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lunedì 18 maggio 2015

Finalmente San Bernardino!


"Tu, o Gesù, onore dei credenti, forza di coloro che operano. Tu sostegno dei deboli, per Te i malati sono sanati, le colpe perdonate e coloro che soffrono sono irrobustiti".
(Sermone 49 dagli scritti di San Bernardino da Siena)


Un bel sole illumina il bianco splendente della facciata quattrocentesca di San Bernardino all'Aquila, opera del grande Cola dell'Amatrice.

I tre mirabili livelli architettonici di ordine dorico, ionico e corinzio, si mostrano quasi inediti.
L'ultima volta la stessa facciata non l'avevo vista, imbracata com'era ovunque, avvolta in una morsa inaudita di giganteschi ponteggi, tubi chilometrici e grandi lamiere.
Ricordo che quel giorno c'era una pioggia giallina di scirocco e nuvole grosse e grigie in cielo.

Oggi, al contrario, i raggi del sole primaverile spargono speranza a profusione.
Un'anziana signora, dai capelli bianchi candidi, scende lungo la scalinata d'ingresso stringendo la mano del piccolo nipote.
Ha il viso paonazzo di chi si è visibilmente commosso.
Un'emozione forte questa, per tutti gli abitanti del capoluogo abruzzese.

Finalmente in una città martoriata, un segno di ripresa che si concretizza nel riappropriarsi di uno dei tanti suoi gioielli, in attesa di riavere anche la splendida Collemaggio e le spoglie di Celestino V al loro posto secolare.

Questa severa basilica fu costruita tra il 1454 e il 1472 per custodire le spoglie mortali del grande Bernardino, francescano senese, a cui il popolo aquilano attribuisce da secoli miracoli per chi è capace di pregarlo intensamente davanti alla salma.

E le spoglie del grande santo ora sono tornate di nuovo al loro posto sotto il presbiterio, lato destro della grande basilica.
Accade a sei anni dal disastro, dopo oltre settecento giorni di cantieri e qualcosa come tredici milioni di fondi.

Mi racconta Antonio De Petris, vispo settantenne, davanti a un bel bicchiere di birra nel chiosco accanto alla chiesa, che i resti di San Bernardino, per tornare a casa, hanno sfilato giorni prima per la città, scortati da un nugolo di cittadini, tra fanfare di alpini, autorità, confraternite e ordini religiosi locali.
"C'erano tricolori ovunque- racconta ridendo sguaiato- neanche ci fosse stata la nazionale di calcio".
Certo mi sarei aspettato una serie di bandiere con il monogramma bernardiniano: il sole raggiante in campo azzurro, le lettere IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco e, sopra la lettera H, un allungamento dell'asta a rappresentare la croce di Cristo.

Fu questa la grande intuizione di Bernardino, impiantata in lui dallo Spirito Santo, un emblema che si diffuse grandemente e aiutò la devozione e la sequela del Cristo, prendendo il posto di stemmi e blasoni di antiche corporazioni.

"Tutti guardavano in alto e quando gli occhi si abbassavano erano pieni di lacrime inespresse" -  continua Antonio con animo sorprendentemente poetico.
C'è da capire queste parole!

Il capolavoro del soffitto ligneo, all'interno, opera settecentesca di Ferdinando Mosca, è tornato a brillare sulle teste grazie ai soldi pesanti dei fondi Cipe e della Carispaq, la cupola all'esterno sembra nuova, rinata dopo le gravissime lesioni, la torre campanaria crollata in parte, è stata mirabilmente rinforzata con una serie di consolidamenti conservativi di ultima generazione.

Restano, quanto prima, da restituire ai visitatori e fedeli le cappelle laterali, ma questo, giurano, accadrà presto.
E pazienza se qualcuno sicuramente avrà lucrato da questi grandi interventi in città.
Importante, troppo importante ricominciare anche se a piccoli passi.

La riapertura della basilica risorta dalle macerie è il trionfo della vita, ha detto quel giorno, con sguardo di padre e pastore, il vescovo Giuseppe Petrocchi.
Il monsignore, visibilmente commosso ha continuato facendo riferimento al Vangelo come benedizione di un tralcio potato che, nella misteriosa sapienza di Dio, patisce grandi perdite per avere presto frutti sovrabbondanti.

Lo Spirito Santo, insomma, ha i suoi disegni ma forse per gli aquilani questi sono un tantino contorti.
A me piace semplicemente pensare che la vita è come l'acqua di un fiume, a volte stagna in qualche
oscuro laghetto ma poi arriva sempre al mare e ci arriva purificata!

Le antiche campane ora suonano a distesa per l'Angelus del mezzodì.
I loro rintocchi riempiono l'aria del centro storico, danno una lieta parvenza di normalità a una città che normale non è più da sei lunghi anni, da quando il terremoto del 2009 ha sconvolto la geografia non solo dell'Aquila ma di tutto l'Abruzzo.

La basilica già nel 1703 aveva rischiato di essere rasa al suolo ma quel lunedì santo del sei aprile, alle famose ore 3,32, ha cambiato la geografia dell'Abruzzo intero, ha sconvolto le vite di tutti: chiese distrutte o danneggiate profondamente, i conventi francescani di San Bernardino e San Giuliano, di enorme importanza storica e religiosa per la santità dei frati che vi hanno soggiornato, con danni incalcolabili.

E poi, come dimenticare le trecento e nove vittime, gli oltre duecento feriti gravi?
Non ci si abitua mai ai terremoti neanche dopo averne subiti tanti, come quello disastroso del 13 gennaio di cento anni fa, 11esimo grado Mercalli che causò nella vicina Marsica più di 30 mila vittime.

Devo dire che gli aquilani sono tosti, gente di montagna che si piega, si flette ma non si spezza.
Potrebbero scrivere un'enciclopedia della sofferenza e della disperazione, la durezza della vita li segna periodicamente nel corpo, nella personalità, nello spirito, ma essi non si rompono neanche davanti a una botta terribile di magnitudo 6,3.

Entro in basilica e mi prende un groppo alla gola.
L'emozione mi fiacca le gambe, mi toglie il fiato.
Molte persone si aggirano col naso in su: studenti di arte, fedeli, turisti dell'ultima ora, curiosi.
La pianta a croce latina è divisa in tre navate con sei cappelle laterali. Il grande organo settecentesco sta suonando sotto le mani esperte di un frate.
Il soffitto dona colore e luce all'ambiente.
Al centro della volta trionfa finalmente il grande Monogramma Bernardiniano.
Il santo senese non aveva creato questo disegno a caso.

Tutto in quel logo antico aveva un significato: il sole centrale a rappresentare il Cristo fonte di vita che irradia amore e carità; i dodici raggi a richiamare gli Apostoli inviati dal Cristo a portare la Parola; gli ulteriori otto raggi a ricordare le Beatitudini e la felicità dei Beati; il celeste dello sfondo come simbolo di fede e le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo alla comunità di Filippi: "Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia dagli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi".
Peccato per il Sepolcro di Maria Camponeschi, la donna piegata dal dolore per la perdita della figlioletta, icona di tutte le tragedie di questa città mirabile ma eternamente sfortunata.

La cappella è ancora in restauro.
Posso consolarmi ammirando il Coro in stalli di noce, opera di Giancaterino Ranalli e il Mausoleo di Bernardino a forma di grossa arca quadrata che ha, nella parte inferiore, l'urna con le spoglie miracolose del santo.

Un'occhiata al singolare Altare Maggiore in pietra e marmi, la inutile ricerca della Pala in terra cotta di Andrea Della Robbia che pare sia in restauro anch'essa ed è già ora di ripartire.
Proprio come deve assolutamente ripartire L'Aquila!


Arrivare all'Aquila:
Da Roma ( A1, per chi viene da Nord e da Sud)
Autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo.
Da Giulianova ( A14, per  chi viene da Nord)
Bretella autostradale Giulianova-Teramo / Autostrada A24 Teramo-L’Aquila.
Da Pescara ( A14, per  chi viene da Sud)
Autostrada A25 Roma-Pescara, in direzione Roma ed uscire al casello di Bussi.
Seguire le indicazioni stradali per L’Aquila (circa 60 km).

mercoledì 28 maggio 2014

Fossa: il paese senza vita!

Un uomo di alta statura mi viene incontro salendo dal fosso sul ciglio della strada interrotta dai crolli causati nell'aprile 2009 dal terribile sisma aquilano.
Negli occhi di tutti gli amanti dell’arte c’è ancora il disastro di Santa Maria di Collemaggio all'Aquila, il cratere all'interno della chiesa delle Anime Sante, i campanili di centinaia di paesi sgretolati.
Il sisma del 2009 ha lasciato tramortita l’Abruzzo.

Il terremoto ha diviso la vita tra un “prima” e un “dopo”, tra identità sbriciolate e facciate polverizzate, tra povera gente infagottata sullo sfondo di tende blu e memorie dei luoghi da porre in salvo.

Questo del 2014 è invece un aprile calmo, canuto di verde e di fiori lungo la vallata dell’Aterno, rimasta disastrata dopo l'evento indimenticabile.
La luce e i paesaggi del giorno rendono ancor più tetro un paese distrutto da una forza inaudita sprigionatasi dalle viscere della terra.

L’uomo è decisamente sorpreso dalla mia Nikon.

Non gli è chiaro cosa ci sia da fotografare in questo borgo ridotto a ghost town, dove i tetti sono crollati, i muri sono a monconi, le case intere imbracate alla ben meglio e gli unici esseri viventi, padroni del territorio, sono cani e gatti randagi.

Poi mi racconta come la vita si sia effettivamente fermata al 9 aprile 2009 in gran parte dei paesi aquilani.

Sull'uscio di casa troviamo la moglie Ernestina.
La donna zoppica e la sua storia è splendida.
Un giorno durante una gita nel bosco inciampò in un tronco sul sentiero e si fece male.
Tutti a dire: “ti devi disinfettare, ti portiamo a valle attaccata alle nostre spalle!”
Ma lei a ripetere che non era successo nulla.
Tornati a casa tutti si accorsero che la gamba era scassata.
Da quel giorno porta il bastone.
La vallata sotto è un paesaggio lunare, un posto magico dove anche i sassi hanno l’anima.

Mi aggiro per il paese e ovunque si respira desolazione e morte.

Pensare che avevo visitato Fossa l’estate precedente la maledetta notte di aprile.

L’avevo trovato delizioso, uno degli abitati più belli dell’aquilano.


Ero andato per scoprire la chiesa di Santa Maria ad Cryptas, splendido monumento di arte cistercense.
Oggi è interdetta al pubblico.

L’antico campanile che gravitava pericolosamente sulla volta a crociera, è stato ingabbiato in una grande struttura metallica, alzato con una gru e messo a terra.
Gli interni del tempio, mirabilmente affrescati nella loro interezza da preziosi dipinti di pittori medioevali, sono stati messi in sicurezza e il soffitto ligneo ha retto all'urto del sisma.
Laddove alcuni affreschi sono stati intaccati, la Sovrintendenza ai Beni Culturali d’Abruzzo, ha già fatto recuperare i frammenti per ricomporre al più presto gli antichi dipinti.

L’edificio è stato costruito nella seconda metà del Duecento con una struttura architettonica semplice ma ben fatta, vista la resistenza al sisma e nella sua unica navata all'interno, toglie il fiato al visitatore per la bellezza delle pitture.


Le opere raccontano nei due cicli, storie del Vecchio Testamento concentrate nella “Genesi” e nel “Giudizio Universale del Cristo Giudice tra gli Angeli”, che riporta terribilmente alla potenza distruttiva del terremoto e gli episodi salienti della vita del Cristo con gli stupendi colori grigi gonfi di tristezza della “Flagellazione” e della “Crocifissione”.
Intaccato, per fortuna lievemente, il ciclo dei mesi del “Calendario”, opera simile a quella dipinta magistralmente, nell'Oratorio del Pellegrino di Bominaco.

Si spera che tornerà presto a regalare ancora i suoi significati allegorici del lavoro dei campi benedetto da Dio.
Nessun danno per il dipinto raffigurante l’Inferno, icona involontaria del baratro che si è aperto nella vita degli aquilani.
I demoni torturanti con San Michele Arcangelo dedito alla pesa delle anime, sono ancora lì.
La “Risurrezione delle anime” raffigurata con i morti che escono dalle proprie tombe, può servire di augurio per una pronta rinascita del territorio.
Questo edificio offrirà ancora, si spera per secoli, una preziosa chiave di lettura della vita e della spiritualità del popolo aquilano e abruzzese in genere.

D'altronde la storia della nostra bellissima e sfortunata regione è legata a doppio filo alla religione cristiana e al monachesimo occidentale che ha dato un’impronta indelebile alla sobrietà dello stile di vita dei suoi abitanti.

Un tesoro sorprendente incastonato in paesaggi indimenticabili che speriamo possano tornare presto a incantare i turisti di tutto il mondo.

L’antico villaggio di Fossa aveva nobili discendenze storiche.
Risaliva al tempo della Prefettura romana “AVEIA VESTINORUM”, che presto divenne cristiana ed ebbe i suoi primi martiri nel levita Massimo e nella giovane vergine Giusta.

In seguito, Fossa fu sede vescovile, abitazione di Gaudenzio, uomo di fiducia del papa Ilaro nel primo Concilio Romano della storia.

Anche nel medioevo il borgo fu un grande insediamento.

I nuclei degli abitati di pianura, ben presto si asserragliarono alle pendici del monte Circolo nel complesso dell’Ocre, per difendersi dalle incursioni piratesche dei manipoli di manigoldi che imperversavano ovunque.

Nel 1221, dopo la distruzione di Celano, Federico II deportò in questo paese un considerevole numero di soldati fatti prigionieri, raccogliendo l’invito di Gualtiero, allora conte di Ocre, personalità di spicco della corte di Federico.
Fossa poi entrò nella storia francescana nel 1480, quando l’antico monastero benedettino cistercense fu concesso ai frati Minori che vi dimorarono fin quando il terremoto del 2009 non fece crollare tetto e vite.
Il buon martire Cesidio Di Giacomantonio, oggi santo, che ebbe proprio a Fossa i natali, si gira probabilmente nella sua tomba a vedere come oggi sia ridotto il monastero dove da piccolo fece prima il chierichetto, poi il novizio per poi partire missionario consumatosi nel martirio in Cina.

In quella terra lontana, dove si agitavano forze esasperate nel nazionalismo che incitavano all’odio religioso, il giovane frate fu assalito dai famigerati “Boxers”, gli xenofobi inferociti.

Questi lo uccisero barbaramente a colpi di bastoni mentre cercava, nella cappella dell’Eucarestia, di salvare dalla profanazione le particole consacrate.

Il complesso che custodiva gelosamente i santi corpi del Beato Timoteo da Monticchio il contemplativo maestro dei novizi, di Ambrogio da Pizzoli che fu compagno di San Giovanni da Capestrano nella crociata contro i turchi, del Beato Placido da Roio e le reliquie del martire di Cristo Fra Cesidio, forse rimarrà senza storia per sempre.

Per giungere a Fossa: autostrada Teramo Roma, uscita L’Aquila Est direzione L’Aquila S.S. 5 bis per Avezzano