La pioggia, caduta giù da nuvoloni lunghi come sgombri, ha reso piazza Garibaldi a Teramo quasi inguardabile.
Fiumi d’acqua continuano a scendere da viale Crucioli, cozzando contro il cemento dell’Ipogeo.
È come se, avendo perso la storica fontana, ogni slancio cittadino che parte da questo slargo principale sia sopraffatto, generando un rassegnato e neghittoso fatalismo.
Piccoli fiori spontanei rossastri sono spuntati sopra la terra incolta dello scatolone ferrigno che è la fantascientifica costruzione.
Pare scimmiottare il famoso cubo del Louvre di Parigi.
È la futura sala espositiva di una città che purtroppo ignora cosa significhi la parola “museo”.
Basterebbe guardare le presenze che conta la Pinacoteca o il museo archeologico.
L’Ipogeo deve diventare il fiore all'occhiello di una città che mette al primo posto la cultura, fu detto.
Noi siamo in paziente attesa.
Mi torna in mente l’ormai lontano 2008, quando, nel corso degli scavi che furono compiuti al centro di piazza Garibaldi per la costruzione di questa grande sala espositiva, progetto che ripeto ancora non vede la sua fine e vituperato da gran parte della cittadinanza, tornarono sorprendentemente alla luce le antiche pietre di un edificio che gli esperti individuarono come il castello degli Acquaviva.
Gli storici Muzio Muzi e Niccolò Palma nei loro studi, perché a quei tempi si studiava davvero, l’avevano scritto più volte che esisteva proprio in questo luogo, un castello, edificato da Giosia Acquaviva, duca di Atri, nella prima parte del 1400.
La storia ricorda che avvenne proprio allora l’infeudamento di Teramo alla potente famiglia.
Il nobile aveva individuato nella attuale piazza fuori dalle mura nord occidentali della città, dall'accesso di Porta San Giorgio, il luogo ideale dove far sorgere la sua lussuosa residenza.
I locali interni a uso del duca, pare fossero interamente decorati da tessellati pavimentali e da intonaci pregiati.
Tutto era ulteriormente arricchito da affreschi importanti.
Parliamo di un sito molto ricco nel cuore della zona verde dell’abitato teramano, dove c’era un laghetto, diversi animali tra cui volatili rari e un ampio giardino che conferiva all'insieme una veste da reggia preziosa.
Quella che fu edificata, insomma, era una vera e propria cittadella rinascimentale, una sorta di fortilizio con tanto di fossato pieno di acqua e ingressi multipli.
Era un parco urbano oggi completamente perso.
Abbiamo un’insignificante appendice nella villa Comunale in abbandono se si guarda agli alberi e al piccolo stagno, dove galleggiano rifiuti.
Nei locali sotterranei vi erano le carceri, dove erano rinchiusi i numerosi oppositori che non volevano riconoscere il primato degli Acquaviva.
Per molti Teramo, infatti, era una città regia dipendente solo dal Regno di Napoli.
Muzi raccontò anche di sale tortura, dove i biechi sgherri del potente feudatario, carpivano confessioni e costringevano i malcapitati a svelare i nomi di chi tramava contro il potente casato.
Qualche lettore interessato si chiederà se è possibile che di tutto questo non ci sia più traccia alcuna.
E che, anzi a guardare oggi questa piazza, sembra assurdo ciò che è stato scritto dallo scribacchino che leggete.
Eppure è stato così.
Ma, ditemi, come stupirsi, dato che a Teramo e in parte d’Abruzzo, qualsiasi rinvenimento è mucchio di pietre da inciampo che dilatano i tempi per nuove costruzioni?
Fateci caso!
Nonostante il territorio abruzzese sia stato protagonista nell'ultimo quarantennio di rinvenimenti eccezionali per l’archeologia di ogni tempo, le scoperte non hanno quasi mai risonanza fuori dai confini regionali.
Questo accade non solo per scavi che portano alla luce resti di popolazioni italiche della notte dei tempi, ma anche per altre epoche più vicine, a dimostrazione di quanto l’Abruzzo sia stato importante snodo e crocevia territoriale della storia e che questo sia oggi dimenticato completamente.
A Teramo, poi, come ampiamente dimostrato, siamo maestri nel minimizzare le eventuali scoperte, cercando di non renderle visibili e fruibili né ai cittadini, tanto meno ai pochi visitatori che si avventurano dalle nostre parti.
La verità è che siamo incuranti sia delle eventuali vestigia dell’antica Interamnia, sia di un passato più vicino ma comunque da dimenticare.
Alla felicità stupita della scoperta si associa lo sgomento per la consapevolezza che del tempo molti sono incapaci di cogliere con immediatezza la profondità e la ricchezza di un patrimonio archeologico da difendere e far conoscere.
Questo ha portato e porta la politica a una mancata tutela della storia in preda alle inevitabili problematiche derivanti dalle continue trasformazioni del territorio.
In città esistono esempi clamorosi come la dimenticata domus romana di via del Baluardo, la sconosciuta casa mosaicata di Bacco in via dei Mille o il famoso mosaico del Leone tutti inaccessibili ai nostri occhi.
Se ci spostiamo in periferia il parco archeologico della Cona e l’importante Via sacra degli Interamniti è preda di palazzi costruiti o in costruzione.
Perché stupirci?
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mercoledì 18 marzo 2015
mercoledì 12 novembre 2014
Il gioiello campestre di Santa Maria de Praedis
Il silenzio è avvolgente.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.
La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.
Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.
Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.
Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.
A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.
È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.
La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.
Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.
All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.
Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.
Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.
In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.
Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.
Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!
Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.
Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.
Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.
Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.
Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.
La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.
Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.
Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.
Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.
A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.
La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.
Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.
All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.
Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.
Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.
In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.
Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.
Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!
Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.
Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.
Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.
Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.
Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.
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sabato 26 luglio 2014
La chiesa dedicata alla mamma della Vergine Maria a Teramo!
La piccola chiesa di S. Anna dei Pompetti, nella piazza omonima di Teramo, la più antica della città, era dedicata un tempo a San Getulio, religioso molto amato nel teramano.
Fu molto probabilmente eretta nel periodo bizantino, circa VI secolo e questo la rende uno dei monumenti più vetusti d’Abruzzo. Le notizie sicure si datano comunque dal secolo IX, anche se dagli scritti della nostra teramana la studiosa Anna Maria Cingoli, scopriamo un documento iniziale dell’897 dove si racconta di una donazione a favore del vescovo di allora del conte aprutino Manfredi.
Oggi questo tempio rappresenta un cospicuo resto dell’antica cattedrale di Teramo di Santa Maria Aprutiensis, anteriore al secolo VIII, edificata su di una domus privata romana e distrutta dal barbaro Roberto di Loretello detto di Basville e le sue truppe nell'immane incendio che devastò la capitale dei Pretuzi
a metà del XII secolo.
La cattedrale era grande e si estendeva in larghezza fin dove poi fu costruito il bel palazzo della famiglia Savini, ancora oggi esistente e adiacente la piazza.
In quel tempo Teramo era governata dai conti aprutini, dipendenti dal re normanno Ruggero II.
I principi del regno di Sicilia approfittarono della morte del re nel 1154 e della salita al trono del debole figlio Guglielmo I, per inscenare una profonda ribellione che sfociò in una guerra nella quale l’epilogo fu la terribile messa a sacco della cittadina teramana. Come per un miracolo e i teramani ne furono convinti, le spoglie del glorioso San Berardo rimasero illese, nascoste com'erano sotto delle pietre di una minuscola cappella a lui dedicata.
A Teramo rimase in piedi qualche mura di Santa Maria a Bitetto, la piccola casa medievale dei Francesi di cui parlo in altre pagine del blog e parte del chiostro nel convento francescano delle Grazie. La torre accanto
all'antica cattedrale fu bruciata e oggi è visibile la parte più bassa proprio dietro l'ingresso del tempio.
Tant'è che l'intero quartiere è conosciuto come quello di "Torre Bruciata".
Del vasto edificio rimase solo una piccola parte di cui erano in piedi tre minuscole campate e il presbiterio.
Quel che resta della domus e dell’età romanica è ben visibile all'interno della chiesa attuale.
L’antica cattedrale raggiunse la massima importanza certificata da una bolla del 27 novembre 1153 di papa Anastasio IV che la definì “sede permanente dell’intera diocesi aprutina”.
All'interno da vedere c’è la bella statua di cartapesta raffigurante S. Anna con la Madonna bambina, appena restaurata e restituita al culto in questa settimana di luglio e un antico affresco in fondo al piccolo presbiterio di autore sconosciuto.
Fu molto probabilmente eretta nel periodo bizantino, circa VI secolo e questo la rende uno dei monumenti più vetusti d’Abruzzo. Le notizie sicure si datano comunque dal secolo IX, anche se dagli scritti della nostra teramana la studiosa Anna Maria Cingoli, scopriamo un documento iniziale dell’897 dove si racconta di una donazione a favore del vescovo di allora del conte aprutino Manfredi.
Oggi questo tempio rappresenta un cospicuo resto dell’antica cattedrale di Teramo di Santa Maria Aprutiensis, anteriore al secolo VIII, edificata su di una domus privata romana e distrutta dal barbaro Roberto di Loretello detto di Basville e le sue truppe nell'immane incendio che devastò la capitale dei Pretuzi
a metà del XII secolo.
La cattedrale era grande e si estendeva in larghezza fin dove poi fu costruito il bel palazzo della famiglia Savini, ancora oggi esistente e adiacente la piazza.
In quel tempo Teramo era governata dai conti aprutini, dipendenti dal re normanno Ruggero II.
I principi del regno di Sicilia approfittarono della morte del re nel 1154 e della salita al trono del debole figlio Guglielmo I, per inscenare una profonda ribellione che sfociò in una guerra nella quale l’epilogo fu la terribile messa a sacco della cittadina teramana. Come per un miracolo e i teramani ne furono convinti, le spoglie del glorioso San Berardo rimasero illese, nascoste com'erano sotto delle pietre di una minuscola cappella a lui dedicata.
A Teramo rimase in piedi qualche mura di Santa Maria a Bitetto, la piccola casa medievale dei Francesi di cui parlo in altre pagine del blog e parte del chiostro nel convento francescano delle Grazie. La torre accanto
all'antica cattedrale fu bruciata e oggi è visibile la parte più bassa proprio dietro l'ingresso del tempio.
Tant'è che l'intero quartiere è conosciuto come quello di "Torre Bruciata".
Del vasto edificio rimase solo una piccola parte di cui erano in piedi tre minuscole campate e il presbiterio.
Quel che resta della domus e dell’età romanica è ben visibile all'interno della chiesa attuale.
L’antica cattedrale raggiunse la massima importanza certificata da una bolla del 27 novembre 1153 di papa Anastasio IV che la definì “sede permanente dell’intera diocesi aprutina”.
All'interno da vedere c’è la bella statua di cartapesta raffigurante S. Anna con la Madonna bambina, appena restaurata e restituita al culto in questa settimana di luglio e un antico affresco in fondo al piccolo presbiterio di autore sconosciuto.
giovedì 20 marzo 2014
Il Duomo di Teramo, baluardo di fede e arte!
Non tutti i teramani colgono pienamente le bellezze dell’assetto urbano che da Piazza Martiri della Libertà, a Teramo si estende intorno al Duomo.
La cattedrale che è in posizione baricentrica, rappresenta il fulcro delle principali vie cittadine.
Nel periodo imperiale di Roma la città aveva proprio qui il suo perimetro, tra piazza Martiri, via Torre Bruciata, la via del Cardo, oggi tra il Melatino e la chiesa di S. Antonio, del Baluardo e Noè Lucidi.
Il tragitto oggi che da Porta Reale attraversa il corso De Michetti e quello intitolato a Vincenzo Cerulli, grandi personaggi teramani, un tempo il Decumano da dove partiva l’arteria principale per Castrum Novum, l’attuale Giulianova, propone oggi al turista la vista della maestosità di questa cattedrale che ha il suo pezzo forte proprio nella facciata principale.
Costruito a “cento passi” dall’antica cattedrale, oggi S. Anna, sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giunone e Apollo, il Duomo vide la luce nel 1158.
Una struttura unica doveva legare il tempio con il grande complesso del teatro e anfiteatro, incorporati in quelle mura del cortile dove anni fa c’era un quotato Istituto di Scienze Religiose.
La prima costruzione fu realizzata utilizzando materiali delle abitazioni distrutte dai Normanni e pietre del teatro romano.
Era il 1078, i Normanni ci invasero alla caduta del Sacro Romano Impero e i barbari saccheggiavano ovunque.
Era proprio il tempo del vescovo Berardo da Pagliara che poi divenne il patrono della città.
Qualche anno dopo, nel 1152, Roberto di Loretello rase al suolo quasi tutto, compresa la chiesa madre di allora, Santa Maria Aprutiensis, attuale S.Anna. La città fu ricostruita a opera del vescovo Guido II.
Poi, correva il secolo XIV, periodo delle Signorie, il vescovo Nicolò degli Arcioni fece realizzare la facciata che, nel corso degli anni, si arricchì di una preziosa merlatura guelfa, simbolo inequivocabilmente del potere vescovile.
Nel 1493 l’allora vescovo chiamò il Maestro Antonio da Lodi per il completamento del campanile che venne impreziosito da maioliche castellane.
Poco tempo dopo fu completata la grande campana aprutina fusa con maestria da Attone di Ruggero.
Dovremmo forse guardare con occhi diversi il nostro Duomo, soprattutto amare la nostra storia come identità e risorsa della città.
Far cadere lo sguardo ad esempio, sul portale, opera realizzata nel 1332 dall’insigne maestro romano Deodato di Cosma, appartenente al filone gotico abruzzese già presente ad Atri, Sulmona e Lanciano.
Se ci soffermassimo sui particolari scopriremmo gli stemmi della diocesi teramana, del vescovo Niccolò degli Arcioni, le sculture di Nicola da Guardiagrele, raffiguranti l’arcangelo Gabriele, l’Annunziata, il Redentore e il patrono San Berardo.
Spostandoci sul lato meridionale guarderemmo con attenzione la sporgenza semicircolare dell’abside della cappella dedicata al patrono, sotto la quale si trovano cippi e resti romani.
Tornando alla facciata principale e ammirando la scalinata, gli occhi non potrebbero non vedere gli austeri leoni che sorreggono le colonne sormontate da statue.
Il leone può essere, a ben ragione, ritenuto l’animale simbolo della città.
Sculture leonine si trovano a decorazione della fontana nella piazza dove si trova anche il palazzo comunale, a guardia del porticato dei Melatino, oggi sede Aci e del palazzo Savini.
Rappresentano la fierezza del popolo aprutino.
Vari vescovi si sono adoperati nei secoli per rendere monumentale il Duomo.
Il primo a essere ricordato non può non essere Guido II che fece erigere il monumento, poi Niccolò degli Arcioni che lo ampliò.
Le colonne interne, tutte diverse e il presbiterio notevolmente più in alto rispetto alla chiesa, denotano proprio le due strutture come erano secoli prima.
All’interno, ancora leoni, immancabili a guardia dell’ambone monumentale e della pregiata cattedra lignea, il cui trono episcopale con baldacchino sormontato dallo stemma dei vescovi aprutini conclude il perimetro della chiesa.
Si resta colpiti dal Paliotto argenteo custodito in teca sotto l’altare maggiore, opera del grande orafo Nicola da Guardiagrele.
Consta di 35 pannelli contenenti scene sacre della vita del Cristo.
A sinistra, imperdibile, la cappella di San Berardo con il Polittico, tavole lignee del ‘300 realizzate da Jacobello del Fiore, raffiguranti l’incoronazione della Vergine Maria.
Un altare barocco di pregevole fattura, custodisce l’urna con le reliquie del santo patrono.
Anche la sacrestia, che in tante chiese non ha valenza artistica, nel Duomo di Teramo riveste enorme importanza grazie anche a opere immortali di un polacco, pittore del ‘600 teramano, Sebastiano Majewski.
Correva l’anno 1622 o giù di lì quando il giovane polacco, che nel frattempo aveva firmato un ciclo pittorico con storie della vita della Madonna nel convento di Santa Maria delle Grazie a Ortona, venne chiamato a Teramo per il 500 esimo della morte di San Berardo, allorquando fu eretto un nuovo altare in onore del santo e a lui commissionarono sei tele che oggi lasciano stupefatti, chi in visita alla Basilica, si soffermi davanti all’altare in noce intagliato, in cui si ritraggono momenti della vita del patrono di Teramo.
In tarda età il grande pittore lasciò come regalo finale della sua incommensurabile arte, affreschi che ancora oggi ornano lo splendido chiostro dell’antico convento di Santa Maria di Propezzano nell’agro di Morro d’Oro, vero caposaldo del romanico aprutino, dove spicca per bellezza la scena della Visitazione dell’Angelo annunciante alla Vergine.
Uscendo colpisce di nuovo la vista il grande campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri
La cattedrale che è in posizione baricentrica, rappresenta il fulcro delle principali vie cittadine.
Nel periodo imperiale di Roma la città aveva proprio qui il suo perimetro, tra piazza Martiri, via Torre Bruciata, la via del Cardo, oggi tra il Melatino e la chiesa di S. Antonio, del Baluardo e Noè Lucidi.
Il tragitto oggi che da Porta Reale attraversa il corso De Michetti e quello intitolato a Vincenzo Cerulli, grandi personaggi teramani, un tempo il Decumano da dove partiva l’arteria principale per Castrum Novum, l’attuale Giulianova, propone oggi al turista la vista della maestosità di questa cattedrale che ha il suo pezzo forte proprio nella facciata principale.
Costruito a “cento passi” dall’antica cattedrale, oggi S. Anna, sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giunone e Apollo, il Duomo vide la luce nel 1158.
Una struttura unica doveva legare il tempio con il grande complesso del teatro e anfiteatro, incorporati in quelle mura del cortile dove anni fa c’era un quotato Istituto di Scienze Religiose.
La prima costruzione fu realizzata utilizzando materiali delle abitazioni distrutte dai Normanni e pietre del teatro romano.
Era il 1078, i Normanni ci invasero alla caduta del Sacro Romano Impero e i barbari saccheggiavano ovunque.
Era proprio il tempo del vescovo Berardo da Pagliara che poi divenne il patrono della città.
Qualche anno dopo, nel 1152, Roberto di Loretello rase al suolo quasi tutto, compresa la chiesa madre di allora, Santa Maria Aprutiensis, attuale S.Anna. La città fu ricostruita a opera del vescovo Guido II.
Poi, correva il secolo XIV, periodo delle Signorie, il vescovo Nicolò degli Arcioni fece realizzare la facciata che, nel corso degli anni, si arricchì di una preziosa merlatura guelfa, simbolo inequivocabilmente del potere vescovile.
Nel 1493 l’allora vescovo chiamò il Maestro Antonio da Lodi per il completamento del campanile che venne impreziosito da maioliche castellane.
Poco tempo dopo fu completata la grande campana aprutina fusa con maestria da Attone di Ruggero.
Dovremmo forse guardare con occhi diversi il nostro Duomo, soprattutto amare la nostra storia come identità e risorsa della città.
Far cadere lo sguardo ad esempio, sul portale, opera realizzata nel 1332 dall’insigne maestro romano Deodato di Cosma, appartenente al filone gotico abruzzese già presente ad Atri, Sulmona e Lanciano.
Se ci soffermassimo sui particolari scopriremmo gli stemmi della diocesi teramana, del vescovo Niccolò degli Arcioni, le sculture di Nicola da Guardiagrele, raffiguranti l’arcangelo Gabriele, l’Annunziata, il Redentore e il patrono San Berardo.
Spostandoci sul lato meridionale guarderemmo con attenzione la sporgenza semicircolare dell’abside della cappella dedicata al patrono, sotto la quale si trovano cippi e resti romani. Tornando alla facciata principale e ammirando la scalinata, gli occhi non potrebbero non vedere gli austeri leoni che sorreggono le colonne sormontate da statue.
Il leone può essere, a ben ragione, ritenuto l’animale simbolo della città.
Sculture leonine si trovano a decorazione della fontana nella piazza dove si trova anche il palazzo comunale, a guardia del porticato dei Melatino, oggi sede Aci e del palazzo Savini.
Rappresentano la fierezza del popolo aprutino.
Vari vescovi si sono adoperati nei secoli per rendere monumentale il Duomo.
Il primo a essere ricordato non può non essere Guido II che fece erigere il monumento, poi Niccolò degli Arcioni che lo ampliò.
Le colonne interne, tutte diverse e il presbiterio notevolmente più in alto rispetto alla chiesa, denotano proprio le due strutture come erano secoli prima.
All’interno, ancora leoni, immancabili a guardia dell’ambone monumentale e della pregiata cattedra lignea, il cui trono episcopale con baldacchino sormontato dallo stemma dei vescovi aprutini conclude il perimetro della chiesa.Si resta colpiti dal Paliotto argenteo custodito in teca sotto l’altare maggiore, opera del grande orafo Nicola da Guardiagrele.
Consta di 35 pannelli contenenti scene sacre della vita del Cristo.
A sinistra, imperdibile, la cappella di San Berardo con il Polittico, tavole lignee del ‘300 realizzate da Jacobello del Fiore, raffiguranti l’incoronazione della Vergine Maria.
Un altare barocco di pregevole fattura, custodisce l’urna con le reliquie del santo patrono.
Anche la sacrestia, che in tante chiese non ha valenza artistica, nel Duomo di Teramo riveste enorme importanza grazie anche a opere immortali di un polacco, pittore del ‘600 teramano, Sebastiano Majewski.
Correva l’anno 1622 o giù di lì quando il giovane polacco, che nel frattempo aveva firmato un ciclo pittorico con storie della vita della Madonna nel convento di Santa Maria delle Grazie a Ortona, venne chiamato a Teramo per il 500 esimo della morte di San Berardo, allorquando fu eretto un nuovo altare in onore del santo e a lui commissionarono sei tele che oggi lasciano stupefatti, chi in visita alla Basilica, si soffermi davanti all’altare in noce intagliato, in cui si ritraggono momenti della vita del patrono di Teramo. In tarda età il grande pittore lasciò come regalo finale della sua incommensurabile arte, affreschi che ancora oggi ornano lo splendido chiostro dell’antico convento di Santa Maria di Propezzano nell’agro di Morro d’Oro, vero caposaldo del romanico aprutino, dove spicca per bellezza la scena della Visitazione dell’Angelo annunciante alla Vergine.
Uscendo colpisce di nuovo la vista il grande campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri
giovedì 8 agosto 2013
Il custode del passato: Lucio Cancellieri
Lucio Cancellieri ci ha lasciato in punta di piedi nel bel mezzo dell'estate.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo, scoprendo così un uomo di grande levatura umana e culturale.
Addio Lucio sei nel cuore di chi ama Teramo!
Ecco l'ultima intervista che mi ha rilasciato mesi fa!
Intervistare Lucio Cancellieri non è cosa facile.
Il suo essere schivo, umile e mai pieno di sé è inversamente proporzionale alla sua energia allo stato puro, alla sua simpatia contagiosa.
Ma a chi vi scrive non può dir di no.
Ne abbiamo fatte di trasmissioni radio la domenica insieme, tante da aver cementato un’amicizia che va oltre la scarsa frequentazione che abbiamo da anni.
I suoi occhi guizzano furbi e intelligenti mentre mi dice:
“Ma che storia è questa, Sergio? A chi vuoi che interessi una pagina tutta per me in una rivista così bella”.
Eppure di libri dedicati al nostro essere teramani ne ha fatti tanti che li potete vedere sparsi in mezzo a queste mie righe.
Lucio è il custode del passato e il cantore del futuro.
Rievocando in tutte le sue pubblicazioni i nostri frammenti di vita vissuta, crea intorno a noi il mosaico perfetto di emozioni, di affetti, di paesaggi da farci riconoscere tutti protagonisti nelle sue belle liriche per un futuro che non può prescindere dal passato.
I suoi libri sono stati definiti “lo scrigno della più genuina anima teramana”.
Una bella definizione per questo ex insegnante di educazione fisica, nato nel 1940, sotto una stella che gli ha donato una sensibilità fuori dal comune.
“E’merito del mio segno zodiacale, l’ho scritto in una presentazione di una delle mie raccolte di poesie.
Grazie a lui, giuro, riesco a cogliere i sentimenti e gli aspetti romantici della vita”.
Mentre mi parla, i ricordi mi si affollano nella mente.
Riaffiorano le trasmissioni radiofoniche di musica popolare, gli amarcord in vinile, le telefonate tra noi alla ricerca spasmodica di musiche antiche.
Avevamo un amico comune, Alfredo, che forniva canzoni introvabili dal suo sconfinato archivio musicale.
Già allora, il professore scriveva in gran segreto le sue poesie e forse credeva sarebbero rimaste chiuse nel cassetto dei ricordi.
Invece la vita gioca con le nostre esistenze e oggi la sua vocazione poetica è diventata il recupero di fotografie del passato, la conservazione della memoria da trasmettere ai giovani.
I valori dello sport che sono stati bussola per la sua attività scolastica, sono oggi diventati i valori di un mondo che non deve dimenticare quello che siamo stati per far sì che i giovani abbiano un punto di riferimento da cui partire.
E dal primo libro, “L’ urticelle de Tabbusse”, che tanto entusiasmo suscitò alla sua uscita, ecco che il denso percorso di pubblicazioni di cui potete vedere le copertine, è diventata la riscoperta della vita, dei colori, dei profumi, il presidio di civiltà e cultura, l’arsenale con cui mirare dritto all’intelligenza dei lettori.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo, scoprendo così un uomo di grande levatura umana e culturale.
Addio Lucio sei nel cuore di chi ama Teramo!
Ecco l'ultima intervista che mi ha rilasciato mesi fa!
Intervistare Lucio Cancellieri non è cosa facile. Il suo essere schivo, umile e mai pieno di sé è inversamente proporzionale alla sua energia allo stato puro, alla sua simpatia contagiosa.
Ma a chi vi scrive non può dir di no.
Ne abbiamo fatte di trasmissioni radio la domenica insieme, tante da aver cementato un’amicizia che va oltre la scarsa frequentazione che abbiamo da anni.
I suoi occhi guizzano furbi e intelligenti mentre mi dice:
“Ma che storia è questa, Sergio? A chi vuoi che interessi una pagina tutta per me in una rivista così bella”.
Eppure di libri dedicati al nostro essere teramani ne ha fatti tanti che li potete vedere sparsi in mezzo a queste mie righe.
Lucio è il custode del passato e il cantore del futuro.
Rievocando in tutte le sue pubblicazioni i nostri frammenti di vita vissuta, crea intorno a noi il mosaico perfetto di emozioni, di affetti, di paesaggi da farci riconoscere tutti protagonisti nelle sue belle liriche per un futuro che non può prescindere dal passato.
I suoi libri sono stati definiti “lo scrigno della più genuina anima teramana”.
Una bella definizione per questo ex insegnante di educazione fisica, nato nel 1940, sotto una stella che gli ha donato una sensibilità fuori dal comune.
“E’merito del mio segno zodiacale, l’ho scritto in una presentazione di una delle mie raccolte di poesie.Grazie a lui, giuro, riesco a cogliere i sentimenti e gli aspetti romantici della vita”.
Mentre mi parla, i ricordi mi si affollano nella mente.
Riaffiorano le trasmissioni radiofoniche di musica popolare, gli amarcord in vinile, le telefonate tra noi alla ricerca spasmodica di musiche antiche.
Avevamo un amico comune, Alfredo, che forniva canzoni introvabili dal suo sconfinato archivio musicale.
Già allora, il professore scriveva in gran segreto le sue poesie e forse credeva sarebbero rimaste chiuse nel cassetto dei ricordi.
Invece la vita gioca con le nostre esistenze e oggi la sua vocazione poetica è diventata il recupero di fotografie del passato, la conservazione della memoria da trasmettere ai giovani.
I valori dello sport che sono stati bussola per la sua attività scolastica, sono oggi diventati i valori di un mondo che non deve dimenticare quello che siamo stati per far sì che i giovani abbiano un punto di riferimento da cui partire.
E dal primo libro, “L’ urticelle de Tabbusse”, che tanto entusiasmo suscitò alla sua uscita, ecco che il denso percorso di pubblicazioni di cui potete vedere le copertine, è diventata la riscoperta della vita, dei colori, dei profumi, il presidio di civiltà e cultura, l’arsenale con cui mirare dritto all’intelligenza dei lettori.
mercoledì 26 giugno 2013
Il polo museale di San Domenico a Teramo: occasione persa
Non tutti i teramani sanno che il convento di San Domenico a Teramo è stato, fino alla scomparsa di quest’ordine religioso in città, l’unico insediamento domenicano superstite nell’area abruzzese che comprendeva, secoli fa, centri spirituali della Campania, del Lazio e delle Marche.
Il visitatore attento sa che, nonostante aleggi nella chiesa una deliberata intenzione di sopprimere ogni elemento decorativo per conferire un aspetto spoglio ed austero, il tempio teramano appare comunque solenne e aristocratico.
L’appassionato di architettura sacra riconosce nell’aspetto puro ed essenziale, nella perfezione formale dell’insieme, uno dei maggiori esempi della cultura ecclesiale nel medioevo abruzzese.
Basta uno sguardo accurato, sia alla chiesa che al chiostro, per rimanere incantati. La visita in questo che è tra i più antichi edifici della città potrebbe riportare indietro, come in una prodigiosa macchina del tempo, al secolo XII.
Il convento ha conservato infatti gran dell'aspetto originario d’insediamento mendicante medioevale tra i più interessanti dell’Italia centrale.
La sua navata ad aula unica con tetto in legno, il chiostro con gli affreschi della vita di San Domenico, i manufatti lapidei, le sculture in terracotta policroma, il suggestivo interno buio e austero intervallato dalle lievi cromie delle opere pittoriche della zona absidale, donano il senso della storia, fuso con quello dell’umanità e della fede, per narrare in modo unico la grandezza di Dio.
La scomparsa dei domenicani a Teramo ha creato un vuoto incolmabile morale e culturale a Teramo.
Al pari dei francescani, i religiosi di San Domenico sin dal 1300, nel corso di una secolare permanenza in città, hanno donato tante iniziative, dalla creazione di gruppi Scout, al Terz’Ordine, fino ad arrivare alla formazione di fraternità di preghiere e corali liturgiche e polifoniche.
I domenicani con il loro zelo e con l’aiuto di Dio, hanno guadagnato l’affetto dei teramani.
Nel corso dei secoli il convento è stato caratterizzato da un insieme di attività; è stato luogo di culto e di studio, associazione socio-assistenziale religiosa, convitto, azienda agricola, giardino officinale, farmacia, sito di attività proto-finanziarie e bancarie, luogo di sepoltura, zona commerciale con la famosa fiera dedicata al santo.
In questa elencazione non può non essere ricordata la funzione religiosa, sociale e culturale svolta dalla “Cattedra Cateriniana” alla fine del secolo scorso, di cui resta una testimonianza in diverse migliaia di opere e di pubblicazioni, realizzate in questo cenobio, sull’Ordine Domenicano nell’ Italia centrale.
Negli anni ’30 e negli anni ’50 e ’70 del XX secolo, il convento fu interessato da lavori di restauro che ebbero il merito di portare al recupero dei dipinti murali quattrocenteschi collocati nell’abside e nelle pareti più vicine, dei dipinti murali del secolo XVIII del chiostro e dell’antico portale affiancato da due bifore medievali di accesso alla sala capitolare detta della “Cappella del Rosario”.
I lavori degli anni ’30, eseguiti e finanziati dallo storico teramano Francesco Savini, furono oggetto di forti critiche durante l’esecuzione e, ancora oggi, vengono citati dalla letteratura scientifica come un caso negativo.
Identica sorte per quelli effettuati negli anni ’50 e ’70, anch’essi di dubbio gusto.
Tra i restauri bisogna menzionare quelli dell’abside nei primi anni del 2000 che furono sostenuti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Teramo.
San Domenico aveva tutti i crismi per diventare un centro di documentazione teologica e culturale, un museo che avrebbe narrato anche le vicende storiche e devozionali di Teramo.
Ancora oggi il sito è comunque un importante luogo di preghiera, grazie all’importante lavoro spirituale dei frati dell’Immacolata.
Il visitatore attento sa che, nonostante aleggi nella chiesa una deliberata intenzione di sopprimere ogni elemento decorativo per conferire un aspetto spoglio ed austero, il tempio teramano appare comunque solenne e aristocratico.
L’appassionato di architettura sacra riconosce nell’aspetto puro ed essenziale, nella perfezione formale dell’insieme, uno dei maggiori esempi della cultura ecclesiale nel medioevo abruzzese.
Basta uno sguardo accurato, sia alla chiesa che al chiostro, per rimanere incantati. La visita in questo che è tra i più antichi edifici della città potrebbe riportare indietro, come in una prodigiosa macchina del tempo, al secolo XII.
Il convento ha conservato infatti gran dell'aspetto originario d’insediamento mendicante medioevale tra i più interessanti dell’Italia centrale.
La sua navata ad aula unica con tetto in legno, il chiostro con gli affreschi della vita di San Domenico, i manufatti lapidei, le sculture in terracotta policroma, il suggestivo interno buio e austero intervallato dalle lievi cromie delle opere pittoriche della zona absidale, donano il senso della storia, fuso con quello dell’umanità e della fede, per narrare in modo unico la grandezza di Dio.
La scomparsa dei domenicani a Teramo ha creato un vuoto incolmabile morale e culturale a Teramo.
Al pari dei francescani, i religiosi di San Domenico sin dal 1300, nel corso di una secolare permanenza in città, hanno donato tante iniziative, dalla creazione di gruppi Scout, al Terz’Ordine, fino ad arrivare alla formazione di fraternità di preghiere e corali liturgiche e polifoniche.
I domenicani con il loro zelo e con l’aiuto di Dio, hanno guadagnato l’affetto dei teramani.
Nel corso dei secoli il convento è stato caratterizzato da un insieme di attività; è stato luogo di culto e di studio, associazione socio-assistenziale religiosa, convitto, azienda agricola, giardino officinale, farmacia, sito di attività proto-finanziarie e bancarie, luogo di sepoltura, zona commerciale con la famosa fiera dedicata al santo.
In questa elencazione non può non essere ricordata la funzione religiosa, sociale e culturale svolta dalla “Cattedra Cateriniana” alla fine del secolo scorso, di cui resta una testimonianza in diverse migliaia di opere e di pubblicazioni, realizzate in questo cenobio, sull’Ordine Domenicano nell’ Italia centrale.
Negli anni ’30 e negli anni ’50 e ’70 del XX secolo, il convento fu interessato da lavori di restauro che ebbero il merito di portare al recupero dei dipinti murali quattrocenteschi collocati nell’abside e nelle pareti più vicine, dei dipinti murali del secolo XVIII del chiostro e dell’antico portale affiancato da due bifore medievali di accesso alla sala capitolare detta della “Cappella del Rosario”.
I lavori degli anni ’30, eseguiti e finanziati dallo storico teramano Francesco Savini, furono oggetto di forti critiche durante l’esecuzione e, ancora oggi, vengono citati dalla letteratura scientifica come un caso negativo.Identica sorte per quelli effettuati negli anni ’50 e ’70, anch’essi di dubbio gusto.
Tra i restauri bisogna menzionare quelli dell’abside nei primi anni del 2000 che furono sostenuti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Teramo.
San Domenico aveva tutti i crismi per diventare un centro di documentazione teologica e culturale, un museo che avrebbe narrato anche le vicende storiche e devozionali di Teramo.
Ancora oggi il sito è comunque un importante luogo di preghiera, grazie all’importante lavoro spirituale dei frati dell’Immacolata.
domenica 2 giugno 2013
I percorsi fluviali di Teramo: tesori da valorizzare.
Una città che prende il suo nome non da un solo fiume, ma da due ha nell’acqua la traccia indelebile della sua identità.
E Teramo, l’antica Interamnia ha sicuramente la sua memoria storica nel Vezzola e nel Tordino che l’abbracciano così forte da creare una sorta d’isola felice.
Immagini certo molto diverse da quelle amene e gioiose di un tempo, quando i fiumi erano la meta sociale di tutti: dei giovani che pescavano granchi e anguille e si tuffavano in acque pulite, dei vecchi che scambiavano opinioni sotto l’ombra degli alberi, delle lavandaie che sulle pietre strofinavano i panni dei pittori che in questo luogo ameno trovavano ispirazione per le loro tele immortali, dei contadini che qui avevano i loro orti.
La portata d’acqua oggi certifica che siamo davanti a due piccoli torrenti con margini rimaneggiati, per quelli che un tempo, neanche lontanissimo, erano due fiumi navigabili.
I crinali barbaramente incisi e l’urbanizzazione selvaggia hanno impedito la tutela dell’ecosistema.
I percorsi fluviali, nonostante molte interruzioni dovute al Lotto Zero e a piccoli disastri ambientali, rappresentano ancora una ricchezza naturalistica tra salici, pioppi, sambuchi, allori, giunchi e cardi e tra aironi, corvi e rondini che spiccano voli nei luoghi più nascosti.
I fiumi aiutano anche a trasmettere ai giovani una conoscenza storica del territorio.
Dal fiume Tordino con un po’ d’intraprendenza e lungimiranza, il comune di Teramo potrebbe creare un percorso che dal fiume alle colline, porterebbe in montagna verso le sorgenti del fiume sotto il monte Gorzano, cima principe del complesso montuoso della Laga.
Dall’altra parte, seguendo il corso del Vezzola si riscoprirebbe una vetusta arteria importante di comunicazione tra i popoli del nord Italia e quelli centrali, la Via Regia di cui racconta nei suoi scritti lo storico teramano Palma.
Un itinerario bellissimo che proseguiva oltre Campli, percorrendo la sommità delle tondeggianti colline per raggiungere Civitella del Tronto, quindi s’inoltrava di là dai confini del Regno, verso Ascoli Piceno.
Partendo dalla città, dalla storica Fonte della Noce che ricorda il passaggio della Regina Giovanna, nell’antica borgata Vezzola o dal vecchio Tiro a Segno, incontriamo il Ponte degli Impiccati, nome spaventoso che evoca momenti bui e tempestosi.
Conosciuto dai teramani come “lu ponte degli Impisi” cioè gli appesi, queste quattro pietre scampate ai disastri dell’uomo e della natura, risalgono al XII ° secolo o giù di lì.
Da qui, fino agli inizi dell'800, passavano i condannati a morte per impiccagione e ghigliottina reclusi nelle carceri della Teramo di allora, ubicate nell'ex convento di Sant'Agostino.
Il pezzo dell’arcata del ponte che ha resistito al tempo, già seminterrato, scomparve oltre trent’anni fa, inghiottito da improvvidi interramenti, durante la realizzazione del Piazzale San Francesco.
Risalendo il lungofiume del Parco del Vezzola percorrendo la pista ciclopedonale si arriva al medievale Ponte degli Stucchi, posto sul greto del corso d’acqua.
L’opera, oggi in abbandono, era un passaggio cruciale per chi anticamente voleva raggiungere Ascoli Piceno, grande direttrice di una Strada Reale che il Palma ipotizzava collegasse Teramo e Bellante attraverso la collina di Scapriano, a Ponte Vezzola.
Una piccola erta di cento metri conduce al piazzale del Palazzetto dello Sport con la possibilità, su stradine secondarie, di attraversare il piccolo abitato di Scapriano, in collina e conoscere l’affascinante chiesina di San Martino.
Dalla piazzetta si scoprirebbe un panorama inenarrabile. Un vero spettacolo mozzafiato: il mare Adriatico, i Monti Gemelli, la catena del Gran Sasso, la roccaforte di Civitella.
Continuando lungo il fiume si troverebbe il punto di confluenza delle acque del torrente che scende da Vena a Corvo.
Lungo il greto del fiume, ci si troverebbe davanti a un ambiente selvaggio con affluenti che formano spettacolari canyon fino ad arrivare nella Piana Dèlfico, così denominata per essere stata una delle tante proprietà di quest’agiata famiglia di Teramo.
Deviando in alto si visiterebbe il paese di Castagneto, arrivando in montagna attraverso Ioanella, Poggio Valle, il paese abbandonato di Valle Piola e Acquaratola.
E Teramo, l’antica Interamnia ha sicuramente la sua memoria storica nel Vezzola e nel Tordino che l’abbracciano così forte da creare una sorta d’isola felice.
Immagini certo molto diverse da quelle amene e gioiose di un tempo, quando i fiumi erano la meta sociale di tutti: dei giovani che pescavano granchi e anguille e si tuffavano in acque pulite, dei vecchi che scambiavano opinioni sotto l’ombra degli alberi, delle lavandaie che sulle pietre strofinavano i panni dei pittori che in questo luogo ameno trovavano ispirazione per le loro tele immortali, dei contadini che qui avevano i loro orti.
La portata d’acqua oggi certifica che siamo davanti a due piccoli torrenti con margini rimaneggiati, per quelli che un tempo, neanche lontanissimo, erano due fiumi navigabili.I crinali barbaramente incisi e l’urbanizzazione selvaggia hanno impedito la tutela dell’ecosistema.
I percorsi fluviali, nonostante molte interruzioni dovute al Lotto Zero e a piccoli disastri ambientali, rappresentano ancora una ricchezza naturalistica tra salici, pioppi, sambuchi, allori, giunchi e cardi e tra aironi, corvi e rondini che spiccano voli nei luoghi più nascosti.
I fiumi aiutano anche a trasmettere ai giovani una conoscenza storica del territorio.
Dal fiume Tordino con un po’ d’intraprendenza e lungimiranza, il comune di Teramo potrebbe creare un percorso che dal fiume alle colline, porterebbe in montagna verso le sorgenti del fiume sotto il monte Gorzano, cima principe del complesso montuoso della Laga.
Dall’altra parte, seguendo il corso del Vezzola si riscoprirebbe una vetusta arteria importante di comunicazione tra i popoli del nord Italia e quelli centrali, la Via Regia di cui racconta nei suoi scritti lo storico teramano Palma.
Un itinerario bellissimo che proseguiva oltre Campli, percorrendo la sommità delle tondeggianti colline per raggiungere Civitella del Tronto, quindi s’inoltrava di là dai confini del Regno, verso Ascoli Piceno.
Partendo dalla città, dalla storica Fonte della Noce che ricorda il passaggio della Regina Giovanna, nell’antica borgata Vezzola o dal vecchio Tiro a Segno, incontriamo il Ponte degli Impiccati, nome spaventoso che evoca momenti bui e tempestosi.
Conosciuto dai teramani come “lu ponte degli Impisi” cioè gli appesi, queste quattro pietre scampate ai disastri dell’uomo e della natura, risalgono al XII ° secolo o giù di lì.
Da qui, fino agli inizi dell'800, passavano i condannati a morte per impiccagione e ghigliottina reclusi nelle carceri della Teramo di allora, ubicate nell'ex convento di Sant'Agostino.
Il pezzo dell’arcata del ponte che ha resistito al tempo, già seminterrato, scomparve oltre trent’anni fa, inghiottito da improvvidi interramenti, durante la realizzazione del Piazzale San Francesco.
Risalendo il lungofiume del Parco del Vezzola percorrendo la pista ciclopedonale si arriva al medievale Ponte degli Stucchi, posto sul greto del corso d’acqua.
L’opera, oggi in abbandono, era un passaggio cruciale per chi anticamente voleva raggiungere Ascoli Piceno, grande direttrice di una Strada Reale che il Palma ipotizzava collegasse Teramo e Bellante attraverso la collina di Scapriano, a Ponte Vezzola.
Una piccola erta di cento metri conduce al piazzale del Palazzetto dello Sport con la possibilità, su stradine secondarie, di attraversare il piccolo abitato di Scapriano, in collina e conoscere l’affascinante chiesina di San Martino.Dalla piazzetta si scoprirebbe un panorama inenarrabile. Un vero spettacolo mozzafiato: il mare Adriatico, i Monti Gemelli, la catena del Gran Sasso, la roccaforte di Civitella.
Continuando lungo il fiume si troverebbe il punto di confluenza delle acque del torrente che scende da Vena a Corvo.
Lungo il greto del fiume, ci si troverebbe davanti a un ambiente selvaggio con affluenti che formano spettacolari canyon fino ad arrivare nella Piana Dèlfico, così denominata per essere stata una delle tante proprietà di quest’agiata famiglia di Teramo.
Deviando in alto si visiterebbe il paese di Castagneto, arrivando in montagna attraverso Ioanella, Poggio Valle, il paese abbandonato di Valle Piola e Acquaratola.
mercoledì 22 maggio 2013
La Teramo che non conosciamo.
Un viaggio attraverso paesaggi di muri scalcinati, di ombre, in una città che cambia, ingloba e distrugge luoghi e ricordi.
Una Teramo ipogea, underground.
Una Teramo invisibile, silenziosa.
Un inusuale museo naturale sotto le viscere di una città vivente a imperitura testimonianza della sua nascita.
Un’ipotesi affascinante, coinvolgente.
Teramo città millenaria sospesa quasi per magia tra cielo e terra, che svela un aspetto che la renderebbe unica ed eccezionale: un dedalo di grotte nascosto nell’oscurità silenziosa del sottoterra del centro storico.
Si tratterebbe di antiche vie, ripari dai bombardamenti in tempo di guerra, fiumi sotterranei, ghiacciaie, cripte, persino labirinti che nasconderebbero mitici tesori.
Sotto la nostra città si celerebbe per alcuni, un mondo “parallelo”, non facile da visitare, ma affascinante e misterioso.
Una vita sotterranea a pochi passi dalla superficie; un mondo fatto di dedali e anfratti celati per anni agli occhi dell’uomo moderno.
D’altronde, alzi la mano chi è al corrente che sotto Milano corre una fitta rete di canali, coperti per fare spazio alla città “di sopra”?
Messi tutti in fila, formerebbero un tunnel lungo almeno 200 km.
Oppure che a Palermo c’è una rete di acquedotti costruiti con antichissime tecniche persiane?
O ancora, che nel cuore di Napoli si trova il cimitero delle fontanelle, creato nelle cave del rione Sanità in seguito alle epidemie che colpirono la città a partire dal ’600?
Infine sapete forse che esiste un dedalo sotterraneo nella vicina Atri, città d’arte teramana?
Il tutto a rendere l’antica “Petrut” un capolavoro millenario sospeso quasi per magia tra cielo e terra.
Forse è un sogno dilatato dal mio amore per la città di Teramo che vorrei più bella delle altre.
Perché non sognare un dedalo di grotte nascoste nelle oscurità di un tortuoso percorso sotterraneo che corre parallelo al centro storico?
Per molto tempo si è sussurrato dell’esistenza di una galleria che si diparte dal Duomo per arrivare fino al fiume.
In effetti, un cunicolo fu rinvenuto, anni fa, durante i lavori di restauro della Cattedrale.
Allora, personaggi illustri, come il prof. Sandro Melarangelo, ebbero modo di visitare parte della galleria che passerebbe sotto Piazza Martiri, quando in quello slargo furono fatti i lavori per la sistemazione della pavimentazione.
Era il lontano 1984, l’anno prima della visita in città di Karol Wojtyla che dedicò il suo 52 esimo viaggio apostolico alla nostra città.
In quell’occasione si ebbe modo di osservare l’angusto cunicolo che, partito dal Duomo, circa a metà piazza si diramava: un ramo proseguiva verso i Portici di Fumo in direzione Sant'Agostino mentre l’altro proseguiva verso il Palazzo della Sanità di via Oberdan.
S’ipotizzò che fossero vie di fuga, quando anticamente la città e i suoi abitanti dovevano guardarsi da agguerriti nemici.
Alla luce della notizia della galleria rinvenuta sotto il presbiterio, non sembrò azzardo credere all’ipotesi che un succedersi di cunicoli, apparentemente senza fine, potessero, in epoche lontane, unire più chiese attraverso scale, passaggi inattesi, stanze sovrapposte sulle cui pareti, magari, si può leggere oggi, in mille e mille piccole nicchie, la secolare avventura di una piccola città eterna.
Ricordo che il Melarangelo suggerì di rendere visibile la galleria mediante una finestra ricavata nel sottopassaggio che esiste in piazza (dove attualmente insistono dei negozi).
Sarebbero bastati un vetro e una discreta illuminazione della prima parte della grotta per far conoscere al mondo l'esistenza di questi passaggi sotterranei.
Echi misteriosi e affascinanti che raccontano storie millenarie mentre, dalle umide ombre affiorano i fantasmi della città romana e medioevale.
Il cunicolo non sarebbe l’unico nel cuore di Teramo.
Un'altra galleria partirebbe dal santuario della Madonna delle Grazie.
Il suo inizio si celerebbe sotto gli scavi del vecchio parcheggio tra gli alberi dove, da piccolo, chi vi scrive giocava a pallone la domenica in interminabili sfide tra i quartieri Torre Bruciata e Porta Madonna.
Questo cunicolo addirittura collegherebbe la piazza con l’antica e affascinante “fonte della Noce” di cui, racconti di streghe e fattucchiere, ha permeato di misteri le sue acque.
L’amico Lucio De Marcellis, entrando nei meandri della storia, mi ricordò tempo fa che una sua parente raccontò di una grotta celata nella cantina di casa nei pressi del vecchio stadio Comunale, dalla quale partiva una galleria in direzione dell'anfiteatro di Teramo.
Il passaggio fu murato per evitare incidenti .
Credo che il tuffo nelle viscere di Teramo, tra piccoli tesori ipogei da scoprire, sarebbe se possibile, un buon veicolo turistico. Basti pensare all’underground di Orvieto, vero veicolo turistico della città.
Se la Sovrintendenza squarciasse la sorta di omertà culturale cui è tenuta, forse avremmo un insolito spaccato della vita millenaria della capitale dei Pretuzi e degli usi di cavità sotterranee.
Un patrimonio di testimonianze riemerse in un intreccio tra sopra e sotto terra, tra interno ed esterno.
Una Teramo ipogea, underground.
Una Teramo invisibile, silenziosa.
Un inusuale museo naturale sotto le viscere di una città vivente a imperitura testimonianza della sua nascita.
Un’ipotesi affascinante, coinvolgente.
Teramo città millenaria sospesa quasi per magia tra cielo e terra, che svela un aspetto che la renderebbe unica ed eccezionale: un dedalo di grotte nascosto nell’oscurità silenziosa del sottoterra del centro storico.
Si tratterebbe di antiche vie, ripari dai bombardamenti in tempo di guerra, fiumi sotterranei, ghiacciaie, cripte, persino labirinti che nasconderebbero mitici tesori.
Sotto la nostra città si celerebbe per alcuni, un mondo “parallelo”, non facile da visitare, ma affascinante e misterioso.
Una vita sotterranea a pochi passi dalla superficie; un mondo fatto di dedali e anfratti celati per anni agli occhi dell’uomo moderno.
D’altronde, alzi la mano chi è al corrente che sotto Milano corre una fitta rete di canali, coperti per fare spazio alla città “di sopra”?Messi tutti in fila, formerebbero un tunnel lungo almeno 200 km.
Oppure che a Palermo c’è una rete di acquedotti costruiti con antichissime tecniche persiane?
O ancora, che nel cuore di Napoli si trova il cimitero delle fontanelle, creato nelle cave del rione Sanità in seguito alle epidemie che colpirono la città a partire dal ’600?
Infine sapete forse che esiste un dedalo sotterraneo nella vicina Atri, città d’arte teramana?
Il tutto a rendere l’antica “Petrut” un capolavoro millenario sospeso quasi per magia tra cielo e terra.
Forse è un sogno dilatato dal mio amore per la città di Teramo che vorrei più bella delle altre.
Perché non sognare un dedalo di grotte nascoste nelle oscurità di un tortuoso percorso sotterraneo che corre parallelo al centro storico?
Per molto tempo si è sussurrato dell’esistenza di una galleria che si diparte dal Duomo per arrivare fino al fiume.
In effetti, un cunicolo fu rinvenuto, anni fa, durante i lavori di restauro della Cattedrale.
Allora, personaggi illustri, come il prof. Sandro Melarangelo, ebbero modo di visitare parte della galleria che passerebbe sotto Piazza Martiri, quando in quello slargo furono fatti i lavori per la sistemazione della pavimentazione.
Era il lontano 1984, l’anno prima della visita in città di Karol Wojtyla che dedicò il suo 52 esimo viaggio apostolico alla nostra città.
In quell’occasione si ebbe modo di osservare l’angusto cunicolo che, partito dal Duomo, circa a metà piazza si diramava: un ramo proseguiva verso i Portici di Fumo in direzione Sant'Agostino mentre l’altro proseguiva verso il Palazzo della Sanità di via Oberdan.
S’ipotizzò che fossero vie di fuga, quando anticamente la città e i suoi abitanti dovevano guardarsi da agguerriti nemici.
Alla luce della notizia della galleria rinvenuta sotto il presbiterio, non sembrò azzardo credere all’ipotesi che un succedersi di cunicoli, apparentemente senza fine, potessero, in epoche lontane, unire più chiese attraverso scale, passaggi inattesi, stanze sovrapposte sulle cui pareti, magari, si può leggere oggi, in mille e mille piccole nicchie, la secolare avventura di una piccola città eterna. Ricordo che il Melarangelo suggerì di rendere visibile la galleria mediante una finestra ricavata nel sottopassaggio che esiste in piazza (dove attualmente insistono dei negozi).
Sarebbero bastati un vetro e una discreta illuminazione della prima parte della grotta per far conoscere al mondo l'esistenza di questi passaggi sotterranei.
Echi misteriosi e affascinanti che raccontano storie millenarie mentre, dalle umide ombre affiorano i fantasmi della città romana e medioevale.
Il cunicolo non sarebbe l’unico nel cuore di Teramo.
Un'altra galleria partirebbe dal santuario della Madonna delle Grazie.
Il suo inizio si celerebbe sotto gli scavi del vecchio parcheggio tra gli alberi dove, da piccolo, chi vi scrive giocava a pallone la domenica in interminabili sfide tra i quartieri Torre Bruciata e Porta Madonna.
Questo cunicolo addirittura collegherebbe la piazza con l’antica e affascinante “fonte della Noce” di cui, racconti di streghe e fattucchiere, ha permeato di misteri le sue acque. L’amico Lucio De Marcellis, entrando nei meandri della storia, mi ricordò tempo fa che una sua parente raccontò di una grotta celata nella cantina di casa nei pressi del vecchio stadio Comunale, dalla quale partiva una galleria in direzione dell'anfiteatro di Teramo.
Il passaggio fu murato per evitare incidenti .
Credo che il tuffo nelle viscere di Teramo, tra piccoli tesori ipogei da scoprire, sarebbe se possibile, un buon veicolo turistico. Basti pensare all’underground di Orvieto, vero veicolo turistico della città.
Se la Sovrintendenza squarciasse la sorta di omertà culturale cui è tenuta, forse avremmo un insolito spaccato della vita millenaria della capitale dei Pretuzi e degli usi di cavità sotterranee.
Un patrimonio di testimonianze riemerse in un intreccio tra sopra e sotto terra, tra interno ed esterno.
venerdì 5 aprile 2013
Il bassorilievo impudico del Teatro Romano a Teramo!
(Grazie alla mia cara amica e studiosa A come Alessandra per le foto del bassorilievo!).
So bene di espormi alle ilarità di chiunque leggerà queste righe ma nel Teatro Romano di Teramo c’è un’opera d’arte diciamo “singolare” di cui molto si è già parlato ma della quale magari qualche teramano ignora l’esistenza.
Tra i tanti importanti reperti archeologici custoditi all’interno della cavea può essere sfuggito un bassorilievo plastico rappresentante un fallo alato di ampie proporzioni finemente scolpito.
Si, avete letto bene.
Si tratta di un grande pene già scoperto molti anni fa, intorno al 1963, dal caro amico Giammario Sgattoni, dopo l’abbattimento di palazzo Ciotti, edificio del ‘700 che insisteva pochi metri più avanti, dove oggi c’è un supermercato.
Il reperto sparì misteriosamente e per molti anni non se ne seppe più nulla.
Adesso è magicamente ricomparso grazie all’associazione Teramo Nostra.
Secondo il professor Melarangelo, studioso di storia antica, la pietra col bassorilievo del fallo è un omaggio al tempio dedicato al dio Priapo della mitologia greca e romana, noto a tutti soprattutto per la spropositata lunghezza del suo organo genitale.
Qualcuno nel vederlo ha commentato si trattasse della statuetta di Priapo che, secondo la testimonianza di facili donnine, girava ad Arcore tra le ragazze alle "cene eleganti" di Silvio Berlusconi.
Lasciando da parte facili battute e goliardie, tornando seri, si può ben dire che siamo davanti ad un reperto importante.
Certo non nuovo come stile se teniamo conto che, nell'arte romana, il fallo veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie.
L’enorme membro di Priapo era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio e molte donne patrizie indossavano al collo dei gioielli con piccoli cilindri raffiguranti l’organo.
Inoltre è noto che nelle campagne gli agricoltori solevano utilizzare cippi di forma fallica per delimitare le proprietà degli agri.
Priapo era figlio di Afrodite e Dionisio.
Il suo glande fuori misura, lo aveva trasformato in un essere grottesco dalla pancia enorme e la lingua lunga.
Per l'insieme di queste deformità, Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò.
I pastori che lo allevarono, considerarono la sua mostruosità fallica portatrice di buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi.
Così Priapo, che rappresentava l'istinto e la forza sessuale maschile, divenne il dio dell'atto d'amore e della fertilità rurale.
A Teramo quindi esisteva il culto di questa divinità così particolare con un tempietto che insisteva vicino al grande teatro.
Ci si è chiesti il perché delle ali e del fatto che un pene più piccolo si insinua sotto a quello grande, visibile solo guardando la pietra da vicino.
Qualche esperto ha ricordato l'animale associato a Priapo che è l'asino per una sorta di analogia fra il membro del dio e quello del ciuco.
Un giorno, secondo la mitologia greca, il satiro era intento a insidiare una Ninfa dormiente, ma il ragliare di un asino svegliò la creatura, impedendo al dio di farla sua.
Priapo odiò così tanto l’animale da pretendere sacrifici costanti con l’uccisione di poveri ciuchini.
Nell’antichità si credeva che chiunque riuscisse a vedere “l’asino che vola” poteva godere delle attenzioni degli dei.
Questo forse spiegherebbe, in maniera un po’ fantasiosa, la strana presenza delle ali.
Motivo in più per chiedere a gran voce di valorizzare ulteriormente tutta l’area archeologica con le vicine pietre dell’anfiteatro.
So bene di espormi alle ilarità di chiunque leggerà queste righe ma nel Teatro Romano di Teramo c’è un’opera d’arte diciamo “singolare” di cui molto si è già parlato ma della quale magari qualche teramano ignora l’esistenza.
Tra i tanti importanti reperti archeologici custoditi all’interno della cavea può essere sfuggito un bassorilievo plastico rappresentante un fallo alato di ampie proporzioni finemente scolpito.
Si, avete letto bene.
Si tratta di un grande pene già scoperto molti anni fa, intorno al 1963, dal caro amico Giammario Sgattoni, dopo l’abbattimento di palazzo Ciotti, edificio del ‘700 che insisteva pochi metri più avanti, dove oggi c’è un supermercato.
Il reperto sparì misteriosamente e per molti anni non se ne seppe più nulla.
Adesso è magicamente ricomparso grazie all’associazione Teramo Nostra.
Secondo il professor Melarangelo, studioso di storia antica, la pietra col bassorilievo del fallo è un omaggio al tempio dedicato al dio Priapo della mitologia greca e romana, noto a tutti soprattutto per la spropositata lunghezza del suo organo genitale. Qualcuno nel vederlo ha commentato si trattasse della statuetta di Priapo che, secondo la testimonianza di facili donnine, girava ad Arcore tra le ragazze alle "cene eleganti" di Silvio Berlusconi.
Lasciando da parte facili battute e goliardie, tornando seri, si può ben dire che siamo davanti ad un reperto importante.
Certo non nuovo come stile se teniamo conto che, nell'arte romana, il fallo veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie.
L’enorme membro di Priapo era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio e molte donne patrizie indossavano al collo dei gioielli con piccoli cilindri raffiguranti l’organo.
Inoltre è noto che nelle campagne gli agricoltori solevano utilizzare cippi di forma fallica per delimitare le proprietà degli agri.
Priapo era figlio di Afrodite e Dionisio.
Il suo glande fuori misura, lo aveva trasformato in un essere grottesco dalla pancia enorme e la lingua lunga.
Per l'insieme di queste deformità, Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò.
I pastori che lo allevarono, considerarono la sua mostruosità fallica portatrice di buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi. Così Priapo, che rappresentava l'istinto e la forza sessuale maschile, divenne il dio dell'atto d'amore e della fertilità rurale.
A Teramo quindi esisteva il culto di questa divinità così particolare con un tempietto che insisteva vicino al grande teatro.
Ci si è chiesti il perché delle ali e del fatto che un pene più piccolo si insinua sotto a quello grande, visibile solo guardando la pietra da vicino.
Qualche esperto ha ricordato l'animale associato a Priapo che è l'asino per una sorta di analogia fra il membro del dio e quello del ciuco.
Un giorno, secondo la mitologia greca, il satiro era intento a insidiare una Ninfa dormiente, ma il ragliare di un asino svegliò la creatura, impedendo al dio di farla sua.
Priapo odiò così tanto l’animale da pretendere sacrifici costanti con l’uccisione di poveri ciuchini.
Nell’antichità si credeva che chiunque riuscisse a vedere “l’asino che vola” poteva godere delle attenzioni degli dei.
Questo forse spiegherebbe, in maniera un po’ fantasiosa, la strana presenza delle ali.
Motivo in più per chiedere a gran voce di valorizzare ulteriormente tutta l’area archeologica con le vicine pietre dell’anfiteatro.
martedì 26 marzo 2013
Il chiostro della Madonna delle Grazie a Teramo.
Don Domenico Taraschi, conosciuto prelato teramano scrisse che...
"Teramo sembra attraversata dalla Croce tracciata da Maria. Infatti dalla chiesa del Cuore Immacolato di Maria al Santuario delle Grazie e Madonna delle Cona e giù fino a Cartecchio, la città sembra abbracciata proprio ad una croce, con al centro l'Assunta del Duomo...".
Indubbiamente Teramo è città mariana per eccellenza!
Il santuario della Madonna delle Grazie è un luogo sacro gravido di arte, ricco com'è di opere appartenenti ad epoche diverse.
Forse il luogo più rilevante dal punto di vista artistico è il chiostro, al cui interno si possono godere scorci di rara bellezza che si aprono sul tiburio e il campanile.
Nel chiostro è' possibile leggere tutti gli interventi architettonici nel corso dei secoli.
Sono di un'armonia unica le archeggiature ogivali
La parte alta risale all'ampliamento voluto da Frà Giacomo della Marca nel 1448.
La parte bassa è la più antica risalente al 1153 insieme a quella mediana soprastante dove c'erano le cellette dei frati e, prima ancora, delle suore che popolavano quello che era il convento di S.Angelo delle Donne.
Anticamente infatti, si era nel XII secolo, appena fuori le mura di Teramo, c'era il Monastero delle Monache Benedettine con annessa la Chiesa di S.Angelo delle Donne.
Nell'anno 1449 si stabilirono i Frati Osservanti dell'Ordine di S.Francesco e tutto il convento nell'arco di pochi anni fu ampliato e trasformato.
Venne così edificato il campanile, nella sua prima costruzione, variata poi nel seicento.
Nel tardo ottocento la chiesa fu radicalmente ricostruita sul progetto architettonico dell'artista
Cesare Mariani.
Fu in quegli anni che il chiostro fu leggermente trasformato nella sua parte conventuale e venne recuperato il vecchio portico d'ingresso dell'antico monastero.
"Teramo sembra attraversata dalla Croce tracciata da Maria. Infatti dalla chiesa del Cuore Immacolato di Maria al Santuario delle Grazie e Madonna delle Cona e giù fino a Cartecchio, la città sembra abbracciata proprio ad una croce, con al centro l'Assunta del Duomo...".
Indubbiamente Teramo è città mariana per eccellenza!
Il santuario della Madonna delle Grazie è un luogo sacro gravido di arte, ricco com'è di opere appartenenti ad epoche diverse.
Forse il luogo più rilevante dal punto di vista artistico è il chiostro, al cui interno si possono godere scorci di rara bellezza che si aprono sul tiburio e il campanile.
Nel chiostro è' possibile leggere tutti gli interventi architettonici nel corso dei secoli.
Sono di un'armonia unica le archeggiature ogivali
La parte alta risale all'ampliamento voluto da Frà Giacomo della Marca nel 1448.
La parte bassa è la più antica risalente al 1153 insieme a quella mediana soprastante dove c'erano le cellette dei frati e, prima ancora, delle suore che popolavano quello che era il convento di S.Angelo delle Donne.
Anticamente infatti, si era nel XII secolo, appena fuori le mura di Teramo, c'era il Monastero delle Monache Benedettine con annessa la Chiesa di S.Angelo delle Donne.
Nell'anno 1449 si stabilirono i Frati Osservanti dell'Ordine di S.Francesco e tutto il convento nell'arco di pochi anni fu ampliato e trasformato.
Venne così edificato il campanile, nella sua prima costruzione, variata poi nel seicento.
Nel tardo ottocento la chiesa fu radicalmente ricostruita sul progetto architettonico dell'artista
Cesare Mariani.
Fu in quegli anni che il chiostro fu leggermente trasformato nella sua parte conventuale e venne recuperato il vecchio portico d'ingresso dell'antico monastero.
sabato 23 marzo 2013
La Domenica delle Palme nella tradizione teramana.
Ancora una volta la piccola processione vespertina della Domenica delle Palme partirà, a Teramo, dalla monumentale chiesa di Sant’Antonio, per giungere davanti al Duomo di Teramo dove verrà officiata la Santa Celebrazione Eucaristica dal Vescovo, Monsignor Michele Seccia.
Il corteo di fedeli con gli immancabili ramoscelli di ulivo sarà ancora il segno tangibile di una partecipazione forte e sentita ai riti pasquali.
Un grande scrittore cristiano, Isidoro di Siviglia, definiva questo giorno, il “Dies Palmarum” il momento della conta per sapere quanto cristiani oggi ancora sopravvivono alle apostasie.
Nella tradizione teramana questo antico rituale nel giorno del "Dies Palmarum", codificato già dall’VIII° secolo, prevedeva oltre alla benedizione delle piantine, una grande processione rievocante scene evangeliche tra le più significative.
I piccoli centri di montagna si univano e preparavano per giorni questo momento di profonda devozione, costituendo degli appositi Comitati organizzatori.
Una di queste grandi processioni, per quel che riguarda la Valle Siciliana, si snodava ad Isola del Gran Sasso, in un momento di fede collettiva tra gli abitanti di Tossicia, Colledara, Castelli e altri centri minori.
Durante il corteo, tra lo sventolio delle palme benedette, alcune comparse inscenavano momenti sacri come l’incontro di Gesù con Maria e Marta e la Resurrezione di Lazzaro.
In alcune antiche edizioni sembra sfilasse anche l’asinello coperto da mantelli (ricordate che nel Vangelo si legge che l’animale era coperto dalle stuoie degli Apostoli?).
Cortei si snodavano ovunque in provincia, avvalendosi dell’organizzazione delle suore che arrivavano da altri luoghi, come le camaldolesi dalle vicine Marche, nell’ascolano.
Tra grossi rami d’albero tagliati per essere agitati ai lati della processione, un coro si elevava all’unisono:
Osanna al Figlio di Davide;
Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! (Matteo 21, 8-9).
Era la rievocazione della grande festa ebraica detta delle “Capanne” che nella notte dei tempi, si svolgeva in autunno, quando le piccole palme dovevano essere agitate almeno tre volte, rivolte verso le direzioni dei punti cardinali.
Le processioni più grandi si svolgevano a Montorio al Vomano, Atri e Pietracamela, dove il corteo dei fedeli giungeva, anche in presenza di neve, dalla frazione di Intermesoli.
Tutti, alla fine del rito, portavano a casa il ramoscello d’ulivo, conservandolo gelosamente accanto al crocifisso che non mancava mai sopra la testata del letto o attaccata ad una immagine sacra, come segno di benedizione divina per la casa e i suoi abitanti.
I non credenti vedono in queste manifestazioni religiose, tra asinelli, piantine e villici che battono le mani, una parodia grottesca di magnificenze imperiali.
Al contrario, questi piccoli trionfi popolari hanno rappresentato la fede più pura.
La scena del Cristo entrante in Gerusalemme acquistava con questi cortei, solennità, colorandosi di un segno di glorificazione messianica.
Il corteo di fedeli con gli immancabili ramoscelli di ulivo sarà ancora il segno tangibile di una partecipazione forte e sentita ai riti pasquali.
Un grande scrittore cristiano, Isidoro di Siviglia, definiva questo giorno, il “Dies Palmarum” il momento della conta per sapere quanto cristiani oggi ancora sopravvivono alle apostasie.
Nella tradizione teramana questo antico rituale nel giorno del "Dies Palmarum", codificato già dall’VIII° secolo, prevedeva oltre alla benedizione delle piantine, una grande processione rievocante scene evangeliche tra le più significative.
I piccoli centri di montagna si univano e preparavano per giorni questo momento di profonda devozione, costituendo degli appositi Comitati organizzatori.
Una di queste grandi processioni, per quel che riguarda la Valle Siciliana, si snodava ad Isola del Gran Sasso, in un momento di fede collettiva tra gli abitanti di Tossicia, Colledara, Castelli e altri centri minori. Durante il corteo, tra lo sventolio delle palme benedette, alcune comparse inscenavano momenti sacri come l’incontro di Gesù con Maria e Marta e la Resurrezione di Lazzaro.
In alcune antiche edizioni sembra sfilasse anche l’asinello coperto da mantelli (ricordate che nel Vangelo si legge che l’animale era coperto dalle stuoie degli Apostoli?).
Cortei si snodavano ovunque in provincia, avvalendosi dell’organizzazione delle suore che arrivavano da altri luoghi, come le camaldolesi dalle vicine Marche, nell’ascolano.
Tra grossi rami d’albero tagliati per essere agitati ai lati della processione, un coro si elevava all’unisono:
Osanna al Figlio di Davide;
Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! (Matteo 21, 8-9).
Era la rievocazione della grande festa ebraica detta delle “Capanne” che nella notte dei tempi, si svolgeva in autunno, quando le piccole palme dovevano essere agitate almeno tre volte, rivolte verso le direzioni dei punti cardinali.
Le processioni più grandi si svolgevano a Montorio al Vomano, Atri e Pietracamela, dove il corteo dei fedeli giungeva, anche in presenza di neve, dalla frazione di Intermesoli. Tutti, alla fine del rito, portavano a casa il ramoscello d’ulivo, conservandolo gelosamente accanto al crocifisso che non mancava mai sopra la testata del letto o attaccata ad una immagine sacra, come segno di benedizione divina per la casa e i suoi abitanti.
I non credenti vedono in queste manifestazioni religiose, tra asinelli, piantine e villici che battono le mani, una parodia grottesca di magnificenze imperiali.
Al contrario, questi piccoli trionfi popolari hanno rappresentato la fede più pura.
La scena del Cristo entrante in Gerusalemme acquistava con questi cortei, solennità, colorandosi di un segno di glorificazione messianica.
giovedì 21 marzo 2013
La processione antelucana della Desolata!
Il rito antichissimo nel cuore dell’Interamnia resiste al tempo.
Se è vero che l'anima di una città è riassunta in particolari avvenimenti, la processione antelucana, all’alba del Venerdì Santo a Teramo, è uno dei modi più intensi per esprimere la propria natura e la propria storia.
Si tratta di una devota rappresentazione paraliturgica della Madre del Cristo alla ricerca angosciosa del Figlio condannato a morte, nelle chiese del centro storico.
Le “Addoloratine” sfilano con la statua sofferente della Vergine, cantando antiche lamentazioni funebri.
Il corteo di fedeli segue, a lume di candela e in assoluto silenzio.
L’uso delle campane è interdetto in segno di lutto.
L’evento è di grande impatto patetico, sia per le ombre, che avvolgono la città che per l’atteggiamento raccolto di tutti.
Una processione risalente al tredicesimo secolo, povera di apparati scenografici con la sola presenza di una croce nuda e della Madonna listata a lutto.
Attendibili documenti attestano che la tradizione ebbe origine nel 1260, anno di fondazione dei Disciplinati della Morte, confraternita con sede nella vecchia chiesa di San Giacomo, distrutta da molti anni.
L’associazione laico religiosa esercitava opere di carità e culto ed era una delle diverse realtà cittadine che operavano nelle chiese.
La più importante di esse era quella dello Spirito Santo che gestiva un ospedale e assisteva malati e condannati a morte.
Oggi l’organizzazione dell’evento è assicurata dalla Confraternita della chiesa dell’Annunziata, sede diocesana dell’Adorazione Eucaristica.
L’affannosa ricerca del Figlio da parte della Madre abbraccia idealmente tutta la città.
Nel corso degli anni il percorso è mutato a causa della scomparsa di alcune chiese come quella di San Matteo il cui edificio è stato alienato nel 1940, la Misericordia, sconsacrata e oggi dedicata a sala conferenze per i mutilati di guerra o quella di Sant’Antonio Abate del vecchio psichiatrico, fatiscente.
Ciò che non è mutato nel tempo, è la grandiosità della devozione cittadina di cui parla in un libro, Padre Donatangelo Lupinetti, attento osservatore e custode delle tradizioni abruzzesi.
Il religioso ammoniva di non erodere alle radici le tradizioni popolari.
Ricordava, insieme alla processione della Desolata, la celebrazione delle “tre ore di agonia del Cristo”, liturgia particolarissima detta delle “sette parole” pronunziate da Gesù durante le sue tre ore di strazio, pendente sulla croce.
Il pio esercizio, più della Via Crucis, si imbeveva di misticità e raccoglimento, tra canti, prediche, preghiere che facevano rivivere i minuti finali della vita del Salvatore.
Lo scenario era inquietante: un grande Calvario, le finestre della chiesa oscurate, il coro che intonava il “Miserere” e l’ambone listato a lutto con il lettore che commentava le ultime parole di Gesù.
Il popolo in assoluto silenzio ad ascoltare, per poi formare alla fine un serpentone interminabile pronto all’atto della umiliazione e adorazione davanti il legno sacro.
Tradizioni sacre ormai disperse dal vento dei tempi!
Se è vero che l'anima di una città è riassunta in particolari avvenimenti, la processione antelucana, all’alba del Venerdì Santo a Teramo, è uno dei modi più intensi per esprimere la propria natura e la propria storia.
Si tratta di una devota rappresentazione paraliturgica della Madre del Cristo alla ricerca angosciosa del Figlio condannato a morte, nelle chiese del centro storico.
Le “Addoloratine” sfilano con la statua sofferente della Vergine, cantando antiche lamentazioni funebri.
Il corteo di fedeli segue, a lume di candela e in assoluto silenzio.L’uso delle campane è interdetto in segno di lutto.
L’evento è di grande impatto patetico, sia per le ombre, che avvolgono la città che per l’atteggiamento raccolto di tutti.
Una processione risalente al tredicesimo secolo, povera di apparati scenografici con la sola presenza di una croce nuda e della Madonna listata a lutto.
Attendibili documenti attestano che la tradizione ebbe origine nel 1260, anno di fondazione dei Disciplinati della Morte, confraternita con sede nella vecchia chiesa di San Giacomo, distrutta da molti anni.
L’associazione laico religiosa esercitava opere di carità e culto ed era una delle diverse realtà cittadine che operavano nelle chiese.
La più importante di esse era quella dello Spirito Santo che gestiva un ospedale e assisteva malati e condannati a morte.
Oggi l’organizzazione dell’evento è assicurata dalla Confraternita della chiesa dell’Annunziata, sede diocesana dell’Adorazione Eucaristica.
L’affannosa ricerca del Figlio da parte della Madre abbraccia idealmente tutta la città.
Nel corso degli anni il percorso è mutato a causa della scomparsa di alcune chiese come quella di San Matteo il cui edificio è stato alienato nel 1940, la Misericordia, sconsacrata e oggi dedicata a sala conferenze per i mutilati di guerra o quella di Sant’Antonio Abate del vecchio psichiatrico, fatiscente. Ciò che non è mutato nel tempo, è la grandiosità della devozione cittadina di cui parla in un libro, Padre Donatangelo Lupinetti, attento osservatore e custode delle tradizioni abruzzesi.
Il religioso ammoniva di non erodere alle radici le tradizioni popolari.
Ricordava, insieme alla processione della Desolata, la celebrazione delle “tre ore di agonia del Cristo”, liturgia particolarissima detta delle “sette parole” pronunziate da Gesù durante le sue tre ore di strazio, pendente sulla croce. Il pio esercizio, più della Via Crucis, si imbeveva di misticità e raccoglimento, tra canti, prediche, preghiere che facevano rivivere i minuti finali della vita del Salvatore.
Lo scenario era inquietante: un grande Calvario, le finestre della chiesa oscurate, il coro che intonava il “Miserere” e l’ambone listato a lutto con il lettore che commentava le ultime parole di Gesù.
Il popolo in assoluto silenzio ad ascoltare, per poi formare alla fine un serpentone interminabile pronto all’atto della umiliazione e adorazione davanti il legno sacro.
Tradizioni sacre ormai disperse dal vento dei tempi!
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