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mercoledì 18 marzo 2015

La cittadella scomparsa a Teramo!

La pioggia, caduta giù da nuvoloni lunghi come sgombri, ha reso piazza Garibaldi a Teramo quasi inguardabile.
Fiumi d’acqua continuano a scendere da viale Crucioli, cozzando contro il cemento dell’Ipogeo.
È come se, avendo perso la storica fontana, ogni slancio cittadino che parte da questo slargo principale sia sopraffatto, generando un rassegnato e neghittoso fatalismo.

Piccoli fiori spontanei rossastri sono spuntati sopra la terra incolta dello scatolone ferrigno che è la fantascientifica costruzione.
Pare scimmiottare il famoso cubo del Louvre di Parigi.

È la futura sala espositiva di una città che purtroppo ignora cosa significhi la parola “museo”.
Basterebbe guardare le presenze che conta la Pinacoteca o il museo archeologico.

L’Ipogeo deve diventare il fiore all'occhiello di una città che mette al primo posto la cultura, fu detto.
Noi siamo in paziente attesa.

Mi torna in mente l’ormai lontano 2008, quando, nel corso degli scavi che furono compiuti al centro di piazza Garibaldi per la costruzione di questa grande sala espositiva, progetto che ripeto ancora non vede la sua fine e vituperato da gran parte della cittadinanza, tornarono sorprendentemente alla luce le antiche pietre di un edificio che gli esperti individuarono come il castello degli Acquaviva.

Gli storici Muzio Muzi e Niccolò Palma nei loro studi, perché a quei tempi si studiava davvero, l’avevano scritto più volte che esisteva proprio in questo luogo, un castello, edificato da Giosia Acquaviva, duca di Atri, nella prima parte del 1400.

La storia ricorda che avvenne proprio allora l’infeudamento di Teramo alla potente famiglia.
Il nobile aveva individuato nella attuale piazza fuori dalle mura nord occidentali della città, dall'accesso di Porta San Giorgio, il luogo ideale dove far sorgere la sua lussuosa residenza.

I locali interni a uso del duca, pare fossero interamente decorati da tessellati pavimentali e da intonaci pregiati.
Tutto era ulteriormente arricchito da affreschi importanti.
Parliamo di un sito molto ricco nel cuore della zona verde dell’abitato teramano, dove c’era un laghetto, diversi animali tra cui volatili rari e un ampio giardino che conferiva all'insieme una veste da reggia preziosa.
Quella che fu edificata, insomma, era una vera e propria cittadella rinascimentale, una sorta di fortilizio con tanto di fossato pieno di acqua e ingressi multipli.
Era un parco urbano oggi completamente perso.

Abbiamo un’insignificante appendice nella villa Comunale in abbandono se si guarda agli alberi e al piccolo stagno, dove galleggiano rifiuti.
Nei locali sotterranei vi erano le carceri, dove erano rinchiusi i numerosi oppositori che non volevano riconoscere il primato degli Acquaviva.
Per molti Teramo, infatti, era una città regia dipendente solo dal Regno di Napoli.

Muzi raccontò anche di sale tortura, dove i biechi sgherri del potente feudatario, carpivano confessioni e costringevano i malcapitati a svelare i nomi di chi tramava contro il potente casato.
Qualche lettore interessato si chiederà se è possibile che di tutto questo non ci sia più traccia alcuna.

E che, anzi a guardare oggi questa piazza, sembra assurdo ciò che è stato scritto dallo scribacchino che leggete.
Eppure è stato così.
Ma, ditemi, come stupirsi, dato che a Teramo e in parte d’Abruzzo, qualsiasi rinvenimento è mucchio di pietre da inciampo che dilatano i tempi per nuove costruzioni?

Fateci caso!
Nonostante il territorio abruzzese sia stato protagonista nell'ultimo quarantennio di rinvenimenti eccezionali per l’archeologia di ogni tempo, le scoperte non hanno quasi mai risonanza fuori dai confini regionali.
Questo accade non solo per scavi che portano alla luce resti di popolazioni italiche della notte dei tempi, ma anche per altre epoche più vicine, a dimostrazione di quanto l’Abruzzo sia stato importante snodo e crocevia territoriale della storia e che questo sia oggi dimenticato completamente.

A Teramo, poi, come ampiamente dimostrato, siamo maestri nel minimizzare le eventuali scoperte, cercando di non renderle visibili e fruibili né ai cittadini, tanto meno ai pochi visitatori che si avventurano dalle nostre parti.



La verità è che siamo incuranti sia delle eventuali vestigia dell’antica Interamnia, sia di un passato più vicino ma comunque da dimenticare.
Alla felicità stupita della scoperta si associa lo sgomento per la consapevolezza che del tempo molti sono incapaci di cogliere con immediatezza la profondità e la ricchezza di un patrimonio archeologico da difendere e far conoscere.
Questo ha portato e porta la politica a una mancata tutela della storia in preda alle inevitabili problematiche derivanti dalle continue trasformazioni del territorio.

In città esistono esempi clamorosi come la dimenticata domus romana di via del Baluardo, la sconosciuta casa mosaicata di Bacco in via dei Mille o il famoso mosaico del Leone tutti inaccessibili ai nostri occhi.
Se ci spostiamo in periferia il parco archeologico della Cona e l’importante Via sacra degli Interamniti è preda di palazzi costruiti o in costruzione.
Perché stupirci?

martedì 9 dicembre 2014

A Teramo le opere d'arte le nascondiamo!

I beni culturali ecclesiastici in Italia, eredità di popoli e millenni, costituiscono almeno i due terzi dell’intero patrimonio nazionale.
Non potrebbe essere altrimenti se guardiamo alle cifre: su 95 mila chiese, 30 mila di esse sono ai massimi livelli della storia, i santuari si avvicinano al numero duemila, i monasteri toccano le cinquecento unità, così come le abbazie.
Numeri impressionanti elaborati qualche tempo fa dal Censis.

La massima diffusione di “loca sacra” è nel centro nord.
E queste emergenze religiose, storiche e culturali non raccontano di un’unica civiltà come accade ad esempio all'Egitto o alla Grecia.

Da noi, le opere rappresentano infinite civiltà che si sono susseguite senza sosta, nel nostro territorio.

Sono partito da lontano per raccontarvi cosa di brutto accade in una città, la nostra Teramo, dove la cultura a volte viene negata alla sua naturale funzione che è quella di essere diffusa.

Alla non fruibilità di un mosaico pregiato come quello del Leone, chiuso all'interno di Palazzo Savini, si aggiunge un altro “delitto culturale”.

Pochi sanno, infatti, dell’esistenza di un’opera d’arte insigne, celata al popolo teramano e ai turisti che si avventurano fino in città.
Parliamo di un affresco sacro di notevole importanza documentaria e storica, non accessibile a cittadini e visitatori, quasi nascosta nell'ex convento di San Francesco, adiacente alla chiesa di S. Antonio, nel centro di Teramo.
I locali di proprietà demaniale, per molti anni occupati dall'Intendenza di Finanza, oggi sono utilizzati, guarda caso, dalla Soprintendenza Archeologica ai Monumenti. Questo è l’ente deputato alla salvaguardia dei Beni Culturali, quello cioè che tutela e favorisce le opere d’arte di cui sono proprietari unicamente i cittadini.

Si tratta di una lunetta dipinta, ubicata in un ex passaggio di comunicazione tra il chiostro e la chiesa, chiuso anteriormente al 1448 e decorato.
È un dipinto sacro, due finestre di bifore del Trecento che, in antica epoca, faceva parte del portico, lato nord del convento dei Padri Francescani.
Oggi questo luogo è usato per un ufficio, dopo che l’utilizzo per molti anni era stato di deposito materiali di risulta.

L’opera sarebbe stata realizzata da un monaco della seconda metà del ‘400 e rappresenta l’immagine della “Pietà”.
Il dipinto è solo uno di altri affreschi esistenti lungo il perimetro del portico, ma ha una peculiarità che lo rende ancor più importante.

Le due iscrizioni, in basso lateralmente, testimoniano la grande importanza devozionale: chi ammira e prega davanti all'opera può lucrare un’indulgenza antichissima.

Il testo latino, infatti, recita più o meno:
“San Gregorio e altri Sommi Pontefici e tutti coloro che, veramente pentiti e confessati, s’inginocchiano davanti all'immagine della Pietà e pregheranno, avranno ventimila e sette anni giorni di piena indulgenza e questo è confermato dal Papa Nicolò V, anno Domini 03.01.1448”.

L’altra scritta, alla base della lunetta, è una profonda preghiera al Santissimo appeso alla croce, incoronato di spine.
Si chiede di essere liberati dall'angelo del male che porta con sé il peccato.
Al Cristo abbeverato di fiele e aceto si chiede la liberazione dalle piaghe dell’anima.
L’incisione in latino, termina con l’eloquente frase: “Che la Tua morte sia la mia vita!”.

Al valore devozionale di questa bellissima catechesi muraria sul peccato e la misericordia di Dio, si aggiunge anche la pregevole rappresentazione.

Il Cristo esce dal sepolcro col cartello INRI, tra la Madonna in preghiera e San Francesco, munito di piccola croce, intento alla sua famosa preghiera al Crocifisso.
Attorno a Gesù ruotano, come in un unico filo narrativo, i simboli della Passione: la lancia, la pertica con la spugna, il flagello, le dita incrociate a scherno, la canna scettro, la scala e la tunica rossa coi dadi.

Ci sono anche delle incongruenze nell'opera che di certo non diminuiscono l’importanza ma che è interessante rimarcare:
San Giovanni Battista non è rappresentato come di consueto, vestito di pelli e con torso nudo, al contrario ha una tunica rossa e in mano un libro, così da poter essere scambiato per l’altro Giovanni, l’Evangelista.
Inoltre un qualcosa di incomprensibile la propone la figura di S. Antonio da Padova che, anziché il giglio, porta con se una palma, simbolo del martirio.

Infine, nella lunetta,l’autore attribuisce la famosa frase :”Ego sum lux mundi” al Padre anziché al Figlio!

mercoledì 12 novembre 2014

Il gioiello campestre di Santa Maria de Praedis

Il silenzio è avvolgente.
Il profumo delle colline boscose pare penetrare nei polmoni.

La passeggiata sul Colle Piadino, tra Pantaneto, Colle Caruno, Fonte del Latte, si snoda lungo la strada, ma di auto circolanti neanche l’ombra.

Qui è un susseguirsi di minuscoli agglomerati del suburbio teramano dei quali il più importante è Castagneto, il cui toponimo prometterebbe tanti alberi di castagno che oggi non ci sono più.
La storia ricorda l’avvenimento più importante, in piena dominazione spagnola, sul finire del XVII secolo.
A causa delle ciurmaglie dei briganti celebri come Santuccio da Froscia e Titta Colranieri, il borgo fu bruciato, insieme alla vicina Ioannella, da parte del capitano Gaspare Zunica.

Ho incontrato nel mio cammino solo un trattore con sopra un vecchio che non so perché ha sghignazzato evidentemente divertito, prima di scomparire dai miei occhi col suo cigolante mezzo, antico più del padrone.
Qua e là si aprono, improvvisamente, prati quasi tumefatti dalle ombre del primo pomeriggio e casolari dal tetto fumante.
Poi, in fondo alla valle, lo sguardo s’impossessa di una Teramo un tantino caliginosa mentre, tra un sipario e l’altro di nubi, compare la cresta del Gran Sasso e le montagne suddite intorno a corolla.

Tutto molto bello, tra colli con pochissime fasce di cemento che non inghiottiscono ancora le piccole cascine storiche e i campi coltivati.

A volte capita che il nostro piccolo e caotico mondo si fermi anche per un solo attimo.
È allora che la bellezza si svela e il sacro silenzio ti parla.
Le ginocchia traballano un pochino per la fatica, ma non mollo.


La chiesina campestre di Santa Maria de Praedis non è lontana.
In questi luoghi, che i teramani disertano, c’è più di una chiesa che vale la pena visitare: San Pietro ad Azzano in località Costumi o la famosa San Bartolomeo di Villa Popolo di Torricella.

Distante e di molto dalle grandi vie di traffico, questo luogo sacro di Santa Maria meriterebbe ben altra attenzione, quella che non le dà quasi nessuno.
Eppure possiede valori immensi sia religiosi sia archeologici, storici e perché no, ambientali di alta collina.

All'ultima curva un cane pastore si avvicina a brutto muso e per un attimo temo l’assalto rabbioso. All'improvviso, provvidenziale, si palesa un contadino di alta statura che sta risalendo il piccolo fosso verso il suo casolare.
Sembra Mauro Corona, canotta nera, bandana di ordinanza, capelli grigi che sicuramente cadrebbero sul volto se non fosse che appare incipiente la calvizie.
Dal ciglio della strada urla qualcosa d’incomprensibile ma la bestia pare aver capito perché si allontana subito dalla mia figura.

Ed eccomi finalmente davanti all'oggetto dei miei desideri.

Santa Maria è un piccolo tempio in stile romanico a tre navate, edificato nella notte dei tempi sui resti di una villa romana, dicono, anche se alcuni studiosi ipotizzano che qui ci fosse un sito dedicato alla dea Feronia.

In epoche ancora precedenti pare che l’antico insediamento fosse il “villaggio Praedis”, luogo molto frequentato sin dall'età del ferro.

Come dimenticare che qui furono rivenuti mirabili frammenti di ceramica del tempo dei Pretuzi, travertini o ancora rimasugli di statue romane e anche reperti medievali?
Sono affascinato nel guardare questo piccolo edificio sul ciglio della strada con il suo mini cimitero dall'inferriata del fianco destro.

Ho sempre creduto che l’arte sia l’ombra di Dio sulla terra.
Ricordo che più di una volta il grande e indimenticabile Giammario Sgattoni, mi parlò di quest’antico luogo denominato “Praedis”.
Con la sua voce baritonale e il suo largo sorriso, mi sorprendeva sempre con la sua immensa cultura.
Ora sono qui, ad ammirare questa che è una delle chiese più antiche del teramano, sorta nel secolo X, le cui pietre sembrano provenire dall'antico castello medievale che un tempo dominava la valle sopra Pantaneto!

Immagino cocci e pietrame sconvolti dai vomeri profondi.
Penso con dolore, a cosa possa essere accaduto a tanti reperti, statuine o altro, disseppelliti sui campi dinanzi casa e rivenduti forse per pochi soldi.
Butto l’occhio su alcune tombe del cimitero.

Una di esse ha la croce che ha perso il suo lato destro che penzola arrugginito e scricchiolante al vento.

Ripenso alla frase latina che trovai su di un piccolo cimitero in Alto Adige.
Mi stupii di questa locuzione:
“Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae”,
che tradotta significa che questo era il luogo dove la morte gode di soccorrere la vita.
Un’amara riflessione sulla caducità delle cose.
Mi pare che fosse mutuata da una lapide sulla porta d’ingresso dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli, prima che arrivasse il santo dottor Giuseppe Moscati a portare speranza ai poveri.

Meglio concentrarsi sulla chiesa che ha una storia sontuosa che pare partire dal 1153 quando il vescovo Guido II annesse ai beni teramani la piccola pieve.
Questo tempio ha visto la sua ultima ristrutturazione da parte della Soprintendenza ai Beni Architettonici nel 1977 e oggi si presenta in perfetto ordine.


Castagneto e la piccola chiesa si raggiungono facilmente percorrendo sei chilometri da Teramo attraverso la strada che porta verso Ascoli Piceno e deviando al bivio di Castagneto appena fuori il capoluogo teramano.


sabato 26 luglio 2014

La chiesa dedicata alla mamma della Vergine Maria a Teramo!

La piccola chiesa di S. Anna dei Pompetti, nella piazza omonima di Teramo, la più antica della città, era dedicata un tempo a San Getulio, religioso molto amato nel teramano.
Fu molto probabilmente eretta nel periodo bizantino, circa VI secolo e questo la rende uno dei monumenti più vetusti d’Abruzzo. Le notizie sicure si datano comunque dal secolo IX, anche se dagli scritti della nostra teramana la studiosa Anna Maria Cingoli, scopriamo un documento iniziale dell’897 dove si racconta di una donazione a favore del vescovo di allora del conte aprutino Manfredi.

Oggi questo tempio rappresenta un cospicuo resto dell’antica cattedrale di Teramo di Santa Maria Aprutiensis, anteriore al secolo VIII, edificata su di una domus privata romana e distrutta dal barbaro Roberto di Loretello detto di Basville e le sue truppe nell'immane incendio che devastò la capitale dei Pretuzi
a metà del XII secolo.
La cattedrale era grande e si estendeva in larghezza fin dove poi fu costruito il bel palazzo della famiglia Savini, ancora oggi esistente e adiacente la piazza.
In quel tempo Teramo era governata dai conti aprutini, dipendenti dal re normanno Ruggero II.
I principi del regno di Sicilia approfittarono della morte del re nel 1154 e della salita al trono del debole figlio Guglielmo I, per inscenare una profonda ribellione che sfociò in una guerra nella quale l’epilogo fu la terribile messa a sacco della cittadina teramana. Come per un miracolo e i teramani ne furono convinti, le spoglie del glorioso San Berardo rimasero illese, nascoste com'erano sotto delle pietre di una minuscola cappella a lui dedicata.
A Teramo rimase in piedi qualche mura di Santa Maria a Bitetto, la piccola casa medievale dei Francesi di cui parlo in altre pagine del blog e parte del chiostro nel convento francescano delle Grazie. La torre accanto
all'antica cattedrale fu bruciata e oggi è visibile la parte più bassa proprio dietro l'ingresso del tempio.
Tant'è che l'intero quartiere è conosciuto come quello di "Torre Bruciata".
Del vasto edificio rimase solo una piccola parte di cui erano in piedi tre minuscole campate e il presbiterio.
Quel che resta della domus e dell’età romanica è ben visibile all'interno della chiesa attuale.
L’antica cattedrale raggiunse la massima importanza certificata da una bolla del 27 novembre 1153 di papa Anastasio IV che la definì “sede permanente dell’intera diocesi aprutina”.

All'interno da vedere c’è la bella statua di cartapesta raffigurante S. Anna con la Madonna bambina, appena restaurata e restituita al culto in questa settimana di luglio e un antico affresco in fondo al piccolo presbiterio di autore sconosciuto.

sabato 12 luglio 2014

Il teatro delle beffe!

Credo converrete con me che, in qualsiasi città d’Italia, un monumento come il Teatro Romano di Teramo sarebbe il classico fiore all'occhiello del turismo storico e architettonico dell’intero Abruzzo.
Le pietre secolari, raffinate e eleganti, testimoniano la vocazione multi millenaria della terra aprutina, testimone di civiltà antichissime che partendo dai Pretuzi, Fenici, fino ai Romani, caratterizzarono la vita sociale dei nostri luoghi.
Il monumento, al contrario, è segno di discordia e d’indifferenza.
Il meraviglioso Teatro che definirei “delle beffe”, continua da infiniti anni a essere un esempio poco edificante di mala tutela, assolutamente da non imitare, pur essendo, senza dubbio, il massimo bene archeologico in regione.
Insieme a esempi fulgidi come gli antichi centri di Amiternum, in prossimità dell’Aquila e Alba Fucens nel parco Velino Sirente, il teatro rappresenta un unicum anche per la sua posizione al centro della città e per quello che potrebbe rappresentare un percorso archeologico ineguagliabile, tra anfiteatro, terme e antiche
stradine romane.
Nonostante le traversie subite il monumento è il meglio conservato tra i teatri del Piceno.

Parliamo, a beneficio di chi non ha mai visitato Teramo, di un’opera prodigiosa dell’era augustea,(30-20 a.C.) uno dei massimi esempi dei tempi d’oro dell’antica Roma, costruita nel secondo secolo dopo Cristo con l’imperatore Adriano.
È un unicum di una città che è un incredibile concentrato di arte e storia, sottovalutata anche dai suoi cittadini che ignorano quale tesoro di percorso potrebbe nascere dalle pietre dell’Anfiteatro del I secolo, la Domus Romana e la successiva basilica del VI secolo d. C..
Oggi, dopo millenni e cataclismi, fra cui quello ultimo, disastroso del sisma nel 2009, il teatro è ancora lì, sebbene soffocato dall'indifferenza e da due obbrobri di palazzi, il Salvoni e l’Adamoli, che dai tempi del
fascismo vengono annunciati in prossimo abbattimento, ma che resistono imperterriti nel rovinare l’insieme e il colpo d’occhio in grado di arricchire il turismo in città.
È ancora al suo posto il vecchio teatro, sebbene rimaneggiato da vari interventi disastrosi come quello in cui la “cavea” venne deturpata dalle ruspe che fecero cadere delle arcate che oggi non esistono più.
Nel frattempo anche il vicino Anfiteatro è stato “violentato” negli anni’60 e ’70 quando improvvide licenze hanno permesso costruzioni come il palazzo vescovile della Curia, quasi raddoppiato nella sua ampiezza fino a toccare e in alcuni casi ad abbattere arcate di pietre millenarie.

Da anni ci si riempie la bocca di un percorso storico che regali, al visitatore, l’inedita sensazione di vivere come dentro una macchina del tempo, in una sorta di “Piccola Roma”. Si favoleggia da anni di un parco
archeologico urbano finalizzato ad una più ampia fruizione pubblica degli straordinari tesori archeologici della città antica della
Interamnia Praetiutorum, città parzialmente scoperta, molto saccheggiata ma che serba nel suo cuore pulsante gran parte delle sue autentiche strutture.
È chiaro a tutti che i palazzi sarebbero da abbattere. Chissà cosa uscirebbe ancora fuori dal sottoterra durante i lavori?
Se non avesse ragionato in questi termini lo storico e archeologo teramano, Francesco Savini nel lontano 1902, oggi non avremmo questa grande porzione di monumento storico con il suo fantastico fronte scena, i 24 pilastri con le arcate sovrapposte in opera quadrata di arenaria, numerosi muri radiali di sostegno e piccole scale di accesso alle gradinate.
Se Teramo prendesse a esempio la capitale d’Italia, Roma, che negli anni trenta iniziò un cammino di estrazione di quello che un tempo era la magnifica area dei Fori Imperiali, oggi la città sarebbe meno povera e più ambita da chi viene in Abruzzo.

Opportunismo, incuria, improvvisazione, indifferenza, imbrogli, speculazioni affaristiche, abbiamo visto di tutto nella storia recente del Teatro Romano e dei palazzi centenari che lo coronano.
Tutto questo continua coerentemente in località Ponte Messato della Cona dove, sul percorso archeologico della cosiddetta antica “via Appia teramana”, hanno costruito palazzine, sotterrando irrimediabilmente la
storia e soffocandola di cemento armato!

Tant'è! Nessuno può negare che la Regione Abruzzo, la Provincia di Teramo, la Sopraintendenza alle Belle Arti, il Ministero dei Beni Culturali e perfino il Comune, si siano mostrati negli anni inadeguati a gestire un problema d’immagine di enormi proporzioni.
Di questi esempi negativi l’Abruzzo è pieno! Si pensi all'attuale abbandono al suo destino dell’Aquila, la mancata valorizzazione di aree pregiate per la storia, penso al borgo medievale di Castelbasso, vicino a noi oppure la mancata riqualificazione di grandi conventi come quello di San Giovanni di Capestrano o delle numerose abbazie cistercensi, l’abbandono di antichi conventi, i numerosi ponti romani nel degrado assoluto.
Purtroppo la Storia, quella con la S maiuscola viene violentata giorno per giorno!
La speranza è che il progetto finanziato dalla Fondazione Tercas, fra le istituzioni più interessate al recupero, presentato alla Regione Abruzzo, prima o poi venga almeno preso in considerazione!

venerdì 28 marzo 2014

In uno “Svarietto di terra” tra le vecchie scalette e l’Annunziata

Che grande idea fu animare uno “Svarietto” di terra e accogliervi il meglio della cultura teramana.
Carlo Marconi è stato un personaggio anticonformista che ha illuminato di cultura, dal 1976 al 1996 le serate della città di Teramo.
Il noto scrittore Giammario Sgattoni lo definiva:
“… sempre elegante, i suoi cappelli di feltro chic… e il sorriso davvero esemplare”.

Carlo colorava le vetrine del centro storico con le sue locandine che preparava insieme ad amici fidati come Peppino Scarselli, Alberto Chiarini, Genì Fantacone e poi affiggeva di soppiatto per richiamare il popolo ad una serata di poesia, scultura, musica.

Nasceva così la custodia dei valori popolari:
un “Sant’Antonio” con canti di questua tra bruschette, salsicce e vino, uno “sdijuno” dopo i digiuni quaresimali con la messa celebrata dallo storico Don Giulio Di Francesco, un “San Giovanni” col comparato a fiori dove, portando una rosa, una margherita, si acquisiva un compare a vita.

Un “San Luca” protettore dei pittori dove si riuniva il meglio di questa nobile arte, un “San Martino” tra allegre chiacchierate con Fernando Aurini, Alfonso Sardella, Vincenzo Cimini e bicchieri di vino novello, un “San Berardo” un “Focaracce”.

Tutte scuse per riunire davanti al suo vecchio focolare gli amici e fare cultura in maniera insolita.

Sandro Melarangelo, storico e pittore definiva questa idea
“… una grande valorizzazione del patrimonio locale in un modo che solo i mecenati rinascimentali sapevano fare, unendo ospitalità e sapere … un luogo piccolo dove svariarsi senza seriosità pur facendo cultura”.

Erano i tempi di Guido Montauti, Giustino Melchiorre, Guido Martella e di tanti altri grandi nomi di teramani che ci hanno lasciato.

Era frequente nelle serate dello “Svarietto” incontrarsi col grande Ivan Graziani, con la Grazia Scuccimarra, assistere ad un saggio di danza delle dolcissime Liliana Merlo e Mariella Converti, ascoltare il sax di Nino Dale, osservare le opere di Norma Carrelli, Alberto Chiarini, Sandro Melarangelo, godere del Coro Verdi, dello Zaccaria, ma anche di un umile suonatore di “Ddu Botte”.

La mitica Paola Borboni, capitata in quel giardino, si mise a declamare versi e alla fine scoppiò in una fragorosa risata dicendo che pur avendo calcato i più grandi teatri italiani, mai si era sentita così ispirata.

Si prodigava il signor Carlo per riunire gli artisti e dare un servizio alla città, regalando un luogo dove poter coltivare il bello della vita.

Ricordo che quando trasmettevo musica e chiacchiere a Radio Centro Abruzzo, dopo il mio spazio, andava in onda l’appuntamento curato da un uomo di cultura che ammiro, il Professor Gabriele Di Cesare.
“Ipotesi”, era questo il nome del programma nel quale Gabriele invitava tutti i personaggi di questo mitico cenacolo dando poi appuntamento in via Nicola Palma 47, in una sorta di sodalizio dal quale la cultura teramana usciva vincente.

E la signora Rosa insieme al marito Carlo era lì ad attendere tutti, anche gli sconosciuti, offrendo un bocconotto, un panzerotto, una pizza rustica, del vino ma, soprattutto ospitalità d’altri tempi.

Ricordo alcune serate meravigliose, poche purtroppo, visto che la mia tenera età a quei tempi, mi impediva di capire la valenza di questi incontri dei quali oggi non farei a meno: i festeggiamenti per i 105 anni di
Domenico Centinaro nell’epifania del 1983, gli auguri per i 12 anni di attività della nostra radio nel maggio del ‘90 dove, tra gli splendidi naif di Shandra Moscardelli furono molti gli ascoltatori dell’emittente a farci visita.

Carlo e Rosa erano sempre lì con il buon umore che li contraddistingueva e mentre parlavano con gli astanti, buttavano occhiate agli amati fiori del giardino per vedere se avevano bisogno di qualcosa.

Innamorato della montagna, Carlo Marconi organizzò con gli amici dello Svarietto anche delle serate per rivitalizzare paesi abbandonati come Figliola di Crognaleto, Settecerri di Valle Castellana,
Altovia di Cortino e dall’alba al tramonto tra una poesia, una pittura, una foto e l’esibizione di un coro di montagna, si consumava degnamente la vita.

Tanti personaggi, alcuni ancora vivi, molti partiti per il lungo viaggio, ma scommetto che da lassù guardano sempre la “loro” Teramo.


Grazie ai cari parenti di Carlo Marconi e a tutti coloro i quali hanno messo a disposizione le foto d'epoca di questo articolo! 

giovedì 20 marzo 2014

Il Duomo di Teramo, baluardo di fede e arte!

Non tutti i teramani colgono pienamente le bellezze dell’assetto urbano che da Piazza Martiri della Libertà, a Teramo si estende intorno al Duomo.
La cattedrale che è in posizione baricentrica, rappresenta il fulcro delle principali vie cittadine.
Nel periodo imperiale di Roma la città aveva proprio qui il suo perimetro, tra piazza Martiri, via Torre Bruciata, la via del Cardo, oggi tra il Melatino e la chiesa di S. Antonio, del Baluardo e Noè Lucidi.

Il tragitto oggi che da Porta Reale attraversa il corso De Michetti e quello intitolato a Vincenzo Cerulli, grandi personaggi teramani, un tempo il Decumano da dove partiva l’arteria principale per Castrum Novum, l’attuale Giulianova, propone oggi al turista la vista della maestosità di questa cattedrale che ha il suo pezzo forte proprio nella facciata principale.

Costruito a “cento passi” dall’antica cattedrale, oggi S. Anna, sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giunone e Apollo, il Duomo vide la luce nel 1158.
Una struttura unica doveva legare il tempio con il grande complesso del teatro e anfiteatro, incorporati in quelle mura del cortile dove anni fa c’era un quotato Istituto di Scienze Religiose.

La prima costruzione fu realizzata utilizzando materiali delle abitazioni distrutte dai Normanni e pietre del teatro romano.

Era il 1078, i Normanni ci invasero alla caduta del Sacro Romano Impero e i barbari saccheggiavano ovunque.
Era proprio il tempo del vescovo Berardo da Pagliara che poi divenne il patrono della città.

Qualche anno dopo, nel 1152, Roberto di Loretello rase al suolo quasi tutto, compresa la chiesa madre di allora, Santa Maria Aprutiensis, attuale S.Anna. La città fu ricostruita a opera del vescovo Guido II.

Poi, correva il secolo XIV, periodo delle Signorie, il vescovo Nicolò degli Arcioni fece realizzare la facciata che, nel corso degli anni, si arricchì di una preziosa merlatura guelfa, simbolo inequivocabilmente del potere vescovile.

 Nel 1493 l’allora vescovo chiamò il Maestro Antonio da Lodi per il completamento del campanile che venne impreziosito da maioliche castellane.
Poco tempo dopo fu completata la grande campana aprutina fusa con maestria da Attone di Ruggero.

Dovremmo forse guardare con occhi diversi il nostro Duomo, soprattutto amare la nostra storia come identità e risorsa della città.
Far cadere lo sguardo ad esempio, sul portale, opera realizzata nel 1332 dall’insigne maestro romano Deodato di Cosma, appartenente al filone gotico abruzzese già presente ad Atri, Sulmona e Lanciano.

Se ci soffermassimo sui particolari scopriremmo gli stemmi della diocesi teramana, del vescovo Niccolò degli Arcioni, le sculture di Nicola da Guardiagrele, raffiguranti l’arcangelo Gabriele, l’Annunziata, il Redentore e il patrono San Berardo.

Spostandoci sul lato meridionale guarderemmo con attenzione la sporgenza semicircolare dell’abside della cappella dedicata al patrono, sotto la quale si trovano cippi e resti romani.

Tornando alla facciata principale e ammirando la scalinata, gli occhi non potrebbero non vedere gli austeri leoni che sorreggono le colonne sormontate da statue.
Il leone può essere, a ben ragione, ritenuto l’animale simbolo della città.

Sculture leonine si trovano a decorazione della fontana nella piazza dove si trova anche il palazzo comunale, a guardia del porticato dei Melatino, oggi sede Aci e del palazzo Savini.
Rappresentano la fierezza del popolo aprutino.

Vari vescovi si sono adoperati nei secoli per rendere monumentale il Duomo.
Il primo a essere ricordato non può non essere Guido II che fece erigere il monumento, poi Niccolò degli Arcioni che lo ampliò.
Le colonne interne, tutte diverse e il presbiterio notevolmente più in alto rispetto alla chiesa, denotano proprio le due strutture come erano secoli prima.

All’interno, ancora leoni, immancabili a guardia dell’ambone monumentale e della pregiata cattedra lignea, il cui trono episcopale con baldacchino sormontato dallo stemma dei vescovi aprutini conclude il perimetro della chiesa.

Si resta colpiti dal Paliotto argenteo custodito in teca sotto l’altare maggiore, opera del grande orafo Nicola da Guardiagrele.
Consta di 35 pannelli contenenti scene sacre della vita del Cristo.

A sinistra, imperdibile, la cappella di San Berardo con il Polittico, tavole lignee del ‘300 realizzate da Jacobello del Fiore, raffiguranti l’incoronazione della Vergine Maria.

Un altare barocco di pregevole fattura, custodisce l’urna con le reliquie del santo patrono.

Anche la sacrestia, che in tante chiese non ha valenza artistica, nel Duomo di Teramo riveste enorme importanza grazie anche a opere immortali di un polacco, pittore del ‘600 teramano, Sebastiano Majewski.

Correva l’anno 1622 o giù di lì quando il giovane polacco, che nel frattempo aveva firmato un ciclo pittorico con storie della vita della Madonna nel convento di Santa Maria delle Grazie a Ortona, venne chiamato a Teramo per il 500 esimo della morte di San Berardo, allorquando fu eretto un nuovo altare in onore del santo e a lui commissionarono sei tele che oggi lasciano stupefatti, chi in visita alla Basilica, si soffermi davanti all’altare in noce intagliato, in cui si ritraggono momenti della vita del patrono di Teramo.

In tarda età il grande pittore lasciò come regalo finale della sua incommensurabile arte, affreschi che ancora oggi ornano lo splendido chiostro dell’antico convento di Santa Maria di Propezzano nell’agro di Morro d’Oro, vero caposaldo del romanico aprutino, dove spicca per bellezza la scena della Visitazione dell’Angelo annunciante alla Vergine.

Uscendo colpisce di nuovo la vista il grande campanile di 50 metri con la sua parte terminale sormontata da un prisma ottagonale, realizzato da Antonio da Lodi, lo stesso che bissò il momento artistico, nella imperdibile Cattedrale di Atri

venerdì 7 marzo 2014

Teramo: Una città, un territorio ultra millenario!

Parlando di Teramo e del suo territorio, c’è bisogno di riflettere sulle sue origini e sul suo essere una città vecchia di diversi millenni.
Se dovessi presentare la mia città a ipotetici visitatori rimarcherei comunque il fatto che la sua nascita risale a 350 mila anni fa, nella cosiddetta età paleolitica o della pietra grezza.

Abbiamo reperti che lo testimoniano dal centro città e fino alle montagne gemelle, nel cuneo delle gole del Salinello con le grotte di S. Angelo e Salomone.
Anche la successiva età del neolitico o della pietra levigata è ben rappresentata nella Val Vibrata, attraverso il sito archeologico di Ripoli dove  è stato scoperto quello che era un piccolo villaggio di agricoltori con una necropoli interessante.
Per non parlare dell’età del bronzo e del ferro di cui raccontano gli scavi effettuati alle porte di Teramo e a Tortoreto Alto.

Come dimenticare poi la grande necropoli di Campovalano, presso Campli con le sue duemila e passa tombe e i corredi funerari, le armi, le suppellettili riaffiorata dopo millenni?

Dalle pietre disseminate nella nostra provincia trasuda l’intera civiltà dell’uomo.

Tutti raccontano di un luogo che è stato creato dai Romani nel 790 e, ancor prima, dai popoli italici, segnatamente i Pretuzi così che l’antica Interamnia tra i due fiumi, è anche chiamata Petrut.
Pochi sottolineano il passaggio di quasi tutti gli Italici, gli agricoltori Sabini e Siculi, dei Fenici e ancor più, degli Etruschi di cui una piccola goccia di Dna passa nelle origini cittadine di un abitato dove la storia dell’umanità è forse un po’ snobbata.

Gli antichi Tirreni che non provenivano affatto dall’Anatolia occidentale come affermava Erodoto, e come molti storici credono, ma vantavano origini italiche, nel III secolo o giù di lì, pare si fossero messi in cammino da Tarquinia.

Scoprirono nel territorio teramano un luogo ameno e fertile poco lontano da un mare, l’Adriatico, certamente più a misura d’uomo e percorribile, insomma una terra di vacanza in cui poter trascorrere magari tranquilli attimi di riposo.
Gli Etruschi erano grandi lavoratori, agricoltori e allevatori e certamente hanno trovato nella nostra terra un habitat ideale anche per commerci tra oriente e occidente.

Archeologi e storici, d’altronde, studiano da decenni l’origine di questo popolo e il mistero infinito del loro tramonto affiancando oggi anche la scienza della genetica che permette di leggere nei dettagli il genoma degli uomini di oggi come di quelli antichi.
Certamente gli Etruschi, contrariamente ai Fenici hanno lasciato poco o niente di eredità dissoltasi forse con le migrazioni degli ultimi cinque secoli ma la loro presenza a Teramo non si può definire leggenda.

Prossimamente parleremo della Teramo medievale!

lunedì 3 marzo 2014

Il Carnevale degli ignorantelli a Teramo!

Davanti a tanti Carnevali pallidi, stonati, messi in piedi alla buona, con musica e qualche carro qua e là, risulta impossibile non tornare con la mente agli “Ignorantelli”.

Era il caratteristico gruppo di persone che, accomunate dalla passione per la musica, la goliardia e dotati di quella teramanità ormai scomparsa, rallegrava tutte le feste portando note di allegria e spensieratezza con la semplicità e genuinità tipiche del popolano.
Chi ha qualche anno in più, ricorderà il mix di frizzante, divertente, rinfrescante comicità infantile che nasceva spontanea da questo gruppo di amici.

Il gruppo, apparentemente sgangherato, disseminava il Corso di Teramo di gag improvvisate, surreali, sospese tra varietà, clownerie, mimo e cabaret in una combinazione irresistibile di vivace autoironia.

Come dimenticare gli improbabili strumenti grotteschi usati promiscuamente insieme a quelli reali?

Tra tamburi, trombe, ddù botte, urr urr, si celavano brocche, catini, piatti e divertenti “modifiche” a consueti oggetti di vita quotidiana, dove persino un carrozzino per bimbi o uno sciacquone avevano la loro funzione.
Il buonumore, la simpatia dei suoi componenti era trascinante, regalava sorrisi e spensieratezza.

Gli Ignorantelli sono sempre stata l’espressione più gigionesca e ironica di una città che un tempo era viva, che aveva voglia di ridere, che superava i problemi col sorriso, insomma, ciò che manca oggi a Teramo!

I nostri improvvisati attori, con la loro lucida follia trasmettevano l’idea di un universo sottosopra diviso tra intelligenti e sprovveduti in una fine autoironia delirante che manca a tutti noi.

Erano i personaggi della vita di tutti i giorni che sfilavano per le vie cittadine già dal lontano 1933, col fascismo al suo apogeo.

Non si poteva criticare il regime?
Ebbene, uomini come Ammazzalorso, Giulio Di Teodoro, per tutti “Giuggiù”, ebbero la felice intuizione di creare questa finta scolaresca di ignoranti a cui tutto era permesso, anche prendere in giro i governanti e i potenti dell’epoca.

Il compianto giornalista Tiberio Cianciotta, descriveva la maschera di “Giuggiù” mirabilmente: “… piccolo, il volto segnato dalle rughe, pochi denti a gocce, voce roca simile a Buscaglione …”.

Era questo personaggio uno dei massimi esponenti di quella scolaresca cialtrona che al sussidiario preferiva il piffero o l’organetto, la tromba e la musica.

C’erano tante altre figure come, Elio Cutini, Tonino di Eugenio, per tutti “Lu piagnuse”, quello che iniziava a piangere per scherzo, alla stregua del più famoso personaggio dei Brutos televisivi della
Rai e finiva per piangere davvero.

Tra singhiozzi e bicchieri di vino rosso, trascinava una carrozzella con pupazzo dentro.

Come dimenticare Esposito Damiano, per tutti “Tipo Tapo”, l’uomo snodabile che riusciva a piegare tutte le membra e che, davanti all’improbabile corteo con smoking, bombetta e bastone, dettava i tempi di marcia dirigendo, a fatica, l’accozzaglia di scolari sui generis.
A volte toglieva il copricapo, salutava il pubblico, assiepato ai lati del corso per farli diventare parte attiva dello show.

C’era “La caciola”, il piccolino dalle gambe esili che portava con orgoglio lo stendardo degli Ignorantelli.
Nel gruppo si distingueva anche uno slavo, armadio di oltre un metro e novanta, “Ivic” che parlava senza farsi mai capire.

Molti ricordano i suonatori della banda del maestro Fedele, che seguiva il gruppo degli Ignorantelli: Graziuccio al sassofono, Fedele a dare aria al bombardino, Matè alla tromba, Nerio il parrucchiere con l’ocarina, Michele Di Biagio con fisarmonica, flauto e trombone.

Non tutti potevano far parte del gruppo.
I componenti venivano scelti con perizia.

Si doveva essere geniali e strambi per poter partecipare a quei carnevali gioiosi e spontanei che fino agli anni ’60 e comunque fino alla morte di Giuggiù, hanno caratterizzato Teramo, convogliando folle di gente entusiasta e donando alla città grande notorietà.

Gli Ignorantelli furono ospiti di grandi carnevali a Francavilla al mare, San Benedetto del Tronto, Roma.
Furono invitati anche al circo di Moira Orfei.
Entrarono nell’arena e subito conquistarono il pubblico con le loro trovate burlesche.

È bello pensare che questi amici stanno festeggiando il Carnevale tra le nuvole.
Non dimentichiamoli perché faremmo torto alla cultura e alle tradizioni, autentico patrimonio aprutino.

giovedì 8 agosto 2013

Il custode del passato: Lucio Cancellieri

Lucio Cancellieri ci ha lasciato in punta di piedi nel bel mezzo dell'estate.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e frequentarlo, scoprendo così un uomo di grande levatura umana e culturale.
Addio Lucio sei nel cuore di chi ama Teramo!
Ecco l'ultima intervista che mi ha rilasciato mesi fa!


Intervistare Lucio Cancellieri non è cosa facile.

Il suo essere schivo, umile e mai pieno di sé è inversamente proporzionale alla sua energia allo stato puro, alla sua simpatia contagiosa.

Ma a chi vi scrive non può dir di no.

Ne abbiamo fatte di trasmissioni radio la domenica insieme, tante da aver cementato un’amicizia che va oltre la scarsa frequentazione che abbiamo da anni.


I suoi occhi guizzano furbi e intelligenti mentre mi dice:
“Ma che storia è questa, Sergio? A chi vuoi che interessi una pagina tutta per me in una rivista così bella”.

Eppure di libri dedicati al nostro essere teramani ne ha fatti tanti che li potete vedere sparsi in mezzo a queste mie righe.

Lucio è il custode del passato e il cantore del futuro.

Rievocando in tutte le sue pubblicazioni i nostri frammenti di vita vissuta, crea intorno a noi il mosaico perfetto di emozioni, di affetti, di paesaggi da farci riconoscere tutti protagonisti nelle sue belle liriche per un futuro che non può prescindere dal passato.


I suoi libri sono stati definiti “lo scrigno della più genuina anima teramana”.
Una bella definizione per questo ex insegnante di educazione fisica, nato nel 1940, sotto una stella che gli ha donato una sensibilità fuori dal comune.

“E’merito del mio segno zodiacale, l’ho scritto in una presentazione di una delle mie raccolte di poesie.
Grazie a lui, giuro, riesco a cogliere i sentimenti e gli aspetti romantici della vita”.
Mentre mi parla, i ricordi mi si affollano nella mente.

Riaffiorano le trasmissioni radiofoniche di musica popolare, gli amarcord in vinile, le telefonate tra noi alla ricerca spasmodica di musiche antiche.

Avevamo un amico comune, Alfredo, che forniva canzoni introvabili dal suo sconfinato archivio musicale.


Già allora, il professore scriveva in gran segreto le sue poesie e forse credeva sarebbero rimaste chiuse nel cassetto dei ricordi.

Invece la vita gioca con le nostre esistenze e oggi la sua vocazione poetica è diventata il recupero di fotografie del passato, la conservazione della memoria da trasmettere ai giovani.

I valori dello sport che sono stati bussola per la sua attività scolastica, sono oggi diventati i valori di un mondo che non deve dimenticare quello che siamo stati per far sì che i giovani abbiano un punto di riferimento da cui partire.

E dal primo libro, “L’ urticelle de Tabbusse”, che tanto entusiasmo suscitò alla sua uscita, ecco che il denso percorso di pubblicazioni di cui potete vedere le copertine, è diventata la riscoperta della vita, dei colori, dei profumi, il presidio di civiltà e cultura, l’arsenale con cui mirare dritto all’intelligenza dei lettori.


lunedì 27 maggio 2013

La strana storia di Casa Francese a Teramo!

Una tra le pagine più sanguinose della storia di Teramo la scrisse, nell’anno 1152, Roberto di Loretello quando impose la sua signoria, espugnando la città e radendola al suolo con un pauroso incendio.

Da quella distruzione secondo storici attendibili si salvarono, parzialmente, la torre oggi detta appunto “Bruciata”, la chiesa di Santa Maria Aprutiensis, oggi Antica Cattedrale, Casa Raimondo - Narcisi all’angolo tra via Paris e via Anfiteatro, qualche brandello di mura di Santa Maria a Bitetto e, in via Stazio, Casa Francese.

Si deve presumere, quindi, che l’abitazione dell’antica famiglia dei Francese dovesse essere stata costruita intorno al 1100, nel cuore della vecchia Teramo.
Alcuni storici la datano, invece, primi anni del 1300.

E’ importante comunque sapere che ancora oggi Casa Francese esiste e si può classificare come una se non la più vecchia abitazione aprutina.
Si tratta di un edificio tipicamente medioevale, caratterizzato da una piccola corte in mattoni, alternata a ricami regolari in pietra di fiume squadrata.

E’ un manufatto incredibilmente affascinante, nonostante abbia perso parecchie delle sue antiche peculiarità, con le finestre originarie che erano di minime dimensioni dalle semplici ma accattivanti cornici in pietra.

Qualcuno nel vederla al suo interno, potrebbe obiettare che manca di decorazioni ma è proprio in questa sua austera sobrietà che risiede la bellezza del suo insieme.

Abitata dalla famiglia Francese, venne poi in possesso dei nobili titolati degli Scimitarra che lo storico Sandro Melarangelo in un suo scritto, ricordò essere i proprietari della fornace della Cona, diretta concorrente della Gattarossa del bivio Cavuccio.

Infine, in un suo articolo scritto prima di lasciarci, il grande amico Gianmario Sgattoni, raccontò che l’edificio fu abitato anche dalla famiglia De Carolis, conosciuti commercianti di Teramo, possessori negli anni ’60 di una cartoleria.

Fu sempre in quel periodo, ricorda ancora Melarangelo, che Casa Francese divenne dimora del noto fotoreporter Peppe Monti, ascolano trapiantato in Teramo già dal 1958 che molti a Teramo ricordano perfettamente.

Secondo lo storico Riccardo Cerulli, Casa Francese era un esempio di “incastellata”, casa torre intesa come piccola fortezza.
In effetti il moncone di un muro, nel giardino pensile all’interno del caseggiato potrebbe far pensare all’esistenza antica di una torre.

Pochi teramani hanno attraversato il trecentesco portale ogivale che introduce in una piacevole corte aggraziata da una sobria scalinata in mattoni, dalla quale si accede ai piani superiori.

Tutto l’insieme oggi si presenta alquanto rimaneggiato, con le mura interne ricoperte di calce bianca, così come il giardino e la sua storica e gigantesca palma, al di là del quale si apre una bella vista sulla Piazzetta del Sole dietro la chiesa dello Spirito Santo.

Ebbene, signori miei, questo antico palazzotto nobiliare è in vendita da alcuni anni.
Forse il prezzo non alla portata di tutti, forse anche la struttura antica della casa e l’attuale crisi economica, scoraggia gli acquirenti.

La signora, ultima proprietaria, anziana e stanca di dover salire ogni giorno le scale, intervistata da me un paio di anni fa, parve fermamente intenzionata a cedere un edificio che è parte integrante della storia millenaria di Teramo.

Ci dovremmo domandare, noi che amiamo la nostra città, chi mai acquisterà l’edificio, che fine farà la casa, in quali mani cadrà, quali lavori di ammodernamento subirà.

Abbiamo già, purtroppo, degli esempi negativi nella ristrutturazione di Casa Melatini, una delle più belle abitazioni nobiliari del XIII secolo, di fronte alla monumentale chiesa di Sant’Antonio.

I lavori in alcuni casi non hanno tenuto conto della storia e del valore dell’edificio e, tra i numerosi rifacimenti che esso ha subito, questo è stato forse il più distruttivo.

So che il comune di Teramo non ha granchè di fondi ma si è valutata comunque l’esigenza di acquisire questo pezzo di storia e farne magari un museo?

Com’è possibile che la Soprintendenza per la salvaguardia delle architetture storiche, non ponga vincoli a queste mura che rappresentano, insieme a quelle dei Melatini, di Casa Urbani e del palazzo liberty dei Castelli, una specie di museo di storia a cielo aperto di evidente interesse culturale?

Possibile che la Regione e altri enti territoriali continuino a disinteressarsi del patrimonio storico di Teramo?

Nella nostra città ci siamo sempre distinti per la propensione masochistica di distruzione del passato.

Non continuiamo a farci male.

L’amministrazione comunale valuti con attenzione la possibilità di utilizzare questo edificio, magari trasformandolo in Servizi Educativi per i giovani con l’obiettivo di promuovere, documentare ed educare alla conoscenza del patrimonio artistico e sociale e alla storia che non deve morire.