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martedì 6 agosto 2013

L’eterna lotta tra il Bene e il male: Santa Maria Arabona

“La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. (Romani 13,12)

Il sole è appena nato ma già l’angusta via risuona del martello sulla pressa del mastro ciabattino.
Sulla vetrata del piccolo laboratorio, una bottega umida colma di calzature dove le scarpe da consunte riescono quasi nuove, c’è l’effige di San Crispino il patrono dei calzolai.

Un santo che aveva percorso così tanta strada per annunciare il Cristo, da morire quasi scalzo.

Rocco è l’ultimo di questi aggiusta scarpe che trinciano cuoio come nel secolo scorso.
E’ la vecchia guardia che sta scomparendo sotto i colpi impietosi del tempo.

Tira su rumorosamente col naso, ci passa sotto il dorso della mano per asciugare le gocce.

Si aggiusta, quasi si vergognasse di esser preso per trasandato, il suo grembiale nero, odoroso di colla e cera d’api, allarga le braccia e dice:
“E che vuoi che ti dica? La gente oggi, la calzatura che ha fame e apre la bocca, non l’aggiusta più. Nel negozio se la compra nuova a 20 euro! Certo, non scricchiolano come quelle di costoso artigianato. Nelle scarpe di oggi c è solo il collante”.

Pensare che a Tolentino nelle Marche, non così lontano, un tempo c’era l’università per apprendere l’arte del conciare le pelli, montare tomaie e preparare calzature a mano e oggi non c’è quasi più chi ripara i tacchi.
Mi guardo intorno e osservo gli utensili abbruniti dal tempo: raspe, spazzole, martelli.

“Ho provato a portar su un ragazzino, a insegnargli il mestiere. Gli ho detto, giovanotto se sbagli a piantar chiodi sulla suola, poi l’orlo viene storto e la tomaia non regge. E lui sapete che ha risposto? Vecchio mio, questo mestiere è per chi vuole morire di fame e non per me. E non l’ho visto più”.

Come dargli torto?
Ogni scarpa riparata rende si e no cinque euro e in Italia, nell’ultimo censimento sugli artigiani calzolai, gli esemplari in estinzione sono rimasti tremila circa.
Non più di cinque anni fa erano oltre 4500!

L’anziano artigiano, originario della valle dell’Aventino, conosce tante storie che è un piacere ascoltarlo.

Racconta di Alanno, borgo appeso su di una collina sopra la valle del fiume Pescara, luogo un tempo ricco di ville romane, battuto spesso dalla furia del vento proveniente dalle gole di Popoli attraverso Casauria.

Nel paese si venerava San Clemente cui è dedicata la bella abbazia vicina.
La statua, opera del ‘400 della bottega abruzzese di Guardiagrele, pare si voltasse ogni qualvolta era in arrivo una tempesta di vento, riuscendo a placarla con lo sguardo.
Il vecchio si è accorto dal mio sorriso sarcastico che non credo a questo tipo di devozione e rincara la dose.

Mi parla del Santissimo Crocefisso di Taranta Peligna che un contadino, nell’ottocento, trovò sotto terra mentre arava il suo campo.
Gesù, nella croce di legno, appare nello spasimo dell’agonia e non ancora morto, bocca semi aperta e respiro affannoso.

Il Cristo pare abbia protetto per molti anni le famiglie locali dalle disgrazie e calamità e qualcuno è andato sotto terra con la convinzione che il Santissimo sia anche sceso da quella croce per svolgere meglio il suo compito.

Il mio interlocutore crede infinitamente nei poteri taumaturgici della religione.
Mentre vado via, mi ammonisce sibillino:
“Guarda attentamente il Male e il Bene nell’abbazia, ora che vai a visitarla. Sappi che ancora oggi combattono furiosamente e non sempre a Manoppello trionfa il bene …”.

Santa Maria d’Arabona è trascurata dai grandi circuiti turistici- religiosi.
Eppure la badia è uno dei più importanti esempi tra le grandi chiese costruite dai Cistercensi, quando giunsero in Abruzzo alla fine del XII secolo, a quaranta anni circa dalla fondazione dei primi monasteri nel Regno di Sicilia.
Qui sono passate molte etnie d’oriente: albanesi, slavi, greci, arabi.

La situazione del monachesimo benedettino mostrava, allora, una fortissima presenza di patrimoni appartenenti a grandi insediamenti fuori regione, come Montecassino, S. Vincenzo al Volturno e S. Maria di Farfa, e una serie di siti autonomi.
Il principale di questi era quello di S. Clemente a Casauria.

Ma, credetemi, ce n’erano tantissimi: San Salvatore a Majella, San Liberatore, San Martino della Valle.

Tutti posti che rendevano bene la quotidianità dei monaci, ritmata dalla preghiera, dalla liturgia, dalla fraternità sobria, dalle giornate semplici fatte di umile lavoro e vicinanza spirituale alla popolazione dei villaggi intorno.

I monaci erano i rami, la gente gli uccelli che vi si posavano.

Nel 1191 era stata edificata Santa Maria di Casanova, nel 1209 furono innalzate proprio le mura di Arabona, diretta derivazione dell’opulenta abbazia di Casamari, raggiungibile attraverso l’autostrada Frosinone Sora.
Di questo importante esempio di architettura gotica cistercense, il complesso pescarese propone in parte la pianta.
Le stesse maestranze realizzarono poi la costruzione del piccolo monastero di Santo Spirito, a picco d’aquila sul paese di Ocre, oggi convento francescano.

Il nome dato alla badia di Manoppello scalo, che a quel tempo servì come tessuto connettivo religioso e sociale delle campagne circostanti, sembra fosse collegato al culto italico della dea Bona.

L’abbazia è rimasta incompiuta e in tempi recenti è stata realizzata una poco attraente parete in mattoni.

Quello che può motivare una visita sono i due elementi in pietra bianca, tabernacolo e cero pasquale che racchiudono in sé la storia della salvezza dell’uomo scolpita con incredibile maestria da un artista a me sconosciuto, beata ignoranza.


Il tabernacolo, retto da due esili colonnine, ricorda l’importanza della sapienza cui l’uomo deve tendere, custodendo gelosamente libri sacri e oggetti di culto a Dio.

Il candelabro ha invece in sé una moltitudine di significati allegorici.
Alla base si trovano quattro animali, tre dei quali ancora visibili.
I due cani e i due leoni rappresentano il peccato.
Il male, tra menzogna ed eresia, aggredisce l’uomo allontanandolo dalla salvezza.
Il cane si morde rabbiosamente una zampa a significare che il peccato lacera se stesso senza posa.

L’altro animale, con la testa all’indietro, simboleggia il peccato verso Dio che svuota la vita di ogni significato.
Le deformità delle figure animalesche ammoniscono sul deturpamento che il peccato opera in noi.

Nel capitello si riprende il tema della vite e dei tralci attaccati a essa.
Foglie e grappoli d’uva avvolgono a spirale il fusto della colonna che simboleggia la figura del Cristo cui il tralcio, cioè il discepolo deve rimanere ancorato per avere la vita eterna.

Chi andrà a vedere questa meraviglia, troverà nella parte culminante del cero, dodici piccole colonne a simboleggiare gli apostoli e la chiesa con la propria vocazione e missione.

Tra la base del candelabro e la parte alta, l’autore ha inserito una colonna centrale assolutamente nuda, liscia, una barriera invalicabile fra il cristiano nella grazia e il peccato originale.


Per raggiungere Santa Maria d'Arabona, ai piedi del versante settentrionale della Majella, percorrere l'autostrada A 25 direzione Pescara, uscita casello Alanno- Scafa. Da Pescara con la S.S. 5 Tiburtina Valeria .

giovedì 1 agosto 2013

L’Oratorio dalla crociera celeste: Nel regno del Barocco abruzzese a Pietranico

“Ponimi come sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Forte come la Morte è l’Amore, tenace come il Regno dei morti è la Passione, le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina”! (Cantico dei Cantici 8,6)

La strada, tortuosa, sale verso Pietranico, porta sud del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga.

Da tempo in questi luoghi gli ambientalisti combattono per la creazione di una riserva naturale nella vasta e incontaminata zona naturalistica che costeggia il fosso Rota, non lontano dal borgo semi abbandonato di Corvara e luoghi d’incanto come Pescosansonesco e Castiglione.

E’ un territorio tutto da scoprire tra antiche fonti, sorgenti, vasche riconosciute dalla Soprintendenza Archeologica come “beni di pregio”e ottima gastronomia, con cibi conditi dall’olio Dop Aprutino pescarese e accompagnati dal Montepulciano di Casauria, tra i migliori vini italiani.

Un territorio che fu, in parte, della provincia teramana, fin quando nel 1927 fu istituita quella di Pescara.
Da allora Teramo ha perso inestimabili gioielli artistici.
Qui l’isolamento del borgo non è un handicap ma un valore aggiunto.
Ciò che rende la visita indimenticabile, credo sia l’oratorio di Santa Maria della Croce, la chiesa che celebra l’Annunciazione alla Madonna, autentica perla artistica e centro di devozione mariana.

Il noto critico d’arte teramano Giovanni Corrieri, in un articolo rimarca “l’elemento meraviglia consistente nel passaggio repentino dall’austera sobrietà dell’esterno, al tripudio decorativo dell’interno”.

La storia di questo gioiello fuori dalle direttrici canoniche della viabilità corrente, ubicato all’interno di un millenario percorso di tratturi e di fede, è rinvenibile nella scritta in parte rovinata, dipinta all’interno sopra l’ingresso.

Vi si racconta che in contrada Croce esisteva una piccola cappella agreste prima che apparisse la Madonna a chiedere un luogo più consono per dedicarle preghiere.

“Maria apparse con veste bianca stellata a Domenico Del Biondo della terra di Pretanico andando vedendo il suo seminato ….” (Dall’iscrizione sopra l’ingresso trascritta nel 1878 da Antonio De Nino storico ed etnografo)

Mentre la mia 207 si rifocilla al distributore, il contadino, alla mia richiesta d’informazioni, disegna sul viso un ghigno indefinibile.

Borbotta che la chiave della chiesa è da chiedere alla “santa”. Non capisco se questa signora è definita tale scherzosamente o se da queste parti si diventa santi per volontà popolare.

L’uomo accende la sigaretta, espira una densa nube di fumo azzurro, poi stancamente indica la via da seguire.

La custode è una cordiale bionda di nome Dora che un tempo doveva essere avvenente.

Ha un vestito molto colorato con una scollatura ampia che scende su di una spalla.
Svela di essere stata ricevuta dal papa Wojtyla cui ha donato una pubblicazione sull’oratorio e di essere stata intervistata da Rai Tre sull’apparizione della Madonna.
La Vergine Maria si sarebbe palesata nel 1614 al solito pastore che non manca mai nelle presunte apparizioni mariane. La “dolce signora” aveva una stella con quattordici punte come le stazioni in pietra della Via Crucis che dall’oratorio portano, in tre chilometri, nella piazza del paese.

Il borgo conta circa settecento anime che vivono a ritmi lenti, segnati dalle stagioni agricole.
Qui la venerazione per la Madre di Cristo è enorme.

Il due di maggio al calare della sera, nell’ora del Vespro, si svolge una processione che rappresenta una delle manifestazioni storiche - religiose tra le più interessanti d’Abruzzo, una devozione popolare riconosciuta dal Ministero dei Beni Culturali di notevole interesse etnologico e antropologico.

All’interno della chiesa vive un mondo assolutamente inaspettato. Le solide mura esplodono in uno spettacolare trionfo di stucchi, oro e colori, opera di maestri del ‘600.

Le decorazioni sono forse uniche per quantità e qualità in tutto l’Abruzzo.
La figura dell’Onnipotente con la Vergine Maria non è una sontuosa metafora o una licenza poetica ma una rappresentazione viva in cui si fonde la memoria del mondo.
Qui si custodiscono dipinti che possono anche non piacere ma che trasmettono comunque emozioni.

La dimensione temporale della vita terrena scompare, inghiottita dalla gloria ininterrotta dell’eternità con le figure della Trinità a vigilare sul cammino di santità cui tutti dobbiamo tendere.

Le opere, vere architetture di luce, aiutano a confidare in una sorta di crociera celeste su cui contare alla fine di questo passaggio sulla terra.

La parte più ricca del complesso si trova nelle campate centrali, dove si ammirano ben diciotto episodi della Passione del Cristo in stile barocco. Sono notevoli gli stucchi.

Tra cornici e dorature, trovano spazio mascheroni, figure di puttini e santi celebri come Antonio da Padova, Gregorio Magno, Biagio e Giuseppe. Tutto bello ma pesante nello stile.

Ovunque sembra che il tempo si sia fermato.
I villaggi, da queste parti, sono pieni di vecchi prosciugati da decenni di duro lavoro e vita grama.
La ruggine sbriciola i cardini delle porte, le ragnatele disegnano ghirigori nelle case assediate dagli abbandoni.
Ho incontrato una deliziosa bottega che vendeva cesti in vimini di ogni formato e anche un inedito lampadario di corda intrecciata.
Ho visto anche degli utensili strani.

Un’anziana donna con gentilezza mi ha informato che si trattava di una “bruscola”, oggetto usato per la raccolta delle olive e un “graticcio”, sorta di rete dove stendere i fichi a essiccare.
Non lontano s’innalzano colline ricche di vigneti al culmine di curve tibetane.
Da secoli qui è stata introdotta l’agricoltura irrigua, canalizzando l’acqua e riempiendo la zona di oliveti e viti.

La cura dell’uva in altezza è difficilissima.
Le vigne sorgono su terreni pietrosi e scoscesi, sono molto basse e hanno difficoltà a prendere il giusto calore del sole e quello della terra.

Eppure, questo lavoro duro che l’uomo fa in modo tradizionale perché l’uso dei mezzi meccanici è quasi impossibile, regala buoni frutti.

La terra, diceva un coltivatore mio amico che oggi cura le sue distese in Paradiso, non tradisce mai.

E poi, continuava con un motto fascista, “non siamo fatti per la vita comoda”.
Famose da queste parti le tenute delle cantine Zaccagnini e Valentini che si estendono da Loreto Aprutino fino alle porte del vicino Parco della Majella.
Hanno vigneti e proprietà terriere risalenti al 1500.

Per raggiungere il gioiello del Barocco abruzzese a Pietranico, raggiungere il casello di Torre dè Passeri sulla A 25 Pescara Roma. Imboccare la statale che porta fino a Brittoli e Civitaquana.

martedì 23 luglio 2013

Il linguaggio della Fede: San Tommaso a Caramanico

Proponiamo un viaggio entusiasmante, alla scoperta dei segreti della chiesa di San Tommaso Beckett, a Caramanico Terme.

La campana alle nove del mattino, chiama i fedeli a raccolta. La monumentale chiesa, a pochi tornanti da Caramanico Terme, in provincia di Pescara e nel cuore del Parco Nazionale della Majella, è dedicata all’arcivescovo di Canterbury,

San Tommaso Beckett, assassinato nel 1170 mentre celebrava una funzione religiosa.
L’abito pontificale si arrossì del suo sangue innocente sparso a causa dell’eterna lotta tra la Corona inglese e la Santa Romana Chiesa.

Tre anni dopo, lo sventurato fu santificato da Santa Romana Chiesa.
“In verità per lungo tempo si è stati convinti che la chiesa fosse intitolata all’apostolo Tommaso le cui ossa riposano in Ortona”, a parlare è il curato di campagna che officia messa e cura le anime del paese di Salle, pochi tornanti dall’affascinante castello a picco sulle gole dell’Orta .
“Qualcuno addirittura pensava a San Tommaso d’Aquino…”.

In verità sono in pochi a conoscere questo santo d’Inghilterra.
Grazie ad un altrettanto sconosciuto abate di Casauria, tal Leonate, il culto per Tommaso arrivò, nell’antichissimo cenobio benedettino, dopo aver raggiunto Subiaco, Bucchianico e giù, nel tacco d’Italia, fino a Monreale in Sicilia.

Chiacchieriamo con il sacerdote davanti al bellissimo portale maggiore, sormontato da un architrave che reca scolpite a tutto tondo, le figure di Cristo e degli apostoli.

Innumerevoli sono i simbolismi sulla facciata.
Il bellissimo Fiore della Vita, che si ricollega a una tradizione cara ai Templari è scolpito su di una pietra della finestra nell’abside esterna e due sono i fiori “accoppiati” in un cerchio, incisi misteriosamente.

I Templari ebbero vasta diffusione in Abruzzo, perchè il loro fondatore, Ugo di Pagani, pur essendo lucano di nascita, contava numerosi feudi nella nostra regione come Moscufo, Spoltore, S. Valentino, Vicoli, Villanova.
Gli uomini rosso- crociati di Dio abruzzesi, ereditarono conventi abbandonati dai benedettini.

Contro il cielo, il profilo tozzo della montagna del Morrone, forma una magica geografia di cupole d’erba.
Qui, come pochi altri posti in Abruzzo, il legame tra la terra e l’uomo sembra essere più felice.
In lontananza, la montagna madre disegna un paesaggio aspro, ricoperto di boschi e solcato da gole selvagge, in cui si celano misteriose grotte, meta preferita degli eremiti in tempi andati. Gorgoglia, sotto i piloni di un immane ponte, il fiume Orta.

I simboli sono ovunque, dentro e sotto le pietre.

Eppure quello che forse conta di più non sono i tesori architettonici ma quello che è stato loro attribuito nel corso dei secoli.

Anni fa, il rinvenimento di bronzetti raffiguranti il dio Ercole, la divinità dalla forza prorompente, custode delle sorgenti e nume tutelare dei pastori, suggerì l’ipotesi fantasiosa che in questo sito ci fosse, nella notte dei tempi, un’area di culto importante.

L’utilizzo delle fondamenta di un preesistente edificio sacro, probabilmente legato al culto delle acque, come sembra attestare la cripta e il pozzo arcaico di acqua sorgiva, ancora oggi determina manifestazioni di credenze popolari tra religione e superstizione.

Un primo tempio fu fatto edificare in questo luogo, nel 45 d.C. in seguito all’apparizione degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.
Di certo, la chiesa attuale risale alla seconda metà del XII secolo e la costruzione è attribuita alle maestranze di San Clemente a Casauria.
Un’iscrizione, posta sul portale sinistro, testimonierebbe comunque la conclusione dell’edificazione nel 1202.

Tre navate di aspetto basilicale che conservano alcune pitture di epoca duecentesca che rimandano ai temi bizantini della bella Santa Maria ad Criptas nelle vicinanze di Fossa dell’Aquila.
Ai lati dei gradini che conducono al presbiterio, si ammirano due leoni di bella fattura risalente al periodo romanico.

E’ visibile anche, un bel crocefisso risalente al XV secolo.
 Tra gli austeri pilastri, un esile e stravagante monolito transennato!

Il parroco racconta che il mito della fertilità pian piano si è trasmesso dalle bestie agli esseri umani.
La cosiddetta “Colonna Santa” che poggia su di una sproporzionata zoccolatura ed è sormontata da un enorme capitello altrettanto sproporzionato, ornato da palmette e tralci serpeggianti, avrebbe proprietà risanatrici.

Unica nel repertorio della plastica medievale, la colonna ha avuto nei secoli una forte presa sulla fede popolare, che la vuole portata sul posto da un angelo e che ne ha fatto oggetto di devoti strofinamenti. L'assottigliamento nella parte inferiore dovuta anche al fatto che spesso erano asportati souvenir di pietra, ha costretto la Sovrintendenza a transennare il manufatto.

mercoledì 17 luglio 2013

Un "Giudizio" molto particolare

“Ma, il Figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Luca 18).

La domanda conclusiva nel capitolo diciotto del Vangelo di Luca anche non essendo indice di pessimismo ma, esortazione alla vigilanza e alla perseveranza, evoca lo scenario inquietante del Giudizio Universale.

Questo tema è certamente uno dei soggetti più sfruttati nell'arte sacra di tutte le epoche, dagli oscuri maestri delle chiese altomedioevali e dai mosaicisti d'ispirazione bizantina, fino ad arrivare al Vasari e ai famosi, Giotto della Cappella degli Scrovegni e Michelangelo della Cappella Sistina.

Moltissimi artisti si sono cimentati nel dare forma e colore alle proprie inquietudini sulla sorte finale e alle paure collettive e quotidiane della società del loro tempo.

Nella campagna pescarese, tra i monti del Gran Sasso e il mare Adriatico, nei tranquilli borghi di Moscufo, Pianella e, soprattutto Loreto Aprutino, c’è un’opera tutta da vivere che racconta alle generazioni cosa accadrà nel momento in cui saremo sottoposti al giudizio di Dio.

Il grande affresco, che campeggia sulla parete in fondo alla chiesa, è il vero capolavoro di Santa Maria in Piano.

Il tempio, all’esterno con la sua facciata quasi anonima anche se con un bel portale rinascimentale, dice poco o niente ma, al suo interno custodisce un ciclo di opere che raccontano di santi, beati e poveri peccatori in cammino verso la redenzione.

La chiesa, di origine anteriore al mille, si chiama così perché per alcuni deriva da un tempio della “pia Diana”, dea pagana, per altri, il nome deriverebbe dalla piccola piana, dove insiste il manufatto.

Il Giudizio pare sia stato realizzato nel quattrocento, con una tecnica particolare molto simile all’encausto in uso al tempo dei Romani che usavano colori a caldo, sciolti nella cera per ottenere colori brillanti ed effetti cromatici di rara intensità.

In un autentico delirio d’arte, visione estrema dell’oltretomba che si apre sotto i piedi delle anime dannate, c’è il Cristo adorato dalla Vergine e dal Battista, ci sono angeli che recano al Signore,

Giudice finale, dei cartigli con sopra le sentenze per ognuno dei peccatori, c’è il ponte del capello su cui le anime devono passare per aspirare a una possibile purificazione.

Tra corpi che precipitano nella pece bollente e anime leggere senza tanti peccati che riescono a superare il fragile ponte e arrivare al cospetto di San Michele, tutta l’allegoria porta a rimeditare la propria vita e a figurarsi il proprio destino.

Peccato per la parte finale del mirabile affresco, quello raffigurante l’Inferno, che è andato irrimediabilmente perduto nel seicento.

Oltre al Giudizio particolare delle anime, se l’osservatore attento volgerà uno sguardo anche alla quinta campata della chiesa, scoprirà affreschi con episodi di vita di San Tommaso, accompagnati da piccole didascalie, scritte in caratteri gotici e piccoli riferimenti a presunti miracoli assicurati da Santa Maria intenta a salvare Loreto Aprutino dalla furia degli Spagnoli nel cinquecento.

Non perdete poi, nel cuore del paese, la visita all’inedito Museo dell’olio, aperto all’interno di un antico frantoio e, l’”Acerbo”, con l’imperdibile collezione dei capolavori dei maestri ceramisti di Castelli.


Raggiungi Loreto Aprutino, Moscufo e Pianella a 20 chilometri dal mare di Pescara, passando per Cappelle sul Tavo e le statali
151 o 602. Chi arriva dalla A14 utiliza il casello di Pescara Nord, dalla A 25 uscita Pescara Chieti.

giovedì 30 maggio 2013

Il miracolo della Madonna d'Appari a Paganica.

“… quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”. (Galati 4, 4-5)

I tornanti, incassati nella pietra, filano via verso L’Aquila con pareti alte dai fianchi lisci e levigati e forre profonde scavate dall’acqua.

Sul piccolo piazzale, a pochi tornanti dal borgo antico di Paganica, uno di quelli più sconvolti dal terremoto di aprile, mi attende il santuario della Madonna di Appari.

“Scrivilo pure che qui non si tratta di un miracolo creato ad arte per scopi turistici. La Vergine Addolorata, con il figlio morto, è apparsa, eccome”.

E’ molto più di una semplice fede quella di Rocco Bizzarri, vissuto lunghi anni ad Assergi e oggi settantenne scampato al disastro.

“La piccola pastorella Maddalena, intorno al 1400, fu così turbata da questa divina presenza da riuscire a convertire in breve tempo l’intero paese di Paganica”.

Con fede immensa, il popolo innalzò un’edicola incastonata nel masso e un piccolo tempio con una rustica stanzetta dove un romito pregava, cibandosi di erbe e dormendo su di un inospitale pagliericcio addossato alla parete rocciosa.
Il letto incavato del torrente Raiale oggi è poca cosa, ma un tempo, la forza devastatrice delle acque aveva aperto un varco tra i massi da dove riusciva a passare solo un cavaliere in groppa al suo animale.

L’erta mulattiera che porta in paese attraverso rovi, felci e, più avanti, un bosco ceduo ben descritto dai cartelli del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga era, un tempo, itinerario consueto ai carriaggi e ai quadrupedi.
Gli antichi attraversavano questo luogo impervio con muli carichi di grandi some che pencolavano paurosamente verso la ripa.

La piccola chiesa, con il suo campanile a vela dai bronzi abbruniti, è stata sempre meta di fedeli, scalzi e oranti che, dal sagrato del tempio fino sopra l’altare in pietra, scioglievano il loro voto, trascinandosi in ginocchio e ferendosi con gli spuntoni aguzzi del pavimento in viva roccia.

Scopro attraverso l’obiettivo della mia Nikon, sulle pietre rustiche del campanile, quello che si potrebbe definire “l’ingenuità popolare”: due feticci e mani aperte a impedire l’avvento del Male e tenere lontane le ombre inquiete che si credeva razzolassero in mezzo a queste aspre lande.


La chiave cigola nella toppa della serratura, la porta si apre e la luce penetra, attenuando l’oscurità dell’interno.

Arte insospettata a profusione, la stessa che ispirò il drammaturgo Antonio Di Jorio per una sua opera pastorale da un libercolo di Giuseppe Garofalo.
Una serie stupenda di pitture, miracolosamente illese dopo il possente sconquasso.

Le scene raccontano l’incoronazione della Vergine, l’Ultima Cena fino alla Passione e Morte di Cristo, in un crescendo che giunge all’ammirazione per l’organo ottocentesco, recuperato dalla Sopraintendenza alle Belle Arti non molti anni fa.

E’ tempo di ripartire.

Il sole quasi si spegne rifrangendosi sulle scacchiere brunite dei coppi di Assergi.
La macchina vorrebbe mettere il pilota automatico e volgere a ovest, verso il lago di Sinizze.

È tempo, però, di dedicare parte del vagabondaggio alla mia provincia, quella teramana.

mercoledì 29 maggio 2013

Le meraviglie di San Clemente a Casauria

Il cancello d’ingresso che apre un piccolo viale, ha l’aria di averne viste tante!
Sembra di essere all’interno di un’antica villa in Sicilia, ambientazione delle mitiche avventure del commissario Montalbano creazione della prolifica penna di Camilleri.

Gli occhi si posano su antiche statue acefale, capitelli, resti di architettura d’altri tempi giunti a noi per intercessione di Dio.

Ma già incombe l’austera facciata di un’abbazia imperiale antichissima dalla forma quadrata e il portico a tre arcate con altrettanti portali.

Siamo in una delle più antiche basiliche d’Abruzzo che si raggiunge attraverso l’A24 Pescara - Roma uscita Torre dei Passeri.
San Clemente a Casauria si trova in una zona molto interessante, ricca di vigneti, dalla quale in un attimo è possibile raggiungere i selvaggi eremi del Parco della Majella, in mezzo ad una straordinaria natura.
Salici, pioppi e antiche querce cingono, come in un abbraccio immortale, la vecchia abbazia e sullo sfondo si stagliano frastagliate cime e contorni indefiniti di vecchi abitati.

A pochi chilometri c’è il borgo antico di Tocco con le sue grosse pale eoliche e, nella valle accanto, Castiglione e la grotta del giovane beato Sulpizio dove, alla sua morte sgorgò acqua che si crede curativa e benedetta.

Credo che neanche l’imperatore Ludovico, che volle fortemente la costruzione di questo meraviglioso sito sacro nell’anno 871, avesse lontanamente in animo che San Clemente potesse, a distanza di secoli, rappresentare uno dei più affascinanti monumenti dell’arte cristiana, uno dei momenti più alti della presenza benedettina in Abruzzo.

Erano tempi difficili!

I Saraceni invadevano le nostre coste, distruggendo tutto al loro passaggio.
Molti barbari percorrevano antiche vie consolari da Rieti attraverso l’Appennino, Introdacqua, Cittaducale, poi la piana di Navelli, attraverso Popoli per giungere nelle nostre ubertose terre del sud e fare razzie.

Contro queste orde fameliche si schierò Ludovico detto “il Pio”, uomo timorato di Dio, discendente della gloriosa dinastia del mitico Carlo Magno.
Egli fece erigere questo colosso per sciogliere un voto di ringraziamento al Signore del cielo e della terra che lo aveva fatto uscire indenne dalla battaglia di Benevento. In quel sanguinoso evento riconquistò, a spese degli invasori, le città di Bari e Salerno.

Il posto, lussureggiante e vicino al rigoglioso fiume Pescara, era quanto di meglio si potesse desiderare.

La chiesa, inizialmente dedicata alla S. S. Trinità, custodì le ossa di numerosi martiri, per poi essere consacrata al culto di quel San Clemente papa, terzo successore di San Pietro, i cui resti furono ritrovati dai santi Cirillo e Metodio in una piccola baia sul mar Nero.
Lasciarsi cullare dalla pace che pervade il luogo è il modo migliore di trascorrere una giornata da non dimenticare.

Gabriele D’Annunzio, estasiato da cotanta ricchezza architettonica e artistica, esclamò: “Sono davanti ad una sovrana bellezza!”.

Capitelli istoriati con immagini di apostoli, fregi e archetti artistici che corrono lungo tutto il perimetro della facciata, il portone centrale con le figure in rilievo di San Clemente e altri santi e abati, tutto concorre a rendere monumentale il complesso.

All’interno, una struttura semplice ma particolare, a metà strada tra romanico e gotico; meraviglia il pulpito a forma quadrata con i due animali simbolo degli Evangelisti, l’aquila e il leone dall’aria fiera e sprezzante e, di fronte, un magnifico candelabro per il cero pasquale con la lanterna decorata finemente in stile romanico.
Infine merita tutta la meraviglia di cui disponiamo, il ciborio del ‘300, opera insigne che sovrasta l’altare regalando austerità a tutto l’interno.

Per chi visiti San Clemente, è necessario ritagliarsi il tempo per una visita alla cripta sottostante, al museo e la biblioteca per poi sostare in religioso riposo nel confortevole giardino ricco di essenze e fiori.

sabato 18 maggio 2013

Le storie di Sant'Angelo di Abbamano

S. Angelo in Abbamano è una località agreste di Sant’Omero, un tempo ubicata su di una via molto usata dai romani per condurre gli eserciti nel Pretuzio e nel Piceno ascolano.

Nei tempi antichi, esisteva una sorgente di acque sulfuree, oggi prosciugata. Pare che fosse utilizzata per curare le artrosi.

Il luogo era denominato Sant’Angelum ad Puteum probabilmente proprio per l’odore nauseabondo dell’acqua termale.
 Oggi su quella che era una massiccia costruzione romana di bagno pubblico o forse di enorme cisterna, sorge l’incantevole chiesina dedicata al culto di San Michele Arcangelo, con le sue semplici strutture romaniche senza fondamenta.

Questa ipotesi costruttiva, dettata da più di uno storico, pare suffragata dalla presenza di un mosaico, sul lato destro del tempio, coperto da uno strato di ghiaia minuta, fatto di piccole tessere chiare, che doveva costituire il pavimento dell’edificio superiore del bagno termale.
Proprio su questo mosaico è fondata la base del muro della chiesetta, che in alto è di mattoni rinforzati.

Sull’ingresso della chiesa inoltre, volto a occidente, il gradino della soglia non è altro che un frammento di epigrafe il quale reca incise delle lettere a grandi caratteri imperiali.

Il luogo oggi è solitario ma un tempo doveva essere molto frequentato.
Si deduce dai ritrovamenti di scheletri di animali e di ossa umane.

In un paese come Sant’Omero, martoriato dai continui trafugamenti dei tombaroli, non si capisce bene come non sia stata rubata anche una splendida Madonnina lignea gotica, che fino a qualche anno fa impreziosiva il piccolo tempio contadino.
L’opera, che ora è custodita nel Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila, rappresenta la Madonna seduta su uno scanno in posizione frontale mentre sorregge con il braccio sinistro il Bambino in piedi.

Il piccolo Gesù, vestito con una tunica fermata ai fianchi da un drappo, tiene una minuscola sfera nella mano sinistra.
La Vergine velata indossa una tunica coperta da un manto stellato.
L’opera è attribuita ad un maestro ignoto di provenienza umbra.
Sono numerose le leggende che popolano questo luogo dal quale si domina le valli del Vibrata e Salinello.
Storie fantastiche di chiocce con uova d’oro, di tesori nascosti sotto terra e di tumuli bi millenari di grandi personaggi dai corredi funerari ricchissimi.
Il fascino del luogo però risiede nella storia secolare che custodisce.



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giovedì 9 maggio 2013

La Montecassino del mare! Alla scoperta di San Giovanni in Venere

“Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario”. (Dal Salmo 27)



Sono diretto verso l’Adriatico dei trabocchi, nel cuore del golfo di Fossacesia, alla ricerca di una grande abbazia, seguendo le orme del patrono di Teramo, il vescovo Berardo.
Qui il sant’uomo affinò il suo dialogo stretto con il Creatore.

A ogni curva della statale che porta verso le spiagge, la strada sembra terminare con un salto nel blu cobalto del mare.
 La vita, dice Don Antonio Mazzi prete di strada, è l’eternità che cammina.
Non voltiamoci indietro, non avremmo milioni a sufficienza per comprarci il minuto già passato.

“Un paradiso terrestre, certo. Io amo chiamarla la Montecassino del mare”.
E’ un fiume in piena il signor Carmine.
Voce piacevole quanto il suono di un’unghia che scorre su di una lavagna ma cordiale e ricco di aneddoti.

Abita qui da ottanta e più anni, tra lecci e ulivi.
Alto, magro ha un grosso gozzo e un’età indefinita.
Porta in testa un buffo cappellino scamosciato bianco color torrone.
Mi chiedo cosa c’entri un copricapo di foggia tipicamente tirolese in mezzo all’Abruzzo del sud.

D’inverno, è solito col tempo buono, passare le ore meno fredde del giorno su questo balcone dove si affacciava anche il grande poeta D’Annunzio.
 Accanto a lui la moglie sembra meditare a occhi aperti.

La vecchietta ha delle nodose vene blu e la pelle traslucida come fosse impregnata di fard.
Forcine tra i capelli, la donna ha occhi arrossati, labbra violacee per la difficoltà di respirazione.
Non dà l’idea della salute.
Temo possa decedere da un momento all’altro.
Mi guardo intorno, rapito.

L’abbazia di San Giovanni in Venere è una meraviglia di pietra, autentico capolavoro di architettura sacra medioevale, posto su di un balcone del panoramico promontorio dedicato alla dea della bellezza, a picco su Fossacesia.

Siamo su di un colle dolce che pare un Getsemani circondato da ulivi e racchiuso tra le possenti mura della struttura religiosa.

Chiudendo gli occhi si può immaginare una piccola Gerusalemme e sentirsi pervasi dalla pace.

A pochi chilometri c’è la bella Lanciano con le sue eleganti torri Montanare, la chiesa di San Francesco del 1258 che ospita la reliquia del Miracolo Eucaristico e l’elegante esempio di architettura neo classica di Santa Maria del Ponte.

“Ma non credere che sia sempre così con quest’azzurro splendente fino all’orizzonte – ammonisce il loquace vegliardo- quando infuria il vento, quello che fa cadere i denti senza la tenaglia, il mare muggisce da metter paura!”

Guardo in lontananza la grande distesa d’acqua dell’Adriatico con i suoi trabocchi, macchine ingegnose di pesca e le colline digradanti fino l’arenile.

La pioggia degli scorsi giorni ha spazzato via la polvere immobile, lasciando libero il respiro infinito della natura.


Mi sento stregato dalla bellezza che ho negli occhi.
Il mare m’incanta quanto la montagna.
Il pianeta liquido è un mondo fantastico al pari di quello terrestre.
La sua energia positiva dovremmo farla entrare dentro di noi, nelle miriadi di cunicoli che attraversano il nostro povero corpo.

Osservo e immagino gli antichi marinai manovrare i remi, gli agguerriti saraceni cercare di sbarcare a riva per depredare e uccidere.

Poco distante c’è il trabocco turchino, la macchina da pesca immortalata nella tragedia dannunziana, che sembrava, per il Vate, una terribile catapulta romana in procinto di lanciarsi contro le acque profonde.

Tutto intorno alla collina dell’abbazia, boschi di lecci, agrumeti, olivi, vigne e macchie di ginestre che puntellano di giallo il verde ocre a formare, col blu del mare e il grigio lontano della Majella, una tavolozza del Tintoretto.

Siamo in un anfiteatro di straniante bellezza solcato nel cielo dai gabbiani che, incessanti sentinelle di questo bello assoluto, accompagnano lo sguardo dal mare verso i monti.

I monaci cistercensi che vi giunsero intorno al mille erano buon ultimi dato che, numerosi rinvenimenti preistorici nel corso degli anni, hanno testimoniato l’esistenza d’insediamenti umani a partire dal VII millennio ante Cristo.

Durante alcuni lavori di scavo nell’abbazia, vennero alla luce frammenti di materiali provenienti da periodi storici diversi che vanno dall’età del ferro all’ellenistica.

Suppellettili, scheletri e anfore recanti scritte in greco e in latino che fanno presumere il ruolo della costa dei Trabocchi e delle vicine Tremiti, punto di contatto e di scambio con mondi diversi.

I religiosi dovettero faticare non poco per vincere la fede per la dea Venere.

Costruirono convento e chiesa acquisendo proseliti cristiani grazie anche ai tanti ulivi, vigneti e alberi da frutta che furono impiantati per dare benessere a chi viveva solo dei prodotti del mare.

Ancora oggi gli scheletri dei patriarchi di quegli ulivi millenari sono in piedi, nonostante i fulmini e le intemperie subite, fieri di non temere il lento trascorrere del tempo.

Si racconta che l’abate di questo luogo sacro, tal Oderisio I, nel 1076 costruì il bel paese di Rocca San Giovanni che si raggiunge a pochi chilometri dalla costa, tra fossi e calanchi spettacolari. Parliamo di uno dei borghi più belli d’Italia, inserito nella speciale classifica italiana, unico nella provincia chietina dal 2006. Il priore lo fortificò con mura possenti e torri di avvistamento.
Ancora oggi, il camminamento sulle antiche balaustre emoziona e non poco.
Fra l’altro a Rocca si beve ottimo vino e si pasteggia con olio sopraffino, passeggiando tra palazzi aristocratici e giardini.

La facciata dell’antica basilica è austera e semplice.
Attraverso il portale decorato da bassorilievi in pietra bianca, entro e il buio, trafitto da polverosi raggi di sole, sembra urlare.

L’abbazia oggi si presenta a tre navate separate da due file di cinque pilastri, di stile cistercense dalle maestose volte con travi di legno.
Le grandi pareti sono spoglie.
I dipinti si concentrano tutti nella cripta di sotto dell’immenso presbiterio a pianta rettangolare e con ben tre absidi.
La luce è fioca, i personaggi degli affreschi sembrano volersi strappare dal muro per bere gocce di chiarore.

Tutto invita a dimenticare il mondo esterno: la leggerezza delle colonne pur maestose, l’insieme e soprattutto, il silenzio leggero e non incombente che permette ai cuori di ricongiungersi con la parte più intima e segreta del proprio animo.

Penso allo splendido Cantico di Sion, frutto del genio poetico e profetico di Isaia (2, 2-5): “Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore”.

Due donne sono immerse nel rito devozionale del rosario.

Pietro Calabrese, giornalista recentemente scomparso, ateo ma non troppo, ammoniva a non sottovalutare la forza e la dolcezza delle preghiere di quei fortunati che possiedono il dono della fede.
Vero che, anche per i non praticanti secondo lo scrittore, le preghiere conservano un senso di mistero e infinito che solo uno stupido accecato dai pregiudizi sottovaluterebbe.

Colpiscono l’immaginario i troni in pietra usati dai monaci e la stele che ricorda la breve permanenza, in questo luogo sacro del vescovo Berardo che qui si raccolse in preghiera prima di ascendere alla
cattedra episcopale di Teramo.

Getto uno sguardo al lussureggiante giardino mediterraneo del convento. Cipressi, palme, rododendri, quasi si abbarbicano sul portico a tre lati.

Il piccolo parco è testimone della serenità e della pace di un antico stile di vita legato ai valori spirituali.
La temperatura ora è decisamente dolce. Mi fa sudare ma si accorda bene con il mio umore.

Respirare i salmastri che giungono dal golfo, è un tranquillante dello spirito.
Non trovo le parole per rendere la bellezza del luogo.

Il promontorio di San Giovanni in Venere si raggiunge dal casello di Val di Sangro della A14 statale Adriatica fino a Fossacesia Marina e deviando all'interno. Da Fossacesia si può risalire l'Adriatica a nord per la via dei Trabocchi fino a Ortona!

martedì 9 aprile 2013

La Vergine di Moscufo: Santa Maria del Lago

L’ometto distinto dalla chioma candida rinfodera il paio di forbici in tasca, prende in mano la sua agenda telefonica e compone un numero.
I due spilli appuntati sul camice raccontano di anni e anni trascorsi a cucire abiti.
L’umile artigiano m’invia con risolutezza a un chilometro fuori il paese, dove mi attendono le suore della comunità “Emmanuele” del Rinnovamento dello Spirito Santo.

Sono queste piccole donne, dedite alla preghiera e al duro lavoro, a custodire l’antica chiesa di Santa Maria del Lago un gioiello senza tempo dell’arte sacra medioevale abruzzese.
Un tempio che permette un vero e proprio viaggio nell’arte di tre secoli della scultura, architettura e pittura della nostra regione.

Moscufo è quello che si potrebbe definire un paese ameno tra le ridenti colline pescaresi trapuntate di oliveti e vigneti.
Certo, molto è cambiato da quando, intorno alla metà degli anni ’60 la zona da povero territorio di stentata agricoltura, mutò in distretto industriale nel fondo valle.

Ma l’arte del far vino e olio da qui e fino a Loreto Aprutino non si è persa, tramandandosi di padre in figlio.

Due donne minute in tonaca sono ad attendermi all’imbocco del piccolo cimitero.
Qui, un tempo insisteva un monastero sorto come primitiva costruzione del secolo IX e poi ristrutturato nel trecento con le caratteristiche architettoniche e scultoree delle costruzioni benedettine.

Si potrebbe restare delusi davanti al portale della splendida chiesa.
Ci si potrebbe chiedere, con genuina semplicità, che fine abbia fatto lo specchio d’acqua mancante.
S’incarica una delle due sorelle a spiegare ad altri turisti appena giunti sul luogo, che per “lucus”s’intende un sito immerso in una fitta vegetazione boschiva.

È affascinante la presenza di una grande vasca battesimale in travertino posta nel prato adiacente all’ingresso della chiesa.
Tutto intorno, diversi anni fa, contadini intenti ai lavori nei campi rinvennero a colpi di zappa, un pregiato pavimento romano e numerosi reperti antichi.

Alzo gli occhi e sono attratto dalla finestra circolare che sovrasta il portale, dalle pietre, rigorosamente originali, scolpite intorno alla facciata principale.
La fascia lapidea è graziosamente ornata con rilievi di rosette, grappoli d’uva, teste di aquile, Agnus Dei.
Trovo singolari coincidenze con il portale di San Clemente al Vomano.

Scivoliamo quasi, in religioso silenzio, all’interno della chiesa e, in mezzo alle tre navate, la mia mente visionaria disegna subito traiettorie di passi, costruisce personaggi in saio intenti all’”Ora media”, inventa storie di antichi pellegrini assorti in preghiera.

L’insieme è suggestivo, gli occhi si abituano alla penombra, riesco a vedere bene le colonne sormontate da pittoreschi capitelli, ognuno diverso dall’altro.
Prevalgono influenze bizantine e arabe con sacrifici di animali dalle teste appena sbozzate di montoni e leoni. Non mancano temi floreali di chiara ispirazione di altre epoche.

Ed ecco, improvviso, il vero gioiello di questo tempio sacro.
È un bellissimo ambone posto sul pilastro sinistro della navata mediana, scolpito mirabilmente nel 1159 da Nicodemo da Guardiagrele su commissione dell’abate Rainaldo già priore della stupenda abbazia casauriense di San Clemente.

Ricche di riferimenti biblici le decorazioni e le sculture dell’opera, tra i simboli degli Evangelisti: l’angelo e il leone di Matteo e Marco e l’aquila e il toro di Giovanni e Luca, San Giorgio che sconfigge il drago e scene bibliche tra Giona, il giovane Davide, Abramo e molti altri. Meraviglioso!

Di questo misterioso artista sappiamo poco.
Gli appassionati troveranno le identiche atmosfere di una precedente opera, forse anche più bella che è quella dell’ambone di Santa Maria in Valle Porclaneta di Rosciolo dell’Aquila.

La Pala della Vergine Maria, attribuita all’abruzzese Andrea De Litio di Lecce dei Marsi, trasporta di colpo al quattrocento.
L’artista è conosciuto per essere stato il mirabile realizzatore degli splendidi affreschi che decorano la tribuna della cattedrale di Atri, un altro gioiello da non perdere!

E’ la chicca finale, la classica ciliegina sulla torta, con la Vergine rappresentata Regina dei cieli in trono e il Bambino che benedice i fedeli.
Un piccolo uccello morde il dito del Bambino Gesù, quasi a significare la giocosa benevolenza di Dio sul popolo.
Gli sguardi di Madre e Figlio ipnotizzano.

E’ un peccato dover ripartire!
Ci attende la vicina Pianella con Santa Maria Maggiore, Cepagatti con un’imponente torre quadrata, Loreto Aprutino con il museo dell’Olio e la basilica di Santa Maria in Piano e, infine, Nocciano con il suo castello che domina il borgo antico.

Moscufo si raggiunge da Pescara passando per Cappelle sul Tavo e statali 151 o 602.

domenica 31 marzo 2013

Giù per le antiche strade

Dal mare alla montagna attraverso una delle valli più interessanti del teramano solcata dal fiume Vomano. Arte sacra, storia, cultura millenaria e gastronomia!

Immaginate un tuffo nel passato, tra verdi rilievi, abbazie secolari e cemento intorno a violentare la storia.
Benvenuti lungo la vallata del fiume Vomano e le sue colline, alla scoperta di un itinerario sacro nell’arte del romanico abruzzese.

Un percorso di alto livello storico, religioso e culturale nell’entroterra teramano lungo le vie, dai valichi montani al mare, percorse da pastori, artigiani, soldati e monaci.

Luoghi dove si respira l’aria della fatica che generazioni di contadini hanno fatto per crescere i loro figli.

Posti dove si scoprono le atmosfere mistiche di religiosi che, nelle colline, hanno trovato un insediamento perfetto per l’”ora et labora” caro a San Benedetto.

Montepagano, guarda la costa dai suoi trecento e più metri di altezza.
L’antica “Mons Pagus” romana, poi feudo dei Duchi di Atri, accoglie i visitatori con un museo di arti e tradizioni e la torre campanaria sopravvissuta alla distruzione della vecchia chiesa di Sant’Antimo, crollata miseramente.

L’orologio del manufatto, di notte, lo puoi scambiare per luna piena appena sorgente.
Il borgo dura si e no cento passi, ma quanta bellezza!
Appena scoperta la chiesa dell’Annunciazione con le sue statue lignee del quattrocento e l’altare dorato e intagliato, già arriva il belvedere da dove si scorge l’Adriatico fino al pescarese.
A sorprendere è la valle, il vento che l’odore della legna nelle case fa più pungente, il verde che la primavera rende vivido e creativo e la multiforme ricchezza del paesaggio rurale sempre più minacciato dall’espansione urbana.

Qualche chilometro ed eccoci a Morrodoro, l’antica “Morrum”, ricco feudo agricolo dei potenti Acquaviva.

Qui c’è un museo dedicato alla civiltà contadina nell’antico palazzo De Gregoriis che custodisce antichi reperti di vita agreste.

Come in una commedia di Edoardo De Filippo, gli uomini e le donne del paese accolgono con la loro genuina socialità.

Il piacere degli occhi e quello della gola vanno a braccetto in questa che è una delle strade più importanti del vino in provincia di Teramo.

La parrocchiale di San Salvatore, opera del 1331 di Mastro Gentile da Ripatransone, è bella ma impallidisce al cospetto del grande manufatto a qualche chilometro verso la valle: la romanica Santa Maria di Propezzano, l’insediamento più antico e artistico, la cui fondazione risale al 715 d.C. a dar ragione alla scritta, in carattere gotico, sotto il portico.

È il primo dei cinque grandi monumenti sacri di questa incredibile “valle dei templi”.

Un mistero la leggenda dell’edificazione del tempio ad opera di pellegrini tedeschi che, di ritorno da una visita alla tomba di San Pietro, nel riposarsi, assistettero all’apparizione della Vergine desiderosa di avere una chiesa tutta per lei.

L’abbazia fu completata nel 1285 con la sua struttura architettonica essenziale, l’artistico rosone formato da tetti concentrici con fregi in terracotta e, sopra, lo stemma dei soliti Acquaviva.
A destra del porticato, è interessante la Porta Santa che si apre due volte l’anno, il 10 maggio e nella festa dell’Ascensione.

All’interno, sono belli gli affreschi del quattrocento che raffigurano i Papi Bonifacio IX, Alessandro II e Martino V mostranti bolle con i privilegi concessi alla piccola basilica.

A fianco, imperdibile anche se chiuso quasi sempre, il chiostro a pianta quadrata con gli affreschi del pittore polacco Sebastiano Majeski.


Poco lontano è consigliabile una visita al “Giardino delle erbe officinali” dove si coltivano oltre trecento tipi di essenze per medicina, uso alimentare e cosmesi.

Abbandonando di nuovo la valle e salendo verso la collina orientale, si scopre la bella Notaresco con i suoi antichi palazzi.
Un tempo era un emporio famoso con i suoi bachi da seta e il commercio di olio, vino, formaggi e filati.
L’antica “Nutarisco” era la fortezza medievale del re Lotario, punto di riferimento in seguito per le lotte d’indipendenza del Risorgimento fino all’Unità d’Italia.

Non lontano c’è Guardia Vomano e l’abbazia romanica di San Clemente, fatta costruire da Ermengarda nel IX secolo, con il fantastico ciborio dalle decorazioni floreali e animali di Roberto di Ruggero di cui parliamo in altra parte del magazine.

Le colline si ammantano di piccoli centri discreti, arroccati sui poggi con i loro acciottolati, gli archi a blocchetti di pietra, gli stemmi signorili.

Castellalto con la sua entrata antica, è quasi una finestra spalancata sull’infinito.
La vista spazia dalla valle del Tordino a quella del Vomano.
Pochi chilometri sotto, la frazione Castelbasso stupisce con il suo puzzle di vicoli stretti, labirintici spezzoni di tracciati medievali.

C’è da soffermarsi a scoprire la chiesa di San Pietro del 1338.

Il suo portale regala elementi decorativi singolari con scritte in vernacolo e due leoni rozzamente scolpiti.

Tornando nel fondo valle, in lontananza fa bella mostra di sé la torre, a base triangolare, del piccolo paese di Montegualtieri, frazione di Cermignano, esemplare rarissimo nella storia dell’architettura medievale.

È alta circa quaranta metri, alla sommità ci sono belle merlature e anticamente serviva per avvistare incursioni nemiche.

Il nostro viaggio potrebbe continuare nella valle Siciliana, scoprendo il romanico di Santa Maria di Ronzano, San Giovanni ad Insulam e, non distante dal paretone del Gran Sasso, San Valentino di Isola.

Ma questi gioielli d’arte, converrete, meritano ben altro tempo e spazio!



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