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martedì 5 luglio 2016

Sulle strade del medioevo: Bominaco e i suoi tesori.

L’altopiano di Navelli, in provincia dell'Aquila, rimane un luogo straordinario anche se l’uomo negli ultimi anni sta cercando di deturparlo con un orrido rigurgito di asfalto e cemento tra svincoli di accesso che farebbero pensare a vicine megalopoli anziché deliziosi paesini.
Borghi antichi si elevano sulla piana, dopo il sisma del 2009, semi abbandonati.
Nonostante tutto i grandi spazi e le distese verdi di mandorli resistono. Ancora crescono gli orapi selvaggi, mentre intorno nessuno può togliere l’indimenticabile vista di monti e antichi abitati turriti.
Questa era il “fiume d’erba silente” della transumanza con le chiese tratturali, luoghi di sosta spirituale, i preziosi resti della romana Peltuinum e il romanico immortale di Bominaco.
La terra dello zafferano che un giorno veniva calcata dai misteriosi Guerrieri di Capestrano, quelli dal cappello a larga falda.
Dovrebbe essere un luogo da conservare … dovrebbe.
Dovrebbe essere gridato il principio della intangibilità del patrimonio ambientale e artistico, dovrebbe essere fermato chi aspira a scippare la collettività del suo patrimonio di bellezza pervenuto dall'antichità.
E invece si continua a deturpare tutto con tappeti di bitume.


Quella volta c’eravamo sorbiti una lunga escursione che dalla piana di Navelli, una manciata di chilometri dal capoluogo aquilano, attraverso viottoli colonizzati dall'erba alta e resti del tratturo Centurelle- Montesecco, per Collepietro, aveva portato i nostri piedi al borgo antico di Caporciano e poi nella piccola frazione di Bominaco.
Collepietro, in particolare, è uno splendido esempio di fortificazione medievale con stradine che convergono verso la piazza centrale dove insiste la bella parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista.
Il piccolo tratturo era una deviazione del grande percorso Regio aquilano, autostrada verde, un tempo solcata da migliaia di bestie e uomini. Toccava le propaggini meridionali del Gran Sasso e aveva, lungo il percorso della piana di Navelli, una serie di piccole chiese, dove i transumanti pregavano Dio per il buon viaggio e si accampavano durante la notte.


Bominaco è uno dei tanti minuscoli borghi aquilani che vale la pena di ammirare. Anticamente era un luogo molto conosciuto che si caratterizzava per la presenza monastica forte e per essere un luogo strategico anche per il passaggio di chierici, pastori e carbonai.
Era un luogo di scambi commerciali. Oggi è ben lontano dalla vivacità economica e culturale di un tempo. Ma tutto è suggestivo, anche il fascino del silenzio.
Il posto si chiamava Momenaco, o Mommonacum (luogo dei monaci), ed era il punto di ristoro per chi puntava decisamente ad arrivare sulle coste adriatiche.
Questa era anche la terra dei Vestini, prima che giungessero anche qui, inesorabili, le legioni di Cesare.
Le imponenti mura raccontano della resa di un popolo che scomparve subito dopo, decimato da guerre e pestilenze. Oggi le case hanno poco più di ottanta anime.


Noi eravamo arrivati qui per poter ammirare i due monumenti benedettini di gran rilievo che caratterizzano il posto.
Prima di riempirci gli occhi del ciclo pittorico del meraviglioso oratorio del San Pellegrino e ammirare la chiesa di Santa Maria Assunta, in attesa che qualcuno venisse ad aprirci le porte d’ingresso, ci mettemmo a conversare amenamente sotto un grosso tronco di quercia. Era davvero un maggio caldo.
Mauro, dall'alto della sua immensa esperienza di macina chilometri, guardando i suoi piedi, mi disse: “Bisognerebbe onorarli e ringraziarli ogni istante. Ci portano ovunque e senza di essi non vedremmo niente di questo mondo”.
Ricordai che nelle nostre frequenti escursioni, trovandoci davanti alle limpide acque di un torrente, lui toglieva pedule e calzini e rinfrescava le estremità per lunghi minuti.
Qualche volta si denudava, senza remore, e si tuffava nelle acque fredde, uscendone fuori costipato ma felice come un bambino davanti alla tavoletta di cioccolato.
Pensai alla famosa “lavanda dei piedi” di biblica memoria, che Gesù volle fare ai suoi impolverati discepoli. Il Vangelo lo narra come atto di umiltà, ma forse dovremmo vederlo come gesto di gloria per gli arti che dovevano portare ovunque il messaggio della Buona Notizia.
Nei tanti incontri che il mio camminare mi ha regalato, ho sempre notato il contrasto tra l’uomo di città, quello preso dalla velocità, dai pensieri sfibrati, dalla pingue motilità intellettuale e l’uomo dei boschi, quello dalla lucida tranquillità, dalle verità nascoste tra le piccole pieghe di una esistenza serena e poco dipendente da inopportune leggi mutevoli del progresso.
Anche per Mauro era così.
La sua vita mentale era piena di saggezza pur essendo un coacervo di pochi strumenti e molta manualità. Un insieme di vita vera, vissuta all'ombra degli alberi tra gli spazi più belli del mondo, lontano mille anni luce dai pensieri impazziti di uomini che cambiano, mutano in un istante, fragili schegge di vita folle e breve. Lo adoravo per questo suo essere distante un’eternità da tutti noi insonni privi di pace.
Cercavo mentalmente un posto dove non fosse stato a camminare, che so la Francigena, Compostela, il Cammino di San Tommaso. Lui era stato ovunque. Per coste o per montagne, per colli o per fossi, lui era stato ovunque.
Mi correggo: quasi ovunque.

Fu dentro all'Oratorio, dedicato, chissà perché, all'abate San Pellegrino,contemporaneo di Cristo sconosciuto da queste parti, che scoprii un posto dove non era mai arrivato.
La signora, dal ghigno facile, arrivò trafelata e attaccò per non essere attaccata: “Dovevate telefonare prima. All'ultimo momento non è che posso far miracoli. Ho anch’io una mia vita”. Interruppi le sue litanie ricordando che c’eravamo guardati bene dal lamentarci dell’attesa. A pensarci bene, avevamo aspettato qualcosa come quasi un’ora.
Il tempo, quando Mauro snocciola il suo decalogo di buona vita, diventa davvero un optional, un simpatico orpello di cui ridere.

All'interno del San Pellegrino, mi sentii tramortire! L’immagine che ci accolse fu quella di San Cristoforo.La custode, evidentemente preparata, svelò che quella figura di santo serviva per invitare i fedeli alla preghiera. Era credenza di tempi antichi che vedere l’immagine preservasse il visitatore, almeno per quel giorno, da una morte improvvisa nelle ore immediatamente successive.
Sapete com'è? Mai dire mai. Feci anche io una preghiera.
Ero stato altre volte in visita dentro questo gioiello del passato medioevale abruzzese, ma stavolta era, se possibile, da mettere in prima pagina nell'album dei ricordi più belli. Davanti agli occhi c’era un tripudio di colori e figure da vertigine.
C’era la vita del Cristo e anche quella decisamente minore del monaco San Pellegrino, unitamente a un singolare Giudizio Universale sparso qua e là a destra e a sinistra, dove spiccava l’immagine più terribile, quella di San Michele Arcangelo che pesa le anime con la stadera. I dannati torturati dal demonio erano impressionanti, se messi di fronte a un San Pietro quasi gongolante, intento ad aprire a pochi le porte del Paradiso.
Ma forse il gioiello più grande era l’inedito calendario monastico-contadino delle mansioni svolte dai frati nel famoso “ora et labora” di benedettina memoria.
I segni zodiacali venivano evidenziati da figure eleganti di cavalieri su cavalli bardati, improbabili contadini con vesti belle, certamente lontane dalle realtà popolane.

Una leggenda racconta che l’oratorio fu fatto costruire dal re Carlo nell' VIII secolo, è ricordato in una iscrizione in pietra. E ci si può chiedere: di quale Carlo parliamo, forse il Magno? O forse il Calvo?
E la ricostruzione successiva a un disastroso terremoto, venne affidata all'abate Teodino, un vero esperto, nel medioevo, di ristrutturazioni sacre. I lavori restituirono un oratorio più piccolo come ampiezza e più grande come arte.
Si, perché parliamo di una minuscola aula con volta a botte tra grifi e draghi in pietra, impreziosita dal più ricco ciclo pittorico medievale dell’intero Abruzzo.
In un comprensorio come quello aquilano dove da oltre sette anni dal terremoto, è impossibile trovare una chiesa senza imbracature e puntelli, dove hanno chiuso nel cuore della città di Aquila, Collemaggio e San Berardino per pericoli di crolli, questo doppio tempio dell’anima è uscito indenne dal disastro.
E sì che l’abbazia del borgo medievale ha tutto simile a Santa Maria ad Cryptas nella vicina Fossa, chiesa che ha avuto seri danni in tutto il perimetro di struttura.

Ci recammo poi nell’adiacente badia dell’Assunta, immersa tra pini neri e silenzio sacro. Un bell'esempio di romanico basilicale, simbolo dell’austera e laboriosa regola benedettina. Santa Maria ha un passato prestigioso che si perde nella notte dei tempi. Era dipendenza dell’abbazia di Farfa, poi di quella di Valva e, nel X secolo, aveva una notevole importanza.
Ero preso dalla gioia di poter ammirare con attenzione, il bell'ambone, il ciborio e il candelabro pasquale. La semplicità della facciata non corrispondeva alla ricchezza dell’interno, tre navate e tre absidi rivestiti da un bel soffitto.
Le stesse absidi semicircolari, impreziosiscono all'esterno la facciata posteriore.
Il magnifico ambone era lì, pareva attendermi sin da quando fu realizzato nel 1180, per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Quattro eleganti colonne con capitelli scolpiti in stile corinzio dove si alternano tori alati, aquile e, nell'architrave, scene di animali e vita quotidiana, fino ad arrivare a una scena cruenta: un branco di lupi che sgozza un agnello, chiara allegoria del Bene e del male in lotta eterna.
Pensai che l’abate Giovanni, il committente dell’opera era davvero un tosto. Il tutto era impreziosito dal ciborio e dal pregevole candelabro del XIII secolo a completare l’armoniosa composizione del catino absidale, illuminato dal bianco della pietra e dalla luce delle piccole finestre a feritoia, una delle quali notai, aveva impresso nella epigrafe il tema conduttore della chiesa: “Virgo Celestiale” .

Non sarebbe stata però una giornata indimenticabile se non avessimo visitato i resti del castello e della torre circolare di avvistamento, chiusa dal XIII secolo, da un recinto di forma trapezoidale.
Salimmo così verso la piccola montagna davanti, in una scena surreale. Il sentiero evidente, pur agevole, era costellato di piccole pietre aguzze e cespugli spinosi. Per me, affascinato da quella torre dove avrei ammirato un panorama indimenticabile, non c’erano sassi o rovi. Era come se tutto fosse gomma o spugna, qualcosa di delicato su cui passare. I sentieri impervi si addolciscono quando c’è passione. Arrivati in cima fui gratificato da una veduta spettacolare. Dai ruderi del castello, risalente al XIII secolo e della torre di avvistamento del XV, si apriva ai nostri occhi mezzo Abruzzo. Vedevo distintamente Rocca Calascio, la terra delle Baronie, i paesi dello zafferano, il Gran Sasso, fino al mare Adriatico che si intuiva dietro una sorta di cortina fumogena di nuvole grasse.
Era un gran bel vedere da questa opera difensiva che pareva vigilare silenziosa sull'antico complesso abbaziale che un tempo annoverava anche un grande monastero, oggi scomparso, un' antica abbazia del mille, dipendenza della grande Farfa, con mura che si affacciavano meravigliosamente sulla grande piana, tra distese arate, piccoli poderi, paesini fortificati.
La struttura fu rasa al suolo dalle indiavolate truppe di Fortebraccio da Montone, il famoso capitano di ventura nei primi anni del 400 durante la sanguinosa guerra tra Angioini e Aragonesi.

Capii come funzionava il sistema di allarmi visivi che collegavano le varie torri di avvistamento, quando fui in cima. La strategica posizione del recinto fortificato fu chiara. Permetteva di dominare un’ampia porzione di territorio. Un presidio a guardia di Caporciano, San Pio delle Camere, e Barisciano verso L’Aquila.


Appunti di viaggio:

Bominaco si raggiunge seguendo la statale 17 che congiunge L’Aquila a Bussi. Il capoluogo si raggiunge agevolmente con l’autostrada A24 Teramo Roma, mentre Bussi ha il suo casello nell'autostrada A25 Roma Pescara. Poi, se avete buone gambe e orientamento camminate nella piana di Navelli fino al km. 30 per Bominaco. In macchina è veloce l’arrivo. All'altezza di San Pio delle Camere, vedete il bivio che porta a Caporciano. Da lì se ve la fate a piedi sono tre chilometri per la frazione di Bominaco, altrimenti con l’auto sono pochi minuti.
L’accesso al complesso abbaziale, cui si entra attraverso un cancello in ferro, è gratuito. Un cartello avverte che le chiavi sono custodite da gente del posto e ci sono i numeri per contattarli. Poi, lasciate un’offerta!
Per altre informazioni municipio Caporciano 086293731.
Non vi lascio indicazioni per mangiare. Ovunque cucinano ricette con zafferano e verdure tipiche dell’aquilano. Io ho mangiato bene al ristorante del borgo che si chiama “A Bominaco”, non lontano dai monumenti sacri.


domenica 24 aprile 2016

Nella chiesa a cielo aperto: Santa Maria di Cartignano

Fa un certo effetto viaggiare sulla statale 153 che da Navelli, il paese dello zafferano, porta fin sotto la valle, attraverso Bussi sul Tirino.
Questa era una delle zone più pulite d'Italia e il fiume, il Tirino appunto, era uno dei corsi d'acqua più limpidi del centro sud.
Era... fin quando ci si è accorti che i soliti delinquenti senza volto avevano, per decenni, fatto bere e irrigare i campi con ogni sorta di prodotto inquinante, residuo della mega discarica dei veleni chimici di Montedison.
Una bomba ecologica, per giunta senza colpevoli. Tutti assolti, qualcuno salvo per prescrizione. La legge e i diritti di tutti, calpestati da gente senza scrupoli.
Niente di nuovo sotto il sole, sentenzierebbe il buon "Qoelet", il famoso autore dell'Ecclesiaste, uno dei sacri libri sapienziali della Bibbia.
Di colpo si sono dileguati i tanti pescatori che venivano da ogni parte d'Italia, i cavalieri che sognavano di percorrere a cavallo la splendida ansa del fiume, gli amanti del mountain bike selvaggio e il Parco Nazionale Gran Sasso e monti della Laga, che dai tempi della presidenza Mazzitti, non comunica più, ha relegato per un pochino nel dimenticatoio questa zona periferica di confine con la Majella.

Eppure questa è una parte bellissima d'Abruzzo, ricca di storia e natura.
Il fiume sta rigenerandosi pian piano e sta tornando limpido come un tempo. E il turismo, a fatica, sta riprendendo, magia di un Abruzzo che non muore e si rigenera prodigiosamente.
Molti attraversano questo luogo per giungere a Capestrano o per scoprire l'interessante chiesa di San Pietro ad Oratorium, proprio accanto al fiume, in mezzo al verde, luogo templare e misterioso.
E, mentre i monumenti più affascinanti richiedono conoscenza dei luoghi, informazione e scoperta, capita che sul ciglio della strada t'imbatti nella "chiesa che non c'è"!

Ed ora il vostro scopritore di gioielli è qui, davanti a l'unico tempio a cielo aperto che si possa trovare dalle nostre parti: Santa Maria di Cartignano.
Certo, occorre metter mano a tutta la fantasia che si possiede per immaginare come finita, una chiesa dalle sole e nude strutture architettoniche, senza tetto e arredo interno.
L'atmosfera, però, è fantastica!
Il rettangolo di sole che si posa tremolante sul muro, agita una sorta di pulviscolo dorato quasi impalpabile e la conseguente zona d’ombra, si addensa intorno, declinando tutte le gradazioni di grigio e bruno.
La chiesa c'è ma non c'è!
Guardo in alto, sulla mia testa non c'è un soffitto ligneo intarsiato, ma il cielo con le sue nuvole che sembrano grossi delfini bianchi.
Mi vengono in mente le belle parole del salmo 19:
“I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento, il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizie”.

Non c'è altare, non esiste presbiterio, non vedo crocifissi.
Forse è anche questa la Celebrazione Eucaristica che vuole il Signore: lodarlo in semplicità, con gli occhi rivolti in alto.
Sul muro screziato il piccolo scorpione si muove a fatica. E' nerissimo, come pece. La corazza lucente, colpita dal sole, manda minuscoli bagliori sinistri. Le chele roteano minacciose e il pungiglione inarcato sembra sul punto di attaccare.
Mi pare una creatura ripugnante, ma devo ammettere di essere di fronte a una macchina perfetta, una delle tante create con arte da un Dio infallibile.
Perché, mi chiedo, li ha fatti così brutti e sinistri? Cosa costava al Creatore realizzarli un tantino più aggraziati e godibili da vedere?
Viene in soccorso lo Spirito Santo che con me ha molto da lavorare. A volte, penso, occorre attraversare momenti terribili, brutti come gli artigli cattivi di questo orrido animale, cercando di non pungersi, per poter entrare dalla porta stretta nella “valle del bene”.
C'è una famigliola che ha fermato la macchina sul ciglio della strada, sorpresi dalla
chiesa che non c'è.
Il bimbo, nient’affatto spaventato dal mostriciattolo, con acute grida, viene a stento mantenuto dalla mamma che gli impedisce di toccare il piccolo animale. Il marito è preso dalla frenesia degli scatti fotografici. Una chicca da riportare agli amici e lasciarli sbalorditi.
Anche questo è Abruzzo!
Guardo ancora il bimbo che ride e mi si apre il cuore alla speranza.
Ogni volta che vedo un piccolo incantarsi davanti allo spettacolo della natura mi rendo conto che non è stata scritta l’ultima parola. Fin quando esisterà la meraviglia, la curiosità, l’uomo ce la potrà fare nonostante tutto.
Come entrare in contatto con il bambino che è nascosto in ognuno di noi? Come accedere ai sogni infantili e trasformare la nostra vita in incantesimo? Siamo sempre in guardia, abbiamo paura di essere valutati come dei drammatici superficiali. Il nostro mondo è legato alla catena delle apparenze ed esteriorità. Siamo egoisti, saccenti, rassegnati e scontenti.
Il contrario dei bimbi.

Chiudo gli occhi. Mi pare di rivivere l'atmosfera frenetica e concitata di un cantiere medievale, tra scalpellini, operai e decoratori in bilico su ponteggi insicuri. Poi penso di avere davanti dei monaci benedettini, intenti a salmodiare dietro una colonna.
E invece, riapro gli occhi e ho davanti un rudere, così ben incastrato nel paesaggio da farne parte alla grande, molto più delle tante chiese aquilane rese monconi di pietra dal terremoto del 2009.
Qui c'è una storia importante. Santa Maria di Cartignano esisteva come minuscola chiesa già nel 1000. Nei successivi cinquant'anni divenne un monastero, dipendente niente di meno da Montecassino.
Fu anche grancia della chiesa di San Liberatore a Majella e appartenne anche ai Celestini di Sulmona.
La struttura doveva essere proprio questa: tre navate con elegante portale d'ingresso. Difficile trovare altre notizie.
Pare che, dopo il terremoto che sconvolse anche Roma nella prima parte del Duecento, il monastero venne ristrutturato così da essere in piena attività nel Trecento, con tanto di campanile a vela poggiata sulla facciata centrale e un elegante rosone all'ingresso. Diversi storici del luogo hanno scritto della "chiesa che non c'è".
Nessuno ha potuto dare certezze assolute sulla storia di questo bizzarro luogo sacro. Certo è che nel castello cinquecentesco dell'Aquila, si custodisce un grande affresco duecentesco, pre- terremoto, dell'abside di Santa Maria: un Cristo benedicente in trono tra la Vergine e San Giovanni.
Ora, la magia si è esaurita.
Corro verso San Pietro ad Oratorium, alla scoperta del misterioso quadrato magico murato sulla facciata, con enigmatiche parole scolpite, vero rompicapo degli studiosi.


Arrivare a Bussi:
Autostrada A 25 uscita dedicata; da Napoli A 1 uscita Caianello, poi indicazioni Roccaraso Sulmona, A25.

Consiglio una passeggiata nel centro di Bussi, fino a visitare la bella parrocchiale di Santa Maria di Ponte marmoreo e, arrivare al castello del XVI secolo Si scoprirà la torre triangolare, gemella della nostra di Montegualtieri, vicino Castelnuovo Vomano .
Per informazioni: Comune di Bussi: telefono 085980138
http://www.comune.bussisultirino.pe.it/

Bello programmare un picnic sul fiume. Andando al Centro visite è possibile percorrere, con accompagnatori, il corso d'acqua in canoa, nelle anse del Tirino.

Gastronomia di ottimo livello con i piatti tipici a base di sugo di gambero e filetto di trota alla brace.

sabato 2 aprile 2016

I cafoni di Ignazio Silone: visita a Pescina

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo!
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi nulla.
Poi ancora nulla.
Poi ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire che è finito.
(Fontamara)

Scruto l’orizzonte mentre il cielo si apre a dismisura e le nuvole assumono forme antiche, spaventose in alcuni casi. Un cumulonembo si muove a tratti, portato dal vento e sembra guardarmi come un animale dalle fauci spalancate.
Goccioline di pioggia scendono di tanto in tanto.
Alcuni corvidi di montagna sono stranamente scesi dalle cime, per poggiarsi sui balconi di un piccolo palazzo antico. Hanno il piumaggio nero e i becchi colorati di arancione e giallo con i quali quasi come escavatori animati tipo Transformer, credo che se affamati, sollevino la terra per beccare larve di ogni specie.
Sul muro screziato del palazzo cadente, il piccolo scorpione si muove a fatica.
È nerissimo, come pece. La corazza lucente, colpita dalla luce, manda minuscoli bagliori sinistri. Le chele roteano minacciose e il pungiglione inarcato sembra sul punto di attaccare.
Mi pare una creatura ripugnante, ma devo ammettere di essere di fronte a una macchina perfetta, una delle tante create con arte da un Dio infallibile.
Perché, mi chiedo, li ha fatti così brutti e sinistri?
Cosa costava al Creatore realizzarli un tantino più aggraziati e godibili da vedere?

Intanto il mio anziano interlocutore non la smette di parlare. Buca il silenzio, rovina quasi l’atmosfera solenne del centro, dove palazzi nobiliari restaurati si alternano ad altri rimasti cadenti e abbandonati dopo il terremoto.
La voce è stridula, decisamente poco accattivante, però è veramente prodigo di informazioni.

Sono a Pescina sulle orme del grande Ignazio Silone. Ho parcheggiato la macchina non lontano dalla torre dei Piccolomini, famiglia che a lungo fu padrone di queste terre.
Qui si gode un panorama superbo sulle vette del Sirente e del Velino, e sul Fucino, un tempo bonificato. Non lontano si scorgono i resti di antiche mura ciclopiche che denotano la presenza dell’uomo sin dalla preistoria.
Ce n’è anche un’altra di torre panoramica, in frazione Venere a dominare l’abitato. Questi manufatti servivano da avvistamento della valle dove un tempo c’erano le sponde del lago Fucino.
Dopo aver fotografato il Mausoleo di Silone con la sua pittoresca croce in ferro, nella parte morta del paese, tra ruderi ed erbacce, sono arrivato fino in piazza, godendo dell’aria medievale che si respira tra le antiche vie e le numerose chiese che insistono nella zona antica. Nello slargo giganteggia il complesso religioso con la chiesa di Sant'Antonio e l’annesso teatro dedicato a San Francesco.
L’uomo appare felice di poter parlare con qualcuno. Mi imbottisce di notizie sul paese, a volte mette dentro anche qualche nota di gossip su alcuni degli abitanti, salvo poi aggiungere che “io sono un tipo che mi faccio i fatti miei”.
Lo lascio dopo aver avuto indicazione per visitare la “Casa Museo di Silone”.

Pescina oggi è un tranquillo borgo montano dell’aquilano a oltre 700 metri di altezza, all'imbocco della verde vallata del Giovenco, porta d’accesso per due parchi: il Nazionale d’Abruzzo e il Regionale del Velino Sirente.
È un paese pittoresco, in molti punti rimasto come un tempo, sormontato dai resti dell’imponente castello medievale.
Oltre che per aver dato i natali a Silone, questo piccolo centro abruzzese vanta comunque un passato glorioso. Oltre venti secoli fa, uno dei popoli italici più organizzati e anche violenti dell’intero arco appenninico dello Stivale, I famosi Marsi, proprio qui edificarono una gigantesca acropoli e da qui partirono alla conquista del centro Italia.
Fu proprio nel cuore dell’abitato, una targa sul portone del palazzotto gentilizio lo ricorda, che nacque, nei primi anni del ‘600 Giulio Mazzarino, famoso cardinale, rampollo di una facoltosa famiglia siciliana, che ebbe un ruolo preminente nella storia francese, come Primo Ministro nientepopodimeno che del Re Sole, Luigi XIV.

Adoro Ignazio Silone.
Sono molteplici i motivi di questa mia passione per lo scrittore abruzzese, a cominciare dalla sua vita che somiglia molto a un romanzo di avventura, i suoi libri in cui i paesaggi, i personaggi, le atmosfere della nostra terra sono onnipresenti, l’amore che lui metteva nei rapporti con tutti, qualsiasi ceto sociale si occupasse, rozzo contadino, personaggio di cultura europea, o politico.
Una delle sue opere, “L’Avventura di un povero cristiano”, del 1968 mi ha particolarmente interessato perché racconta, in inedita forma teatrale, la vicenda umana del papa Celestino V, nel secolo frate Angeleri, l’eremita del Morrone che, eletto papa, fece il “gran rifiuto”, causando l’ira di
Dante Alighieri. Il grande poeta, nella Divina Commedia, lo vitupera per aver lasciato il seggio pontificio all'indegno Bonifacio VIII.

Sentite l’atto d’amore incondizionato di Silone per questo suo pezzo d’Abruzzo, contenuto nella bella introduzione al suo libro più famoso, Fontamara:
“Tutto quello che mi è avvenuto di scrivere e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all'estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui”.

Il grande scrittore si chiamava, in realtà, Secondino Tranquilli e il nome Silone lo prese per omaggiare un condottiero dei Marsi, tal Quinto Silone e Ignazio per il suo amore verso il religioso spagnolo di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Nacque nel 1900 da una famiglia povera e probabilmente non sotto una buona stella. A undici anni vide morire il padre, poi il terribile terremoto del 1915, che rase al suolo Avezzano, distrusse la casa di famiglia, uccidendo l’amata madre Marianna.
All'ingresso della casa natale dello scrittore scopro che oltre un museo c’è anche un Centro Studi Silone. La visita all'interno vale da sola i chilometri percorsi per arrivare fin qui. Ovunque ci sono
foto d’epoca e documenti firmati dallo scrittore. Molte testimonianze storiche, dal terremoto ai trascorsi politici, dall'amicizia con Benedetto Croce, ai contrasti con il Partito Comunista di Togliatti, fino al suo esilio in Svizzera.

Lo scorso anno è stato inaugurato un bellissimo percorso dedicato all'illustre abitante di Pescina che in circa tre ore di cammino, dal fiume Giovenco, attraverso un mulino abbandonato, porta sino alla sommità del paese, alla tomba di Silone e alle mura della Rocca Vecchia, con splendida vista sulla vallata.

"La più grande aspirazione dell'Uomo sulla terra deve essere anzitutto di diventare buono, onesto e sincero"!
(Dal memoriale del carcere svizzero: Ignazio Silone)



Arrivare a Pescina:
Auto:
l’uscita autostradale di Pescina è sull'autostrada A25 Roma Pescara, in posizione baricentrica tra la Capitale e la costa abruzzese, a circa un’ora di auto da entrambi questi centri d’interesse.

Treno:
Pescina è dotata di una Stazione ferroviaria che ha collegamenti con altre stazioni di centri limitrofe (Cocullo, Sulmona, Avezzano, Celano).
La Stazione di Avezzano è raggiungibile in 15 minuti da Pescina ed ha collegamenti diretti con Roma e Pescara ed altre città abruzzesi e laziali.

Autobus: le corse regionali ARPA collegano Pescina a tutti i paesi della Marsica, e passando per Avezzano, alle maggiori città d’Abruzzo nonché a Roma.


Attenzione Pescina è porta d’ingresso al Parco Nazionale. Una bella strada panoramica porta fino a Pescasseroli, nel cuore della più vecchia area protetta d’Italia, attraverso Gioia Vecchio e il Passo del Diavolo.

Nei dintorni si mangia bene ovunque. Specialità indiscusse sono agnello alla brace, paste fatte a mano.

http://www.silone.it/nuovosito/node/4263

giovedì 25 febbraio 2016

Il Convento che San Giovanni volle fortemente

”Tu eri dentro di me e io fuori di me ti cercavo…” (Sant’ Agostino)

Tratto dal libro "Kalipè, il mio passo libero"

Il sole stava diventando nuovamente un ricordo rosso oltre il bordo della montagna, sfumando nel blu cobalto di una sera da copione cinematografico.
Era un’intensità cromatica che bucava il cuore.
La piana del fiume Tirino sembrava uscita fuori da una storia della Terra di Mezzo.
Passava con disinvoltura dalla commedia al dramma con continui cambi di fondale. L’aria era fresca, refoli di vento invitavano a tirar su il bavero della giacca di pile.
La pioggia continua dei giorni scorsi aveva reso tutto terso e in lontananza un bel campionario di tuoni, portava con se un nucleo di nubi gravide ancora di acqua. Le piccole pozzanghere, rimaste a terra, parevano monete lucide appoggiate al suolo.
Lo zaino risultava terribilmente pesante e quasi mi faceva sprofondare le pedule nel terreno reso morbido dalle precipitazioni.

Mi venne da pensare, mentre arrancavo sotto il peso, che ogni uomo si trascina dietro le spalle, inconsapevolmente, un sacco bucato.
Il fardello diventa più pesante a mano a mano che il contenuto si disperde lungo il cammino. Poi, un giorno ci si accorge che il sacco è rimasto vuoto e la vita è miseramente passata senza che tu te ne sia accorto.
Finalmente aggirata la collina, in lontananza apparve il convento francescano di San Giovanni a Capestrano. Dalla piana di Navelli la camminata era stata davvero lunga. Pensavo di cavarmela con meno fatica.
Ero a una quarantina di chilometri da Aquila, in un posto reso celebre dalla necropoli dove si rinvenne il “guerriero di Capestrano”, armato, rigidamente eretto e sostenuto da due pilastri con un grande copricapo a forma di scudo sulla testa.
Da visitare c’è l’affascinante Castello medioevale dei Piccolomini, nella parte alta del borgo antico, con tanto di torri quadrate e fossati anti nemici per fare un prodigioso tuffo nel passato. Perché, tutto a Capestrano parla di storia.
Il borgo sorge a guardia della valle con le case accastellate per difendersi dalle incursioni nemiche.
A pochi chilometri dall’abitato, sul bordo del pescoso Tirino, c’è anche un meraviglioso monastero, San Pietro ad Oratorium, perso in un ameno boschetto sul greto del fiume. Fu fondato dai Benedettini nel 752, realizzato in stile romanico con interno a tre navate, impreziosito da affreschi di stile bizantino.

Per fortuna anche quella notte, come Dio voleva, l’avrei trascorsa al coperto. Sognavo di poter trascorrere nuovamente delle ore indimenticabili in compagnia del Signore, così come mi era accaduto al convento de La Verna.

In breve arrivai davanti al portone del convento. Vidi una scritta su tavola di legno:
“Coloro che sono chiamati alla mensa del Signore, devono brillare di purezza con l’esemplare condotta di una vita moralmente lodevole, e rimuovere ogni sozzura o immondezza di vizi.
Vivano per sé e per gli altri in modo dignitoso, come sale della terra. Splendano per un grande spirito di sapienza e con questo illuminino il mondo. Coloro che fanno parte del clero e danno cattivo esempio per i loro pessimi costumi, per i vizi e i peccati, sono degni disprezzo e di essere considerati come fango spregevole. Non sono più utili né a sé, né agli altri."

Scriveva queste righe sante nel trattato “Lo specchio dei chierici” il sacerdote Giovanni, discepolo di San Bernardino da Siena e soprattutto di San Francesco d’Assisi, prima di diventare il grande santo di Capestrano.
Definire la vita di San Giovanni da Capestrano avventurosa è usare un eufemismo.
Il sacerdote prima d’intraprendere un' instancabile attività apostolica in tutta l’Europa, per rinnovare i costumi dei cristiani e combattere l’eresia, fu insignito dal Re Ladislao di Napoli della carica di primo ministro di Stato. In qualità di luogotenente del governatore di Perugia si interpose per sedare la guerra tra i Perugini e i Malatesta; fu da questi ultimi fatto prigioniero e condotto nella torre del castello di Brufa.
Mentre era incatenato prese la decisione di indossare il saio.
Da sacerdote e predicatore, non si concedeva un momento di tregua portando il vangelo in tutta l'Europa. Nel 1417 andò alla scuola di San Bernardino da Siena. Nel 1427 il papa Martino V gli affidò il mandato di porre fine alla setta eretica dei fraticelli e più tardi Eugenio IV lo mandò inquisitore contro gli ebrei e i saraceni dimoranti in Italia. Perfino Federico III di Germania chiese l'intervento del Santo per pacificare le sue terre.
Era il 1456 quando Callisto III gli affidò la crociata contro i Turchi nello stretto del Bosforo. Giovanni partecipò alla difesa della fortezza di Belgrado comandando l'ala sinistra dello schieramento. Il 23 ottobre dello stesso anno si ammalo di peste e morì in Ungheria.

Il convento di San Giovanni, nel bellissimo paese aquilano di Capestrano, è un posto splendido dove poter vivere momenti di riflessione e preghiera comunitaria, dato l’enorme spazio a disposizione. E’ sorprendente osservare la folla dei devoti recarsi in visita ai santuari, divenuti centri di spiritualità e segno del bisogno umano di recuperare il contatto personale con l’Essere Supremo.
Sono molti i luoghi d’Abruzzo dove ogni piccola voce, dal canto di un usignolo al fruscio del vento, leggera sale al cielo come offerta al Creatore del palpito del cuore di ogni creatura.
Questo è uno di quei posti.
Sorto nel XV° secolo, conserva alcuni dei suoi scritti datati 1400. Fu uno dei quattordici conventi che, prima di morire, San Giovanni fece erigere. Come sito, per la costruzione, nel 1447 fu scelta la località dov'era il vecchio castello costruito dal re Desiderio.
La donazione del terreno fu opera della contessa Corbella, pia donna, moglie dell’allora Signore di Celano e Gagliano Aterno, il Conte Leonello De Acclozamora.

La storia della nascita del convento è velata di mistero.
Quella sera me la raccontò un novizio davanti a un bel piatto di pasta al pomodoro. Sembra che Giovanni ebbe una visione: uno stormo di colombi lo assalì durante uno dei suoi viaggi evangelizzatori. Cercava di allontanare gli uccelli che, incuranti del mulinare delle braccia, gli impedivano il cammino.
Di colpo, una voce gli ordinò di distruggere la “colombaia” e costruirci un luogo santo.
“La colombaia” altro non era che il ritrovo di questi volatili che si erano accasati sul posto dove Desiderio, re dei Longobardi, aveva costruito il suo fortino.
Così avvenne e il convento venne edificato.
Nel corso dei secoli questa struttura ha subito varie trasformazioni, oggi si presenta in stile barocco.

Gli occhi rimasero sorpresi nel chiostro che conservava in gran parte l’originale fattura. Rimasi rapito a pensare quanta santità si fosse avvicendata in quel posto. Il manufatto seicentesco si presentò con un meraviglioso porticato e le sue otto belle lunette affrescate raffiguranti episodi della vita di San Giovanni, e al centro una cisterna imponente del 1774.
Nella chiesa, ad unica navata, vidi un bellissimo altare dedicato al Santo con la statua realizzata dai ceramisti di Bussi nel 1700.
Il tempio, dedicato a San Francesco d’Assisi, aveva subito l’ultima trasformazione nel 1924, quando Padre Colombo Cordeschi volle restaurare anche l’imponente scalinata dell’interno del convento risalente al 1750.
La “Regia Biblioteca”, scrigno degli antichi codici e custode della Bibbia su cui usava pregare e studiare il Santo, non viene aperta mai a nessuno, purtroppo.
Quella sera io divenni uno dei pochi che ha avuto la fortuna di poter ammirare i codici miniati e le lettere del santo gelosamente custodite.
Nel 1984 Giovanni Paolo II nominò San Giovanni, Patrono dei cappellani militari di tutto il mondo e da secoli, il settecentesco busto argenteo del santo viene portato in processione per le vie del paese il 23 ottobre, giorno che ricorda la sua morte.

Amo soggiornare nei monasteri.
Sono la custodia del tempo fuori dal tempo!
La vita monastica, scriveva Grun, monaco autore di testi sacri, è la scheggia del tempo che si è fermato. Chi vive nei monasteri vive nell’eternità, a contatto privilegiato con Dio, immerso nel silenzio che apre la porta alla ricerca del Divino. Chi sosta temporaneamente, riesce a vivere attimi di pace e a viaggiare interiormente nella quiete.
Quando varchi il portone d’ingresso lasci fuori le ansie. Mi è accaduto anche visitando numerosi monasteri, dal benedettino Sacro Speco di Subiaco, alla poderosa Casamari nel profondo Lazio, dalla certosina Trisulti, sotto i monti Ernici, ai conventi francescani della Valle Reatina. Spesso le foreste completano il cuore spirituale del luogo sacro. Nei monasteri si riesce a equilibrare gli opposti: il rapporto con Dio e quello con gli uomini, l’eremitaggio e la vita comune, la parola e il silenzio, la fede e la laicità, le donne e gli uomini.

Non bisogna mai alzarsi dal letto al mattino senza ringraziare per il nuovo giorno. Qualcuno ce l’ha donato, questo è certo!
Mi hanno insegnato che occorre avere sempre gli occhi ben spalancati sul mondo come carta assorbente e che nella vita c’è bisogno di ridere con grasse risate, piene, pulite e senza pentimenti.
Ringraziare, parola d’ordine, chi ci dà la vita! E si ringrazia anche stando contenti.
Né dovremmo cercare, sollevandoci dal riposo, di fingere ciò che non siamo.
Per far questo dobbiamo essere in pace con noi stessi e con gli altri. Per esserlo dobbiamo realizzare che la felicità degli esseri che ci circondano è diversa per ognuno di essi.

Questo è il credo del mio caro amico Mauro.
Occhiali poggiati sul naso, eternamente col sigaro spento in bocca, è un ateo convinto eppure è molto più cristiano di tanti altri. Lui è alla sequela di Gesù senza saperlo!
Non l’ho visto mai una volta triste. Eternamente sorridente, amabile come pochi. Parla il necessario, ma quando lo fa, riesce a dire più di quanto facciano altri in un’intera settimana. Tipo incredibilmente calmo, serafico, roba da invidia per ipertesi come chi vi scrive. La sua figura riempie tutto lo spazio e non soltanto per le sue dimensioni generose, ma per la tranquillità che diffonde.
Dopo la morte per lui non c’è nient’altro che la morte, però è in pace con se stesso molto più di tanti cristiani che, per mezzo della bocca predicano la gratificazione del Signore nell'aldilà ma nell'aldiquà tremano a lasciare questo mondo.
Un uomo in pace con l’Universo, il buon Mauro. Fotografo finissimo, ama scattare istantanee ai paesaggi. Questo ce l’abbiamo in comune come uguale è, in vacanza, abbandonare presto la polvere dei musei e delle bancarelle di souvenir per imboccare sentieri nei boschi. Non è un gran camminatore ma per scovare posti idilliaci, si sacrifica volentieri.

Lo stavo pensando intensamente ora che dalla collina sopra il convento di Capestrano mi godevo il cielo rosa di quella bella alba dorata.
La sua maestria nelle foto avrebbe sicuramente immortalato degnamente quel momento magico!
Mi venne da pregare:
“O Santo Francesco tu che tanto hai amato la creazione e il suo Creatore, aiutami a proteggere la natura, ad amarla e a sentirla casa comune con tutti i fratelli soprattutto con coloro che soffrono”.

“Ho fatto la mia parte, possa Cristo insegnarvi a fare la vostra”.
(San Francesco ai confratelli prima di essere condotto in cielo da sorella Morte)



ARRIVARE:

Da Nord e da Sud
Prendere l'autostrada A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Roma, continuare sull'autostrada A 25, uscire a Bussi/Popoli, seguire le indicazioni per L'Aquila, continuare sulla SS 5, prendere la SS 153 fino a Capestrano.
Da L'Aquila
Percorrere la SS 17 direzione Pescara, proseguire sulla SS 153 in direzione Capestrano.

DA VEDERE:
Siamo ai confini del parco Nazionale del Gran Sasso, comunità montana Campo Imperatore- Piana Navelli!

Oltre all'affascinante Castello dei Piccolomini d'Aragona e al Convento, consiglio la chiesa romanica di San Pietro ad Oratorium, otto chilometri dal paese, in prossimità del fiume, con zona picnic. In centro da vedere la chiesa di Santa Maria della Pace e i palazzi Cataldi, Capponi, Trecca.
Luogo ricco di aree archeologiche, ricordate che il famoso "Guerriero" rinvenuto nella necropoli e raffigurante una potente classe di pastori armati nell'età del Ferro,, non è presente a Capestrano che in una pessima copia. L'originale si trova al museo archeologico di Chieti.

Per mangiare poi, ovunque si trovano chitarrine deliziose al sugo di gamberi del fiume Tirino e dolci con ottime mandorle locali.

Vicino si trovano diverse interessanti località:
Navelli a circa 10 chilometri con i prati dello zafferano, Castel del Monte, luogo di villeggiatura a 12 chilometri, Calascio con la rocca quattrocentesca. .

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sabato 29 agosto 2015

Nell'antico borgo delle aquile: Castrovalva!

"Ad Anversa restano i ruderi di un palazzo edificato da un De Sangro. Scritto al Sindaco per sapere se tra le pietre vi sia lo stemma gentilizio della famiglia. (Esiste un'iscrizione già nota). Un signor Di Gusto mi risponde che non si trova alcuna traccia di stemma. Ora, tu che sai tutto, potresti indicarmi lo stemma ..."
Gabriele d'Annunzio

C’è chi insiste a cercare forme di vita nelle altre galassie, dimenticando che qui, in terra, a volte l’uomo scompare da piccoli paesi di montagna che, in men che non si dica, diventano irrimediabilmente delle incantate ghost town per gran parte dell’anno.

In questi antichi abitati, alcuni dei quali si ripopolano nelle due settimane a cavallo del ferragosto, si aggirano fantasmi: donne alla fontana con grembiuli e fazzoletti in testa, bambini sulla porta di una scuola che non esiste, uomini piegati sotto il peso delle balle di fieno, vecchi all'osteria per la “passatella”, ragazze al balcone in fiore.
C’è qualcosa di commovente e anche di macabro nell'abbandono di un borgo o di una valle.

Eppure qualcosa in controtendenza pare muoversi.
Castrovalva, antichissimo abitato a nido d’aquila sulle gole del Sagittario, una manciata di curve da Anversa degli Abruzzi, sta tornando a vivere.

Un artigiano, un mago della pietra, sta ricostruendo un po’ alla volta tutte le antiche case, su commissione dei figli di chi, un tempo, abitava questo luogo selvaggio ma incredibilmente bello.

Vero che d’inverno Castrovalva torna a essere un set buono per un film di Tim Burton o un racconto di Stephen King, ma oggi, possiamo dire che l’utopia della montagna può essere vinta.

Gli abitanti custodiscono memoria anche per chi, pur ristrutturando o magari lasciando in abbandono la vecchia casa, non ha tempo per arrivare fin quassù.
Una buona notizia dato che interi borghi medievali, dimenticati dalle famiglie di un tempo, oggi finiscono on line per offerte di acquisto su eBay, schegge di Far West, autentiche Spoon River cadute in disgrazia. Questo è un graffio indelebile e profondo al patrimonio artistico e antropologico italiano.

Ho deciso di andare a vedere.
La strada sale tortuosa, stretta, tornante dopo tornante.
Ad ogni curva, il panorama diventa paurosamente bello.
Mi sto arrampicando lungo il fianco di una montagna che precipita vertiginosamente sul fiume Sagittario e sulle sue gole.
Qualcosa da mozzare il fiato.

È una situazione ancestrale che per ironia della sorte, può essere il motivo per cui Castrovalva rimane ai margini dai più battuti percorsi turistici.
A una decina di chilometri si entra nella Valle dei Laghi e si arriva alla super visitata Scanno.
Qui tutto stordisce per la bellezza!
Affacciandoti dai bastioni della montagna pare di toccare Anversa degli Abruzzi.

Per chi ha il coraggio di inerpicarsi con la sua auto, fin sopra al cocuzzolo dove è poggiata Castrovalva e, ancor più, per chi ci arriva dal ripido sentiero che sale dal fondo delle gole con la forza delle gambe, questo luogo dell’anima regala, silenzio, fascino, isolamento, immerso nella storia e nella natura.

È arrivando in cima che capisci il perché dell’amore che il grande artista olandese Escher nutriva per questo borgo.
Era stato colpito dalle vedute aeree che si godono in paese e, durante questo lungo viaggio nel Sagittario, più di ottanta anni fa, immortalò gli scorci più significativi con la sua arte sopraffina.

Accadde prima che l’artista raggiungesse Villalago e i suoi specchi d’acqua, il magnifico “paese del sud” di Pettorano sul Gizio, nel sulmonese, per poi dover abbandonare l’Italia, colpito dall’anatema del Fascismo.
La litografia di Castrovalva è una delle più belle e famose di Escher, testimonianza di quanto il luogo avesse colpito la sua fantasia.

Come dargli torto?

Il borgo, lungo e stretto, tagliato dai venti impetuosi che lo sferzano in inverno senza pietà, posizionato com’è sul crinale, non lascia nessuno indifferente.
L’affaccio sul belvedere per vivere l’emozionale senso di vertigine, completa l’incanto del posto.
Il paese è tipico della montagna abruzzese, con le sue case a incastro poggiate sulla dura pietra, a formare piccoli labirinti abitativi.

Nel parlare brevemente di storia, lo storico del luogo, Antonio Genovese ricorda che il “Castrum Valvae” non era di origine romana ma bizantina.
L’odierna Castrovalva, che comunque era abitata sin dalla preistoria, risale al XIV secolo ed è di quel periodo anche la chiesa della Madonna delle Grazie, protettrice del paese.

In realtà pare che il borgo fosse nato a opera di un accampamento militare di stanza su questo monte che era detto Dell’Angelo.
Qui, spesso, le truppe rimanevano per mesi a guardia della valle, luogo strategico d’ ingresso nell’Abruzzo meridionale per chi voleva conquistare il centro Italia.
Sant'Angelo divenne monte San Michele.

Da qui, per secoli, i soldati che di notte avvistavano i nemici alle porte del Sagittario, usavano segnali luminosi con fuochi, per mettersi in contatto con il comando posto a Rocca Casale, non lontano da Sulmona.
Di lì le notizie giungevano alla capitale di allora, il distretto romano di Corfinio, nel cuore della vallata peligna.

Mi affaccio dalla parte di Anversa per guardare l’orrido.
Si notano anche remote grotte carsiche su pareti ripidissime dove nidificano le aquile.
Forse anche qui, persi nella vegetazione, ci sono degli eremi che raccontano di personaggi straordinari che con scelta ascetica hanno sperimentato un rapporto eroico con la natura selvaggia e primordiale.
La voce dell’uomo, quasi baritonale alle mie spalle, mi fa trasalire.
Un viso asciutto e gradevole se non fosse che la sua pelle ha uno strano colore dattero maturo.
Vuole solo, gentilmente, darmi informazioni.

Questo luogo è detto del “Morrone”, mi dice.
Spiega che i morroni erano degli avanzi di costruzioni molto antiche.
Proprio qui c’è la parte più vetusta del paese.
E mi fa vedere il luogo dove, anni fa, furono rinvenute monete d’argento databili, forse, all'anno Mille.

L’uomo, senza presentarsi, mi invita a seguirlo. Indica, dalla minuscola piazza centrale, la parte alta dell’abitato.
Lì c’era la chiesa dedicata a San Michele.

Fino agli anni Trenta, è stata grande la devozione per questo santo che veniva festeggiato con una sagra e processione.
Oggi del tempio rimangono solo delle pietre antiche.

Le parole del gentile cicerone mi fanno immaginare un paese che non c’è più.
Il tempo scandito dalle campane della chiesa madre, una melodia di poche note prima di battere le ore, il suono che echeggia fin sotto la valle.
I tocchi a dare malinconia per il tempo andato che nessuno può far tornare.

Era come se il tempo avesse un respiro comune e tenesse insieme tutte le anime!
I vecchi del paese da quelle campane erano governati.
Ne aspettavano i rintocchi per rimandare le poche bestie nei ricoveri, per smettere il lavoro e riposare.
Oggi nelle città le campane suonano nell'indifferenza, sommerse dai rumori del traffico o dallo sferragliare dei tram.

Guardandosi bene intorno, si intuisce l’incastellamento del paese, la sua importanza come accesso principale del meridione della valle peligna, le sue fortificazioni e dove si trovava la rocca, zona che oggi è chiamata del “Castellaccio”.

Si capisce perfettamente perché Longobardi, poi Aragonesi e Angioini, benvoluti dalla potente dinastia dei Caldora, abbiano voluto abitare questo luogo così impervio.

È stato un bel viaggio in uno scampolo di mondo estraneo al paesaggio urbano, diverso anche dalle campagne coltivate, un mondo dove la mano umana ha i suoi confini oltre i quali la natura non permette ingerenze.

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Come arrivare: A25, uscita COCULLO, proseguire per 11 km in direzione Anversa degli Abruzzi/Castrovalva.
Per info rivolgersi al comune di Anversa degli Abruzzi al telefono 086449115 o alla Riserva Naturale delle Gole del Sagittario 086449587

domenica 23 agosto 2015

Nelle gole del Sagittario: Anversa degli Abruzzi!

Il Parco Letterario di Anversa degli Abruzzi!

“Se vieni con me per un sentiere che hai passato cento volte, il sentiere ti sembrerà novo” (Gabriele D’Annunzio)

Arrivo ad Anversa degli Abruzzi che il cielo ha appena finito di buttare giù acqua e sta schiarendo.
Qui si gode uno degli scorci sicuramente più belli dell’intero Abruzzo.
Le affascinanti Gole del Sagittario accolgono grandi bastionate verticali che, in una bellezza senza fine, precipitano i loro profili merlati e aguzzi fino al fiume.

Le acque scorrono impetuose, facendosi strada tra le rocce.

Il comune secolare di Anversa pare proteggersi da questa natura prepotente con le sue mura fortificate a strapiombo su di un dirupo.
L’abitato, nella parte più profonda della provincia aquilana, è a 600 metri di altezza.
Questa è una delle tante Riserve naturali che si succedono senza fine per tutto il territorio abruzzese, oasi gestita dal WWF nei suoi 450 ettari.
Insieme alle Gole di San Venanzio nel Parco regionale del Velino Sirente, rappresenta quanto di più wilderness si ricerchi in regione.

Nel Sagittario, però, dimorano orsi marsicani, lupi, cervi e caprioli, in cielo volteggiano piccoli rapaci, valore aggiunto per un territorio protetto.
È la ricca avanguardia della fauna che ospita il vicino Parco Nazionale d’Abruzzo, vero eden per chi ama avvistare animali selvaggi.

Siamo in un angolo d’Abruzzo amato da grandi personaggi.

Come dimenticare le continue incursioni di Gabriele D’Annunzio, che arrivava fin qui a dorso d’asino per trovare ispirazione.
Il vate, passeggiando tra le strette rue del paese, realizzò una delle sue tragedie più famose, “La fiaccola sotto il moggio” nel lontano 1905. Veniva da un grande successo di un’opera dell’anno prima, sempre ambientata in Abruzzo.

Volle bissare con una storia che riportava esperienze nella valle del Sagittario che aveva avuto quando era diciottenne nel 1881 e, un successivo viaggio in carrozza nel 1896, in compagnia di una delle sue tante amanti, tale Maria Gravina.
L’Abruzzo che viene narrato dal grande poeta, è barbarico, misterioso, abbarbicato su “di un Sagittario che si rompe a schiuma”, mentre magicamente arroccate, le case di Castrovalva ardono sul “sasso rosso”.

A lui, il borgo secolare ha dedicato un “Parco Letterario”, uno dei pochi esempi esistenti al mondo, un percorso dell’anima nel quale si legano le emozioni di viaggiatori illustri che qui hanno tratto ispirazione per grandi opere artistiche e letterarie, in un ambiente che oggi appare protetto.

Sono passati, stupendosi forte di tanta bellezza, anche artisti del calibro di George Gordon Byron, Francesco Paolo Michetti, Edward Lear.

Anversa, d'altronde, è davvero uno dei borghi più belli d’Italia.
I suoi resti di mura fortificate costruite sui dirupi, riportano a un passato glorioso e importante.

M’inerpico sulla salita che porta nel cuore del centro storico, che si dipana in vicoletti soprastanti la piazza centrale, luogo di incontro soprattutto serale.
Questi paesi sono sempre piazzati su cocuzzoli e visitarli significa sgambare alla grande!
È una serie di sottopassaggi, volte ad arco e piccoli edifici storici. M’insegue un delizioso profumo di biscotti e pane fragrante, appena sfornato dal tradizionale forno posto alla curva della strada principale. Da lì ci si affaccia, mirabilmente, sulla parte iniziale delle gole.

Qualcuno al bar in piazza, mi ha detto di cercare la signora Minietta al secolo Emilia, una quasi centenne che ha ancora la testa a posto e ricorda tutto quello che è accaduto in paese.
Da Anversa lei non si è mai mossa.
Me la indicano mentre sta godendo di un raggio di sole che sbuca dal dedalo dei tetti.
La vecchina ha visto la storia scorrere, ricorda perfettamente le due guerre.

Non so se ha ancora ben chiaro chi fosse quel poeta altezzoso ed elegante che girava in estate per il borgo.
Gli dico D’Annunzio e non sussulta.

La vedo invece attenta quando rispondo alla sua domanda su chi mi avesse parlato di lei e da quale parte dello Stivale io sia arrivato.

Racconta di quando la sua famiglia era povera e il papà cercava sempre l’amico con due caprette per chiedere latte da dare alla bambina.
Con un impeto antico ricorda perfettamente i nomi dei ricchi del paese, quelle famiglie che ogni giorno avevano sulla tavola ogni ben di Dio.
Lei, però, li ha visti andare tutti sotto terra.
Ricorda anche il voto dato per fare dell’Italia una Repubblica e mi pare, dal ghigno, che se ne sia pentita.

Una folata di vento scompiglia i suoi capelli d’argento mossi birichini da una pettinatura impertinente della nipote, giunta in vacanza da Roma dove di mestiere fa la parrucchiera.
È il caso di andar via, la vecchina mi pare stanca, quasi assente, forse chiusa nei suoi ricordi a risparmiare energie così vitali a quella veneranda età.

Peccato, avrei voluto sapere di più di una galleria dei volti del ‘900.

Arrivo alla cinquecentesca chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Scatto foto del bel portale rinascimentale in pietra calcarea, anno 1540, con un inedito rosone contornato da serpenti attorcigliati.

Le serpi non potevano mancare.
A pochi chilometri c’è Cocullo, il famoso borgo dei rettili dove il primo maggio si rievoca i miracoli e le gesta del santo dei “serpari” Domenico.
L’asceta se ne stava nella valle dei laghi, in un eremo a una manciata di curve dalla famosa località turistica di Scanno, cibandosi di bacche e chissà quali altre “delizie”.

Ogni tanto, tra una preghiera e l’altra, riusciva, secondo un’abbondante tradizione orale, a far compiere miracoli all'Onnipotente.
L’interno della chiesa delle Grazie contiene un bell'altare con decorazioni scolpite a grottesche e un tabernacolo ligneo di buona fattura.
C’è da stringere i denti e salire ancora per visitare le rovine del Castello Normanno del XII secolo, distrutto completamente dal terremoto del 1706.

Qui, ogni volta che si abbatte un sisma dalla vicina piana del Fucino, si perde un pezzo di storia.

La rocca fu edificata allo scopo di controllare uno dei più importanti accessi meridionali alla Valle Peligna.
Fu dimora dei Conti di Sangro, che ampliarono questa importante fortificazione strategica.

La rocca è importante anche perché, molte scene della “Fiaccola sotto il moggio”, si svolgono proprio qui.
Oggi il fortilizio è diruto.

Ridiscendendo, merita attenzione anche l’antichissima chiesa di San Marcello dell’XI secolo col suo portale tardo gotico, dai motivi antropomorfi.
Se avessi la gamba di un tempo potrei affrontare il suggestivo Sentiero Geologico delle gole che, dalle sorgenti di Cavuto s’inerpica tutto in salita, verso l’incredibile nido d’aquila del minuscolo paesino di Castrovalva.
Forse sarà meglio arrivarci in auto!

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COME ARRIVARE AD ANVERSA
In auto
Autostrada A 25 Roma-Pescara, uscita casello di Cocullo, Strada Provinciale n.479 da Sulmona.
Info: Comune e Riserva 086449115 Dormire e mangiare anche nelle vicine Villalago, Cocullo, Scanno.

lunedì 18 maggio 2015

Finalmente San Bernardino!


"Tu, o Gesù, onore dei credenti, forza di coloro che operano. Tu sostegno dei deboli, per Te i malati sono sanati, le colpe perdonate e coloro che soffrono sono irrobustiti".
(Sermone 49 dagli scritti di San Bernardino da Siena)


Un bel sole illumina il bianco splendente della facciata quattrocentesca di San Bernardino all'Aquila, opera del grande Cola dell'Amatrice.

I tre mirabili livelli architettonici di ordine dorico, ionico e corinzio, si mostrano quasi inediti.
L'ultima volta la stessa facciata non l'avevo vista, imbracata com'era ovunque, avvolta in una morsa inaudita di giganteschi ponteggi, tubi chilometrici e grandi lamiere.
Ricordo che quel giorno c'era una pioggia giallina di scirocco e nuvole grosse e grigie in cielo.

Oggi, al contrario, i raggi del sole primaverile spargono speranza a profusione.
Un'anziana signora, dai capelli bianchi candidi, scende lungo la scalinata d'ingresso stringendo la mano del piccolo nipote.
Ha il viso paonazzo di chi si è visibilmente commosso.
Un'emozione forte questa, per tutti gli abitanti del capoluogo abruzzese.

Finalmente in una città martoriata, un segno di ripresa che si concretizza nel riappropriarsi di uno dei tanti suoi gioielli, in attesa di riavere anche la splendida Collemaggio e le spoglie di Celestino V al loro posto secolare.

Questa severa basilica fu costruita tra il 1454 e il 1472 per custodire le spoglie mortali del grande Bernardino, francescano senese, a cui il popolo aquilano attribuisce da secoli miracoli per chi è capace di pregarlo intensamente davanti alla salma.

E le spoglie del grande santo ora sono tornate di nuovo al loro posto sotto il presbiterio, lato destro della grande basilica.
Accade a sei anni dal disastro, dopo oltre settecento giorni di cantieri e qualcosa come tredici milioni di fondi.

Mi racconta Antonio De Petris, vispo settantenne, davanti a un bel bicchiere di birra nel chiosco accanto alla chiesa, che i resti di San Bernardino, per tornare a casa, hanno sfilato giorni prima per la città, scortati da un nugolo di cittadini, tra fanfare di alpini, autorità, confraternite e ordini religiosi locali.
"C'erano tricolori ovunque- racconta ridendo sguaiato- neanche ci fosse stata la nazionale di calcio".
Certo mi sarei aspettato una serie di bandiere con il monogramma bernardiniano: il sole raggiante in campo azzurro, le lettere IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco e, sopra la lettera H, un allungamento dell'asta a rappresentare la croce di Cristo.

Fu questa la grande intuizione di Bernardino, impiantata in lui dallo Spirito Santo, un emblema che si diffuse grandemente e aiutò la devozione e la sequela del Cristo, prendendo il posto di stemmi e blasoni di antiche corporazioni.

"Tutti guardavano in alto e quando gli occhi si abbassavano erano pieni di lacrime inespresse" -  continua Antonio con animo sorprendentemente poetico.
C'è da capire queste parole!

Il capolavoro del soffitto ligneo, all'interno, opera settecentesca di Ferdinando Mosca, è tornato a brillare sulle teste grazie ai soldi pesanti dei fondi Cipe e della Carispaq, la cupola all'esterno sembra nuova, rinata dopo le gravissime lesioni, la torre campanaria crollata in parte, è stata mirabilmente rinforzata con una serie di consolidamenti conservativi di ultima generazione.

Restano, quanto prima, da restituire ai visitatori e fedeli le cappelle laterali, ma questo, giurano, accadrà presto.
E pazienza se qualcuno sicuramente avrà lucrato da questi grandi interventi in città.
Importante, troppo importante ricominciare anche se a piccoli passi.

La riapertura della basilica risorta dalle macerie è il trionfo della vita, ha detto quel giorno, con sguardo di padre e pastore, il vescovo Giuseppe Petrocchi.
Il monsignore, visibilmente commosso ha continuato facendo riferimento al Vangelo come benedizione di un tralcio potato che, nella misteriosa sapienza di Dio, patisce grandi perdite per avere presto frutti sovrabbondanti.

Lo Spirito Santo, insomma, ha i suoi disegni ma forse per gli aquilani questi sono un tantino contorti.
A me piace semplicemente pensare che la vita è come l'acqua di un fiume, a volte stagna in qualche
oscuro laghetto ma poi arriva sempre al mare e ci arriva purificata!

Le antiche campane ora suonano a distesa per l'Angelus del mezzodì.
I loro rintocchi riempiono l'aria del centro storico, danno una lieta parvenza di normalità a una città che normale non è più da sei lunghi anni, da quando il terremoto del 2009 ha sconvolto la geografia non solo dell'Aquila ma di tutto l'Abruzzo.

La basilica già nel 1703 aveva rischiato di essere rasa al suolo ma quel lunedì santo del sei aprile, alle famose ore 3,32, ha cambiato la geografia dell'Abruzzo intero, ha sconvolto le vite di tutti: chiese distrutte o danneggiate profondamente, i conventi francescani di San Bernardino e San Giuliano, di enorme importanza storica e religiosa per la santità dei frati che vi hanno soggiornato, con danni incalcolabili.

E poi, come dimenticare le trecento e nove vittime, gli oltre duecento feriti gravi?
Non ci si abitua mai ai terremoti neanche dopo averne subiti tanti, come quello disastroso del 13 gennaio di cento anni fa, 11esimo grado Mercalli che causò nella vicina Marsica più di 30 mila vittime.

Devo dire che gli aquilani sono tosti, gente di montagna che si piega, si flette ma non si spezza.
Potrebbero scrivere un'enciclopedia della sofferenza e della disperazione, la durezza della vita li segna periodicamente nel corpo, nella personalità, nello spirito, ma essi non si rompono neanche davanti a una botta terribile di magnitudo 6,3.

Entro in basilica e mi prende un groppo alla gola.
L'emozione mi fiacca le gambe, mi toglie il fiato.
Molte persone si aggirano col naso in su: studenti di arte, fedeli, turisti dell'ultima ora, curiosi.
La pianta a croce latina è divisa in tre navate con sei cappelle laterali. Il grande organo settecentesco sta suonando sotto le mani esperte di un frate.
Il soffitto dona colore e luce all'ambiente.
Al centro della volta trionfa finalmente il grande Monogramma Bernardiniano.
Il santo senese non aveva creato questo disegno a caso.

Tutto in quel logo antico aveva un significato: il sole centrale a rappresentare il Cristo fonte di vita che irradia amore e carità; i dodici raggi a richiamare gli Apostoli inviati dal Cristo a portare la Parola; gli ulteriori otto raggi a ricordare le Beatitudini e la felicità dei Beati; il celeste dello sfondo come simbolo di fede e le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo alla comunità di Filippi: "Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia dagli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi".
Peccato per il Sepolcro di Maria Camponeschi, la donna piegata dal dolore per la perdita della figlioletta, icona di tutte le tragedie di questa città mirabile ma eternamente sfortunata.

La cappella è ancora in restauro.
Posso consolarmi ammirando il Coro in stalli di noce, opera di Giancaterino Ranalli e il Mausoleo di Bernardino a forma di grossa arca quadrata che ha, nella parte inferiore, l'urna con le spoglie miracolose del santo.

Un'occhiata al singolare Altare Maggiore in pietra e marmi, la inutile ricerca della Pala in terra cotta di Andrea Della Robbia che pare sia in restauro anch'essa ed è già ora di ripartire.
Proprio come deve assolutamente ripartire L'Aquila!


Arrivare all'Aquila:
Da Roma ( A1, per chi viene da Nord e da Sud)
Autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo.
Da Giulianova ( A14, per  chi viene da Nord)
Bretella autostradale Giulianova-Teramo / Autostrada A24 Teramo-L’Aquila.
Da Pescara ( A14, per  chi viene da Sud)
Autostrada A25 Roma-Pescara, in direzione Roma ed uscire al casello di Bussi.
Seguire le indicazioni stradali per L’Aquila (circa 60 km).