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lunedì 7 ottobre 2013

Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

Lama dei Peligni è un paese nella valle dell’Aventino, alle pendici del monte Amaro, abitato sin dalla preistoria.
Le prime notizie del borgo medievale si hanno nel secolo XII.

Immerso in un contesto naturale di rara bellezza, nell’Oasi Majella Orientale, si trova a pochi passi dalle famose grotte del Cavallone, luogo immortalato dal Vate D’Annunzio che vi ambientò la tragedia della Figlia di Jorio.

Da non perdere in centro, la parrocchiale cinquecentesca di San Nicola con il suo bel loggiato.
È una parte d’Abruzzo, dove leggende e tradizioni si tramandano nei secoli.

Secondo un’antica credenza, tramandata oralmente dai vecchi abitanti del paese, le gigantesche rocce che si ergono tortuose e dolenti dal terreno, nel cuneo che porta al grande anfratto della grotta, erano mostri pietrificati.

Questi animali popolavano il pianeta prima della comparsa degli uomini.

Una di quelle pietre mastodontiche prese la forma di un enorme cavallo, simbolo di libertà e di una natura che non cede alla dominazione degli esseri viventi.
Da qui il nome dato al complesso ipogeo del “Cavallone”.

Sono soprattutto sacre le storie incredibili che ruotano intorno a questo paese dal sapore leggendario.

Una di queste narra di una statua, neanche molto pregiata, dedicata alla Madonna della Misericordia, un’opera in stucco dipinto del secolo XVIII, attribuibile a una bottega di maestri lombardi che da queste parti e ancor più nella vicina Taranta Peligna, hanno lasciato più di un lavoro artistico.


L’esemplare che oggi si conserva nell’abside della chiesa dei Minori Osservanti di Lama non sarebbe neanche originale ma una brutta copia di una statua lignea andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La particolarità è che questa statua sarebbe miracolosa.

Anzitutto si rifiuterebbe di uscire dalla sua nicchia e poi da quel posto, dove si trova, sarebbe in grado di proteggere il paese.
Si narra che molti anni fa, nei giorni di festa a Lei dedicata, la Madonna fu portata dai Lamesi in processione.

Dopo pochi minuti si scatenò una tempesta d’inaudita potenza che scrosciò acqua in quantità paurosa dai valloni della Majella.
L’abitato era in serio pericolo.
La processione tornò indietro e quando la statua fu riposta nella nicchia, di colpo la tempesta scomparve.

Questa tradizione non è soltanto orale ma è riportata anche in un vecchio e interessante libro di Francesco Verlengia sulle tradizioni abruzzesi, edito nel 1958.

La singolare circostanza è che esisterebbe sempre a Lama, un’altra Madonna che invece ama circolare in lungo e largo nei paesini del comprensorio.
Parlo della Madonna dei Corpi Santi, raffigurata con mano un fiore e nell’altro braccio, ricurvo, il Bambino.

La statua veste di rosso con ricami in oro ed è coperta da un manto azzurro trapunto di stelle argentee.

La festa della Madonna si svolge nell’ultima domenica di agosto e accorrono fedeli da ogni parte della valle dell’Aventino.



La leggenda racconta che questa figura di Vergine era originariamente custodita nella chiesa di Montemoresco presso Torricella Peligna.
Da qui la statua era scappata e fu ritrovata, settimane dopo, in una piccola cappella nei soprastanti monti Pizii.
La statua camminò ancora per ricoverarsi nella chiesa madre di Gessopalena.

I gessani fecero grandi feste alla Madonna miracolosa, gioiosi che aveva scelto il loro paese come sua casa.
Si decretò una fiera da celebrarsi ogni anno in onore della Vergine.
La Madonna, inquieta però, tornò a camminare due anni dopo.
Fu ritrovata in un campo da un contadino di Lama dei Peligni.
In mezzo ai rovi pungenti vide il manto rosso della mamma di Gesù e il brillare dei gioielli con cui l’avevano agghindata gli abitanti di Gessopalena.
Così fu portata nella chiesa di Santa Croce, tra i mugugni degli abitanti dei borghi vicini che videro questa cosa come una sorta di furto perpetrato nei confronti di Gessopalena.

La Madonna non si mosse più da Lama e anzi pare che protesse il paese anche dal terremoto disastroso del novembre 1706 che abbatté gran parte dell’abitato e che nonostante tutto non fece un grande numero di vittime così come poteva far supporre l’entità della scossa tremenda.

La Madonna, secondo molti abitanti, ancora oggi benedice le nascite e i matrimoni, veglia infermi e moribondi, protegge i pastori.

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Come arrivare a Lama dei Peligni:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Chieti: Percorrere la SS 81 in direzione di Guardiagrele, proseguire sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Pescara: Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull'autostrada A 14 in direzione Bari, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

giovedì 3 ottobre 2013

Il buco orrido della "Figlia di Jorio": le grotte del Cavallone

Una poiana vola alta nel cielo, figlia della terra e dell’azzurro.
Mi fermo un attimo a guardarla, poi il controluce impietoso del pomeriggio la cancella dalla mia vista.
Ho giusto il tempo d’invidiarne la leggerezza, l’eleganza, la libertà che ogni colpo d’ala dichiara al mondo apparentemente immobile di sotto.

Sul tronco di un albero un non meglio identificato Renzo, ha consegnato all’eternità il suo amore per Anna, intagliando sulla corteccia i nomi dentro un cuore sbilenco.

Il complesso ipogeo della grotta del Cavallone è immerso in un grandioso, selvaggio, aggiungerei drammatico scenario naturale.

L’impianto a fune risale un aspro vallone a picco su Taranta Peligna, un solco immane che è quasi il prologo dell’ingresso in un mondo misterioso ricco di riferimenti leggendari e anche culturali.

È possibile utilizzarlo solo d’estate, meglio fare riferimento in luglio e agosto.

Si eleva poco sopra al difficile sentiero tutto in salita che è possibile percorrere con gran fatica dato il dislivello.

Per conquistare a piedi le grotte, occorrono due ore in salita e poco meno in discesa.

Entro in questo respiro di sempreverdi e di rocce marroni con il mio piccolo zaino e la mantella per la pioggia.
Su di un ramo che posso quasi toccare dalla piccola piattaforma che mi ospita, ecco il lampo nero di uno scoiattolo.
Sopra le punte degli alberi più alti, uccelli in formazione partono come frecce tricolori.
Immagino serpenti struscianti nascosti sotto i grossi macigni ai lati del percorso dal terreno roccioso.

Nell’antro della figlia di Jorio, denominato del Cavallone per la forma vagamente equina della roccia che sovrasta il grande buco nella pietra, Gabriele D’Annunzio vi ambientò mirabilmente il secondo atto della sua opera forse più famosa.

Il noto pittore Michetti, completò raffigurando la donna con sapienza e creando una fantastica scenografia.

Arrivati alla fine del percorso di cabinovia, in un ambiente che via via si è fatto sempre più severo, con pochi cespugli stentati a disputarsi il diritto alla vita, quasi alla testa della valle, c’è da percorrere un breve sentiero di circa venti minuti.

Porta alla base di una verticale parete rocciosa che si scala agevolmente grazie a una lunga serie di gradini coperti con parapetto di sicurezza per i visitatori.

La guida attende all’ingresso dell’antro per accompagnarci nei tre chilometri ricchi di concrezioni calcaree, alcuna delle quali, racconta l’uomo, è stata danneggiata durante l’ ultima guerra, quando le grotte servirono da nascondiglio della popolazione.

Tutta questa parte d’Abruzzo, assoluta linea maginot da qui e fino a Ortona, è stata martoriata dalle armate tedesche.
L’ambiente è comunque fiabesco, immerso tra sale di alabastro, colonne di stalattiti, stalagmiti pendenti.

Davanti agli occhi emozionati dei turisti gli ambienti naturali ricordano, nei nomi, tutto il meglio della grande lirica del Vate: Aligi, Splendore e Ornella, sala delle Fate.

Una serie di minuscoli laghetti, cascate di pietre frantumate tra camminamenti a volte poco agevoli, scalette tra pozzi neri di cui non si scopre il fondo, inquietano, quasi opprimono l’anima fin quando non si torna alla luce del sole, riaffacciandosi sull’orrido vallone dalla sua parte sommitale.

Forse non rimarrà quasi nulla delle nozioni sciorinate dalla guida, i sommovimenti geologici nei millenni, la difficile chimica del carsismo e i suoi prodotti all’ambiente.

Di certo negli occhi rimarrà indelebile il panorama in discesa, incassato tra due aspre pareti, con davanti le cime dei monti Pizii, la piana di Juvanum nell’Aventino.

Sicuramente nel cuore si porterà il senso di stupenda solitudine di questo fantastico lembo d’Abruzzo!

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Le grotte del Cavallone si raggiungono attraverso la statale frentana 84 che unisce San Vito Marina, nella costa dei Trabocchi, a Roccaraso.
A circa due chilometri da Lama dei Peligni, oltrepassata una galleria, si prende una deviazione segnalata che in meno di un chilometro conduce al piazzale della cabinovia.