valle Pezzata, in parte ristrutturato. Vi sono poi i borghi di Vallenquina, Macchia da Sole e Macchia da Borea raggiungibili in automobile.
Si mangiano tagliatelle ai porcini nel piccolo albergo di Macchia da Sole.

domenica 28 febbraio 2016

L’altra Sindone, l’immagine “acheropita” di Manoppello!

Grazie per la collaborazione fotografica di Pacot Video di Vincenzo Cicconi

I capelli della vecchia sono lunghissimi.
Non si capisce quanto, perché li raccoglie stretti in una crocchia.
Rimango affascinato nel pensare a quanto lavoro ci sia dietro una semplice pettinata. Attorno al viso rugoso, quella lunga chioma candida da fata turchina centenaria, è qualcosa che scioglie il cuore.
Anche quando ci si avvicina irrimediabilmente alla fine, non si rinuncia facilmente al proprio modo di essere.
Dalla panchina l'anziana donna getta briciole di pane e un nugolo di piccioni plana vicino le gambe rinsecchite. Forse lo fa per esorcizzare la solitudine.
Ho sempre faticato a pensare ai vecchi come ai bambini di un tempo. Per me, la mia nonnina Maddalena era nata così come la vedevo da piccolo: con il viso incartapecorito e la schiena curva. I bambini sono sempre bambini, i vecchi sempre vecchi.
Eppure, guardando gli avambracci cadenti di questa vecchina seduta sulla panchina di fronte la scalinata del Volto Santo, capisco che il tempo muta tutto.
Solo Dio non muta mai!

Mi trovo a Manoppello, uno dei tanti bei borghi abruzzesi, ubicato tra la costa pescarese e il massiccio della Majella. Sarebbe un paese sconosciuto se qui non si ospitasse una reliquia incredibile, un velo che mostra l’immagine sofferente del Cristo.
Da previdente quale sono, ho deciso di venire di martedì.
La domenica qui si entra a fatica, per via dei tanti pellegrini che giungono da ogni dove.

Il mistero del Volto Santo è impenetrabile da secoli!
Una immagine acheropita, non fatta, cioè da mano umana!
Per qualcuno si tratta, addirittura, del fazzoletto della famosa Veronica, la donna colpita dall'immenso dolore di Gesù, che sul Calvario volle asciugare il viso del Messia sofferente.
La bella scalinata, colpita dai raggi del sole, riflette luce sull'inedita facciata della basilica. Sosto davanti la semplice costruzione a disegni geometrici, con alternanza di bianco e di rosso. All'interno, sull'altare maggiore, è custodita la singolare icona di Cristo.
L’emozione, per un credente come me, è tanta.

Entrando nel santuario, prima di osservare con trepidazione il prezioso telo e lo sguardo profondo del Cristo, i miei occhi incrociano un frate cappuccino intento a pregare in ginocchio nell'ultimo banco di destra della navata principale. Ha le mani intrecciate alla corona del rosario e gli occhi fissi alla teca sopra.
Immobile, quasi in estasi che puoi confonderlo con la statua di San Rocco non molto distante, sulla sua sinistra.
L’umile figlio di San Francesco, forse capendo la mia emozione, volge lo sguardo verso di me, con un espressione che pare leggiadra nonostante la corporatura abbondante. Poi con un parlare schietto che denota semplicità e modestia, mi dice una frase che mi lascia interdetto: “Non avere paura, accostati con fiducia, Cristo ti aspetta!”.

Mi colpisce la struttura marmorea posta sopra l’altare maggiore.
La cornice del reliquario, donato dagli abitanti nella metà del novecento, non contiene nulla! Ho un attimo di smarrimento.
Che il Velo sia stato portato altrove?
Poi ragiono meglio e capisco che non può essere accaduto questo. Mi avvicino e finalmente riesco a vedere la “Sacra Sindone” abruzzese. Avevo letto di un documento in cui si parla di impercettibili spazi vuoti tra filo e filo, millesimi di millimetri che rendono il pezzo di stoffa semitrasparente e quasi invisibile.
Un tuffo al cuore! Una felicità che sembra correre dentro me come la pallina di un flipper.
Il Velo, custodito qui dal Seicento, è così impalpabile che pare trasparente, colpito dalla luce del sole che entra dal portone laterale aperto e dai finestroni colorati. Ecco perché, a distanza, la teca pareva vuota.
Sono davanti a una delle reliquie più coinvolgenti della storia del Cristianesimo. Addirittura oggetto di particolari studi che, al computer, hanno evidenziato la perfetta sovrapponibilità con la più famosa Sindone di Torino.

Migliaia di storici si sono occupati di questo tesoro di devozione.
Secondo alcuni di essi sarebbe la sacra immagine che nella notte dei tempi, il 570 circa, fu traslata dal luogo dove giaceva nascosta a Costantinopoli, nella odierna Turchia.
L’imperatore di allora, Giustino II, intendeva farne oggetto delle preghiere dei soldati che erano impegnati nel conflitto con il forte popolo persiano e avevano bisogno di affidarsi a Dio.
Agli inizi del Settecento, per far si che il prezioso fazzoletto non cadesse nella mani distruttrici degli iconoclasti che aborrivano il culto delle immagini sacre, fu trasportato in gran segreto nelle stanze sicure del Vaticano. Pare che da lì, in determinati momenti dell’anno e in occasione dei Giubilei, la reliquia fosse oggetto di ostensione ai fedeli.
Fu durante il Sacco di Roma, quando la città venne messa a ferro e fuoco, che la Sindone di Veronica scomparve tragicamente. Quando ormai la si dava persa, distrutta o bruciata, ricomparve misteriosamente in Abruzzo.
Mistero nel mistero.
C’è chi attribuisce il ritrovamento al comandante della guarnigione spagnola, il famoso Ferdinando De Alarcon, il quale per i servigi offerti al Re ebbe un marchesato nelle umili terre di Manoppello.
Altri raccontano una storia che parte dal lontano 1506 quando un enigmatico pellegrino dai modi garbati e la barba grigia, davanti alla chiesa di S. Nicola in Manoppello, consegnò un involto a Giacomantonio Leonelli, abitante del luogo.
Questi, apertolo, vi scoprì la figura del Signore; di quel pellegrino naturalmente si erano già perse le tracce, scomparso agli occhi di tutti.
Infine si parla di un ricco del luogo, Tale Donato De Fabritiis che acquistò questa splendida reliquia da un soldato in miseria bisognoso di soldi.
Il Volto fu donato nel seicento ai cappuccini che stavano costruendo il loro santuario a Manoppello.

Avvicinatomi al prezioso velo da cui traspare prodigiosamente, sia sul dritto che sul rovescio il Volto Santo, mi colpisce profondamente il viso ovale, leggermente rotondo e asimmetrico del Nazareno. Incrocio più volte lo sguardo con gli occhi del Redentore.
I suoi capelli lunghi, la bocca leggermente aperta come sul punto di ammaestrarti con le parole che usò nel tempio, lo sguardo penetrante e gli occhi in alto verso la casa di Dio, sono i tratti fondamentali di tutta l’iconografia che ha rappresentato Gesù nei secoli.
Spostandomi di lato, la trasparenza così marcata mi permette, addirittura, di vedere oltre il tessuto, anche il portale, in fondo alla navata.
Questo enigma dura da oltre quattro secoli. Fa impazzire studiosi, tecnici, esperti di iconografia e religiosi il fatto che si denoti, dopo infiniti studi, l'assenza di materiali pittorici negli interstizi dei fili.
Io posso semplicemente testimoniare che tessuto e colore non sono stati danneggiati dal tempo che scorre e che il Volto del Cristo pare modificarsi a seconda della luce che lo colpisce. Rimanendo per ore a guardarlo, si possono scoprire i segni dei colpi subiti nella Passione. Roba forte, insomma, per gente di fede forte!

La monaca trappista Suor Blandina Schlomer, in un documentario riassunse i suoi studi meticolosi sul prezioso panno con la frase: “è di certo immagine vivente”.
Ricerche scientifiche hanno più volte confermato la sorprendente mancanza di pittura e pigmenti di colore sul velo, da cui traspare da entrambe le parti il Volto con gli stessi tratti somatici della Sacra Sindone, perfetta fusione tra i due volti.
D'altronde l'icona si sovrappone quasi perfettamente con altre famose immagini del Cristo, un mosaico nella basilica romana di Santa Prudenziana, secolo IV, una icona russa del XII secolo, custodita nella città di Mosca, il Cristo delle catacombe dei santi Pietro e Marcellino sempre a Roma.
Sono venuto fin qui per sapere di più anche di questa religiosa tedesca che sperava di trovare anche una benché minima differenza col volto della Sindone così da poter metter in dubbio le sue certezze.
Ma la suora terminava nel documentario con queste parole: “sovrapponendo le due immagini se ne trova una sola, quella del Cristo!”.
Quanti misteri avvolgono questo luogo.
Vi consiglio di visitare il bellissimo museo, a cui si accede dietro l'altare a fianco della sacrestia per saperne di più.
Dopo la visita del papa emerito Benedetto XVI, la mostra è stata arricchita ulteriormente di pannelli e foto.

Non mi interessa la diatriba sull'autenticità di questa santa reliquia.
Quello che importa è che, anche solo per un attimo mi sono sentito anch'io pellegrino del nostro tempo, penetrato dallo sguardo profondo e magnetico di un Cristo che ho percepito immensamente vicino.
E’ una esperienza forte di fede che consiglio a tutti voi.


Taccuino di viaggio
Raggiungete Manoppello dall'autostrada A25 Torano- Pescara, uscita Alanno Scafa.
Il santuario è visitabile dalle 6 del mattino alle 12,30 e dalle 15 del pomeriggio alle 18,30, ora legale 19,30. Disponibili sacerdoti per confessioni anche per gruppi di preghiera. Per informazioni 085 859118 - mail info@voltosanto.it. Nel sito www.voltosanto.it si può prenotare per gruppi, messe e preghiere, compilando una scheda elettronica.

Non perdete la mostra con i suoi 27 pannelli che spiegano tutto. Da ammirare anche degli ex voti di pregevole fattura.

Nei dintorni di Manoppello sono diversi gli agriturismo e ristoranti dove si mangia bene e si paga il giusto. Cucina di collina con gli ottimi vini delle campagne locali, dove esistono molti piccoli produttori.

Infinite cose da vedere nei dintorni. Siamo a circa 30 chilometri da Pescara. A Manoppello scalo da visitare assolutamente Santa Maria di Arabona, di cui vi parlerò presto.
Vicino si visita anche il santuario di San Liberatore a Serramonacesca, fatto costruire da Carlo Magno e di cui abbiamo parlato in un altro articolo (ritrovatelo nel Fatto). Verso Caramanico Terme, da visitare il bel borgo di San Valentino a Citeriore e le famose grotte degli eremi celestiniani.

Non è troppo distante anche la bella abbazia di San Clemente a Casauria, gioiello di arte sacra abruzzese.




giovedì 25 febbraio 2016

Il Convento che San Giovanni volle fortemente

”Tu eri dentro di me e io fuori di me ti cercavo…” (Sant’ Agostino)

Tratto dal libro "Kalipè, il mio passo libero"

Il sole stava diventando nuovamente un ricordo rosso oltre il bordo della montagna, sfumando nel blu cobalto di una sera da copione cinematografico.
Era un’intensità cromatica che bucava il cuore.
La piana del fiume Tirino sembrava uscita fuori da una storia della Terra di Mezzo.
Passava con disinvoltura dalla commedia al dramma con continui cambi di fondale. L’aria era fresca, refoli di vento invitavano a tirar su il bavero della giacca di pile.
La pioggia continua dei giorni scorsi aveva reso tutto terso e in lontananza un bel campionario di tuoni, portava con se un nucleo di nubi gravide ancora di acqua. Le piccole pozzanghere, rimaste a terra, parevano monete lucide appoggiate al suolo.
Lo zaino risultava terribilmente pesante e quasi mi faceva sprofondare le pedule nel terreno reso morbido dalle precipitazioni.

Mi venne da pensare, mentre arrancavo sotto il peso, che ogni uomo si trascina dietro le spalle, inconsapevolmente, un sacco bucato.
Il fardello diventa più pesante a mano a mano che il contenuto si disperde lungo il cammino. Poi, un giorno ci si accorge che il sacco è rimasto vuoto e la vita è miseramente passata senza che tu te ne sia accorto.
Finalmente aggirata la collina, in lontananza apparve il convento francescano di San Giovanni a Capestrano. Dalla piana di Navelli la camminata era stata davvero lunga. Pensavo di cavarmela con meno fatica.
Ero a una quarantina di chilometri da Aquila, in un posto reso celebre dalla necropoli dove si rinvenne il “guerriero di Capestrano”, armato, rigidamente eretto e sostenuto da due pilastri con un grande copricapo a forma di scudo sulla testa.
Da visitare c’è l’affascinante Castello medioevale dei Piccolomini, nella parte alta del borgo antico, con tanto di torri quadrate e fossati anti nemici per fare un prodigioso tuffo nel passato. Perché, tutto a Capestrano parla di storia.
Il borgo sorge a guardia della valle con le case accastellate per difendersi dalle incursioni nemiche.
A pochi chilometri dall’abitato, sul bordo del pescoso Tirino, c’è anche un meraviglioso monastero, San Pietro ad Oratorium, perso in un ameno boschetto sul greto del fiume. Fu fondato dai Benedettini nel 752, realizzato in stile romanico con interno a tre navate, impreziosito da affreschi di stile bizantino.

Per fortuna anche quella notte, come Dio voleva, l’avrei trascorsa al coperto. Sognavo di poter trascorrere nuovamente delle ore indimenticabili in compagnia del Signore, così come mi era accaduto al convento de La Verna.

In breve arrivai davanti al portone del convento. Vidi una scritta su tavola di legno:
“Coloro che sono chiamati alla mensa del Signore, devono brillare di purezza con l’esemplare condotta di una vita moralmente lodevole, e rimuovere ogni sozzura o immondezza di vizi.
Vivano per sé e per gli altri in modo dignitoso, come sale della terra. Splendano per un grande spirito di sapienza e con questo illuminino il mondo. Coloro che fanno parte del clero e danno cattivo esempio per i loro pessimi costumi, per i vizi e i peccati, sono degni disprezzo e di essere considerati come fango spregevole. Non sono più utili né a sé, né agli altri."

Scriveva queste righe sante nel trattato “Lo specchio dei chierici” il sacerdote Giovanni, discepolo di San Bernardino da Siena e soprattutto di San Francesco d’Assisi, prima di diventare il grande santo di Capestrano.
Definire la vita di San Giovanni da Capestrano avventurosa è usare un eufemismo.
Il sacerdote prima d’intraprendere un' instancabile attività apostolica in tutta l’Europa, per rinnovare i costumi dei cristiani e combattere l’eresia, fu insignito dal Re Ladislao di Napoli della carica di primo ministro di Stato. In qualità di luogotenente del governatore di Perugia si interpose per sedare la guerra tra i Perugini e i Malatesta; fu da questi ultimi fatto prigioniero e condotto nella torre del castello di Brufa.
Mentre era incatenato prese la decisione di indossare il saio.
Da sacerdote e predicatore, non si concedeva un momento di tregua portando il vangelo in tutta l'Europa. Nel 1417 andò alla scuola di San Bernardino da Siena. Nel 1427 il papa Martino V gli affidò il mandato di porre fine alla setta eretica dei fraticelli e più tardi Eugenio IV lo mandò inquisitore contro gli ebrei e i saraceni dimoranti in Italia. Perfino Federico III di Germania chiese l'intervento del Santo per pacificare le sue terre.
Era il 1456 quando Callisto III gli affidò la crociata contro i Turchi nello stretto del Bosforo. Giovanni partecipò alla difesa della fortezza di Belgrado comandando l'ala sinistra dello schieramento. Il 23 ottobre dello stesso anno si ammalo di peste e morì in Ungheria.

Il convento di San Giovanni, nel bellissimo paese aquilano di Capestrano, è un posto splendido dove poter vivere momenti di riflessione e preghiera comunitaria, dato l’enorme spazio a disposizione. E’ sorprendente osservare la folla dei devoti recarsi in visita ai santuari, divenuti centri di spiritualità e segno del bisogno umano di recuperare il contatto personale con l’Essere Supremo.
Sono molti i luoghi d’Abruzzo dove ogni piccola voce, dal canto di un usignolo al fruscio del vento, leggera sale al cielo come offerta al Creatore del palpito del cuore di ogni creatura.
Questo è uno di quei posti.
Sorto nel XV° secolo, conserva alcuni dei suoi scritti datati 1400. Fu uno dei quattordici conventi che, prima di morire, San Giovanni fece erigere. Come sito, per la costruzione, nel 1447 fu scelta la località dov'era il vecchio castello costruito dal re Desiderio.
La donazione del terreno fu opera della contessa Corbella, pia donna, moglie dell’allora Signore di Celano e Gagliano Aterno, il Conte Leonello De Acclozamora.

La storia della nascita del convento è velata di mistero.
Quella sera me la raccontò un novizio davanti a un bel piatto di pasta al pomodoro. Sembra che Giovanni ebbe una visione: uno stormo di colombi lo assalì durante uno dei suoi viaggi evangelizzatori. Cercava di allontanare gli uccelli che, incuranti del mulinare delle braccia, gli impedivano il cammino.
Di colpo, una voce gli ordinò di distruggere la “colombaia” e costruirci un luogo santo.
“La colombaia” altro non era che il ritrovo di questi volatili che si erano accasati sul posto dove Desiderio, re dei Longobardi, aveva costruito il suo fortino.
Così avvenne e il convento venne edificato.
Nel corso dei secoli questa struttura ha subito varie trasformazioni, oggi si presenta in stile barocco.

Gli occhi rimasero sorpresi nel chiostro che conservava in gran parte l’originale fattura. Rimasi rapito a pensare quanta santità si fosse avvicendata in quel posto. Il manufatto seicentesco si presentò con un meraviglioso porticato e le sue otto belle lunette affrescate raffiguranti episodi della vita di San Giovanni, e al centro una cisterna imponente del 1774.
Nella chiesa, ad unica navata, vidi un bellissimo altare dedicato al Santo con la statua realizzata dai ceramisti di Bussi nel 1700.
Il tempio, dedicato a San Francesco d’Assisi, aveva subito l’ultima trasformazione nel 1924, quando Padre Colombo Cordeschi volle restaurare anche l’imponente scalinata dell’interno del convento risalente al 1750.
La “Regia Biblioteca”, scrigno degli antichi codici e custode della Bibbia su cui usava pregare e studiare il Santo, non viene aperta mai a nessuno, purtroppo.
Quella sera io divenni uno dei pochi che ha avuto la fortuna di poter ammirare i codici miniati e le lettere del santo gelosamente custodite.
Nel 1984 Giovanni Paolo II nominò San Giovanni, Patrono dei cappellani militari di tutto il mondo e da secoli, il settecentesco busto argenteo del santo viene portato in processione per le vie del paese il 23 ottobre, giorno che ricorda la sua morte.

Amo soggiornare nei monasteri.
Sono la custodia del tempo fuori dal tempo!
La vita monastica, scriveva Grun, monaco autore di testi sacri, è la scheggia del tempo che si è fermato. Chi vive nei monasteri vive nell’eternità, a contatto privilegiato con Dio, immerso nel silenzio che apre la porta alla ricerca del Divino. Chi sosta temporaneamente, riesce a vivere attimi di pace e a viaggiare interiormente nella quiete.
Quando varchi il portone d’ingresso lasci fuori le ansie. Mi è accaduto anche visitando numerosi monasteri, dal benedettino Sacro Speco di Subiaco, alla poderosa Casamari nel profondo Lazio, dalla certosina Trisulti, sotto i monti Ernici, ai conventi francescani della Valle Reatina. Spesso le foreste completano il cuore spirituale del luogo sacro. Nei monasteri si riesce a equilibrare gli opposti: il rapporto con Dio e quello con gli uomini, l’eremitaggio e la vita comune, la parola e il silenzio, la fede e la laicità, le donne e gli uomini.

Non bisogna mai alzarsi dal letto al mattino senza ringraziare per il nuovo giorno. Qualcuno ce l’ha donato, questo è certo!
Mi hanno insegnato che occorre avere sempre gli occhi ben spalancati sul mondo come carta assorbente e che nella vita c’è bisogno di ridere con grasse risate, piene, pulite e senza pentimenti.
Ringraziare, parola d’ordine, chi ci dà la vita! E si ringrazia anche stando contenti.
Né dovremmo cercare, sollevandoci dal riposo, di fingere ciò che non siamo.
Per far questo dobbiamo essere in pace con noi stessi e con gli altri. Per esserlo dobbiamo realizzare che la felicità degli esseri che ci circondano è diversa per ognuno di essi.

Questo è il credo del mio caro amico Mauro.
Occhiali poggiati sul naso, eternamente col sigaro spento in bocca, è un ateo convinto eppure è molto più cristiano di tanti altri. Lui è alla sequela di Gesù senza saperlo!
Non l’ho visto mai una volta triste. Eternamente sorridente, amabile come pochi. Parla il necessario, ma quando lo fa, riesce a dire più di quanto facciano altri in un’intera settimana. Tipo incredibilmente calmo, serafico, roba da invidia per ipertesi come chi vi scrive. La sua figura riempie tutto lo spazio e non soltanto per le sue dimensioni generose, ma per la tranquillità che diffonde.
Dopo la morte per lui non c’è nient’altro che la morte, però è in pace con se stesso molto più di tanti cristiani che, per mezzo della bocca predicano la gratificazione del Signore nell'aldilà ma nell'aldiquà tremano a lasciare questo mondo.
Un uomo in pace con l’Universo, il buon Mauro. Fotografo finissimo, ama scattare istantanee ai paesaggi. Questo ce l’abbiamo in comune come uguale è, in vacanza, abbandonare presto la polvere dei musei e delle bancarelle di souvenir per imboccare sentieri nei boschi. Non è un gran camminatore ma per scovare posti idilliaci, si sacrifica volentieri.

Lo stavo pensando intensamente ora che dalla collina sopra il convento di Capestrano mi godevo il cielo rosa di quella bella alba dorata.
La sua maestria nelle foto avrebbe sicuramente immortalato degnamente quel momento magico!
Mi venne da pregare:
“O Santo Francesco tu che tanto hai amato la creazione e il suo Creatore, aiutami a proteggere la natura, ad amarla e a sentirla casa comune con tutti i fratelli soprattutto con coloro che soffrono”.

“Ho fatto la mia parte, possa Cristo insegnarvi a fare la vostra”.
(San Francesco ai confratelli prima di essere condotto in cielo da sorella Morte)



ARRIVARE:

Da Nord e da Sud
Prendere l'autostrada A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Roma, continuare sull'autostrada A 25, uscire a Bussi/Popoli, seguire le indicazioni per L'Aquila, continuare sulla SS 5, prendere la SS 153 fino a Capestrano.
Da L'Aquila
Percorrere la SS 17 direzione Pescara, proseguire sulla SS 153 in direzione Capestrano.

DA VEDERE:
Siamo ai confini del parco Nazionale del Gran Sasso, comunità montana Campo Imperatore- Piana Navelli!

Oltre all'affascinante Castello dei Piccolomini d'Aragona e al Convento, consiglio la chiesa romanica di San Pietro ad Oratorium, otto chilometri dal paese, in prossimità del fiume, con zona picnic. In centro da vedere la chiesa di Santa Maria della Pace e i palazzi Cataldi, Capponi, Trecca.
Luogo ricco di aree archeologiche, ricordate che il famoso "Guerriero" rinvenuto nella necropoli e raffigurante una potente classe di pastori armati nell'età del Ferro,, non è presente a Capestrano che in una pessima copia. L'originale si trova al museo archeologico di Chieti.

Per mangiare poi, ovunque si trovano chitarrine deliziose al sugo di gamberi del fiume Tirino e dolci con ottime mandorle locali.

Vicino si trovano diverse interessanti località:
Navelli a circa 10 chilometri con i prati dello zafferano, Castel del Monte, luogo di villeggiatura a 12 chilometri, Calascio con la rocca quattrocentesca. .

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martedì 9 febbraio 2016

Il borgo dell'Angelo che guarda Pescara!!

Viaggio in un territorio che un tempo era teramano!

Il crocifisso pare guardarmi.
C’è San Francesco che lo abbraccia con passione mentre il Cristo reclina la testa, vinto dai patimenti. L’assisiate, nei primi mesi del 1224, inviò una frase al giovane Antonio, futuro santo di Padova:
“mi piace che tu insegni la sacra teologia ai frati purchè questa occupazione non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione”.
Francesco voleva che i suoi frati imparassero più dal libro della croce che dal libro della Parola.
Mi piace immaginare il buon Don Camillo del Guareschi, oggi vecchio, emaciato, dalla tonica ormai lisa, uscir fuori dal bianco e nero dello schermo di Sky Classic per entrare nella realtà di questo momento.
Pensate che bello, poter sentire, insieme a lui, il crocifisso parlare di umiltà, disinteresse, beatitudine.
Ho sempre creduto che possa essere un privilegio fermarsi un attimo del giorno, in mezzo al lavoro, ai problemi familiari, alle preoccupazioni, per poter guardare un crocifisso.
Ci ho coniato anche uno slogan: “Guardatelo e lasciate che vi guardi”.
Un discorso difficile da affrontare con chi non crede.
La chiesa è dedicata al grande santo di Assisi ed è l’unica aperta qui a Città Sant'Angelo, uno dei borghi più belli d'Italia. Qui insisteva nel lontano 1571, la sede della Confraternita del S. S. Rosario e il Monte dei morti.
Le altre sono tutte sbarrate per restauri che da anni faticano a partire.

Ed ecco che si materializza nella navata, la figura del parroco.
Incredibile! Si chiama proprio Don Camillo.
Gentile, affabile, si presta volentieri ad accompagnarmi e farmi entrare in due delle chiese chiuse: S. Agostino e San Bernardo.
Mentre risaliamo il corso principale mi spiega la difficoltà di reperire tanti soldi e soprattutto, dopo i restauri, trovare contributi per pagare qualcuno che sorvegli i tesori contenuti al loro interno.
Solito problema che impedisce ai turisti di godere sempre delle opere d'arte di cui sono piene le chiese d'Italia.
Chiedo a Don Camillo se c'è un "Peppone" in paese. Ride divertito, poi esclama serio: "Compito del parroco di borgo è cercare buoni rapporti con tutti".
Le due chiese meritavano certo più tempo, con cavalletto e studio di luci, ma tant'è!
Ringrazio il sacerdote per la sua disponibilità e lo saluto.

Questo luogo collinare a 325 metri di altezza, riserva molte sorprese.
L’antico centro storico di Città Sant'Angelo, ha un fascino tutto particolare, nonostante la mole della bellissima Collegiata di San Michele Arcangelo sia imbracata da tubi e lamiere.
La ristrutturazione, mi dice uno degli operai della ditta che lavora al monumento, mentre mastica un morso di panino con porchetta, durerà mesi, se non anni.
Quando morde avidamente, i suoi occhi diventano strabici. Le sue mani sono grosse come badili.
Sono veramente deluso.
Secondo don Camillo se torno a Pasqua la trovo aperta.

Speravo di poter entrare in questo gioiello per fotografare il fantastico coro ligneo intagliato del XVII secolo e l’imponente statua di San Michele Arcangelo del XIV secolo.
La grande chiesa all'interno ha due navate di epoca barocca. Nella destra risiede un sarcofago del ‘400, opera in pietra di uno dei vescovi più importanti che il borgo ha avuto, un religioso dal nome amichevole: Amico Bonamicizia.
Non riesco neanche a fotografare l’ampio porticato esterno diviso in due atri. Cerco di corrompere le maestranze per poter accedere qualche secondo, il tempo dello scatto. Neanche per sogno.
Sono ligi, tanto che tutti indossano casco di protezione imbracature e scarponi da lavoro. Qui “Striscia la Notizia” topperebbe alla grande!
Riesco solo a fotografare un pezzo del portale con sopra la statuina in terracotta del santo guerriero, opera ristrutturata una seconda volta dopo quella del 1936.

Lungo il corso si dipanano piccoli e graziosi negozietti, mentre ai lati si aprono strette viuzze con eleganti sporti centenari. Sono le famose “rue” delle vetuste mura della cinta medievale.
Qui e là si scorgono le diverse porte d’ingresso che un tempo servivano per accedere al vecchio centro, dove insisteva una sorta di castello.
Preziosi palazzi baronali fanno da cornice al gradevole insieme, quello della famiglia Ursini, dei Castagna, Coppa Zuccari, Sozj, Colamico. Parlo di un vasto patrimonio di gran valore storico, architettonico e culturale, gioielli da conservare e conoscere.

Peccato, questo lo devo dire a chiare parole, che alcuni di questi gioielli sono un tantino in abbandono, soprattutto nella parte superiore del borgo.
Il vecchio Angelo, (il nome dice glielo hanno dato per il tanto amore verso il paese), a cui interrompo la passeggiata mattutina, mi racconta che questo accade per una manovra politica. Si sarebbero privilegiati insediamenti e lottizzazioni nel sotto valle e diversi abitanti, anziché ristrutturare avrebbero preferito acquistare nuovi anonimi appartamenti. Alcuni sono certo dei brutti caseggiati ma molto vicini ai grandi centri commerciali di Montesilvano e a pochi minuti dall'uscita autostradale Pescara Nord.
Pare che anni fa si stesse per avviare una sorta di lotto unico di riqualificazione, i cittadini sono
ancora in attesa. Il fascino però non si è perso, anzi e questo, nonostante l’occhio critico.

Città Sant'Angelo merita una visita accurata.
Come rimanere insensibili alla preziosità del monastero collegato alla chiesa di San Francesco. Il Comune ebbe vista lunga, tanto che dall'inizio del ‘900, ci si insediò con i suoi uffici.
L'ingresso dalla piazza IV novembre, introduce in un chiostro delizioso, ben tenuto, testimonianza tra le tante della storia millenaria scolpita nel cuore del paese. Il piccolo slargo ospita un elegante Teatro Comunale.
Sul muro esterno una iscrizione su pietra ricorda la Medaglia d’Argento al Merito Civile, che il presidente Napolitano conferì alla cittadinanza per l’eroismo dimostrato durante il conflitto mondiale.
In quegli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale, fu creato un campo di concentramento e la popolazione si distinse per l'accoglienza sensibile verso i confinati e gli sfollati.
La romantica passeggiata si dipana dal mare alla montagna.
Si comincia dalla parte bassa del corso, dove si apre un balcone sul mare pescarese, per arrivare nella parte alta, zona Rione Casale, dove si mostrano in tutta la loro bellezza le montagne del Gran Sasso e quelle della vicina Majella.
Entro nella biblioteca comunale per reperire spunti di visita e l’occhialuto custode dall'aria molto culturale, mi dona dépliant che raccontano la storia e le origini dell’antico centro “angolano” in antico “Angulum”.
Era così denominato da Plinio Il Vecchio nella sua descrizione delle terre vestine che si trova nel libro “Naturalis Historia”. Proprio qui, nella “Civitate Sancti Angeli”, insisteva un abitato vestino-romano di grosse proporzioni che secoli dopo, divenne un poderoso Castrum fortificato dei Longobardi.
Scopro che questo pezzo d’Abruzzo organizza tante manifestazioni culturali ed eno gastronomiche e che d’estate molti turisti lasciano le spiagge per qualche ora di frescura e di cultura.
Tra l’altro mi dicono che da queste parti si mangi alla grande!
Ci credo, gran parte del territorio comunale è ricoperto da rigogliose culture di uliveti e vigneti e numerose aziende agricole fanno a gara per sfornare prodotti tipici genuini e gustosi. È una cucina che risente dei sapori teramani, dato che il territorio intorno gravitava sulla nostra provincia, ma anche delle contaminazioni dell’entroterra pescarese.
Il Signor Di Domenico, teramano di nascita e mio amico di gioventù, trasferitosi per amore nel borgo, mi magnifica gli "arrosticini", la pasta alla mugnaia e lo squisito “cif e ciaf”, prelibato spezzatino di maiale.
È ora di ripartire.
Il tempo di un caffè con un mostacciolo nel bar centrale e via verso nuovi lidi.


Come raggiungere Città Sant'Angelo:

Da Nord e da Sud
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Pescara Nord/Città Sant'Angelo, continuare sulla SS 16 in direzione Montesilvano/Penne, proseguire seguendo indicazioni per Città Sant'Angelo.
Da Pescara
Percorrere la SS 16 seguendo indicazioni per Città Sant'Angelo.

Info al Comune: Telefono: (085) 96961


domenica 10 gennaio 2016

“Laudato sì”! La maestria della natura

KALIPE': Il mio passo libero con San Francesco.
(Libro pubblicato in novembre 2015- Capitolo secondo)
Dio è bello e la bellezza è l’esca del divino, la trappola con cui più volentieri Dio cattura le anime. (Simone Weil)

Ho sempre amato camminare in montagna e ho scalato tutte le cime del nostro parco in convulsi anni di escursionismo con il C.A.I.
Ricordo la prima volta che salii su una vetta come fosse accaduto ieri.
Non si trattava della classica ascesa al Corno Grande, ma di una salita su Cima Lepri, montagna bellissima ma minore nell'immaginario di chi va per monti, in mezzo alla Laga delle foreste.
Si toccavano il famoso "Tracciolino di Annibale" e il suo presunto Guado, in sella tra Pizzo di Sevo e, appunto, Cima Lepri.
Leggende e tradizioni orali raccontavano d’interminabili viaggi del condottiero con i suoi soldati. Il grande stratega aveva scelto la via più breve ma erta e difficile per arrivare all'Adriatico e scendere a Canne di Puglia. Qui, si sarebbe poi svolta la storica battaglia con Roma caput mundi. La mia fervida immaginazione vedeva guerrieri indomabili che, secoli prima, avevano costretto gli arroganti Romani all'umiliazione delle forche caudine.
Rimembranze di una scuola che qualcosa mi ha lasciato dentro.

Certo, bisogna riconoscere che Annibale era un grande!
Lo chiamavano “Folgore” questo genio militare, figlio di Amilcare, protagonista della Prima Guerra Punica, nato nel 247 a.C., abituato alle discipline degli accampamenti, famoso per crudeltà, inflessibilità, astuzia. Dicono avesse un viso bellissimo seppur “orbo veggente”, con un solo occhio, avvicinato come tattico a nomi come Alessandro Magno o Napoleone. Per i berberi dei monti dell’Atlante è ancora oggi una demoniaca divinità tutelare, “Sidi N’Bal”.
Da piccolo parteggiavo per i Romani che, per me, erano i buoni. Oggi mi rendo conto che avevo travisato la storia. Annibale combatteva per la libertà. Aveva inventato un’alternativa al mondo pastorale delle montagne: una viabilità dei tratturi, lontana dalle pericolose arterie consolari dove avrebbero potuto incontrare tanta gente poco raccomandabile. In montagna al contrario, le truppe avrebbero dovuto vedersela solo con “qualche intemperia”!
Forse era per questo che Annibale, a quanto ricordi, non fu mai sconfitto in campo aperto. Dovette soccombere al potere dei Romani, vinto ma non “perdente”. Anni e anni di presenza negli Appennini lo avevano reso così forte da incarnare la leggenda. Lo diceva sempre l’amico Massimiliano, autentico lupo di montagna e compagno di tante peripezie montane: i monti della Laga sono la roccaforte del mondo, una perfetta acropoli, una fortezza naturale.
Passavano qui i Templari, i mercanti sulla via del sale, i chierici, gli avventurieri, i soldati, i principi. Da queste parti la foresta protegge!

Ricordo che quel giorno affrontammo una lunga ma bellissima cavalcata in cresta fino alla Sella della Solagna, tra panorami aerei e piccole cascate a valle di Selva Grande. Mentre a fatica si saliva alcuni raccontavano di misteriose grotte, come quella detta di Ratta Murella, non lontano, verso la cresta del Voceto, dove pare si riunissero i briganti e dove, secondo alcuni, era sepolta niente di meno che una principessa, compagna di vita proprio del condottiero Annibale.
In cima c'era una croce gigantesca in ferro che al sole di mezzogiorno pareva incandescente. Era illuminata da sud a festa.
Ricordo che per me fu come vedere l'aureola sulla testa di San Francesco.
Ipnotizzato, sentendomi quasi un Walter Bonatti quando giunse sul Cervino a 4478 metri di altezza il 22 febbraio del 1965, stesi le braccia alla base di questa croce, strinsi il corpo metallico sul petto e piansi di gioia. Ero solo a 2445 metri di altezza ma a me pareva di toccare il cielo.

Iniziai a voce alta a recitare il "Laudato sì o mì Signore" di San Francesco che conoscevo a memoria. Poi, ricordai che ero in gruppo, non da solo e che quegli amici di escursione certo non conoscevano la preghiera- poesia del Poverello di Assisi. In realtà non sapevo se il gruppo annoverasse anche dei non credenti che potevano infastidirsi di quel mio moto devozionale.
Mi girai, continuando a recitare i magnifici versi e li trovai tutti in ginocchio a mani unite. Fu un momento benedetto da Dio che non dimenticherò più.

Non avevo certo fatto una scalata solitaria per quattro giorni a trenta gradi sotto zero e nel cuore di una parete esposta e pericolosa, ma per me significava molto.
Da piccolo avevo sempre avuto paura delle altezze, una fobia senza fine che m’impediva anche di salire a casa del mio più grande amico, oggi avvocato, Biagio, che abitava al quinto piano di un palazzone a Teramo.
Quella lunga ascesa segnò il confine tra il mio essere bambino e il diventare davvero adulto, conscio delle mie possibilità.
Rimasi così affascinato che, nei successivi anni, come un invasato, scalai tutte le montagne possibili da casa mia. Ogni volta che ne conquistavo una, sia se agevolmente, sia se con fatica come gigante che mette a dura prova la tenacia di un piccolo uomo, era sempre come essere salito sullo "scoglio più nobile d'Europa".
Questo accadeva sia se si trattasse del Corno Piccolo, sia il meno conosciuto monte Piselli dal nome così poco nobile.
E ovunque, sulla vetta, recitavo a voce alta la bella preghiera del mio santo Francesco!

Cima Lepri mi è rimasta nel cuore come montagna speciale, come la mia "prima volta" con la fidanzatina.
Ancora oggi, quella vetta avulsa dall'escursionismo di massa mi aspetta per regalarmi spazi incontaminati ed emozioni uniche. Lei, immane accozzaglia di pietre ed erba, non ha cognizione del tempo che passa. Io, per quella montagna, sono ancora un ragazzone forte e capace di dominarla.
La giovinezza se ne va come il vento davanti alle nostre porte, come onde del mare che s’innalzano credendo di essere montagne per poi diventare schiuma.
Qualcuno potrebbe dire che densità ha il fumo? I nostri sogni pesano meno del fumo.
Il tempo passa, San Francesco con il suo meraviglioso ”Cantico delle Creature” rimane per sempre! Solo il passare del tempo dà consistenza all’anima.

“O San Francesco, ascoltatore di Dio, insegnaci a sostare in ascolto, in mezzo ai rumori della vita, della Parola di libertà, di perdono e speranza che nasce dal Vangelo di Gesù”.

giovedì 7 gennaio 2016

Il Duomo di Teramo e la sua difficile storia.

Credo che uno dei monumenti più affascinanti dell'Abruzzo sia senza dubbio il Duomo di Teramo.
La Cattedrale aprutina è il cuore cittadino, il punto di convergenza delle principali vie del centro storico, delimitando i quattro antichissimi quartieri, San Giorgio, Santo Spirito, Santa Maria a Bitetto e San Leonardo.
Davanti a questo grande monumento, impreziosiscono l'ambientazione, il Palazzo Comunale e la piazza Orsini.
La cattedrale ha singolari vicende storiche e stranezze di ordine stilistico.
Rappresenta uno dei monumenti di architettura medievale più insigni del centro Italia. In questa superba chiesa si leggono oltre mille anni di storia teramana.

Tutta la vita religiosa, dopo quella dell'antica "Petrut" dei Pretuzi, poi "Interamnia", per molti secoli ha avuto come centro questo imponente edificio, cui faceva capo il Vescovo e i Canonici del Capitolo Aprutino.
Il Duomo, con la sua maestosa grandiosità, con le sue linee ardite, ha anche lo svettante campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri.
Questo monumento presenta la fede, la storia, l'arte e il dinamismo di una città orgogliosa delle sue origini.
E' lo specchio di ciò che fu ed è ancora oggi, la vita teramana sia ecclesiale che civile. In questo grande monumento si fondono mirabilmente la Teramo medievale, quella rinascimentale, la moderna e la contemporanea.

L'edificio fu costruito dal vescovo Guido II, all'indomani della triste vicenda storica in cui Teramo fu rasa al suolo dal demoniaco conte di Bassavilla, Loretello.
Eravamo nel 1153. Si trattò di una missione punitiva di Guglielmo II, il re che voleva allargare i confini del suo regno e trovava negli abitanti di "Interamnia", resistenza e disobbedienza.
Dopo questo avvenimento disastroso, iniziò una difficile e lenta rinascita della città, grazie alle virtù politiche e diplomatiche di Guido II che riuscì a farsi benvolere dal re. La cattedrale, stando agli scritti degli storici Muzi e Palma, fu ultimata nel 1174, con le stesse misure planimetriche della vecchia chiesa che insisteva nell'area adiacente a Sant'Anna de' Pompetti.
Furono utilizzati molti materiali di risulta e recupero, pezzi di travertino provenienti dal vicino Anfiteatro Romano.
Grazie a questa opera di recupero, non andarono drammaticamente persi pezzi di colonne, piccoli bassorilievi e pietre secolari.

La pianta basilicale odierna è del 1330 circa.
Era il tempo del vescovo Niccolò Degli Arcioni che si era reso conto di come, essendo cresciuta la popolazione, la cattedrale fosse ormai inadeguata ai bisogni dei fedeli. Teramo, infatti, si andava espandendo oltre le antiche mura romane, in nuovi quartieri riuniti sotto il nome di "Terra Nova". La città stava cambiando di struttura.
Molte abitazioni lambivano i due fiumi, Tordino e Vezzola e diverse decine di case nacquero in luoghi che oggi possiamo identificare nella centrale piazza dei Martiri, dietro il Duomo, nel corso San Giorgio, arteria basilare della Teramo odierna e fino all'attuale piazza Garibaldi.
Non conosciamo il nome del responsabile della costruzione e dell'allargamento della chiesa, ma sappiamo che la basilica ebbe un allungamento considerevole in quello che oggi è il grande presbiterio.

Fu nello stesso periodo che venne completata la facciata e i teramani vollero adornarla con diversi leoni in pietra, a raffigurare la dignità e la forza d'animo degli aprutini.
In realtà le fiere di pietra, recuperate da edifici demoliti, esorcizzavano come simboli apotropaici nuove incursioni nemiche e distruzioni che potevano provenire dall'attuale corso vecchio che arriva alla Porta Reale, ingresso importante della città.

La facciata fu impreziosita da un ricchissimo portale, con arco a tutto sesto e un timpano triangolare di stile gotico- romano, opera di Deodato de Urbe realizzata nel 1333.
Il profilo orizzontale, segno inconfondibile dell'opera con i suoi particolari merli ghibellini in testa, venne completato all'inizio del Quattrocento, quando furono gettate le basi per la costruzione del bellissimo campanile odierno di Antonio da Lodi. Il manufatto campanario venne completato nel 1484.
Due secoli dopo, il vescovo Piccolomini fece trasferire nella cappella a lato del presbiterio il corpo dell'amato Berardo, co- protettore con Maria Vergine Assunta, della città. Era una Teramo completamente diversa da quella di oggi.
Addossate al Duomo vi erano diverse case bottega, c'era anche un arco a unire la cattedrale alla fastosa residenza vescovile, costruito nel Settecento e passante per la parte inferiore della torre campanaria.
Fu in questo periodo che, all'interno del monumento sacro, si lavorò in maniera pesante di stucchi che, pur impreziosendo l'insieme, danneggiarono le decorazioni pittoriche dell'ala costruita nel periodo di Niccolò Degli Arcioni.

Nel secolo XX la presunta riqualificazione del Duomo determinò la demolizione di casupole e botteghe, la distruzione degli stucchi barocchi e la demolizione dell'arco detto di Monsignore, interventi che gridano vendetta al cospetto della storia e dell'arte.
All'interno andarono perduti gran parte degli affreschi di varie epoche nella navata arcioniana, alcuni dei quali dovevano essere stati realizzati dal grande maestro esecutore del "Giudizio Universale" che impreziosisce la Madonna in Piano di Loreto Aprutino, nel pescarese.
Abbiamo così perduto a Teramo dei cicli pittorici, forse della vita e delle gesta di San Berardo che, probabilmente, non avevano nulla da invidiare a quelli della cattedrale di Atri, opera del grande De Litio. Si trovano frammenti di pitture che dovrebbero riguardare un Sant'Antonio Abate con accanto la Madonna con Bimbo e Angeli a contorno di Cristo benedicente.

L'interno del Duomo, nonostante tutto, custodisce opere eccelse:
il Paliotto argenteo di Nicola da Guardiagrele, custodito sotto l'altare maggiore ed eseguito tra il 1433 e 1448 su commissione di Giosia d'Acquaviva; il Polittico di Iacobello del Fiore, nell'altare della cappella di San Berardo, capolavoro del pittore veneziano della prima metà del secolo XV; un fantastico crocifisso ligneo trecentesco di autore ignoto, la Madonna in Trono con Bambino del secolo XI; il busto argenteo del patrono San Berardo, rifacimento del secolo XV con il braccio sempre in argento, rifacimento del secolo XVII.
Inoltre c'è un bellissimo pulpito e un candelabro per il cero pasquale in pietra, bellissime pitture su tele dell'esule Sebastiano Majewschi (1622) e del pittore teramano Giuseppe Bonolis dell'ottocento,
che arricchiscono anche la monumentale sacrestia.
Un piccolo grande gioiello è la Cappella in stile barocco dedicata alla venerazione del patrono San Berardo, espressione visibile della devozione di Teramo per questo grande Vescovo. Si trova sul lato sinistro lì dove un tempo c'era un cimitero, usanza tipica del Medioevo dove si collocavano piccole cappelle tumulative accanto alla Chiesa Madre.
Dal 1776 sotto l'altare si custodiscono i venerabili resti del santo.
La storia racconta che quando il grande incendio del 1156 devastò la città e l'antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, oggi conosciuta come Sant'Anna, le ossa del santo uscirono indenni dalla tragedia.
Parliamo di una cappella ampia e imponente, quasi una chiesa a parte, tanto da essere chiamata affettuosamente "Cappellone".


Ma... chi è Nicola da Guardiagrele?

Nicola da Guardiagrele è l’orafo, scultore più grande che l’Abruzzo, abbia mai ricordato. Vissuto tra il 1380 e il 1459, ha lasciato all’umanità opere di incredibile bellezza, realizzate soprattutto, in metalli preziosi come argento dorato e con l’utilizzo di bellissimi smalti policromi.
Una produzione sterminata quella dell’orafo : croci professionali, ostensori come quello meraviglioso custodito a Francavilla al Mare del 1413 o quello di Atessa di cinque anni dopo, manufatti in argento sbalzato e dorato, piccole statue argentee, tabernacoli e busti reliquari.

L’opera forse più singolare è custodita nella nostra città di Teramo:
il celebre paliotto d’altare, che il grande artista realizzò tra il 1433 e il 1448. Trentacinque meravigliose formelle d’argento disposte sopra quattro file di nove ciascuna, accompagnate da ventidue losanghe in smalto traslucido e ventisei triangoli posti lungo la cornice.
Un imponente ciclo cristologico, posto sul fronte dell’altare maggiore dell’interno del Duomo di Teramo, che va dal magnifico momento dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria Santissima, alla Pentecoste dove il Signore regala lo Spirito Paraclito.
Raffigurazioni d’incredibile verismo del Cristo Pantocratore, della Vergine sul Trono dopo l’Assunzione al Cielo, dei Santi più grandi con gli Apostoli fino ad arrivare alla formella che sembra non avere scopo nell’insieme, che raffigura il momento delizioso ancorché straziante delle stimmate di San Francesco.
Questa meraviglia fu realizzata per volontà di Giosia d'Acquaviva (feudatario della regina di Napoli Giovanna I) allo scopo di rimpiazzare un altro paliotto d'argento che era di gran valore ed era esposto nei giorni festivi, rubato nel 1416 nel corso dei disordini che seguirono l'ascesa al trono della regina Giovanna II d'Angiò alla morte del fratello Ladislao I d'Angiò.
Uno stupendo capolavoro di oreficeria sacra, da gustare intensamente davanti alla sua lastra di vetro.

Una produzione, quella di Nicola di Andrea Di Pasquale, questo era il suo nome per esteso, creata con uno stile inconfondibile e incredibilmente moderno, nonostante, la sua complessa epoca di passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento.
Non dimentichiamo che è una sua opera, l’eccelsa croce professionale esposta nel museo della Basilica romana di San Giovanni in Laterano. D'altronde l’Abruzzo ha saputo regalare al mondo una tradizione orafa che ha arricchito, per secoli, chiese e cattedrali tra le più importanti e non solo in Italia, dal maestro del quattrocento, cui s’ispirava Nicola, il fiorentino Lorenzo Ghiberti, fino ad arrivare ai grandi orafi del settecento.

La città dell’artista, Guardiagrele posta in posizione incantevole, a picco, nel cuore del dorso sud della Majella, è comunque patria di un’arte che mostra la vitalità abruzzese nella ceramica, nel legno, nella pietra, nei tessuti, nel bronzo.
Borgo di appena duemila anime, contraddittorio nell'abbandono odierno che sembra andare a braccetto con il lavoro di fino, di cesello e che ancora esprime maestri fabbri, ramai, ricamatrici del famoso merletto della “sedia” con frange fatte di nodi singolari, fino ai gioiellieri, creatori della splendida “Presentosa”, legato alla tradizione pastorale.
E’ un monile d’oro a forma di stella da sei a venti punte, donato dal pastore transumante alla sua donna, prima della partenza con le greggi, verso il Tavoliere delle Puglie.
Nella parte anteriore del gioiello, due piccoli cuori affiancati, indicavano che la fanciulla era una promessa sposa.
Anche nella poesia, il borgo guardiese non ha eguali: ha visto i natali del più grande poeta dialettale della nostra regione, Modesto Della Porta, modesto non solo nel nome, ma anche nelle umili origini e nel mestiere di sarto.

giovedì 31 dicembre 2015

Il blog che ti fa scoprire l'Abruzzo Teramano!


Chi lo desidera può visionare la rivista in *pdf  cliccando sulla immagine:



oppure fare il download dello stesso *pdf cliccando sull'immagine di riferimento.




Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
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Un volo d’aquila sulla città di Teramo e il suo territorio tra montagne, mare, foreste, colline, borghi, opere d’arte per disegnare l’immagine più limpida di un territorio.
Infinite suggestioni da cercare e vivere.

L’Abruzzo teramano è nato quasi da un ordine cartesiano, che ti culla spingendo un’altalena di emozioni, sentimenti, che ti afferra per mano accompagnandoti lì dove puoi perderti nella bellezza.

Perché nel teramano è la bellezza, il filo che lega strettamente storia e tradizione.