Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta arte sacra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta arte sacra. Mostra tutti i post

sabato 15 ottobre 2016

Il santo dei malati. Visita al santuario di San Camillo de Lellis a Bucchianico

C’è un panorama incomparabile sulla valle dell'Alento.
La vista spazia dall'Adriatico spumeggiante al re degli Appennini, il Gran Sasso.
Il capoluogo Chieti è lì su di un colle che pare poterlo toccare. Tutto intorno colline segnate da profondi calanchi, tra uliveti e vigneti.
Mi riecheggiano nella mente le parole di Ezra Pound:
“La bellezza? Non ci si mette a discutere sul vento d’aprile. Quando lo si incontra ci si rianima come per un pensiero folgorante di Platone o il bel profilo di una statua o di un volto …”.
Tutto vero! La bellezza non si spiega, si ammira.
Qui il panorama sembra trafiggerti per la sua armonia.
È “agathòs”, è “kalos”, buono e bello. È carino, credo, pensare a un Dio soddisfatto di ciò che ha creato. Rimbalza con profondità e poesia, l’immagine di un Creatore artista che contempla ciò che ha lavorato. Il colombo che passa sulla testa è la materializzazione dei miei pensieri dato che nel “Cantico dei Cantici” della Bibbia, questo uccello è simbolo d’amore e di bellezza, quella incantevole che colpisce anche i cuori più duri.

Veramente panoramico Bucchianico, il paese dei Banderesi, gli uomini che nel giorno della festa, il 25 maggio, vestono abiti rituali con bande rosse e azzurre e buffi pennacchi sul copricapo.
Portano le reliquie di Santo Urbano, quello che fu papa dal 222 al 230 e di cui non si hanno tante notizie.
Ma i ballerini di Bucchianico che danzano con i vessilli comunali, sfilando in paese, hanno certezze. La storia ha dell'incredibile. Il santo apparve ai cittadini pugliesi di Troia e li esortò a prelevare le sue ossa per custodirle dentro un reliquario nella bella cattedrale di quel paese. I cittadini pugliesi da Roma diretti a Troia, dovettero fermarsi a Bucchianico per riposare. Da quel momento non fu più possibile riprendere il viaggio.
Ogni qual volta ci provavano, violenti temporali impedivano la partenza. Fu chiaro che il santo voleva rimanere lì. I resti furono affidati ai frati benedettini di Santa Maria Maggiore.
Ma c'è un campione di santità, nato proprio qui, San Camillo de Lellis, il santo della carità, il cui Ordine si riconosce dalla grande croce di stoffa rossa, cucita al centro della veste.

Il mio amico Mauro spezza l’incanto. “Tra un po’ quando arriveranno quelle nuvole in fondo, si alzerà nebbia e avremo qualche problema”.
Qualche problema è un eufemismo.
Le nubi in cielo, di colpo, si mettono a correre come impazzite. In breve scende tanta pioggia da sommergerci. Ripariamo nel vicino convento di San Camillo de Lellis. Si, perché chi ha le sue radici in questo paese, ama profondamente quest'altra figura di santo. La devozione è così grande, così radicata che sono in tanti a dare ai figli il nome Camillo per implorare la protezione del santo concittadino.
La nascita di questo figlio di Bucchianico ha a che fare con i famosi Banderesi. Sentite che storia! Per i credenti ha i tratti inequivocabili del divino.
Madonna Camilla, donna bella e piena di vita, fu presa dalle doglie del parto il 25 maggio 1550, mentre partecipava alla messa per la festa del patrono Sant'Urbano.
La gente in piazza era tutta presa dai preparativi per i festeggiamenti della sagra dei Banderesi. La donna, insieme al marito Giovanni dovette riparare in una stalla e qui, novello Cristo, nacque il futuro santo della Carità. Come spesso accade nella vita dei santi, Camillo ebbe una gioventù disastrosa, tra dipendenza dal gioco delle carte, bere e un carattere da fannullone.
La vita per il giovane di Bucchianico, cambiò d'improvviso. S'incontrò con Gesù, grazie a San Filippo Neri che divenne suo padre spirituale in un periodo di grave malattia in cui si convinse di dover morire. La malattia non lo abbandonò più, ma il giovane pur piagato, mentre era a San Giovanni Rotondo e assisteva dei malati, avvertì il desiderio di istituire un gruppo di uomini che potessero confortare i fratelli nel bisogno. Nacque allora la Compagnia dei Servi degli Infermi e, subito dopo, Camillo fu ordinato sacerdote.
Fu questa Compagnia di religiosi dalla croce di stoffa rossa, che gestì l'emergenza sanitaria della peste del 1590 a Roma.
In breve i Camilliani si diffusero in tutta Italia e le fondazioni dedicate al nome del santo, si moltiplicarono nell'assistenza qualificata a tutti i tipi di malattia. San Camillo morì il 1614 e il papa lo proclamò santo nel 1746. Anni dopo fu dichiarato Patrono degli Ospedali e della Carità, oltre che degli infermieri e dei portatori di pace maker al cuore. Infine il papa Paolo VI lo definì con San Gabriele dell'Addolorata, Patrono d'Abruzzo.
La chiesa-santuario e l'annesso convento a Bucchianico, nel centro del paese, rappresentano una delle più particolari e precoci realizzazioni barocche in Abruzzo.
La costruzione del convento, racconta la suora che ci accoglie all'ingresso, fu iniziata nel 1605, proseguì per molti anni fino ai decisivi interventi della prima metà del XX secolo.
Il chiostro nella semplicità del suo schema a quadrato e nella nudità delle sue strutture, riecheggia spunti tradizionali di architettura monastica del medioevo. La chiesa mi pare bella e di ispirazione gesuitica. Ha una ricca scenografia che circonda l'altare maggiore, con un alto valore spirituale nelle numerose reliquie custodite.
Bello ricordare che il santo partecipò alla costruzione del complesso come muratore e manovale, anche se riuscì a vedere il completamento del convento ma non quello della chiesa.
La suora, gentilissima, ci accompagna nella bella cripta che nel 1959, un anno dopo la mia nascita, fu realizzata su disegno del camilliano, Padre Giuseppe Bini. Un impatto notevole tra marmi preziosi, mosaici, grandi vetrate istoriate che circondano il simulacro del santo nella posizione di dolce e serena morte.
Vi consiglio la visita alla mostra dedicata al santo dove è possibile ammirare vestiti, bende, sfilacci di lino per medicare e tamponare le piaghe che affliggevano Camillo. In più, tra le reliquie, spiccano le ossa del piede e l'ampolla contenente il sangue raggrumato e il frammento del suo cuore.
La visita al santo di chi soffre nel corpo e nello spirito è stata davvero interessante.
Decidiamo di pranzare nella vicina Chieti.

Info:
Si raggiunge Bucchianico con le autostrade A14 e A25 uscita Chieti. Proseguire sulla SS81. Il santuario è aperto dalle 7,30 alle 12,30 e 15,30 - 19.
Due i ristoranti in paese che mi dicono cucinino bene: Da Silvio -tel. 0871381175 e Ferrara - 382157.
Al Centro di Spiritualità accolgono pellegrini per visite, ritiri, giornate di riposo. Tel.0871 381139.
Il convento ha il numero di telefono 0871 381121



sabato 21 maggio 2016

La Concattedrale dell'antica Corfinium

Vi racconto una bella storia!
È tradizione credere che fin quando sei pasciuti corvi neri vivranno nella famosa Torre di Londra, la monarchia inglese non conoscerà fine. Ci credono così tanto gli inglesi che i responsabili del monumento si adoperano alacremente, da innumerevoli anni, per garantire la presenza dei pennuti. Li curano, li nutrono, li difendono dalle volpi fameliche che di notte si aggirano intorno alla torre. I fortunati animali ricevono ogni giorno, carne selezionata, biscotti inzuppati nel sangue, addirittura patatine al gusto di aceto che pare essere il loro spuntino preferito. Fissano addirittura la punta delle ali per evitare che volino via la notte. Anni fa pare che la volpe riuscì a beffare i guardiani e a divorare uno dei malcapitati corvi. In meno che non si dica l’uccello fu rimpiazzato e i dispositivi di sicurezza potenziati.

Perché vi ho raccontato questo?
Tutte le volte che mi trovo nella basilica valvense di Corfinio, noto volteggiare un numero imprecisato di corvi neri sopra il campanile di questo monumento che è uno dei più importanti esempi di Romanico abruzzese. Sono una presenza inquietante e strana.
Alcuni di loro si posano sui grandi massi del piazzale che, in realtà, sono monumenti funebri romani del II secolo, costruiti a torre con camera mortuaria. Si trovano proprio vicino la basilica di San Pelino e vengono chiamati "morroni" perché costruiti con la pietra del monte omonimo.

Mi trovo, l'avete capito, vicino Sulmona, la bella città dei confetti.
I paesi della piana hanno tutti una caratteristica: odorano buono di antico. Mi riferisco a Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Corfinio e non solo.
Sono borghi dove il tempo è stato rispettato e i ritmi contadini ancora scandiscono l’alternarsi delle stagioni.
La loro storia secolare trasuda dalle pietre delle chiese e dei palazzi.
Gli abitati vetusti si estendono in mezzo ad ampi e suggestivi scenari montani che fanno da preziosa cornice all'indubbia ricchezza monumentale.
Per secoli questi luoghi hanno vissuto riccamente, grazie ai fiorenti commerci e alle produzioni artigiane di prestigio.
È stata, probabilmente, determinante la posizione geografica all’incrocio fra la via Claudia Valeria e il tratturo Celano- Foggia dei transumanti diretti al Tavoliere delle Puglie.
Qui si dipanava la felice confluenza di sbocchi importanti fra la costa Adriatica da una parte e la Marsica, con il napoletano dall'altra.
Era proprio lungo la piana sulmonese, che passava la nota “Grande Via degli Abruzzi”, arteria di collegamento commerciale tra le importanti città di Firenze e Napoli.
Lungo paesi antichissimi e sconosciuti, carovane di uomini e animali sviluppavano la civiltà del cammino: Forca Caruso di Pescina, Goriano Siculo, Raiano, Pietransieri e poi nel Molise d'Isernia, San Pietro Avellana, Vastogirardi, Pietrabbondante, San Biase di Campobasso e poi Lucera, fino a Foggia.

Tra tutti questi centri, Corfinio è uno degli esempi più fulgidi di tanta importanza.
È un borgo appartenuto agli antichi Peligni, compaesani del grande Ovidio che, nato proprio nella vicina Sulmona, assurse agli onori più alti della poesia del suo tempo.
Questo è un paese di pecore, zafferano, vino e forse qualcuno oggi fatica a pensare alla grande importanza che rivestiva al tempo dei Romani.
Eppure parliamo della mitica capitale della “Lega Italica”, nella guerra contro la tirannia di Roma, la “caput mundi”, l’unione dei paesi ribelli che contrastavano l’egemonia crudele del popolo capitolino.
Nel “club degli eversivi” c’erano paesi importanti come Popoli, Tocco da Casauria, e gli altri villaggi sulmontini stesi nella piana custodita dai rilievi del monte Morrone.

Può aiutare il visitatore attento a capire tale importanza, proprio la possente architettura della basilica valvense dedicata a S. Pelino con l’oratorio di S. Alessandro Papa che si erge partendo dal fianco destro del corpo basilicale e termina con un'inedita torre di difesa.
La primitiva struttura sorse proprio sulla tomba di Pelino, il vescovo di Brindisi, martire al tempo dell'imperatore Giuliano. Qui a Corfinio esisteva un sepolcreto di grande importanza, dove venivano tumulati i corpi degli eroi italici caduti in battaglia contro Roma.
Fu un certo Cipriote, discepolo di Pelino, a volere fortemente la costruzione dell'impianto, quando la cittadina fu ricostruita in epoca longobarda e alla quale fu dato il nome di Valva. Non finirono lì le peripezie di questo luogo che dovette subire anche le distruzioni dei Saraceni e degli Ungari.

La cattedrale è quindi composta dall'unione di due corpi distinti: l’oratorio rettangolare allungato con abside al centro, che corrisponde al capo croce di una chiesa incompleta, consacrata nel 1092 e la basilica dedicata a San Pelino e terminata nel terzo decennio del secolo successivo, restaurata nel 1235.
La chiesa maggiore appare imponente con tre navate e alti pilastri quadrangolari. C’è un arco a tutto sesto che immette nel transetto sopraelevato, coperto con volte a botte e a crociera.
Diverse volte i terremoti hanno distrutto parti importanti di questo capolavoro. Ecco il motivo per cui lo spazio interno è dal seicento in stile barocco.

Nella grande navata ora sto ammirando arredi liturgici, affreschi duecenteschi e uno splendido ambone del XII secolo. Mi ha colpito, nel transetto di sinistra una bella opera in pietra raffigurante la Madonna con Bambino in atto di benedire i visitatori.
E' uno spettacolo il coro ligneo del presbiterio che pare sia stato realizzato da Ferdinando Mosca, artista molto quotato nel settecento.

La clessidra del tempo sembra essersi fermata da secoli. Percepisco di essere in una delle culle della civiltà cristiana occidentale.
Nell'aria si spandono aromi d’incenso e le note solenni dei canti gregoriani.
Il gorgheggio di una splendida e coinvolgente voce femminile, sembra essere parte dell’aria che si respira. All’improvviso l’inno del Regina Coeli, pietra miliare della devozione mariana, s’interrompe, insieme al suono gioioso della campana per l’Ora Media del mezzodì.
Il silenzio inaspettato viene rotto dal rumore appena percettibile dei passi di una decina di monache che, entrate in chiesa, prendono posto velocemente nei loro stalli per intonare la salmodia.
Nello zaino ho, immancabilmente, il libercolo della liturgia delle Ore e posso partecipare a questo coinvolgente momento di preghiera collettivo.
La grande e breve follia che è la vita, come amava ripetere il premio Nobel Dario Fo, acquista senso. Davvero, penso, la felicità è nella quotidianità delle piccole cose da ricercare nella preghiera, nella pace con noi stessi e gli altri e nell’armonia con la natura.
Adoro i Salmi, sono splendide poesie e chi ne fa esperienza sa che parlano al cuore dell’uomo anche quando si è nella disperazione massima, totale e devastante.
La scuola dei salmi è un dialogo orante, fiducioso e rasserenante tra la miseria dell’uomo e il cuore indulgente di Dio.

Dopo aver soddisfatto l'anima adesso è ora di soddisfare il corpo.
Nella piazza centrale di Corfinio la Trattoria Il Barbaro è l'ideale: locale informale, cibo genuino, prezzo giusto. Se venite a trovarlo non perdetevi i ravioli alla ricotta e gli arrosticini!
Bella la vita, bello l'Abruzzo!



Come arrivare:
A24/A25 RM-PE uscita Pratola Peligna-Sulmona/ proseguire in direzione Corfinio da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ proseguire lungo la SS 372 direzione Vairano Scalo/ poi SS 85/ SS 158 direzione Colli al Volturno/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ direzione A 25/ Corfinio

Info: Municipio tel. 0864-728100

giovedì 7 gennaio 2016

Il Duomo di Teramo e la sua difficile storia.

Credo che uno dei monumenti più affascinanti dell'Abruzzo sia senza dubbio il Duomo di Teramo.
La Cattedrale aprutina è il cuore cittadino, il punto di convergenza delle principali vie del centro storico, delimitando i quattro antichissimi quartieri, San Giorgio, Santo Spirito, Santa Maria a Bitetto e San Leonardo.
Davanti a questo grande monumento, impreziosiscono l'ambientazione, il Palazzo Comunale e la piazza Orsini.
La cattedrale ha singolari vicende storiche e stranezze di ordine stilistico.
Rappresenta uno dei monumenti di architettura medievale più insigni del centro Italia. In questa superba chiesa si leggono oltre mille anni di storia teramana.

Tutta la vita religiosa, dopo quella dell'antica "Petrut" dei Pretuzi, poi "Interamnia", per molti secoli ha avuto come centro questo imponente edificio, cui faceva capo il Vescovo e i Canonici del Capitolo Aprutino.
Il Duomo, con la sua maestosa grandiosità, con le sue linee ardite, ha anche lo svettante campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri.
Questo monumento presenta la fede, la storia, l'arte e il dinamismo di una città orgogliosa delle sue origini.
E' lo specchio di ciò che fu ed è ancora oggi, la vita teramana sia ecclesiale che civile. In questo grande monumento si fondono mirabilmente la Teramo medievale, quella rinascimentale, la moderna e la contemporanea.

L'edificio fu costruito dal vescovo Guido II, all'indomani della triste vicenda storica in cui Teramo fu rasa al suolo dal demoniaco conte di Bassavilla, Loretello.
Eravamo nel 1153. Si trattò di una missione punitiva di Guglielmo II, il re che voleva allargare i confini del suo regno e trovava negli abitanti di "Interamnia", resistenza e disobbedienza.
Dopo questo avvenimento disastroso, iniziò una difficile e lenta rinascita della città, grazie alle virtù politiche e diplomatiche di Guido II che riuscì a farsi benvolere dal re. La cattedrale, stando agli scritti degli storici Muzi e Palma, fu ultimata nel 1174, con le stesse misure planimetriche della vecchia chiesa che insisteva nell'area adiacente a Sant'Anna de' Pompetti.
Furono utilizzati molti materiali di risulta e recupero, pezzi di travertino provenienti dal vicino Anfiteatro Romano.
Grazie a questa opera di recupero, non andarono drammaticamente persi pezzi di colonne, piccoli bassorilievi e pietre secolari.

La pianta basilicale odierna è del 1330 circa.
Era il tempo del vescovo Niccolò Degli Arcioni che si era reso conto di come, essendo cresciuta la popolazione, la cattedrale fosse ormai inadeguata ai bisogni dei fedeli. Teramo, infatti, si andava espandendo oltre le antiche mura romane, in nuovi quartieri riuniti sotto il nome di "Terra Nova". La città stava cambiando di struttura.
Molte abitazioni lambivano i due fiumi, Tordino e Vezzola e diverse decine di case nacquero in luoghi che oggi possiamo identificare nella centrale piazza dei Martiri, dietro il Duomo, nel corso San Giorgio, arteria basilare della Teramo odierna e fino all'attuale piazza Garibaldi.
Non conosciamo il nome del responsabile della costruzione e dell'allargamento della chiesa, ma sappiamo che la basilica ebbe un allungamento considerevole in quello che oggi è il grande presbiterio.

Fu nello stesso periodo che venne completata la facciata e i teramani vollero adornarla con diversi leoni in pietra, a raffigurare la dignità e la forza d'animo degli aprutini.
In realtà le fiere di pietra, recuperate da edifici demoliti, esorcizzavano come simboli apotropaici nuove incursioni nemiche e distruzioni che potevano provenire dall'attuale corso vecchio che arriva alla Porta Reale, ingresso importante della città.

La facciata fu impreziosita da un ricchissimo portale, con arco a tutto sesto e un timpano triangolare di stile gotico- romano, opera di Deodato de Urbe realizzata nel 1333.
Il profilo orizzontale, segno inconfondibile dell'opera con i suoi particolari merli ghibellini in testa, venne completato all'inizio del Quattrocento, quando furono gettate le basi per la costruzione del bellissimo campanile odierno di Antonio da Lodi. Il manufatto campanario venne completato nel 1484.
Due secoli dopo, il vescovo Piccolomini fece trasferire nella cappella a lato del presbiterio il corpo dell'amato Berardo, co- protettore con Maria Vergine Assunta, della città. Era una Teramo completamente diversa da quella di oggi.
Addossate al Duomo vi erano diverse case bottega, c'era anche un arco a unire la cattedrale alla fastosa residenza vescovile, costruito nel Settecento e passante per la parte inferiore della torre campanaria.
Fu in questo periodo che, all'interno del monumento sacro, si lavorò in maniera pesante di stucchi che, pur impreziosendo l'insieme, danneggiarono le decorazioni pittoriche dell'ala costruita nel periodo di Niccolò Degli Arcioni.

Nel secolo XX la presunta riqualificazione del Duomo determinò la demolizione di casupole e botteghe, la distruzione degli stucchi barocchi e la demolizione dell'arco detto di Monsignore, interventi che gridano vendetta al cospetto della storia e dell'arte.
All'interno andarono perduti gran parte degli affreschi di varie epoche nella navata arcioniana, alcuni dei quali dovevano essere stati realizzati dal grande maestro esecutore del "Giudizio Universale" che impreziosisce la Madonna in Piano di Loreto Aprutino, nel pescarese.
Abbiamo così perduto a Teramo dei cicli pittorici, forse della vita e delle gesta di San Berardo che, probabilmente, non avevano nulla da invidiare a quelli della cattedrale di Atri, opera del grande De Litio. Si trovano frammenti di pitture che dovrebbero riguardare un Sant'Antonio Abate con accanto la Madonna con Bimbo e Angeli a contorno di Cristo benedicente.

L'interno del Duomo, nonostante tutto, custodisce opere eccelse:
il Paliotto argenteo di Nicola da Guardiagrele, custodito sotto l'altare maggiore ed eseguito tra il 1433 e 1448 su commissione di Giosia d'Acquaviva; il Polittico di Iacobello del Fiore, nell'altare della cappella di San Berardo, capolavoro del pittore veneziano della prima metà del secolo XV; un fantastico crocifisso ligneo trecentesco di autore ignoto, la Madonna in Trono con Bambino del secolo XI; il busto argenteo del patrono San Berardo, rifacimento del secolo XV con il braccio sempre in argento, rifacimento del secolo XVII.
Inoltre c'è un bellissimo pulpito e un candelabro per il cero pasquale in pietra, bellissime pitture su tele dell'esule Sebastiano Majewschi (1622) e del pittore teramano Giuseppe Bonolis dell'ottocento,
che arricchiscono anche la monumentale sacrestia.
Un piccolo grande gioiello è la Cappella in stile barocco dedicata alla venerazione del patrono San Berardo, espressione visibile della devozione di Teramo per questo grande Vescovo. Si trova sul lato sinistro lì dove un tempo c'era un cimitero, usanza tipica del Medioevo dove si collocavano piccole cappelle tumulative accanto alla Chiesa Madre.
Dal 1776 sotto l'altare si custodiscono i venerabili resti del santo.
La storia racconta che quando il grande incendio del 1156 devastò la città e l'antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, oggi conosciuta come Sant'Anna, le ossa del santo uscirono indenni dalla tragedia.
Parliamo di una cappella ampia e imponente, quasi una chiesa a parte, tanto da essere chiamata affettuosamente "Cappellone".


Ma... chi è Nicola da Guardiagrele?

Nicola da Guardiagrele è l’orafo, scultore più grande che l’Abruzzo, abbia mai ricordato. Vissuto tra il 1380 e il 1459, ha lasciato all’umanità opere di incredibile bellezza, realizzate soprattutto, in metalli preziosi come argento dorato e con l’utilizzo di bellissimi smalti policromi.
Una produzione sterminata quella dell’orafo : croci professionali, ostensori come quello meraviglioso custodito a Francavilla al Mare del 1413 o quello di Atessa di cinque anni dopo, manufatti in argento sbalzato e dorato, piccole statue argentee, tabernacoli e busti reliquari.

L’opera forse più singolare è custodita nella nostra città di Teramo:
il celebre paliotto d’altare, che il grande artista realizzò tra il 1433 e il 1448. Trentacinque meravigliose formelle d’argento disposte sopra quattro file di nove ciascuna, accompagnate da ventidue losanghe in smalto traslucido e ventisei triangoli posti lungo la cornice.
Un imponente ciclo cristologico, posto sul fronte dell’altare maggiore dell’interno del Duomo di Teramo, che va dal magnifico momento dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria Santissima, alla Pentecoste dove il Signore regala lo Spirito Paraclito.
Raffigurazioni d’incredibile verismo del Cristo Pantocratore, della Vergine sul Trono dopo l’Assunzione al Cielo, dei Santi più grandi con gli Apostoli fino ad arrivare alla formella che sembra non avere scopo nell’insieme, che raffigura il momento delizioso ancorché straziante delle stimmate di San Francesco.
Questa meraviglia fu realizzata per volontà di Giosia d'Acquaviva (feudatario della regina di Napoli Giovanna I) allo scopo di rimpiazzare un altro paliotto d'argento che era di gran valore ed era esposto nei giorni festivi, rubato nel 1416 nel corso dei disordini che seguirono l'ascesa al trono della regina Giovanna II d'Angiò alla morte del fratello Ladislao I d'Angiò.
Uno stupendo capolavoro di oreficeria sacra, da gustare intensamente davanti alla sua lastra di vetro.

Una produzione, quella di Nicola di Andrea Di Pasquale, questo era il suo nome per esteso, creata con uno stile inconfondibile e incredibilmente moderno, nonostante, la sua complessa epoca di passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento.
Non dimentichiamo che è una sua opera, l’eccelsa croce professionale esposta nel museo della Basilica romana di San Giovanni in Laterano. D'altronde l’Abruzzo ha saputo regalare al mondo una tradizione orafa che ha arricchito, per secoli, chiese e cattedrali tra le più importanti e non solo in Italia, dal maestro del quattrocento, cui s’ispirava Nicola, il fiorentino Lorenzo Ghiberti, fino ad arrivare ai grandi orafi del settecento.

La città dell’artista, Guardiagrele posta in posizione incantevole, a picco, nel cuore del dorso sud della Majella, è comunque patria di un’arte che mostra la vitalità abruzzese nella ceramica, nel legno, nella pietra, nei tessuti, nel bronzo.
Borgo di appena duemila anime, contraddittorio nell'abbandono odierno che sembra andare a braccetto con il lavoro di fino, di cesello e che ancora esprime maestri fabbri, ramai, ricamatrici del famoso merletto della “sedia” con frange fatte di nodi singolari, fino ai gioiellieri, creatori della splendida “Presentosa”, legato alla tradizione pastorale.
E’ un monile d’oro a forma di stella da sei a venti punte, donato dal pastore transumante alla sua donna, prima della partenza con le greggi, verso il Tavoliere delle Puglie.
Nella parte anteriore del gioiello, due piccoli cuori affiancati, indicavano che la fanciulla era una promessa sposa.
Anche nella poesia, il borgo guardiese non ha eguali: ha visto i natali del più grande poeta dialettale della nostra regione, Modesto Della Porta, modesto non solo nel nome, ma anche nelle umili origini e nel mestiere di sarto.

venerdì 29 maggio 2015

Il museo di Celano: le sconosciute bellezze dell’arte in Abruzzo


Nelle varie incursioni museali che gli appassionati di arte possono compiere sul territorio abruzzese, la visita al Castello dei Piccolomini di Celano e al Museo della Marsica, rappresenta certamente uno dei momenti più alti.



Eppure sono veramente pochi affezionati dell’arte a conoscere questo luogo, incantevole scrigno di capolavori snobbati per mancanza di una seria promozione, oggi non insufficiente, oserei dire, assente completamente.
Siamo in un luogo dove la bellezza di una scena medievale inedita completa, mirabilmente, la fruizione di opere d’arte affascinanti.

Ciò che colpisce il cuore e rimane nell'intimo, una volta superato il grande portone, è l’ingresso nel cortile a doppio ordine, maestoso nel suo portico e con le arcate ogivali. Alzando gli occhi si è rapiti dalla proporzione armoniosa del loggiato superiore scandito da colonne sottili e da archi a tutto sesto.
La luce che penetra nella quiete dell’insieme, pare abbracciarsi amorevolmente con il pozzo centrale il quale evoca scene senza tempo.
È solo l’antipasto di un convito sontuoso.

Nel piano nobile del Castello che si erge nel centro della cittadina un tempo famosa per la bellicosità dei suoi abitanti, i Marsi, noti per la loro ferocia e la resistenza alla fatica oltre che per la bravura nelle armi, si snodano ben undici sale che corrono lungo tutto il loggiato e ospitano le opere d’arte del museo marsicano.


Per chi vi scrive, in gran parte sono state piacevoli sorprese.

Ero appena tornato da un passaggio purtroppo veloce nella zona archeologica di Alba Fucens che meriterebbe ben altro tempo e attenzione.
Ho trovato in una delle sale splendidi bassorilievi del XII secolo provenienti proprio dall'antichissima chiesa di San Pietro che insiste sui resti dell’antica colonia romana.
È un gradevole viaggio nel tempo quello che si può vivere in questa ampia sala tra reperti lapidei, frammenti di capitelli, pezzi di antichi amboni, frammenti di scene bibliche fra cui si identifica Giona tra il grande pesce che sta per inghiottirlo e piccole sirene vaganti, in cui l’arte del Romanico dà il meglio di se.

Una piccola sala accoglie anche la sezione archeologica della famosa Raccolta Torlonia di Antichità del Fucino, di quando l’ampia zona era caratterizzata dalla presenza del grande lago che occupava l’intera piana o quasi che si staglia sotto le falde della piccola montagna del Salviano, propaggine del maestoso Velino.
Panorami idilliaci tra frammenti di vita sul lago e piccole barche di pescatori si presentano attraverso bozzetti e dipinti.
S’intuiscono le case dei pescatori, le ville degli antichi Patrizi, la città di Celano con la possente cinta muraria anche in piccoli bassorilievi in pietra, che restituiscono la vivacità di un luogo che doveva rappresentare una notevole importanza sulla via che dalla capitale Roma, portava al mare Adriatico.

Una rivisitazione in chiave ideale di una vita che aveva il giusto equilibrio tra uomo e natura, vita e lavoro, svago e impegno.

Ma il bello deve venire.
Nella sezione religiosa, l’arte sacra si sviluppa attraverso statue di Madonne con Bimbo, Polittici con figure di Santi in estasi, omaggi a figure di Beati in contemplazione, fino alla bellezza pregiata di rari Crocifissi Processionali con preziose pietre incastonate.
Sono gioielli di oreficeria di cui l’Abruzzo ha il suo massimo artista in Nicola da Guardiagrele, nome famoso nel mondo intero.

Veramente un peccato che grida vendetta la cronica mancanza di promozione a questo Museo che meriterebbe frotte di visitatori e che invece trovo semivuoto ogni volta che arrivo a Celano.

Sono tanti i turisti che arrivano in paese, magari evadendo per qualche ora dal sole cocente dell’estate al mare.
Mancano dei cataloghi, mancano delle guide, poche notizie su internet, qualche foglio ciclostilato per alcune informazioni buttate qui e là, in linea con la assoluta gestione dilettantistica dell’apparato promozionale della nostra Regione.

Andate a vedere il castello, è ampio, ben tenuto, merita una visita anche per ammirare la vallata dall'alto delle merlature che costeggiano i camminamenti lungo gli spalti.
In estate ospita varie manifestazioni, spettacoli in costume d'epoca a uso e consumo dei turisti e di musica sia lirica che leggera.

E' un incontro con la storia, una passeggiata attraverso i secoli, dal medioevo ai giorni nostri da effettuare magari con i bambini che si meraviglieranno nei saloni antichi, osservando le armi di un tempo, le raffigurazioni dei guerrieri.

===========================

Come arrivare a Celano:
A24/A25 RM-PE : uscita Aielli-Celano 
da Napoli : A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Sora/ Avezzano/ A25 direzione Pescara/ uscita Aielli-Celano

Informazioni: Museo Nazionale d'Arte Sacra della Marsica tel. 0863-792922

ORARIO VISITE CASTELLO “PICCOLOMINI” CELANO (AQ)
Castello: dalle ore 9,00 alle ore 19,00 (chiuso lunedì) 
Mostre: dalle ore 10,00 alle ore 18,30
Biglietteria: dalle ore 10,00 alle ore 18,00
Il Castello “Piccolomini” di Celano (AQ) è aperto ai visitatori tutti i giorni tranne il lunedì. 
Il prezzo del biglietto è di pochi euro. 
Visite guidate a cura dell'Ufficio Attività didattica:
dal martedì al venerdì su prenotazione:
tel. e fax 0863-792922

lunedì 18 maggio 2015

Finalmente San Bernardino!


"Tu, o Gesù, onore dei credenti, forza di coloro che operano. Tu sostegno dei deboli, per Te i malati sono sanati, le colpe perdonate e coloro che soffrono sono irrobustiti".
(Sermone 49 dagli scritti di San Bernardino da Siena)


Un bel sole illumina il bianco splendente della facciata quattrocentesca di San Bernardino all'Aquila, opera del grande Cola dell'Amatrice.

I tre mirabili livelli architettonici di ordine dorico, ionico e corinzio, si mostrano quasi inediti.
L'ultima volta la stessa facciata non l'avevo vista, imbracata com'era ovunque, avvolta in una morsa inaudita di giganteschi ponteggi, tubi chilometrici e grandi lamiere.
Ricordo che quel giorno c'era una pioggia giallina di scirocco e nuvole grosse e grigie in cielo.

Oggi, al contrario, i raggi del sole primaverile spargono speranza a profusione.
Un'anziana signora, dai capelli bianchi candidi, scende lungo la scalinata d'ingresso stringendo la mano del piccolo nipote.
Ha il viso paonazzo di chi si è visibilmente commosso.
Un'emozione forte questa, per tutti gli abitanti del capoluogo abruzzese.

Finalmente in una città martoriata, un segno di ripresa che si concretizza nel riappropriarsi di uno dei tanti suoi gioielli, in attesa di riavere anche la splendida Collemaggio e le spoglie di Celestino V al loro posto secolare.

Questa severa basilica fu costruita tra il 1454 e il 1472 per custodire le spoglie mortali del grande Bernardino, francescano senese, a cui il popolo aquilano attribuisce da secoli miracoli per chi è capace di pregarlo intensamente davanti alla salma.

E le spoglie del grande santo ora sono tornate di nuovo al loro posto sotto il presbiterio, lato destro della grande basilica.
Accade a sei anni dal disastro, dopo oltre settecento giorni di cantieri e qualcosa come tredici milioni di fondi.

Mi racconta Antonio De Petris, vispo settantenne, davanti a un bel bicchiere di birra nel chiosco accanto alla chiesa, che i resti di San Bernardino, per tornare a casa, hanno sfilato giorni prima per la città, scortati da un nugolo di cittadini, tra fanfare di alpini, autorità, confraternite e ordini religiosi locali.
"C'erano tricolori ovunque- racconta ridendo sguaiato- neanche ci fosse stata la nazionale di calcio".
Certo mi sarei aspettato una serie di bandiere con il monogramma bernardiniano: il sole raggiante in campo azzurro, le lettere IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco e, sopra la lettera H, un allungamento dell'asta a rappresentare la croce di Cristo.

Fu questa la grande intuizione di Bernardino, impiantata in lui dallo Spirito Santo, un emblema che si diffuse grandemente e aiutò la devozione e la sequela del Cristo, prendendo il posto di stemmi e blasoni di antiche corporazioni.

"Tutti guardavano in alto e quando gli occhi si abbassavano erano pieni di lacrime inespresse" -  continua Antonio con animo sorprendentemente poetico.
C'è da capire queste parole!

Il capolavoro del soffitto ligneo, all'interno, opera settecentesca di Ferdinando Mosca, è tornato a brillare sulle teste grazie ai soldi pesanti dei fondi Cipe e della Carispaq, la cupola all'esterno sembra nuova, rinata dopo le gravissime lesioni, la torre campanaria crollata in parte, è stata mirabilmente rinforzata con una serie di consolidamenti conservativi di ultima generazione.

Restano, quanto prima, da restituire ai visitatori e fedeli le cappelle laterali, ma questo, giurano, accadrà presto.
E pazienza se qualcuno sicuramente avrà lucrato da questi grandi interventi in città.
Importante, troppo importante ricominciare anche se a piccoli passi.

La riapertura della basilica risorta dalle macerie è il trionfo della vita, ha detto quel giorno, con sguardo di padre e pastore, il vescovo Giuseppe Petrocchi.
Il monsignore, visibilmente commosso ha continuato facendo riferimento al Vangelo come benedizione di un tralcio potato che, nella misteriosa sapienza di Dio, patisce grandi perdite per avere presto frutti sovrabbondanti.

Lo Spirito Santo, insomma, ha i suoi disegni ma forse per gli aquilani questi sono un tantino contorti.
A me piace semplicemente pensare che la vita è come l'acqua di un fiume, a volte stagna in qualche
oscuro laghetto ma poi arriva sempre al mare e ci arriva purificata!

Le antiche campane ora suonano a distesa per l'Angelus del mezzodì.
I loro rintocchi riempiono l'aria del centro storico, danno una lieta parvenza di normalità a una città che normale non è più da sei lunghi anni, da quando il terremoto del 2009 ha sconvolto la geografia non solo dell'Aquila ma di tutto l'Abruzzo.

La basilica già nel 1703 aveva rischiato di essere rasa al suolo ma quel lunedì santo del sei aprile, alle famose ore 3,32, ha cambiato la geografia dell'Abruzzo intero, ha sconvolto le vite di tutti: chiese distrutte o danneggiate profondamente, i conventi francescani di San Bernardino e San Giuliano, di enorme importanza storica e religiosa per la santità dei frati che vi hanno soggiornato, con danni incalcolabili.

E poi, come dimenticare le trecento e nove vittime, gli oltre duecento feriti gravi?
Non ci si abitua mai ai terremoti neanche dopo averne subiti tanti, come quello disastroso del 13 gennaio di cento anni fa, 11esimo grado Mercalli che causò nella vicina Marsica più di 30 mila vittime.

Devo dire che gli aquilani sono tosti, gente di montagna che si piega, si flette ma non si spezza.
Potrebbero scrivere un'enciclopedia della sofferenza e della disperazione, la durezza della vita li segna periodicamente nel corpo, nella personalità, nello spirito, ma essi non si rompono neanche davanti a una botta terribile di magnitudo 6,3.

Entro in basilica e mi prende un groppo alla gola.
L'emozione mi fiacca le gambe, mi toglie il fiato.
Molte persone si aggirano col naso in su: studenti di arte, fedeli, turisti dell'ultima ora, curiosi.
La pianta a croce latina è divisa in tre navate con sei cappelle laterali. Il grande organo settecentesco sta suonando sotto le mani esperte di un frate.
Il soffitto dona colore e luce all'ambiente.
Al centro della volta trionfa finalmente il grande Monogramma Bernardiniano.
Il santo senese non aveva creato questo disegno a caso.

Tutto in quel logo antico aveva un significato: il sole centrale a rappresentare il Cristo fonte di vita che irradia amore e carità; i dodici raggi a richiamare gli Apostoli inviati dal Cristo a portare la Parola; gli ulteriori otto raggi a ricordare le Beatitudini e la felicità dei Beati; il celeste dello sfondo come simbolo di fede e le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo alla comunità di Filippi: "Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia dagli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi".
Peccato per il Sepolcro di Maria Camponeschi, la donna piegata dal dolore per la perdita della figlioletta, icona di tutte le tragedie di questa città mirabile ma eternamente sfortunata.

La cappella è ancora in restauro.
Posso consolarmi ammirando il Coro in stalli di noce, opera di Giancaterino Ranalli e il Mausoleo di Bernardino a forma di grossa arca quadrata che ha, nella parte inferiore, l'urna con le spoglie miracolose del santo.

Un'occhiata al singolare Altare Maggiore in pietra e marmi, la inutile ricerca della Pala in terra cotta di Andrea Della Robbia che pare sia in restauro anch'essa ed è già ora di ripartire.
Proprio come deve assolutamente ripartire L'Aquila!


Arrivare all'Aquila:
Da Roma ( A1, per chi viene da Nord e da Sud)
Autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo.
Da Giulianova ( A14, per  chi viene da Nord)
Bretella autostradale Giulianova-Teramo / Autostrada A24 Teramo-L’Aquila.
Da Pescara ( A14, per  chi viene da Sud)
Autostrada A25 Roma-Pescara, in direzione Roma ed uscire al casello di Bussi.
Seguire le indicazioni stradali per L’Aquila (circa 60 km).

giovedì 16 aprile 2015

Le meraviglie di Rosciolo in valle Porclaneta.

Costanza ha un'età.
Si è curvata sotto il peso degli anni, ma quando il vento scuote un albero vecchio, si dice che cadono giù le foglie ma il tronco rimane fermo.

Le mani della dolce vecchina sono incallite, il cuore però è grande.
Racconta storie da regina.

Da quella bocca antica escono benedizioni miste a ricordi ed emozioni senza tempo.
Narra di un paese, Rosciolo, dove un tempo venivano chiuse le porte d'ingresso la sera per essere riaperte al mattino successivo, incastellati per bene a difesa di malintenzionati.
Erano tempi duri e il borgo era circondato da portici e mura.
Anche oggi è difficile vivere da queste parti.
E' davvero ciarliera Costanza, ascoltarla è un piacere.

Siamo nell'antico abitato, pochi passi da Magliano dei Marsi, cuore dell'aquilano, proprio dove la terra trema e si muove anche a darmi il benvenuto in questa calda mattina di aprile.

La combattiva donna neanche le conta più le scosse, le gambe degli abitanti di Rosciolo non tremano certo di paura,
sanno convivere con le bizze della terra.

Il posto è suggestivo, elevato com'è su di una collina calcarea, in ginocchio ai piedi del re, il monte Velino, a 900 metri di altezza.

Ne conta qualcuno in più la vetusta parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Grazie, che si stacca imperiosa, dall'anonima piazzetta, nella parte più elevata del borgo medievale.
Strette vie si dipartono dalla chiesa, tra antichi resti e case imbrunite dal tempo.
E' come essere in viaggio all'interno di una prodigiosa macchina del tempo.

Ci teneva Costanza a portarmi all'interno di questo tempio prima di farmi scoprire il gioiello della Valle Porclaneta per cui ho fatto questi chilometri sull'autostrada Teramo Avezzano.
Si, tutti vengono fin qua alla scoperta di Santa Maria in Valle, antico manufatto sacro dell'XI secolo.

"Anche la nostra Santa Maria delle Grazie merita i tuoi occhi"- dice ridendo la vecchietta terribile.

Un sagrato rettangolare, sopraelevato di qualche gradino in pietra precede la facciata squadrata, contornata a sinistra da una tozza torre campanaria con, a destra, un bel rosone romanico elegante, affiancato da uno più piccolo.

Sull'architrave dell'ingresso principale c'è una bella lunetta con affresco di Madonna con Bimbo che regge il globo, affiancata da San Giovanni Battista e San Pietro, accanto a tre angeli.
Entro e rimango basito.

Sulla bacheca della chiesa campeggia una foto gigante che ritrae Costanza insieme al Papa emerito Benedetto XVI, col parroco del paesino e il segretario particolare di Sua Santità.
Anche il pontefice è arrivato fin qua per scoprire la Maria di Valle Porclaneta e anche lui ha dovuto visitare la chiesa del centro storico.

Scopro che Costanza è di casa in Rai; è apparsa in video, ripresa dalle telecamere di Sveva a Geo e Geo e dal Bevilacqua che conosciamo in Sereno Variabile.

Non ci resta che andare in auto in mezzo alle campagne, oggi solitarie, ma un tempo ricche di case e proprietà della Chiesa, che si estendono sotto la montagna madre.

Andiamo alla scoperta del secolare tempio, patrimonio dell'umanità e Monumento Nazionale.
Nell'aria c'è una luce vivida e il panorama è sontuoso.

La chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta è poco distante dal sentiero impervio che sale sul Velino, a quota 1006 metri.
Costanza è prodiga di notizie!
Mi invita a guardare attentamente la facciata del manufatto dove le falde del tetto ripeterebbero perfezione la sagoma del monte sopra.
Sarà ma io non scorgo questa somiglianza.
L'esterno è anonimo.

Piuttosto la mia attenzione è dedicata al tipo di scrittura che si trova sui capitelli e il portale con lunetta, sormontata da un delizioso affresco di Nostra Signora con due angeli ai lati dei primo del secolo XIV.

L'anziana fa fede al suo nome, con "costanza" e dedizione continua a informarmi.

La chiesa sarebbe risalente al VII secolo anche se il primo documento certo è del 1048 dove si legge della donazione del castello di Rosciolo al monastero di Valle Porclaneta.

Poi gira la chiave nella toppa, l'antico portale, pesante, cigola sinistramente fin quando, aprendosi, schiude le sue meraviglie!

Nelle tre navate con abside centrale semicircolare c'è tutta la sapienza creativa dell'arte nel mondo: stili diversi da preromanico a romanico e bizantino; capitelli con animali incredibili, simboli primordiali o templari, figure geometriche, fiori della Vita ... fin quando, addossato a una colonna di pietra, si offe alla mia vista il magnifico ambone del 1150, opera di Roberto e di Nicodemo che già avevano creato altrettanti manufatti in altre chiese abruzzesi, come Santa Maria del Lago a Moscufo nel pescarese.

Qui però gli artisti erano in stato di grazia! Le sculture sono incredibilmente belle e originali: c'è Giona che viene espulso al ventre della balena, Salomè che danza sinuosa, il mitico Sansone dai capelli fluenti che ammazza un leone con un bastone, il tutto in un susseguirsi di angeli e figure sante .

Non finisci di essere rapito da cotanta bellezza che la mia cicerone quasi mi urla di guardare con attenzione all'"Iconostasi", struttura ricca di icone e posta in alto a separazione tra la parte dedicata ai catecumeni battezzati e religiosi dal resto dei fedeli.

Ora gli occhi si sgranano verso un trionfo di draghi, grifoni, tra colonnine eleganti, fregiate da giri di foglie e fiori e parte lignea in quercia del 1240, che soffre l'usura del tempo.

La gioia di essere dentro questo tesoro è grande.

Non avevo mai visto tanta arte tutta insieme.
Tra affreschi del trecento, in fondo troneggia il "Ciborio" quasi ricamato nelle sue sculture, ricco di figure arabeggianti che gli stessi autori dell'ambone hanno regalato all'eternità.

***************

Rivolgetevi per la visita a Costanza prenotandovi al 3482768926 o 3407947704 o fisso al 0863517691.
Attenzione, c'è la possibilità di dormire nel piccolo ostello con cucina e bagno a lato della chiesa donando un'offerta libera, (sei- otto posti letto!).

Per raggiungere Magliano dei Marsi e Rosciolo nel parco Regionale del Velino Sirente, percorrere l'autostrada A25 direzione L'Aquila Avezzano, uscita Magliano.
Si mangia bene ovunque.
Io ho mangiato ottima carne locale alla brace al Ristorante "Anfiteatro" di fronte ai resti dell'antica città romana di Alba Fucens assolutamente da visitare a circa 18 chilometri, direzione Ovindoli.

martedì 3 febbraio 2015

Il mondo sarà salvato dalla bellezza: Santa Maria dello Splendore.

Il silenzio è la prima presenza che si avverte.
Un silenzio antico, uguale ormai da secoli.
E dire che il caos di Giulianova è lì, a pochi passi.

Un silenzio mistico, scheggiato solo a tratti dall'abbaiare di un cane.


Il santuario della Madonna dello Splendore sembra dominare l’immensità dell’Adriatico, in un ambiente fortemente coinvolgente dove la bellezza della natura si fonde con la rasserenante beltà della fede in Dio e nella Madre del Cristo.
Poco importa se il miracolo dell’apparizione della Vergine è una delle miriadi di tradizioni orali tramandate dall'immensa devozione popolare, nessuna delle quali, secondo gli scettici, suffragate da indagini accurate.
Il santuario con l’annesso convento dei frati Minori Cappuccini, è ancora oggi una sorta di finestra che si apre sul mistero divino. Una guida spirituale non solo per la comunità giuliese, ma per tutto l’Abruzzo.

“Il mondo sarà salvato dalla bellezza…”, lo affermava Dostoevskij in un celebre passo de L’idiota.
Che la bellezza possa quanto meno contribuire alla salvezza dell’universo sembra certezza in questi luoghi dello Spirito.

La porta della vecchia chiesa, cigola.
Dall'interno mi assale una zaffata di odori conosciuti e non, l’aroma tranquillizzante dell’incenso, il puzzo inquietante di lisoformio.
Un triangolo con un occhio grande e la scritta: “Dio ti vede”, campeggiano su di una rivista religiosa poggiata sul primo banco.

Potrebbe sembrare un messaggio inquietante, ma al contrario, cosa c’è di più bello e rassicurante che camminare e vivere sotto lo sguardo amorevole di Dio?
Mi tornano alla mente le parole della Bibbia: “anche se tua madre ti dimenticasse, io non ti dimenticherò mai!”.

All'interno del santuario della Madonna dello Splendore, pare ancora di vedere il saio usurato di Padre Serafino, col suo passo incerto, l’impietosa sordità causa di una meningite giovanile, la barba bianca, intento in preghiera.
Vecchio, sordo, malconcio diceva spesso di sé, con un tenerissimo sorriso.
Un giorno, in un incontro con noi appartenenti al Terz’Ordine dei frati minori di Teramo, disse "Vorrei essere una semplice pozzanghera per riflettere il cielo.
Ma non ci riesco.
Troverò prima o poi la strada?"

Il piccolo frate era l’anima di questo paradiso spirituale in terra, il vero miracolo di un uomo malconcio che ha realizzato due musei, altrettante biblioteche e azioni sociali fra cui La Piccola Opera Charitas, inaugurata nel 1962 con pochi soldi, molti debiti, qualche speranza dettata dalla fede incrollabile nella Provvidenza.

E Dio non ha mancato all'appuntamento dato che oggi il centro è un enorme complesso in grado di ospitare e seguire adeguatamente centinaia di ragazzi affetti da gravi patologie psichiche.
Bellissime all'interno della chiesa le decorazioni dell’artista Giuliano Alfonso Tentarelli con scene della vita della Madonna e il Tabernacolo, realizzato nel ‘700 da allievi della scuola di Fra Michele Simone da Petrella che ideò molti degli altari e dei tabernacoli delle chiese dei Cappuccini d’Abruzzo.
L’evento dell’apparizione della Madonna, scrivevo poche righe sopra, un miracolo che affonderebbe le sue radici nel 1557.
Il santuario della Madonna dello Splendore, costruito sul luogo dove la Vergine ha fatto scaturire la Sorgente su una collina a cento metri dal livello del mare, fuori dal centro storico, si colloca tra le sette oasi mariane più importanti d’Italia e si propone con una grande forza evocativa.
E’ il simbolo della freschezza e della vitalità di una città di mare, bella, ricca, suggestiva, turistica.

La storia dell’apparizione lega il territorio giuliese con quello rosetano, in un mistico gemellaggio dato che Bertolino, l’uomo che assistette al prodigio, aveva casa nei pressi di Cologna paese.
Il contadino si trovava lì per trovar legna e mentre riposava sotto una pianta di ulivo, fu abbagliato dalla luce prodigiosa della Madonna.
La Madre di Dio aveva scelto questo posto per sua dimora e chiedeva allo sbalordito villico di far costruire un santuario mariano.
Il povero ometto ebbe il suo daffare per essere credibile davanti al governatore, amministratore feudale di nomina ducale, il quale credeva di avere di fronte una sorta di demente.
La tradizione narra che ci vollero ulteriori prodigi per convincere notabili arciprete, canonici, il preposto dell’Annunziata e il popolo tutto della volontà divina.
Sul luogo indicato dalla Madonna, venne costruito un piccolo Tempio.

La presenza dell’acqua, dono vivo di un immenso amore, continua da circa cinque secoli a vivificare il cammino della vita di tante generazioni
Sotto le vasche di raccolta dell’acqua, è stato realizzato un bassorilievo in marmo, che rappresenta l’acqua, simbolo di vita, che disseta i cervi e le colombe, simboli di pace.

Sul lato del bassorilievo è stata rappresentata una processione di fedeli sulle rive del
Fiume Giordano, e si conclude con il Battesimo di Gesù.
Sopra le vasche, un mosaico policromo illustra in quattro scene il miracolo di
Naam che, bagnatosi nelle acque del fiume Giordano, venne risanato dalla lebbra.
L’acqua che esce a getto continuo, dalle vasche di raccolta, cade in una
piccola piscina ricoperta di mosaici.
Sotto l’arco di travertino, a grandezza naturale, è stata realizzata una statua di
bronzo di San Francesco con le braccia elevate che rende gloria al Creatore
eterno con le parole del Cantico delle Creature:
“Laudato sie, mi’ Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et umile et pretiosa et casta”.

lunedì 22 dicembre 2014

Una chiesa poco conosciuta ... e un congegno segreto che porta a Roma

Grazie all'amico Fabrizio Primoli! Suo l'articolo e sue le foto!

La disadorna facciata della chiesa dei frati cappuccini, a Teramo, costituisce uno dei più curiosi inganni che talvolta in mondo della storia dell’arte riserva a chiunque abbia modo di accostarsi alla visita e allo studio di un’opera architettonica.
Nulla, quel semplice prospetto frontale, rivela in realtà di ciò che questo gioiello architettonico custodisce al suo interno, né della sua storia. Storia che ha attraversato, certamente non indenne, i secoli e le vicende locali e nazionali.

Nata nel lontano 819 come complesso conventuale dedicato a San Benedetto, questa struttura ha ospitato nel 1570, dopo la partenza dei benedettini, i padri gesuiti e, cinque anni dopo, i frati cappuccini che lo abitarono fino alla soppressione del convento, avvenuta nel 1866 a seguito dell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato italiano da poco costituitosi.

Un tempo assai più vasta di come appare oggi, la struttura ha subìto nei secoli tanti e tali rimaneggiamenti, ognuno dei quali ispirato alle logiche e alle concezioni dell’ordine che al momento la gestiva, che ne hanno profondamente alterato l’originario assetto.


Dotato di orti, di cortili e di fabbricati accessori, questo si estendeva un tempo sino ad occupare parte dell’attuale Piazza Dante Alighieri e il Palazzo della Provincia.

Con la partenza dei frati cappuccini, nel 1866, le strutture del soppresso convento subirono sorti diverse: alcuni locali vennero destinati ad ospitare il nuovo Orfanotrofio “Regina Margherita”, altri furono alienati, altri ancora furono completamente urbanizzati e destinati all'ampliamento di aree esterne di pubblica fruizione.
La chiesa, invece, rimase aperta al culto e continuò a funzionare per lo scopo per il quale venne concepita ab origine.

Riguardo a questa, che pure nei secoli precedenti si trovò a subire trasformazioni imponenti, dalle fonti storicamente attendibili emerge che fu nel periodo della presenza dei frati cappuccini che venne eliminata l’originaria ripartizione in tre distinte navate, attraverso la sistemazione in aula unica con distinte cappelle laterali, a loro volta ricavate suddividendo l’originaria navata destra.

La facciata, come detto, è estremamente semplice. Realizzata in laterizio e travertino, presenta al centro un portale sormontato da una lunetta a doppia cornice: decorazioni con mattoni squadrati nella prima, con rombi in laterizio nella seconda.

L’interno del tempio, così stridente con la semplicità della facciata, è assai ricco di opere d’arte che, nel corso dei secoli, gli ordini religiosi e i fedeli comandarono. Ammiriamo così, sulla parete sinistra, una pregevole tela del 1661, opera del veneziano Pietro Gaia, raffigurante il Cristo crocifisso ai cui lati si ergono San Francesco e San Berardo, che offre in dono la Città di Teramo.

Di sicuro impatto visivo è comunque il monumentale altare ligneo, addossato all'abside rettilineo della chiesa: capolavoro del barocco, venne realizzato nel 1762 dall'ebanista Giovanni Palombieri.
Interamente in legno di noce, l’altare è dotato di due colonne a capitello corinzio che suddividono l’area verticale in tre settori, ognuno dotato di due pannelli, anch'essi in legno, dipinti con grande maestria e raffiguranti la Vergine contornata da San Benedetto e San Francesco, nella pala centrale, e diversi santi nei settori laterali.

Questa grande opera centrale, anch'essa a firma di Pietro Gaia, risale ai primi anni del XVIII secolo ed è posta esattamente dietro uno dei più spettacolari capolavori lignei della chiesa: il tabernacolo.
Opera di Giovanni Palombieri, è ad andamento verticale, in forma di piccola cappella, ed è riccamente intarsiato e decorato attraverso un sapiente utilizzo di vari tipi di legno: noce, in principal modo, con aggiunta di elementi in acero e ulivo.

Opere senz'altro di grande impatto visivo, questo altare e questo tabernacolo rappresentano difatti autentici capolavori della scuola dei cosiddetti “maestri marangoni”, veri e propri artigiani dell’arte della scultura lignea, assai vicini all'ordine dei frati cappuccini, di gran lunga autorevoli nel centro Italia e attivi soprattutto a cavallo fra il XV e il XVI secolo.

Esiste tuttavia una interessante curiosità su questo altare che non tutti i teramani conoscono.

Tipiche realizzazioni dei “maestri marangoni”, per l’appunto, tali grandiosi altari lignei costituiscono altresì uno straordinario esempio di ingegneria: una serie di congegni meccanici azionabili manualmente permette difatti di far scorrere su binari, invisibili dall'esterno, i pannelli che ornano l’altare stesso.

I dipinti posti lateralmente, i cassettoni, i pannelli delle sovrapporte sono tutti elementi in grado di scorrere orizzontalmente e, scomparendo dietro vani occultati, aprono alla vista nicchie e armadi nascosti normalmente invisibili.

All'interno di essi, nella nostra chiesa dei frati cappuccini, sono tuttora conservate decine e decine di preziosi reliquiari, sconosciuti ai teramani, che contengono centinaia di ossa e di resti mortali dei confratelli dell’ordine che abitava il convento e dei relativi fedeli.


Una quantità incredibile di rotule, vertebre, frammenti di ossa lunghe e altre reliquie che i frati cappuccini, da sempre dediti a questa pratica religiosa, hanno avuto modo di conservare intatti.

Siamo in presenza, in sostanza, di una minuscola replica, pur con le dovute proporzioni, di quanto è presente nella cripta della chiesa di Santa Maria della concezione dei cappuccini, in Via Veneto a Roma, nella quale interi ambienti sono decorati con ossa provenienti dai cimiteri dell’epoca.

Potrebbe apparire un paragone azzardato, forse, eppure, se ci si riflette bene, in entrambi i casi si tratta di una medesima opera.
Condotta con le medesime tecniche.
E ad opera del medesimo ordine religioso.

Sotto la croce di Cristo, in fondo, le distanze non contano neppure più.

martedì 9 dicembre 2014

A Teramo le opere d'arte le nascondiamo!

I beni culturali ecclesiastici in Italia, eredità di popoli e millenni, costituiscono almeno i due terzi dell’intero patrimonio nazionale.
Non potrebbe essere altrimenti se guardiamo alle cifre: su 95 mila chiese, 30 mila di esse sono ai massimi livelli della storia, i santuari si avvicinano al numero duemila, i monasteri toccano le cinquecento unità, così come le abbazie.
Numeri impressionanti elaborati qualche tempo fa dal Censis.

La massima diffusione di “loca sacra” è nel centro nord.
E queste emergenze religiose, storiche e culturali non raccontano di un’unica civiltà come accade ad esempio all'Egitto o alla Grecia.

Da noi, le opere rappresentano infinite civiltà che si sono susseguite senza sosta, nel nostro territorio.

Sono partito da lontano per raccontarvi cosa di brutto accade in una città, la nostra Teramo, dove la cultura a volte viene negata alla sua naturale funzione che è quella di essere diffusa.

Alla non fruibilità di un mosaico pregiato come quello del Leone, chiuso all'interno di Palazzo Savini, si aggiunge un altro “delitto culturale”.

Pochi sanno, infatti, dell’esistenza di un’opera d’arte insigne, celata al popolo teramano e ai turisti che si avventurano fino in città.
Parliamo di un affresco sacro di notevole importanza documentaria e storica, non accessibile a cittadini e visitatori, quasi nascosta nell'ex convento di San Francesco, adiacente alla chiesa di S. Antonio, nel centro di Teramo.
I locali di proprietà demaniale, per molti anni occupati dall'Intendenza di Finanza, oggi sono utilizzati, guarda caso, dalla Soprintendenza Archeologica ai Monumenti. Questo è l’ente deputato alla salvaguardia dei Beni Culturali, quello cioè che tutela e favorisce le opere d’arte di cui sono proprietari unicamente i cittadini.

Si tratta di una lunetta dipinta, ubicata in un ex passaggio di comunicazione tra il chiostro e la chiesa, chiuso anteriormente al 1448 e decorato.
È un dipinto sacro, due finestre di bifore del Trecento che, in antica epoca, faceva parte del portico, lato nord del convento dei Padri Francescani.
Oggi questo luogo è usato per un ufficio, dopo che l’utilizzo per molti anni era stato di deposito materiali di risulta.

L’opera sarebbe stata realizzata da un monaco della seconda metà del ‘400 e rappresenta l’immagine della “Pietà”.
Il dipinto è solo uno di altri affreschi esistenti lungo il perimetro del portico, ma ha una peculiarità che lo rende ancor più importante.

Le due iscrizioni, in basso lateralmente, testimoniano la grande importanza devozionale: chi ammira e prega davanti all'opera può lucrare un’indulgenza antichissima.

Il testo latino, infatti, recita più o meno:
“San Gregorio e altri Sommi Pontefici e tutti coloro che, veramente pentiti e confessati, s’inginocchiano davanti all'immagine della Pietà e pregheranno, avranno ventimila e sette anni giorni di piena indulgenza e questo è confermato dal Papa Nicolò V, anno Domini 03.01.1448”.

L’altra scritta, alla base della lunetta, è una profonda preghiera al Santissimo appeso alla croce, incoronato di spine.
Si chiede di essere liberati dall'angelo del male che porta con sé il peccato.
Al Cristo abbeverato di fiele e aceto si chiede la liberazione dalle piaghe dell’anima.
L’incisione in latino, termina con l’eloquente frase: “Che la Tua morte sia la mia vita!”.

Al valore devozionale di questa bellissima catechesi muraria sul peccato e la misericordia di Dio, si aggiunge anche la pregevole rappresentazione.

Il Cristo esce dal sepolcro col cartello INRI, tra la Madonna in preghiera e San Francesco, munito di piccola croce, intento alla sua famosa preghiera al Crocifisso.
Attorno a Gesù ruotano, come in un unico filo narrativo, i simboli della Passione: la lancia, la pertica con la spugna, il flagello, le dita incrociate a scherno, la canna scettro, la scala e la tunica rossa coi dadi.

Ci sono anche delle incongruenze nell'opera che di certo non diminuiscono l’importanza ma che è interessante rimarcare:
San Giovanni Battista non è rappresentato come di consueto, vestito di pelli e con torso nudo, al contrario ha una tunica rossa e in mano un libro, così da poter essere scambiato per l’altro Giovanni, l’Evangelista.
Inoltre un qualcosa di incomprensibile la propone la figura di S. Antonio da Padova che, anziché il giglio, porta con se una palma, simbolo del martirio.

Infine, nella lunetta,l’autore attribuisce la famosa frase :”Ego sum lux mundi” al Padre anziché al Figlio!

mercoledì 12 novembre 2014

Il gioiello campestre di Santa Maria de Praedis

Il silenzio è avvolgente.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.

La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.

Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.

Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.

Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.

A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.
È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.


La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.

Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.

All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.

Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.

Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.

In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.

Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.

Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!

Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.

Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.

Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.

Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.


Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.