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lunedì 19 maggio 2014

La strada della salvezza è tutta in salita

Davanti ai ventotto gradini in legno di quercia, sono tanti i fedeli che nelle ricorrenze cristiane più importanti chiedono, salendo faticosamente in ginocchio, il perdono dei peccati per raggiungere il Paradiso.

Accade ogni anno a Roma come a Gerusalemme.
Accade anche a Campli.

In questo borgo che al visitatore sembra solo un tranquillo paesino di campagna ai piedi dei monti Gemelli, c’è una delle poche Scale Sante al mondo, dove ottenere l’indulgenza plenaria.
In realtà l’antica “Campulum” è grande nella sua storia millenaria iniziata in epoca preromana, tanto da essere da più di tremila anni, crocevia di popoli e cultura.

Basti pensare ai meravigliosi reperti della necropoli italica di Campovalano, risalenti al primo millennio avanti Cristo, ai grandi pittori che qui hanno lasciato opere indimenticabili come Giacomo da Campli, Cola D’Amatrice, Giovanbattista Boncori e tanti altri, senza dimenticare le architetture dei palazzi, le cui mura narrano antichi splendori e celano capolavori del genio umano.

Sono architetture immortali, come la cattedrale di Santa Maria in Platea, la Porta Angioina, San Paolo, il Convento francescano di San Bernardino, il Palazzo Farnese del ‘500, il convento di Sant’Onofrio, la medioevale casa del farmacista e del dottore, il Museo archeologico e mille altri tesori.

Fu Papa Clemente XIV che attribuì il privilegio della Scala Santa alla città della famiglia dei Farnesi nel lontano 21 gennaio 1772, grazie ad un paziente lavoro diplomatico di un avvocato, Gian Palma Palma, priore della Confraternita delle Sante Stimmate di S. Francesco, alla quale fu attribuito il ruolo di custode del luogo santo.

L’avvocato cercava di accrescere la fama della sua città per far rifiorire gli affari e allontanare il pericolo di un decadimento ormai inevitabile.
I gradini che rendono la strada per la salvezza dell’anima in salita, sono un rito religioso di grande importanza, legato a una tradizione biblica, priva di fondamento storico.

Fu Gesù, scendendo e salendo dal pretorio di Pilato la grande scalinata di marmo, a consacrare le pietre col sangue santo che colava dalle ferite inferte dai romani.
La tradizione vuole che, anni dopo, la madre di Costantino, Sant’Elena colta da immensa pietà durante un pellegrinaggio in Terra Santa, s’impossessò del marmo sacro, portandolo a Roma e collocandolo in forma di scala, nel palazzo Lateranense.

Quella di Campli è una delle Scale Sante in migliore conservazione esistenti al mondo, ma è sicuramente la meno nota e la meno frequentata.

Eppure, accostandosi con devozione a questo gioiello di fede ci si sente penetrare dall’atmosfera ricca di suggestioni e attese.

Il soffio del vento che giunge dalla piccola vallata circostante, inculca il desiderio di riconciliazione con Dio.
La luce riflessa che gioca sui toni del bianco e del grigio, sembra soffocare i colori brillanti del verde e del torrente Siccagno.
Sul piccolo universo fermo di questo borgo d’arte, cala il silenzio dell’anima che attende il perdono.
I segni della civiltà di colpo arrivano attutiti, persi nelle strette vie del paese.
Nel salire in ginocchio e a capo chino pregando e chiedendo perdono dei misfatti compiuti, una moltitudine di piccoli teneri angeli dalle tele dei lati, accompagnano il cammino penitente delle ginocchia.

I sei dipinti, tre a destra e tre a sinistra che ornano questo piccolo capolavoro di arte religiosa, ci ricordano quanto ha sofferto il Cristo per salvare tutti noi che spesso rifiutiamo il suo estremo dono.
E’ il luogo del perdono, dove le mute pietre sanno comunque raccontare storie e sentimenti, entrando nella parte più intima del peccatore.

Un itinerario dello spirito, in un tempio dalla struttura semplice.

L’ultimo gradino porta davanti al “Sancta Sanctorum”.
Si prega in silenzio al cospetto di un dipinto che raffigura la deposizione del Nazareno, simbolo meraviglioso del dolore che Gesù ha voluto subire per la salvezza di ognuno di noi.
Il piccolo altare dietro la grata sembra essere lì per far poggiare il peso delle miserie, degli squallori umani.
Finalmente si è liberi dai propri peccati.
La seconda scalinata si scende in piedi tra gioiose tele che ricordano la Resurrezione del Cristo.

Una cultura millenaria raccontata da tanti storici.

Serafino Razzi, domenicano, religioso che ben incarnava l’eterna condizione dell’uomo orante “in cammino” verso Dio, nel 1575 intraprese un viaggio verso l’Abruzzo, toccando anche il borgo di Campli.
Il confine fra la “provincia Pretuziana” e la “Marca Fermana”, fra lo stato e il Regno Pontificio di Civitella del Tronto, dovette lasciare in lui un segno se è vero che, profondamente colpito dalla nobiltà che permeava quel piccolo e apparentemente insignificante paesino, esclamò in una sua lettera: “ o Campulum Pretuziano…
capolavoro a cielo aperto!”.

Anni prima, lo studioso Pacifico Massimi, vissuto nel XV secolo, scrisse in un testo latino che … ”sinché esisteranno le ripe di Campli, Castelnuovo e Nocella, io ne sarò sempre amante, mai sarò immemore di ciò che ho ricevuto né mi peserebbe ricambiarlo con il dono di mille vite”.


Il cieco di Adria, Luigi Grotto, pose Campli sopra le rovine della favolosa Castro.

Lo storico Orlando non fu dello stesso parere e sostenne che i fondatori del borgo furono dei fuoriusciti di Campiglio, sulla collina sopra la valle, che gettarono le fondamenta di un quartiere che divenne in seguito “ il Ricetto” forse per la presenza di ebrei.
Giovan Battista Pacichelli invece asserì che il nome Campli derivava da intra – campi e affermò che il borgo fu fondato dai proprietari di un castello vicino.
Origini discusse, tra cui l’ipotesi di un tenimento umbro che parla di un “municipium inter campi” da cui il nome della città.

Quel che è certo che Campli trasuda, in ogni sua pietra, cultura millenaria.
Lo gridano incessantemente i tanti ritrovamenti di ogni epoca e civiltà.
Il territorio camplese ha avuto fin dalla preistoria insediamenti propri, come ci testimoniano i resti risalenti all’età del bronzo, di un villaggio di allevatori e agricoltori del XIV, XIII secolo a.C. e i ritrovamenti nella Necropoli di Campovalano con tombe risalenti al II secolo a.C. I resti raccontano anche di una civiltà romanica evoluta.

Nella zona al margine nord ovest della necropoli, sotto l’altare della chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, fu ritrovato un frammento di epigrafe, in lettere capitali con dedica a Giulio Cesare, resti con tutta probabilità di un piedistallo di statua innalzata per disposizione dell’ex “Lex Rufrena” del 44 a.C. in onore a Cesare divinizzato.

Nella stessa area esisteva una necropoli romana, da cui provengono frammenti del ”sarcofago di Aurelio Andronico”, ricco commerciante di marmi nel IV secolo avanti Cristo.
Nella frazione di Battaglia ai piedi delle due montagne gemelle, fu riportato alla luce un ripostiglio contenente una quarantina di monete d’argento, molto probabilmente tesaurizzate, databili dal 323 al II secolo a.C..

In epoca romana i vicoli di Campli furono attraversati da uomini illustri; la storia ricorda la presenza di Lenate, dottissimo schiavo di Pompeo e Tazio Lucio Rufo che, pur essendo di umili natali, pervenne ai più alti gradi della milizia romana, diventando il pupillo di Augusto.

Nessuna mano scellerata è riuscita, nei secoli, a strappare l’infinito fascino che Campli sa regalare.

È possibile raggiungere Campli tramite l'autostrada Adriatica (A14) uscendo dal casello Val Vibrata o dall'Autostrada (A24), uscendo a San Nicolò a Tordino. Teramo è a 9 chilometri!

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