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venerdì 14 agosto 2015

A Scanno, nel paese più fotogenico d'Abruzzo!

La gramigna vetta è chiusa in una morsa di nembi grigi.
Il pastore che si avvicina con le sue pecore ha la faccia bruna e il pizzetto da satanasso.

La vecchia casa dall'orto disfatto si oppone a fatica al vento.
Il pelo bianco dell’arcigno guardiano abruzzese si drizza a ogni folata.

Lo sguardo del grosso cane atterrisce.
Le gambe del vecchio transumante sono venate di blu e i piedi, rattrappiti, sembrano radici contorte sotto i pantaloni corti che paiono sottratti al figlio giovane.
Me lo avevano detto ma stentavo a crederci.
A Scanno c’è ancora qualche pastore italiano che si ostina a esser tale e a non servirsi di macedoni.
Da Gregorio, nell'azienda agricola Valle Scannese che mi ospita, le pecore sono così tante che gli stranieri, invece, sono indispensabili.

Il vecchio non vuole tanto parlare, è come appesantito dai giorni vissuti.
Indica le bestie come a dire che tutti questi anni sono uguali l’uno all'altro.

Eppure, quanti ricordi potrebbe regalarci.
L’uomo comunque pare di buona indole.


Il carattere non ce lo scegliamo, credo, ci viene donato e non certo costruito.

Lo consegna il buon Dio, insieme a polmoni, fegato, pancreas.
Mi avvio verso l’agriturismo posto a pochi chilometri da Scanno sulla tortuosa e panoramica strada del Passo Godi che porta a Villetta Barrea, mentre le prime grosse gocce di questa perturbazione agostana scendono giù dal cielo nero.
Qui il tempo pare essersi fermato.

Siamo nel cuore dell’antichissimo tratturo che le greggi attraversavano fino a Candela di Foggia.
Non mi resta che mangiare.
D'altronde, ditemi, ci può essere scorribanda che prescinda dalla buona cucina o piatto tipico che non contribuisca alla cultura e alla conoscenza dei luoghi che si visitano?
Scanno, borgo caratteristico ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, il più vetusto d’Italia, non è famoso solo per il suo bellissimo lago, unico naturale in regione.
I suoi gioielli “presentosi” creati in filigrana dalla fervida fantasia e maestria degli artisti di bottega, le tradizioni difese a oltranza, l’aria buona, i pizzi lavorati al tombolo, i centrini, gli scialli e le tovaglie artigianali, oltre alla buona cucina, fanno di Scanno una meta ambita in tutto il mondo.

Ho voluto ripercorrere la strada fatta dal geniale disegnatore Maurits Cornelius Escher, solitario precorritore di montagne d’Abruzzo.
L’olandese era giunto ad Anversa degli Abruzzi, luogo che ispirò il vate D’Annunzio nella sua tragedia “La fiaccola sotto il moggio”, recandosi nel pittoresco borgo di Castrovalva, sospeso a nido d’aquila sulle severe rocce delle gole del Sagittario.
Qui creò un dipinto del paese costruito sulle pareti della montagna.
Poi arrivò a Scanno e l’emozione fu grande.
Si trovò davanti a un abitato scenografico: un’armonica somma di stili, dal medioevo al barocco, passando per il rinascimento.

Il centro storico caratteristico con le sua case addossate, i palazzotti gentilizi, le scalinate, il tessuto urbano di vicoli e archi lo colpirono allo stesso modo in cui rimase basito nel 1846, Edward Lee.

Avevano scoperto uno dei borghi più fotogenici d’Italia!
Quanto scrittori hanno ricercato ispirazione negli angoli più suggestivi di questo paese incredibile!

A tavola portano un trionfo di formaggi fatti da Gregorio e figli, caciocavallo e pecorino in primis, poi gnocchi della casa, agnello locale con cicoria ripassata in padella e un vinello di uve montepulciano niente male.

Per finire una ricottina calda, appena fatta con sopra la marmellata di uva e la crostata con l’uva canina.

Sono in un vero agriturismo, per giunta bio, non inventato per strappare contributi statali!
Finalmente satollo e soddisfatto, riesco a guardarmi intorno.
Le foto alle pareti sono deliziose.
Le donne antiche sono vestite con i costumi tipici della festa. Raccolgono i loro capelli stretti nelle crocchie e mi chiedo quanto lavoro occorresse per pettinarli.
Tra i visi rugosi si insinuano anche sguardi infantili di bambini anch’essi agghindati nei fantastici costumi scannesi.

La voce alle mie spalle è della figlia del proprietario:
“Se vuoi vederle basta andare a messa stasera a Santa Maria della Valle.
Le trovi tutte lì le vecchine e pare che il tempo si sia fermato”.
Il tempo pare volgere al bello, finalmente.

Mi reco in paese e, quindi alla parrocchiale.
È bella la facciata rinascimentale con il portale del secolo XVI di scuola borgognona.

Anche il campanile cinquecentesco, di quasi 40 metri, è niente male con la sua torre quadrata.
Il rosone è rifatto dopo il danneggiamento del terremoto di Avezzano del 1915.



L’interno è a tre navate, anch'esso rifatto a causa dei rovinosi terremoti del settecento.
Il pavimento in cotto rosso è stato appena realizzato, poco prima del duemila.
Bello il pulpito e belli i confessionali in noce.
Interessanti gli affreschi seicenteschi di Sant'Eustachio, San Biagio e l’Assunta.

I fedeli della domenica arrivano fin sotto l’altare maggiore con i marmi policromi del 1732, realizzato su disegno di Panfilo Ranalli di Pescocostanzo.
Fra di essi ci sono diverse anziane che indossano il costume tipico. Sono bellissime da vedere.
Sfileranno tutte nel giorno di ferragosto, quando si festeggerà l’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Le guardo e penso che anche fino a pochi attimi dalla fine della vita, non si rinuncia al proprio modo di essere.
Guardando agli avambracci cadenti di queste che un tempo erano splendide donne, ma anche all'entusiasmo e alla fierezza con cui portano il loro bel vestito capisco che la trasformazione non è opera di un mago cattivo.

Un prato è radioso in primavera ma è sotto silenzio, tra gelo e neve in inverno.
Le stagioni della vita aiutano a incontrare Dio in situazioni sempre diverse.
È splendido perdersi nei vicoli di Scanno!

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Per arrivare a Scanno consiglio di prendere la A25 Pescara Roma, uscita Cocullo.
Potrete così visitare la splendida Oasi delle gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi, il pittoresco borghetto di Castrovalva e Villalago con l’eremo di San Domenico, il santo dei serpenti di Cocullo.

Per mangiare e dormire ci sono moltissimi agriturismo fuori Scanno, affittacamere in paese e alberghi sul lago. Sono tutti aperti anche in inverno quando si scia verso Passo Godi.
L’agriturismo di cui parlo nell'articolo, è l’Azienda Agricola Rotolo Gregorio - località Valle Scannese (www.vallescannese.com). Al suo interno c’è un fornito punto vendita di prodotti biologici dell’azienda.
Per contatti telefoni: 0864576043 – 3465043806- 3482886912.
Concordate bene i prezzi che a volte risultano “ballerini”.

Molte sono le botteghe artigiane degli orafi. Io ho acquistato con soddisfazione una “presentosa” in filigrana a un prezzo onesto ma si trovano anche "amorini" in collane, ciondoli e pendenti da orecchie, croci in oro, tutti rigorosamente di produzione artigianale.

Sul lago, dove beatamente transitano anatre di ogni tipo, c’è la possibilità di fare picnic e di andare in pedalò.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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lunedì 19 maggio 2014

La strada della salvezza è tutta in salita

Davanti ai ventotto gradini in legno di quercia, sono tanti i fedeli che nelle ricorrenze cristiane più importanti chiedono, salendo faticosamente in ginocchio, il perdono dei peccati per raggiungere il Paradiso.

Accade ogni anno a Roma come a Gerusalemme.
Accade anche a Campli.

In questo borgo che al visitatore sembra solo un tranquillo paesino di campagna ai piedi dei monti Gemelli, c’è una delle poche Scale Sante al mondo, dove ottenere l’indulgenza plenaria.
In realtà l’antica “Campulum” è grande nella sua storia millenaria iniziata in epoca preromana, tanto da essere da più di tremila anni, crocevia di popoli e cultura.

Basti pensare ai meravigliosi reperti della necropoli italica di Campovalano, risalenti al primo millennio avanti Cristo, ai grandi pittori che qui hanno lasciato opere indimenticabili come Giacomo da Campli, Cola D’Amatrice, Giovanbattista Boncori e tanti altri, senza dimenticare le architetture dei palazzi, le cui mura narrano antichi splendori e celano capolavori del genio umano.

Sono architetture immortali, come la cattedrale di Santa Maria in Platea, la Porta Angioina, San Paolo, il Convento francescano di San Bernardino, il Palazzo Farnese del ‘500, il convento di Sant’Onofrio, la medioevale casa del farmacista e del dottore, il Museo archeologico e mille altri tesori.

Fu Papa Clemente XIV che attribuì il privilegio della Scala Santa alla città della famiglia dei Farnesi nel lontano 21 gennaio 1772, grazie ad un paziente lavoro diplomatico di un avvocato, Gian Palma Palma, priore della Confraternita delle Sante Stimmate di S. Francesco, alla quale fu attribuito il ruolo di custode del luogo santo.

L’avvocato cercava di accrescere la fama della sua città per far rifiorire gli affari e allontanare il pericolo di un decadimento ormai inevitabile.
I gradini che rendono la strada per la salvezza dell’anima in salita, sono un rito religioso di grande importanza, legato a una tradizione biblica, priva di fondamento storico.

Fu Gesù, scendendo e salendo dal pretorio di Pilato la grande scalinata di marmo, a consacrare le pietre col sangue santo che colava dalle ferite inferte dai romani.
La tradizione vuole che, anni dopo, la madre di Costantino, Sant’Elena colta da immensa pietà durante un pellegrinaggio in Terra Santa, s’impossessò del marmo sacro, portandolo a Roma e collocandolo in forma di scala, nel palazzo Lateranense.

Quella di Campli è una delle Scale Sante in migliore conservazione esistenti al mondo, ma è sicuramente la meno nota e la meno frequentata.

Eppure, accostandosi con devozione a questo gioiello di fede ci si sente penetrare dall’atmosfera ricca di suggestioni e attese.

Il soffio del vento che giunge dalla piccola vallata circostante, inculca il desiderio di riconciliazione con Dio.
La luce riflessa che gioca sui toni del bianco e del grigio, sembra soffocare i colori brillanti del verde e del torrente Siccagno.
Sul piccolo universo fermo di questo borgo d’arte, cala il silenzio dell’anima che attende il perdono.
I segni della civiltà di colpo arrivano attutiti, persi nelle strette vie del paese.
Nel salire in ginocchio e a capo chino pregando e chiedendo perdono dei misfatti compiuti, una moltitudine di piccoli teneri angeli dalle tele dei lati, accompagnano il cammino penitente delle ginocchia.

I sei dipinti, tre a destra e tre a sinistra che ornano questo piccolo capolavoro di arte religiosa, ci ricordano quanto ha sofferto il Cristo per salvare tutti noi che spesso rifiutiamo il suo estremo dono.
E’ il luogo del perdono, dove le mute pietre sanno comunque raccontare storie e sentimenti, entrando nella parte più intima del peccatore.

Un itinerario dello spirito, in un tempio dalla struttura semplice.

L’ultimo gradino porta davanti al “Sancta Sanctorum”.
Si prega in silenzio al cospetto di un dipinto che raffigura la deposizione del Nazareno, simbolo meraviglioso del dolore che Gesù ha voluto subire per la salvezza di ognuno di noi.
Il piccolo altare dietro la grata sembra essere lì per far poggiare il peso delle miserie, degli squallori umani.
Finalmente si è liberi dai propri peccati.
La seconda scalinata si scende in piedi tra gioiose tele che ricordano la Resurrezione del Cristo.

Una cultura millenaria raccontata da tanti storici.

Serafino Razzi, domenicano, religioso che ben incarnava l’eterna condizione dell’uomo orante “in cammino” verso Dio, nel 1575 intraprese un viaggio verso l’Abruzzo, toccando anche il borgo di Campli.
Il confine fra la “provincia Pretuziana” e la “Marca Fermana”, fra lo stato e il Regno Pontificio di Civitella del Tronto, dovette lasciare in lui un segno se è vero che, profondamente colpito dalla nobiltà che permeava quel piccolo e apparentemente insignificante paesino, esclamò in una sua lettera: “ o Campulum Pretuziano…
capolavoro a cielo aperto!”.

Anni prima, lo studioso Pacifico Massimi, vissuto nel XV secolo, scrisse in un testo latino che … ”sinché esisteranno le ripe di Campli, Castelnuovo e Nocella, io ne sarò sempre amante, mai sarò immemore di ciò che ho ricevuto né mi peserebbe ricambiarlo con il dono di mille vite”.


Il cieco di Adria, Luigi Grotto, pose Campli sopra le rovine della favolosa Castro.

Lo storico Orlando non fu dello stesso parere e sostenne che i fondatori del borgo furono dei fuoriusciti di Campiglio, sulla collina sopra la valle, che gettarono le fondamenta di un quartiere che divenne in seguito “ il Ricetto” forse per la presenza di ebrei.
Giovan Battista Pacichelli invece asserì che il nome Campli derivava da intra – campi e affermò che il borgo fu fondato dai proprietari di un castello vicino.
Origini discusse, tra cui l’ipotesi di un tenimento umbro che parla di un “municipium inter campi” da cui il nome della città.

Quel che è certo che Campli trasuda, in ogni sua pietra, cultura millenaria.
Lo gridano incessantemente i tanti ritrovamenti di ogni epoca e civiltà.
Il territorio camplese ha avuto fin dalla preistoria insediamenti propri, come ci testimoniano i resti risalenti all’età del bronzo, di un villaggio di allevatori e agricoltori del XIV, XIII secolo a.C. e i ritrovamenti nella Necropoli di Campovalano con tombe risalenti al II secolo a.C. I resti raccontano anche di una civiltà romanica evoluta.

Nella zona al margine nord ovest della necropoli, sotto l’altare della chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, fu ritrovato un frammento di epigrafe, in lettere capitali con dedica a Giulio Cesare, resti con tutta probabilità di un piedistallo di statua innalzata per disposizione dell’ex “Lex Rufrena” del 44 a.C. in onore a Cesare divinizzato.

Nella stessa area esisteva una necropoli romana, da cui provengono frammenti del ”sarcofago di Aurelio Andronico”, ricco commerciante di marmi nel IV secolo avanti Cristo.
Nella frazione di Battaglia ai piedi delle due montagne gemelle, fu riportato alla luce un ripostiglio contenente una quarantina di monete d’argento, molto probabilmente tesaurizzate, databili dal 323 al II secolo a.C..

In epoca romana i vicoli di Campli furono attraversati da uomini illustri; la storia ricorda la presenza di Lenate, dottissimo schiavo di Pompeo e Tazio Lucio Rufo che, pur essendo di umili natali, pervenne ai più alti gradi della milizia romana, diventando il pupillo di Augusto.

Nessuna mano scellerata è riuscita, nei secoli, a strappare l’infinito fascino che Campli sa regalare.

È possibile raggiungere Campli tramite l'autostrada Adriatica (A14) uscendo dal casello Val Vibrata o dall'Autostrada (A24), uscendo a San Nicolò a Tordino. Teramo è a 9 chilometri!

giovedì 15 maggio 2014

L' elogio della pezzata: vita di pastori

Dal mio secondo libro "Il mio Ararat"

“Andarono in giro, coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati- di loro il mondo non era degno!- così vaganti pei monti tra le caverne e le spelonche della terra”. (Ebrei 11,36-38)

Viaggiare a piedi è connettersi con ognuno dei tuoi sensi in un percorso interiore in cui ogni passo assume un valore infinito.

Massimo ha già estratto il suo bel panino con frittata di asparagi, quando in lontananza vediamo un pastore avvicinarsi sempre più con il suo piccolo gregge.


La polvere sollevata dagli animali sfuma il paesaggio come in un sogno. Riempie il cuore vedere una scena antica in un mondo che ha dimenticato il suo passato.

Tra un boccone e l’altro, l’amico mi fa notare che quest’antica strada romana, tagliata per molti chilometri tra boschi e rupi, portava le torme di pecore e capri verso Senarica e poi giù per la valle del fiume Vomano, fino al mare.
Una sorta di raccordo tra la “Salaria dell’Adriatico” e quella del Gran Sasso che toccava poi la Laga amatriciana.
Basti pensare alle pietre miliari presenti qui e là da Poggio Umbricchio, grumo di case abbarbicate sulla roccia come un astore su di un pendio pronto al volo, giù fino al tempio di Ercole nella zona archeologica della vallata.

Non so se conoscete Fonte Spugna, quell’antico fontanile che trovate in una delle curve a gomito sulla strada
Maestra del Parco, pochi tornanti dal bacino Enel del lago di Piaganini.

Ebbene se ci si affaccia di sotto del guardrail, lì dove scorre il fiume, s’intuiscono tracce di sentiero.

L’antica Salaria, secondo il mio amico montoriese, Claudio Foglia, appassionato cultore di quest’antica arteria romana, passa lì dopo essere scesa proprio dal Poggio, località campo sportivo, dove fu trovata la colonnina miliare, per virare attraverso Leognano e fino a Zampitto- Salara, per l’appunto.


Splendido!
Ricordo che quel grande uomo di cultura e amico, Gianmario Sgattoni, prima di lasciarci avrebbe voluto scrivere a quattro mani con me di questa sorta di città santuario sepolta dinanzi al Gran Sasso.
Per lui proprio qui esisteva l’antica “Beretra” di cui Tolomeo scrisse: “città orientale di là dell’Interamnia”.
Forse, come diceva l’abate scrittore del primo novecento, Jean Jacques Christillin, “la leggenda non è poi così lontana dalla verità, ma è semplicemente, la storia non ancora messa a punto”.

Di questi luoghi magici, solenni e misteriosi, il Gran Sasso è ancora pieno.
Vivono di vita propria in un continuo alternarsi di luci, ombre e figure che si confondono tra falsi storici e realtà.
Elementi mescolati che danno poi vita a una sorta di sinfonia poetica, unica, onirica, in un rapporto insondabile tra uomo e natura.

Il pastore rabbonisce il suo scalmanato cane bianco che latra selvaggiamente, mostrando denti affilati e occhi rossi ardenti come carboni.

Porta, sotto al mento, un lungo collare dai chiodi aguzzi per difendersi dai pericoli.
Il latrare del cane fedele si confonde con l’acuto suono dei campanacci.

La bestia infernale pare prendere maledettamente sul serio il suo compito di custode delle pecore.
Queste palle bianche animate, creature sorprendenti dal pelo lungo, appaiono un po’ orsi, un po’ lupi, sono impareggiabili in ferocia e forza.

Quando in montagna, li scorgi comparire sul tuo sentiero con il minaccioso abbaiare, è come se fossi in balia di un leone.
Mentre ringhiano, sei lì a pregare che il padrone delle greggi sia nei paraggi, altrimenti si fa notte!
Anche quando non avvertono minacce verso le greggi, non sembrano mai socievoli.

L’uomo, al contrario, è loquace ed è anche italiano.
Ha le tempia leggermente brizzolate, il colorito sano di chi passa evidentemente molte ore in ambiente, sorriso contagioso e insospettata capacità naturale di comunicare.
Vive non lontano da Tottea, ma nella bella stagione per molti giorni sperimenta una vita quasi nomade. Incredibilmente la pecora è ancora il centro della sua economia, dei suoi pensieri e del lavoro.
Un mondo anacronistico il suo.

Racconta degli aneddoti agro-pastorali, conditi da sussulti di umorismo.
Ricorda quando i pastori di sera transitavano in un paese.
C’era il rito dei pentolini: ogni famiglia, con il suo bel contenitore in mano, faceva il giro dei transumanti per chiedere un po’ di ricotta, il siero da mangiare la sera o da miscelare al mattino con il latte.

Snocciola, addirittura, anche ricette come quella della “pezzata”, piatto transumante che credevo si consumasse solo a Capracotta, nelle montagne del Molise, non lontano dalle vestigia di Pietrabbondante e delle antiche fonderie di Agnone.
Nel borgo molisano ancora lavora l’officina dei fratelli Marinelli, realizzatori delle campane nella basilica di San Pietro a Roma.
La pecora è bollita con erbe aromatiche dei prati alti, profumandola e servendola con zuppa di pane raffermo.
Il pastore schiocca le labbra a far capire la bontà del piatto, apre, poi, la sua povera bisaccia che ha visto giorni migliori ed estrae, con aria soddisfatta, ciuffi di orapi, sorta di spinaci selvatici d’altura e sentenzia che con quelli, la pezzata diventa un lusso!

Chissà perché quest’uomo d’altri tempi che non ha lasciato neanche il suo nome, appare affascinante nel suo puzzo di sudore e formaggio andato a male.
Per Massimo è la sua vita verde ad attrarre.
È una sorta di perenne avventura che alla casa di paese gli fa preferire le greggi, l’ovile, il canto degli uccelli, l’acqua di un ruscello.
È l’incanto di vivere al confine tra le rocce arenarie della Laga e il calcare del Gran Sasso, nella libertà assoluta, libera da schemi predefiniti.
Un qualcosa che ammalia chi, come noi, vive immerso in un mondo che consumandosi fino a farsi male, cerca oggi qualche via di salvataggio attraverso i confini di un’esistenza eco compatibile.
Sono vite semplici, povere, ma autentiche e pienamente vissute.

Questo povero transumante è un monumento alla tradizione.
Tutta la grande vallata ai margini dei monti della Laga è stata per anni conosciuta anche per la produzione di formaggi.

L’uomo è una miniera di ricordi.
Ha un’allegria coinvolgente.
Ride sguaiato, dipingendo, quasi la chiostra dei suoi denti.

Traffica con la sua pipa, la pulisce, la carica, l’accende, spande un terribile odore di tabacco nell’aria.
Un tempo, ci dice, quando si faceva pettegolezzi si diceva: facciamo ricotta!
Ci parla dei padroni, a volte odiosi che affidavano il loro gregge alla povera gente del posto.
I possidenti oltre al salario mensile, di per sé scarso, fornivano lo stretto necessario per sopravvivere.

La dote era: un litro d’olio al mese, un chilo di pane al dì, un chilo di sale per trenta giorni.
Lo strumento principe di questa sorta di baratto, era la “taja”, un regolo in legno su cui si segnavano con tacche, le quantità di pane e altre merci ricevute dal padrone.
In caso di superamento di queste razioni, si scalava il mese successivo.
Nell’ipotesi, molto remota che avanzasse qualcosa c’era il cosiddetto “affranco”, con il calcolo nel salario successivo.

Nel ricordare i pastori, che tornavano in estate con le loro greggi, invadendo le strade come un fiume di lana, il gregge che copriva ogni spazio della strada da dove si scorgevano solo velli, le tante case piene di persone che ora non ci sono più, l’uomo pare quasi sul punto di piangere.


Sembrano tempi incredibilmente lontani da noi quelli in cui si curava febbre con le sanguisughe e i salassi, quando il bucato si faceva con la liscivia, cioè acqua e cenere, quando i fiumi e i laghi erano potabili.

Ricordo che anche la mia povera nonna aveva una convinzione assurda: quando qualcuno stava molto male bisognava uccidere la gallina e preparare il brodo per il debilitato, mentre almeno una di sette vergini, con un bel fazzoletto bianco in testa, doveva recitare con trasporto il rosario.
In realtà il tempo che ci separa da una vita così diversa non è poi tanto.

Mentre l’uomo racconta, penso che lo scrittore latino Catone, oltre 2000 anni fa, ripeteva che per tutti i successivi secoli, la pastorizia sarebbe stata la maggiore ricchezza.
Sappiamo tutti com’è finito il Sacro Romano Impero.
L’Italia del dopoguerra grondava di latte, commerciava in lana, oggi i pastori sono disperati macedoni o piccoli produttori come l’uomo che abbiamo davanti.

Il “Settembre andiamo, è tempo di migrare” di dannunziana memoria suona come un beffa fuori moda.

Pochi sono quelli che ancora cercano di salvare i tratturi, le autostrade dell’antichità lungo le quali si snodavano commerci e transumavano gli armenti.


Ancora di meno coloro i quali cercano di non far crollare piccole chiese disseminate lungo i tracciati. Molti tratti sono ormai ricoperti da erbacce, molti asfaltati o affittati a contadini.
Il mondo è cambiato, qualche volta in peggio.
Chissà perché i pastori sono stati sempre visti con sospetto da tutte le civiltà.
La letteratura sumerica li definiva: “apparenti uomini dalla voce dei cani di prateria”.

Altre cultura li comparavano a briganti.
Gli egiziani ne avevano repulsa.
Per gli ebrei non potevano neanche testimoniare nei processi.
Un mestiere essenziale ma, direi, maledetto.
Eppure furono loro a vedere per primi Gesù nella grotta di Betlemme e dal tronco di Iesse, dal giovane pastorello Davide, che nacque la genealogia del Cristo.

Riprendiamo il cammino in un pomeriggio in cui il sole ha lasciato posto a una spessa nuvolaglia umida, grigiastra.
Il cielo è ora plumbeo, rigato da inusuali strisce rosse.
In un silenzio condiviso c’inoltriamo in un paesaggio di arcadica semplicità. In lontananza sentiamo scampanii di mucche al pascolo.
Nel naso, un acuto profumo di resina proveniente da boschi vicini.

Superati i minimi resti del leggendario abitato di Campanea che resistette alle intemperie del tempo fino al tardo medioevo, incontriamo anche le anonime pietre di quella che un tempo era l’antica pieve di San Martino dove dicono siano vissuti uomini già intorno al I secolo ante Cristo.

Si favoleggia che qui ci fosse già un vero presidio di fede pagana, poi col Cristianesimo la zona divenne una minuscola cittadella dello Spirito, un sito del silenzio e della contemplazione.
Bé, in verità, il silenzio è rimasto.

L’aria sembra ancora intensa di anime, densa e rarefatta allo stesso tempo.
L’aura religiosa un tempo si estendeva fino alla Madonna del monte Calvario di Piano Vomano, creando un culto mariano notevole: quello delle Sette Madonne Sorelle, che coinvolge tutte le statue dedicate alla Vergine Maria che si trovano nei paesi vicini.
È un’antica forma di devozione popolare, in passato molto diffusa nelle aree rurali e montane.
Il culto veniva professato svolgendo pellegrinaggi a piedi nelle chiese disposte entro orizzonti confinanti in modo da vedersi e dov’era presente una statua di Maria Santissima, per sciogliere voti, chiedere grazie, protezione da eventi terribili.
Oltre ad un’area devozionale, il luogo aveva anche funzione strategica per arroccarsi nel caso di un attacco nemico.

Una piccola città in pietra, dalla mirabile strategia urbanistica e una straordinaria posizione geografica, incastonata tra queste montagne.
Pare che uno scrittore del Rinascimento di cui non rammento il nome, parlando di questa cittadella ormai scomparsa, la descriveva così: “lì dove regna il sole che è di tutti e tutto fa crescere e la rovina non sarà mai tale.”

La domanda aperta al cielo è: come può essere diventato tutto così, rovina su rovina?

Una gustosa leggenda tramandata per anni, racconta di spiritelli terribili dal baschetto rosso e facce nere, che occupavano questo luogo: erano i fantastici “mazzamarill”.


Spaventavano le mandrie di vacche e le greggi delle pecore creando disagi a non finire ai pastori.
Occorreva molta fede e ore di preghiera per allontanare questi folletti birichini.
Ancora oggi quando s’incontra una persona di carnagione scura da queste parti si dice “che è nere n’da nu mazzamarill” .
La fama di questi luoghi è anche legata a un non so che di esoterico folcloristico.
Le presenze demoniache potevano essere allontanate solo con la preghiera.
Anche con accorgimenti, per carità.
Tutti, presso gli usci di casa, mettevano, ad esempio, le scope, per far sì che streghe o spiriti maligni, entrando, fossero costretti a contare uno per uno i fili, senza riuscire a venirne a capo entro l’alba.
I bambini, che spesso avevano problemi digestivi a causa della poca igiene, venivano guariti dai santoni della zona, facendo passare per tre volte un filo attraverso la cruna di un ago.

Sono molti i montanari che sostengono di aver trovato, al mattino, cavalli con criniere intrecciate e sudate, utilizzati dalle streghe per le loro notturne scorribande.

È risaputo che di queste anime perverse, hanno parlato grandi uomini come Dante Alighieri o Pico della Mirandola.


Tutto poteva essere scongiurato, però, con la preghiera.
La fede è dono di Dio assolutamente importante per gli uomini di montagna.
Nel giro di poche manciate di chilometri tra il Gran Sasso, la Majella e il Velino Sirente, esistono santuari costruiti sopra antri, grotte, rocce o picchi, là dove gli uomini in qualche misura sentono più forte la vicinanza di Dio, luoghi che sfiorano il divino.
Ci sono posti, dove si sperimenta il benessere anche fisico dello stare in silenzio, avvolti nei propri pensieri, ricordi o progetti che ancora ci attendono.

È questo il motivo per cui tanti santi li hanno cercati.
Così credo sia stato per San Benedetto a Cassino, San Francesco a La Verna e San Pietro Celestino a Santo Spirito nel vallone dell’Orfento, a Caramanico nel pescarese.
Questi luoghi conservano una spiritualità palpabile, di enorme richiamo per l’uomo moderno.
Non smetto mai di chiedermi perché l’occidente secolare dimentica tutto il suo sacro, quasi nascondendolo, mentre in Asia non c’è nulla di nascosto e tutto è sacro.
La sacralità della vita è tale che in India, ad esempio, i milioni di senza tetto pregano per strada, inginocchiati nella polvere tra il grigiore polveroso e scrostato.

Ora il dilemma è: scendere attraverso tracce di sentiero fuori pista e spezza gambe verso il paese di Senarica o tornare verso Macchia Vomano, aggirando i ruderi altomedioevali di Tibbia sui piani di Crognaleto, attraverso il vallone del Rosario e su di una comoda mulattiera.
Ci sarebbe anche un percorso tra sterpi che arriva fino allo storico mulino ad acqua De Giorgis di Poggio Umbricchio.

Un luogo delizioso con una storia singolare raccontata nei suoi scritti da Ercole, rampollo della famiglia che dal 1920 ne acquisì la proprietà.
L’antico opificio rurale ancora oggi presenta le pale in legno del tempo, le volte dei canali di deflusso delle acque e la buca di raccolta delle acque.
Questo manufatto fu costruito sul finire del secolo decimo nono da un carabiniere, un certo Giuseppe Andreoli della provincia di Mantova.
Il tizio lasciò la Benemerita, sposò una donna del Poggio e divenne anche sindaco di Crognaleto.
A questo Primo Cittadino si deve la costruzione del ponte in ferro sul fiume e il ripristino di antiche mulattiere.

Il mulino è stato per anni, il punto di riferimento delle popolazioni che vi si recavano per la macinazione dei raccolti di grano, orzo, mais e farro, capo saldi dell’antica alimentazione contadina.
Quale itinerario scegliere? È il bello e il brutto del non avere mete.
Massimo guarda attentamente la cartina, alza gli occhi al cielo, poi decide che forse è meglio tornare in quest’ultima direzione.

Peccato non passare a Senarica!
Quanti bei ricordi ho di questo minuscolo borgo antico pieno di storia.
Ripenso a una mitica sagra della castagna di qualche anno fa.

(Continua 2)

venerdì 28 marzo 2014

In uno “Svarietto di terra” tra le vecchie scalette e l’Annunziata

Che grande idea fu animare uno “Svarietto” di terra e accogliervi il meglio della cultura teramana.
Carlo Marconi è stato un personaggio anticonformista che ha illuminato di cultura, dal 1976 al 1996 le serate della città di Teramo.
Il noto scrittore Giammario Sgattoni lo definiva:
“… sempre elegante, i suoi cappelli di feltro chic… e il sorriso davvero esemplare”.

Carlo colorava le vetrine del centro storico con le sue locandine che preparava insieme ad amici fidati come Peppino Scarselli, Alberto Chiarini, Genì Fantacone e poi affiggeva di soppiatto per richiamare il popolo ad una serata di poesia, scultura, musica.

Nasceva così la custodia dei valori popolari:
un “Sant’Antonio” con canti di questua tra bruschette, salsicce e vino, uno “sdijuno” dopo i digiuni quaresimali con la messa celebrata dallo storico Don Giulio Di Francesco, un “San Giovanni” col comparato a fiori dove, portando una rosa, una margherita, si acquisiva un compare a vita.

Un “San Luca” protettore dei pittori dove si riuniva il meglio di questa nobile arte, un “San Martino” tra allegre chiacchierate con Fernando Aurini, Alfonso Sardella, Vincenzo Cimini e bicchieri di vino novello, un “San Berardo” un “Focaracce”.

Tutte scuse per riunire davanti al suo vecchio focolare gli amici e fare cultura in maniera insolita.

Sandro Melarangelo, storico e pittore definiva questa idea
“… una grande valorizzazione del patrimonio locale in un modo che solo i mecenati rinascimentali sapevano fare, unendo ospitalità e sapere … un luogo piccolo dove svariarsi senza seriosità pur facendo cultura”.

Erano i tempi di Guido Montauti, Giustino Melchiorre, Guido Martella e di tanti altri grandi nomi di teramani che ci hanno lasciato.

Era frequente nelle serate dello “Svarietto” incontrarsi col grande Ivan Graziani, con la Grazia Scuccimarra, assistere ad un saggio di danza delle dolcissime Liliana Merlo e Mariella Converti, ascoltare il sax di Nino Dale, osservare le opere di Norma Carrelli, Alberto Chiarini, Sandro Melarangelo, godere del Coro Verdi, dello Zaccaria, ma anche di un umile suonatore di “Ddu Botte”.

La mitica Paola Borboni, capitata in quel giardino, si mise a declamare versi e alla fine scoppiò in una fragorosa risata dicendo che pur avendo calcato i più grandi teatri italiani, mai si era sentita così ispirata.

Si prodigava il signor Carlo per riunire gli artisti e dare un servizio alla città, regalando un luogo dove poter coltivare il bello della vita.

Ricordo che quando trasmettevo musica e chiacchiere a Radio Centro Abruzzo, dopo il mio spazio, andava in onda l’appuntamento curato da un uomo di cultura che ammiro, il Professor Gabriele Di Cesare.
“Ipotesi”, era questo il nome del programma nel quale Gabriele invitava tutti i personaggi di questo mitico cenacolo dando poi appuntamento in via Nicola Palma 47, in una sorta di sodalizio dal quale la cultura teramana usciva vincente.

E la signora Rosa insieme al marito Carlo era lì ad attendere tutti, anche gli sconosciuti, offrendo un bocconotto, un panzerotto, una pizza rustica, del vino ma, soprattutto ospitalità d’altri tempi.

Ricordo alcune serate meravigliose, poche purtroppo, visto che la mia tenera età a quei tempi, mi impediva di capire la valenza di questi incontri dei quali oggi non farei a meno: i festeggiamenti per i 105 anni di
Domenico Centinaro nell’epifania del 1983, gli auguri per i 12 anni di attività della nostra radio nel maggio del ‘90 dove, tra gli splendidi naif di Shandra Moscardelli furono molti gli ascoltatori dell’emittente a farci visita.

Carlo e Rosa erano sempre lì con il buon umore che li contraddistingueva e mentre parlavano con gli astanti, buttavano occhiate agli amati fiori del giardino per vedere se avevano bisogno di qualcosa.

Innamorato della montagna, Carlo Marconi organizzò con gli amici dello Svarietto anche delle serate per rivitalizzare paesi abbandonati come Figliola di Crognaleto, Settecerri di Valle Castellana,
Altovia di Cortino e dall’alba al tramonto tra una poesia, una pittura, una foto e l’esibizione di un coro di montagna, si consumava degnamente la vita.

Tanti personaggi, alcuni ancora vivi, molti partiti per il lungo viaggio, ma scommetto che da lassù guardano sempre la “loro” Teramo.


Grazie ai cari parenti di Carlo Marconi e a tutti coloro i quali hanno messo a disposizione le foto d'epoca di questo articolo! 

lunedì 24 marzo 2014

Il borgo dei serpenti

Grazie al caro amico Sergio Pancaldi fotografo a Roseto degli Abruzzi per le fantastiche foto!  

Se consultassimo un atlante, individuare il paese di Cocullo sarebbe laborioso, incastonato com’è al confine tra la Marsica e la Valle Peligna.

Però, chi prende la strada tortuosa e stretta che, in mezzo a mille curve, sovrasta le profonde gole del Sagittario, addentrandosi fra montagne selvose, rupi contorte a picco e pinnacoli danteschi, fino a giungere a questo borgo, tutto desta meraviglia.

Il Parco Nazionale è distante pochi chilometri, con Villalago, il lago di Scanno e Passo Godi, luoghi turistici, dove non mancano ristoranti e alberghi.

Cocullo rimane, nel suo splendido isolamento, come sospeso nel tempo, luogo dove storia e natura si abbracciano idealmente, dove il visitatore viene sorpreso dai colori forti dell’ambiente e dagli scorci spettacolari di un borgo ricco di secoli d’esistenza.
A chi lo visita, è rigorosamente chiesto un passo lento e la voglia di scoprire l’anima incantata del paese.

La prima volta che arrivai qua fu per caso.
C’era una pioggia giallina di scirocco e in cielo nuvoloni lunghi come sgombri.
Ero partito per visitare Anversa degli Abruzzi, il paese tanto caro al “Vate”.
Fu qui, infatti, che Gabriele D’Annunzio volle ambientare la sua famosa tragedia “La fiaccola sotto il moggio”.

Mi fermai invece un’intera giornata nel “paese dei serpenti”.
Sì perché Cocullo è conosciuto con questo nome, ovunque vai.

Qui ogni primo giovedì di maggio, infatti, si svolgono i grandi riti folcloristici in onore di San Domenico, monaco benedettino, nato a Foligno e giunto, alle soglie del Mille in Abruzzo, dove fondò chiese e compì numerosi miracoli.

E poiché il santo taumaturgo, oltre ad essere protettore delle tempeste, lo è anche per febbri e malattie causate da morsi di animali selvaggi e velenosi, ecco che i cocullesi si sono inventati da molti anni, una manifestazione e una processione, ormai conosciuta nel mondo, quella dei “serpari” figure incredibili.

“È frate del vento. Poco parla. Ha branca di nibbio, vista lunga.
Piccolo segno gli basta…”.
Così Gabriele D’Annunzio li descriveva magistralmente alla sua maniera.

Gli abitanti sanno sempre se la festa sarà indimenticabile.
Dicono: “Li ciaralle sono ispirati…le serpi agitate, oggi sarà gran festa”.
I cocullesi li chiamano proprio così, “ciaralli” questa sorta d’incantatori di rettili, eredi di quelli che un tempo erano ritenuti immuni dai morsi e dal veleno dei serpenti.

Nell’antica Roma erano i “marsus”, maghi capaci di ordinare agli animali striscianti di stare quieti.

Il cerimoniale di questa festa inedita è, da sempre, condito di atti propiziatori e superstiziosi che affondano le radici in un passato lontano del tipo, suonare la campanella all’interno della chiesa e tirando la cordicella con la bocca, rito che metterebbe il fedele al sicuro dal mal di denti, o ancora terra benedetta portata a casa e sparsa nei campi, che salverebbe i raccolti dagli animali nocivi, pani benedetti distribuiti da ragazze in costume che avrebbero virtù antirabbiche.

Con l’arrivo della primavera, gli abitanti del paese si recano nei campi per catturare i serpenti che saranno gli accompagnatori della statua del santo durante la processione.
Debitamente svuotati del veleno e innocui, fanno da terribili collane a visitatori desiderosi del brivido.

In ogni edizione, migliaia di pellegrini devoti, curiosi e turisti accorrono in questo minuscolo borgo per assistere allo spettacolo unico della statua adornata da serpenti che si aggrovigliano, in stile horror gotico, intorno all’immagine sacra.

Il santo, tra le bisce che passeggiano intorno al collo e al petto, in processione con il paramento scuro da monaco, il pastorale, l’ondulato mantello di legno scolpito e verniciato, il gesto e lo sguardo sospeso, sembra raccogliere il bisogno di protezione del popolo devoto.

È il simbolo del dominio di San Domenico sugli animali.
L’enorme partecipazione popolare dà fortemente valore a una festa singolare che aiuta a non far morire uno dei tanti paesi a rischio di estinzione a causa dell’emigrazione.

Cocullo, simbolo della più atavica cultura abruzzese, custodisce un interessante Centro di Documentazione sulle Tradizioni popolari che merita sicuramente una visita.


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 Articolo pubblicato anche sul sito "Il mio borgo in un click"

Come arrivare a Cocullo

 da Roma: percorrere la A24 e la diramazione A25 per Pescara fino all'uscita di Cocullo e quindi la strada statale ss479 fino al borgo.
 
da Pescara: percorrere la A25 direzione Roma fino all'uscita di Cocullo e quindi la strada statale ss479 fino al borgo.
 da L'Aquila: percorrere la A24 direzione Roma e poi la diramazione A25 per Pescara fino all'uscita di Cocullo e quindi la strada statale ss479 fino al borgo.
 da Napoli: prendere la A1 direzione Roma fino a Sora, da qui la ss xxx per la Forca d' Acero, passando poi per Opi e da lì la ss83 fino a Villetta Barrea, quindi la ss479 per Passo Godi, Scanno, Anversa degli Abruzzi e Cocullo.
 da Bari: prendere la A22 direzione Pescara e da lì la A25 direzione Roma fino all'uscita Cocullo e quindi la strada statale ss479 fino al borgo



lunedì 3 marzo 2014

Il Carnevale degli ignorantelli a Teramo!

Davanti a tanti Carnevali pallidi, stonati, messi in piedi alla buona, con musica e qualche carro qua e là, risulta impossibile non tornare con la mente agli “Ignorantelli”.

Era il caratteristico gruppo di persone che, accomunate dalla passione per la musica, la goliardia e dotati di quella teramanità ormai scomparsa, rallegrava tutte le feste portando note di allegria e spensieratezza con la semplicità e genuinità tipiche del popolano.
Chi ha qualche anno in più, ricorderà il mix di frizzante, divertente, rinfrescante comicità infantile che nasceva spontanea da questo gruppo di amici.

Il gruppo, apparentemente sgangherato, disseminava il Corso di Teramo di gag improvvisate, surreali, sospese tra varietà, clownerie, mimo e cabaret in una combinazione irresistibile di vivace autoironia.

Come dimenticare gli improbabili strumenti grotteschi usati promiscuamente insieme a quelli reali?

Tra tamburi, trombe, ddù botte, urr urr, si celavano brocche, catini, piatti e divertenti “modifiche” a consueti oggetti di vita quotidiana, dove persino un carrozzino per bimbi o uno sciacquone avevano la loro funzione.
Il buonumore, la simpatia dei suoi componenti era trascinante, regalava sorrisi e spensieratezza.

Gli Ignorantelli sono sempre stata l’espressione più gigionesca e ironica di una città che un tempo era viva, che aveva voglia di ridere, che superava i problemi col sorriso, insomma, ciò che manca oggi a Teramo!

I nostri improvvisati attori, con la loro lucida follia trasmettevano l’idea di un universo sottosopra diviso tra intelligenti e sprovveduti in una fine autoironia delirante che manca a tutti noi.

Erano i personaggi della vita di tutti i giorni che sfilavano per le vie cittadine già dal lontano 1933, col fascismo al suo apogeo.

Non si poteva criticare il regime?
Ebbene, uomini come Ammazzalorso, Giulio Di Teodoro, per tutti “Giuggiù”, ebbero la felice intuizione di creare questa finta scolaresca di ignoranti a cui tutto era permesso, anche prendere in giro i governanti e i potenti dell’epoca.

Il compianto giornalista Tiberio Cianciotta, descriveva la maschera di “Giuggiù” mirabilmente: “… piccolo, il volto segnato dalle rughe, pochi denti a gocce, voce roca simile a Buscaglione …”.

Era questo personaggio uno dei massimi esponenti di quella scolaresca cialtrona che al sussidiario preferiva il piffero o l’organetto, la tromba e la musica.

C’erano tante altre figure come, Elio Cutini, Tonino di Eugenio, per tutti “Lu piagnuse”, quello che iniziava a piangere per scherzo, alla stregua del più famoso personaggio dei Brutos televisivi della
Rai e finiva per piangere davvero.

Tra singhiozzi e bicchieri di vino rosso, trascinava una carrozzella con pupazzo dentro.

Come dimenticare Esposito Damiano, per tutti “Tipo Tapo”, l’uomo snodabile che riusciva a piegare tutte le membra e che, davanti all’improbabile corteo con smoking, bombetta e bastone, dettava i tempi di marcia dirigendo, a fatica, l’accozzaglia di scolari sui generis.
A volte toglieva il copricapo, salutava il pubblico, assiepato ai lati del corso per farli diventare parte attiva dello show.

C’era “La caciola”, il piccolino dalle gambe esili che portava con orgoglio lo stendardo degli Ignorantelli.
Nel gruppo si distingueva anche uno slavo, armadio di oltre un metro e novanta, “Ivic” che parlava senza farsi mai capire.

Molti ricordano i suonatori della banda del maestro Fedele, che seguiva il gruppo degli Ignorantelli: Graziuccio al sassofono, Fedele a dare aria al bombardino, Matè alla tromba, Nerio il parrucchiere con l’ocarina, Michele Di Biagio con fisarmonica, flauto e trombone.

Non tutti potevano far parte del gruppo.
I componenti venivano scelti con perizia.

Si doveva essere geniali e strambi per poter partecipare a quei carnevali gioiosi e spontanei che fino agli anni ’60 e comunque fino alla morte di Giuggiù, hanno caratterizzato Teramo, convogliando folle di gente entusiasta e donando alla città grande notorietà.

Gli Ignorantelli furono ospiti di grandi carnevali a Francavilla al mare, San Benedetto del Tronto, Roma.
Furono invitati anche al circo di Moira Orfei.
Entrarono nell’arena e subito conquistarono il pubblico con le loro trovate burlesche.

È bello pensare che questi amici stanno festeggiando il Carnevale tra le nuvole.
Non dimentichiamoli perché faremmo torto alla cultura e alle tradizioni, autentico patrimonio aprutino.

sabato 1 febbraio 2014

La capitale della “Lega Italica" contro Roma e la sua basilica!

I paesi della piana di Sulmona hanno tutti una caratteristica: odorano buono di antico.
Mi riferisco a Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Corfinio e non solo.

Sono borghi dove il tempo è stato rispettato e i ritmi contadini ancora scandiscono l’alternarsi delle stagioni.


La loro storia secolare trasuda dalle pietre delle chiese e dei palazzi.

Questi abitati vetusti si estendono in mezzo ad ampi e suggestivi scenari montani che fanno da preziosa cornice all’indubbia ricchezza monumentale.

Per secoli questi luoghi hanno vissuto riccamente, grazie ai fiorenti commerci e alle produzioni artigiane di prestigio.

È stata, probabilmente, determinante la posizione geografica all’incrocio fra la via Claudia Valeria e il tratturo Celano- Foggia dei transumanti diretti al Tavoliere delle Puglie.

Qui si sviluppava la felice confluenza di sbocchi importanti fra la costa Adriatica da una parte e la Marsica con il napoletano dall’altra.

Era proprio lungo la piana sulmonese, che passava la nota “Grande Via degli Abruzzi”, arteria di collegamento commerciale tra le importanti città di Firenze e Napoli.

Corfinio è uno degli esempi più fulgidi di tanta importanza.

È un paese appartenuto agli antichi Peligni, compaesani del grande Ovidio che, nato nella vicina Sulmona, assurse agli onori più alti della poesia del suo tempo.

Questo è un paese di pecore, zafferano, vino e forse qualcuno oggi fatica a pensare alla grande importanza che rivestiva al tempo dei Romani.

Eppure parliamo della mitica capitale della “Lega Italica”, nella guerra contro la tirannia di Roma, la “caput mundi”, l’unione dei paesi ribelli che contrastavano l’egemonia crudele del popolo capitolino.
Nel “club degli eversivi” c’erano paesi importanti come Popoli, Tocco da Casauria, e gli altri villaggi sulmontini stesi nella piana custodita dai rilievi del monte Morrone.

Può aiutare il visitatore attento a capire tale importanza, la possente architettura della basilica valvense dedicata a S. Pelino con l’oratorio di S. Alessandro.

La cattedrale è composta dall’unione di questi due corpi distinti: l’oratorio rettangolare allungato con abside al centro, che corrisponde al capo croce di una chiesa incompleta, consacrata nel 1092 e la basilica dedicata a San Pelino e terminata nel terzo decennio del secolo successivo, restaurata nel 1235.

La chiesa maggiore appare imponente con tre navate e alti pilastri quadrangolari. C’è un arco a tutto sesto che immette nel transetto sopraelevato, coperto con volte a botte e a crociera.

Lo spazio interno è dal seicento in stile barocco. All’interno si ammirano begli arredi liturgici e uno splendido ambone del XII secolo.

Informazioni: 

Corfinio è un comune montano in provincia dell'Aquila, all'interno della conca Peligna, con poco meno di millecento abitanti. 
Fa parte del Parco della Majella.

Distanza da Roma circa 100 chilometri, da Pescara, circa 65, dall'Aquila, 55 e da Sulmona 10 chilometri.

Per arrivare:
In auto: Autostrada A25 Roma Pescara, uscita casello Pratola Peligna, girare a destra e tre chilometri dal casello
Strada statale 17 da Aquila o da Napoli.

In treno:  Linea L'Aquila Sulmona, stazione Raiano a tre chilometri da Corfinio.

lunedì 20 gennaio 2014

L’eremo del santo martire e la pietra miracolosa

Le alte sponde rocciose dell’Aterno, alle falde del monte Mentino, sorreggono nel punto più selvaggio il complesso cenobitico in cui visse il santo martire Venanzio.
Siamo ai margini della Riserva Regionale del Velino Sirente.

È l’oasi naturale delle gole che prendono proprio il nome dell’asceta che visse non lontano da Raiano, borgo famoso per la sua nota sagra delle ciliegie.

La produzione di questo frutto qui è di alta qualità ma l’evento è ricco soprattutto di tradizioni, folclore e spettacolo con la sfilata di carri allegorici.


Il santo, originario di Camerino, nelle Marche, giunto fin qui, nel profondo delle gole trovò rifugio e contemplazione.

Tornato al suo paese per quietare i tumulti dei cristiani perseguitati dal prefetto Antioco sotto Decio Traiano, fu condannato a morte.
Precipitato da una rupe rimase illeso per miracolo, genuflesso in preghiera.

Gli sgherri agli ordini del prefetto presero allora a colpirgli la testa con un grosso masso che al contatto del santo si sciolse come cera lasciando l’impronta del viso.

Pare che dopo diversi tentativi Venanzio fu martirizzato con il taglio della testa.

Siamo a circa quindici chilometri da Sulmona e a soli tre chilometri dall'antica Corfinium, nell'estrema parte occidentale della Valle Peligna.

L’edificio si erge sopra le fredde e spumeggianti acque del fiume in una magnifica posizione nel cuore di un’oasi verde incastonata tra brulle pareti.

Il terremoto disastroso del 2009, ha fatto dei danni per fortuna non irreparabili e tutti attendono che questo luogo sacro sia riparato.

La parte posteriore di questo spettacolare eremo è probabilmente la più antica che risalirebbe al XV secolo.



Notizie di San Venanzio in Raiano le troviamo comunque già nel XII secolo grazie ad alcune Bolle papali ma, da alcuni elementi architettonici e per gli affreschi di sacrestia si può affermare con relativa certezza che il primo impianto è del quattrocento.

La chiesa fu poi ampliata alla fine del XVII secolo.

L’interno è a pianta rettangolare ed è coperto con volte a botte, affrescate dopo la seconda guerra mondiale, da due pittori, Savino Del Boccio e Antonio Vaccaio che così vollero ringraziare Dio per aver decretato la fine del cruento conflitto.

C’è un corridoio, a destra dell’ingresso centrale, fiancheggiato da piccole celle eremitiche che porta alla minuscola cappella delle Sette Marie.

L’insolita stanzina custodisce un “Compianto” cinquecentesco, che artisticamente in alcune parti ricorda la grande opera che si ammira a Bologna.

Anche questa è in terracotta policroma e il Gagliardelli la realizzò nel ‘500.

Si tratta di una scultura costituita da più statue e un coro di cinque angeli pendenti.

Oltre alla bellezza del luogo dove giace l’antico romitorio, il fascino è notevole anche per gli ambienti interni che sono deliziosi.
C’è, ad esempio, il “Sancta Sanctorum”, in prossimità della Scala Santa che veniva utilizzata dall’anacoreta Venanzio per salire nella sua celletta che conserva nella pietra l’impronta del suo corpo.

La leggenda dice che al passaggio del santo, la corrente del fiume si arrestava ed egli non si bagnava i piedi
Nel muro opposto si può scorgere ciò che resta di un affresco antichissimo raffigurante la testa di Santa Caterina.

I fedeli, ancora oggi, si coricano sula roccia dove ci sarebbe l’orma del corpo disteso di Venanzio nell’eterna convinzione di potersi curare i dolori reumatici e addominali, le cefalee e il mal di reni.

Dopo essersi strofinati, devono anche risalire in ginocchio i gradini della Scala Santa, scavata nella nuda roccia con un cunicolo stretto e recitare ogni gradino un Ave Maria.

È noto che la credenza popolare nelle virtù risanatrici delle pietre è generale quasi dappertutto in Abruzzo.

Sono usanze che ricordano quelle di alcuni paesi musulmani del Cairo dove i devoti si stropicciano ancora contro le colonne della moschea.

È come un piccolo oceano di sensazioni quello che attraversa la mente del visitatore tra leggende, spiritualità e tradizioni.
Si ha la sensazione di navigare nelle acque impetuose del fiume come pellegrini stupiti in un mondo fiabesco di storie.

Come arrivare: 
 A24/A25 RM-PE uscita Pratola Peligna-Sulmona.
Proseguire in direzione Raiano da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ direzione A25/ Raiano