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martedì 5 luglio 2016

Sulle strade del medioevo: Bominaco e i suoi tesori.

L’altopiano di Navelli, in provincia dell'Aquila, rimane un luogo straordinario anche se l’uomo negli ultimi anni sta cercando di deturparlo con un orrido rigurgito di asfalto e cemento tra svincoli di accesso che farebbero pensare a vicine megalopoli anziché deliziosi paesini.
Borghi antichi si elevano sulla piana, dopo il sisma del 2009, semi abbandonati.
Nonostante tutto i grandi spazi e le distese verdi di mandorli resistono. Ancora crescono gli orapi selvaggi, mentre intorno nessuno può togliere l’indimenticabile vista di monti e antichi abitati turriti.
Questa era il “fiume d’erba silente” della transumanza con le chiese tratturali, luoghi di sosta spirituale, i preziosi resti della romana Peltuinum e il romanico immortale di Bominaco.
La terra dello zafferano che un giorno veniva calcata dai misteriosi Guerrieri di Capestrano, quelli dal cappello a larga falda.
Dovrebbe essere un luogo da conservare … dovrebbe.
Dovrebbe essere gridato il principio della intangibilità del patrimonio ambientale e artistico, dovrebbe essere fermato chi aspira a scippare la collettività del suo patrimonio di bellezza pervenuto dall'antichità.
E invece si continua a deturpare tutto con tappeti di bitume.


Quella volta c’eravamo sorbiti una lunga escursione che dalla piana di Navelli, una manciata di chilometri dal capoluogo aquilano, attraverso viottoli colonizzati dall'erba alta e resti del tratturo Centurelle- Montesecco, per Collepietro, aveva portato i nostri piedi al borgo antico di Caporciano e poi nella piccola frazione di Bominaco.
Collepietro, in particolare, è uno splendido esempio di fortificazione medievale con stradine che convergono verso la piazza centrale dove insiste la bella parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista.
Il piccolo tratturo era una deviazione del grande percorso Regio aquilano, autostrada verde, un tempo solcata da migliaia di bestie e uomini. Toccava le propaggini meridionali del Gran Sasso e aveva, lungo il percorso della piana di Navelli, una serie di piccole chiese, dove i transumanti pregavano Dio per il buon viaggio e si accampavano durante la notte.


Bominaco è uno dei tanti minuscoli borghi aquilani che vale la pena di ammirare. Anticamente era un luogo molto conosciuto che si caratterizzava per la presenza monastica forte e per essere un luogo strategico anche per il passaggio di chierici, pastori e carbonai.
Era un luogo di scambi commerciali. Oggi è ben lontano dalla vivacità economica e culturale di un tempo. Ma tutto è suggestivo, anche il fascino del silenzio.
Il posto si chiamava Momenaco, o Mommonacum (luogo dei monaci), ed era il punto di ristoro per chi puntava decisamente ad arrivare sulle coste adriatiche.
Questa era anche la terra dei Vestini, prima che giungessero anche qui, inesorabili, le legioni di Cesare.
Le imponenti mura raccontano della resa di un popolo che scomparve subito dopo, decimato da guerre e pestilenze. Oggi le case hanno poco più di ottanta anime.


Noi eravamo arrivati qui per poter ammirare i due monumenti benedettini di gran rilievo che caratterizzano il posto.
Prima di riempirci gli occhi del ciclo pittorico del meraviglioso oratorio del San Pellegrino e ammirare la chiesa di Santa Maria Assunta, in attesa che qualcuno venisse ad aprirci le porte d’ingresso, ci mettemmo a conversare amenamente sotto un grosso tronco di quercia. Era davvero un maggio caldo.
Mauro, dall'alto della sua immensa esperienza di macina chilometri, guardando i suoi piedi, mi disse: “Bisognerebbe onorarli e ringraziarli ogni istante. Ci portano ovunque e senza di essi non vedremmo niente di questo mondo”.
Ricordai che nelle nostre frequenti escursioni, trovandoci davanti alle limpide acque di un torrente, lui toglieva pedule e calzini e rinfrescava le estremità per lunghi minuti.
Qualche volta si denudava, senza remore, e si tuffava nelle acque fredde, uscendone fuori costipato ma felice come un bambino davanti alla tavoletta di cioccolato.
Pensai alla famosa “lavanda dei piedi” di biblica memoria, che Gesù volle fare ai suoi impolverati discepoli. Il Vangelo lo narra come atto di umiltà, ma forse dovremmo vederlo come gesto di gloria per gli arti che dovevano portare ovunque il messaggio della Buona Notizia.
Nei tanti incontri che il mio camminare mi ha regalato, ho sempre notato il contrasto tra l’uomo di città, quello preso dalla velocità, dai pensieri sfibrati, dalla pingue motilità intellettuale e l’uomo dei boschi, quello dalla lucida tranquillità, dalle verità nascoste tra le piccole pieghe di una esistenza serena e poco dipendente da inopportune leggi mutevoli del progresso.
Anche per Mauro era così.
La sua vita mentale era piena di saggezza pur essendo un coacervo di pochi strumenti e molta manualità. Un insieme di vita vera, vissuta all'ombra degli alberi tra gli spazi più belli del mondo, lontano mille anni luce dai pensieri impazziti di uomini che cambiano, mutano in un istante, fragili schegge di vita folle e breve. Lo adoravo per questo suo essere distante un’eternità da tutti noi insonni privi di pace.
Cercavo mentalmente un posto dove non fosse stato a camminare, che so la Francigena, Compostela, il Cammino di San Tommaso. Lui era stato ovunque. Per coste o per montagne, per colli o per fossi, lui era stato ovunque.
Mi correggo: quasi ovunque.

Fu dentro all'Oratorio, dedicato, chissà perché, all'abate San Pellegrino,contemporaneo di Cristo sconosciuto da queste parti, che scoprii un posto dove non era mai arrivato.
La signora, dal ghigno facile, arrivò trafelata e attaccò per non essere attaccata: “Dovevate telefonare prima. All'ultimo momento non è che posso far miracoli. Ho anch’io una mia vita”. Interruppi le sue litanie ricordando che c’eravamo guardati bene dal lamentarci dell’attesa. A pensarci bene, avevamo aspettato qualcosa come quasi un’ora.
Il tempo, quando Mauro snocciola il suo decalogo di buona vita, diventa davvero un optional, un simpatico orpello di cui ridere.

All'interno del San Pellegrino, mi sentii tramortire! L’immagine che ci accolse fu quella di San Cristoforo.La custode, evidentemente preparata, svelò che quella figura di santo serviva per invitare i fedeli alla preghiera. Era credenza di tempi antichi che vedere l’immagine preservasse il visitatore, almeno per quel giorno, da una morte improvvisa nelle ore immediatamente successive.
Sapete com'è? Mai dire mai. Feci anche io una preghiera.
Ero stato altre volte in visita dentro questo gioiello del passato medioevale abruzzese, ma stavolta era, se possibile, da mettere in prima pagina nell'album dei ricordi più belli. Davanti agli occhi c’era un tripudio di colori e figure da vertigine.
C’era la vita del Cristo e anche quella decisamente minore del monaco San Pellegrino, unitamente a un singolare Giudizio Universale sparso qua e là a destra e a sinistra, dove spiccava l’immagine più terribile, quella di San Michele Arcangelo che pesa le anime con la stadera. I dannati torturati dal demonio erano impressionanti, se messi di fronte a un San Pietro quasi gongolante, intento ad aprire a pochi le porte del Paradiso.
Ma forse il gioiello più grande era l’inedito calendario monastico-contadino delle mansioni svolte dai frati nel famoso “ora et labora” di benedettina memoria.
I segni zodiacali venivano evidenziati da figure eleganti di cavalieri su cavalli bardati, improbabili contadini con vesti belle, certamente lontane dalle realtà popolane.

Una leggenda racconta che l’oratorio fu fatto costruire dal re Carlo nell' VIII secolo, è ricordato in una iscrizione in pietra. E ci si può chiedere: di quale Carlo parliamo, forse il Magno? O forse il Calvo?
E la ricostruzione successiva a un disastroso terremoto, venne affidata all'abate Teodino, un vero esperto, nel medioevo, di ristrutturazioni sacre. I lavori restituirono un oratorio più piccolo come ampiezza e più grande come arte.
Si, perché parliamo di una minuscola aula con volta a botte tra grifi e draghi in pietra, impreziosita dal più ricco ciclo pittorico medievale dell’intero Abruzzo.
In un comprensorio come quello aquilano dove da oltre sette anni dal terremoto, è impossibile trovare una chiesa senza imbracature e puntelli, dove hanno chiuso nel cuore della città di Aquila, Collemaggio e San Berardino per pericoli di crolli, questo doppio tempio dell’anima è uscito indenne dal disastro.
E sì che l’abbazia del borgo medievale ha tutto simile a Santa Maria ad Cryptas nella vicina Fossa, chiesa che ha avuto seri danni in tutto il perimetro di struttura.

Ci recammo poi nell’adiacente badia dell’Assunta, immersa tra pini neri e silenzio sacro. Un bell'esempio di romanico basilicale, simbolo dell’austera e laboriosa regola benedettina. Santa Maria ha un passato prestigioso che si perde nella notte dei tempi. Era dipendenza dell’abbazia di Farfa, poi di quella di Valva e, nel X secolo, aveva una notevole importanza.
Ero preso dalla gioia di poter ammirare con attenzione, il bell'ambone, il ciborio e il candelabro pasquale. La semplicità della facciata non corrispondeva alla ricchezza dell’interno, tre navate e tre absidi rivestiti da un bel soffitto.
Le stesse absidi semicircolari, impreziosiscono all'esterno la facciata posteriore.
Il magnifico ambone era lì, pareva attendermi sin da quando fu realizzato nel 1180, per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Quattro eleganti colonne con capitelli scolpiti in stile corinzio dove si alternano tori alati, aquile e, nell'architrave, scene di animali e vita quotidiana, fino ad arrivare a una scena cruenta: un branco di lupi che sgozza un agnello, chiara allegoria del Bene e del male in lotta eterna.
Pensai che l’abate Giovanni, il committente dell’opera era davvero un tosto. Il tutto era impreziosito dal ciborio e dal pregevole candelabro del XIII secolo a completare l’armoniosa composizione del catino absidale, illuminato dal bianco della pietra e dalla luce delle piccole finestre a feritoia, una delle quali notai, aveva impresso nella epigrafe il tema conduttore della chiesa: “Virgo Celestiale” .

Non sarebbe stata però una giornata indimenticabile se non avessimo visitato i resti del castello e della torre circolare di avvistamento, chiusa dal XIII secolo, da un recinto di forma trapezoidale.
Salimmo così verso la piccola montagna davanti, in una scena surreale. Il sentiero evidente, pur agevole, era costellato di piccole pietre aguzze e cespugli spinosi. Per me, affascinato da quella torre dove avrei ammirato un panorama indimenticabile, non c’erano sassi o rovi. Era come se tutto fosse gomma o spugna, qualcosa di delicato su cui passare. I sentieri impervi si addolciscono quando c’è passione. Arrivati in cima fui gratificato da una veduta spettacolare. Dai ruderi del castello, risalente al XIII secolo e della torre di avvistamento del XV, si apriva ai nostri occhi mezzo Abruzzo. Vedevo distintamente Rocca Calascio, la terra delle Baronie, i paesi dello zafferano, il Gran Sasso, fino al mare Adriatico che si intuiva dietro una sorta di cortina fumogena di nuvole grasse.
Era un gran bel vedere da questa opera difensiva che pareva vigilare silenziosa sull'antico complesso abbaziale che un tempo annoverava anche un grande monastero, oggi scomparso, un' antica abbazia del mille, dipendenza della grande Farfa, con mura che si affacciavano meravigliosamente sulla grande piana, tra distese arate, piccoli poderi, paesini fortificati.
La struttura fu rasa al suolo dalle indiavolate truppe di Fortebraccio da Montone, il famoso capitano di ventura nei primi anni del 400 durante la sanguinosa guerra tra Angioini e Aragonesi.

Capii come funzionava il sistema di allarmi visivi che collegavano le varie torri di avvistamento, quando fui in cima. La strategica posizione del recinto fortificato fu chiara. Permetteva di dominare un’ampia porzione di territorio. Un presidio a guardia di Caporciano, San Pio delle Camere, e Barisciano verso L’Aquila.


Appunti di viaggio:

Bominaco si raggiunge seguendo la statale 17 che congiunge L’Aquila a Bussi. Il capoluogo si raggiunge agevolmente con l’autostrada A24 Teramo Roma, mentre Bussi ha il suo casello nell'autostrada A25 Roma Pescara. Poi, se avete buone gambe e orientamento camminate nella piana di Navelli fino al km. 30 per Bominaco. In macchina è veloce l’arrivo. All'altezza di San Pio delle Camere, vedete il bivio che porta a Caporciano. Da lì se ve la fate a piedi sono tre chilometri per la frazione di Bominaco, altrimenti con l’auto sono pochi minuti.
L’accesso al complesso abbaziale, cui si entra attraverso un cancello in ferro, è gratuito. Un cartello avverte che le chiavi sono custodite da gente del posto e ci sono i numeri per contattarli. Poi, lasciate un’offerta!
Per altre informazioni municipio Caporciano 086293731.
Non vi lascio indicazioni per mangiare. Ovunque cucinano ricette con zafferano e verdure tipiche dell’aquilano. Io ho mangiato bene al ristorante del borgo che si chiama “A Bominaco”, non lontano dai monumenti sacri.


venerdì 14 agosto 2015

A Scanno, nel paese più fotogenico d'Abruzzo!

La gramigna vetta è chiusa in una morsa di nembi grigi.
Il pastore che si avvicina con le sue pecore ha la faccia bruna e il pizzetto da satanasso.

La vecchia casa dall'orto disfatto si oppone a fatica al vento.
Il pelo bianco dell’arcigno guardiano abruzzese si drizza a ogni folata.

Lo sguardo del grosso cane atterrisce.
Le gambe del vecchio transumante sono venate di blu e i piedi, rattrappiti, sembrano radici contorte sotto i pantaloni corti che paiono sottratti al figlio giovane.
Me lo avevano detto ma stentavo a crederci.
A Scanno c’è ancora qualche pastore italiano che si ostina a esser tale e a non servirsi di macedoni.
Da Gregorio, nell'azienda agricola Valle Scannese che mi ospita, le pecore sono così tante che gli stranieri, invece, sono indispensabili.

Il vecchio non vuole tanto parlare, è come appesantito dai giorni vissuti.
Indica le bestie come a dire che tutti questi anni sono uguali l’uno all'altro.

Eppure, quanti ricordi potrebbe regalarci.
L’uomo comunque pare di buona indole.


Il carattere non ce lo scegliamo, credo, ci viene donato e non certo costruito.

Lo consegna il buon Dio, insieme a polmoni, fegato, pancreas.
Mi avvio verso l’agriturismo posto a pochi chilometri da Scanno sulla tortuosa e panoramica strada del Passo Godi che porta a Villetta Barrea, mentre le prime grosse gocce di questa perturbazione agostana scendono giù dal cielo nero.
Qui il tempo pare essersi fermato.

Siamo nel cuore dell’antichissimo tratturo che le greggi attraversavano fino a Candela di Foggia.
Non mi resta che mangiare.
D'altronde, ditemi, ci può essere scorribanda che prescinda dalla buona cucina o piatto tipico che non contribuisca alla cultura e alla conoscenza dei luoghi che si visitano?
Scanno, borgo caratteristico ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, il più vetusto d’Italia, non è famoso solo per il suo bellissimo lago, unico naturale in regione.
I suoi gioielli “presentosi” creati in filigrana dalla fervida fantasia e maestria degli artisti di bottega, le tradizioni difese a oltranza, l’aria buona, i pizzi lavorati al tombolo, i centrini, gli scialli e le tovaglie artigianali, oltre alla buona cucina, fanno di Scanno una meta ambita in tutto il mondo.

Ho voluto ripercorrere la strada fatta dal geniale disegnatore Maurits Cornelius Escher, solitario precorritore di montagne d’Abruzzo.
L’olandese era giunto ad Anversa degli Abruzzi, luogo che ispirò il vate D’Annunzio nella sua tragedia “La fiaccola sotto il moggio”, recandosi nel pittoresco borgo di Castrovalva, sospeso a nido d’aquila sulle severe rocce delle gole del Sagittario.
Qui creò un dipinto del paese costruito sulle pareti della montagna.
Poi arrivò a Scanno e l’emozione fu grande.
Si trovò davanti a un abitato scenografico: un’armonica somma di stili, dal medioevo al barocco, passando per il rinascimento.

Il centro storico caratteristico con le sua case addossate, i palazzotti gentilizi, le scalinate, il tessuto urbano di vicoli e archi lo colpirono allo stesso modo in cui rimase basito nel 1846, Edward Lee.

Avevano scoperto uno dei borghi più fotogenici d’Italia!
Quanto scrittori hanno ricercato ispirazione negli angoli più suggestivi di questo paese incredibile!

A tavola portano un trionfo di formaggi fatti da Gregorio e figli, caciocavallo e pecorino in primis, poi gnocchi della casa, agnello locale con cicoria ripassata in padella e un vinello di uve montepulciano niente male.

Per finire una ricottina calda, appena fatta con sopra la marmellata di uva e la crostata con l’uva canina.

Sono in un vero agriturismo, per giunta bio, non inventato per strappare contributi statali!
Finalmente satollo e soddisfatto, riesco a guardarmi intorno.
Le foto alle pareti sono deliziose.
Le donne antiche sono vestite con i costumi tipici della festa. Raccolgono i loro capelli stretti nelle crocchie e mi chiedo quanto lavoro occorresse per pettinarli.
Tra i visi rugosi si insinuano anche sguardi infantili di bambini anch’essi agghindati nei fantastici costumi scannesi.

La voce alle mie spalle è della figlia del proprietario:
“Se vuoi vederle basta andare a messa stasera a Santa Maria della Valle.
Le trovi tutte lì le vecchine e pare che il tempo si sia fermato”.
Il tempo pare volgere al bello, finalmente.

Mi reco in paese e, quindi alla parrocchiale.
È bella la facciata rinascimentale con il portale del secolo XVI di scuola borgognona.

Anche il campanile cinquecentesco, di quasi 40 metri, è niente male con la sua torre quadrata.
Il rosone è rifatto dopo il danneggiamento del terremoto di Avezzano del 1915.



L’interno è a tre navate, anch'esso rifatto a causa dei rovinosi terremoti del settecento.
Il pavimento in cotto rosso è stato appena realizzato, poco prima del duemila.
Bello il pulpito e belli i confessionali in noce.
Interessanti gli affreschi seicenteschi di Sant'Eustachio, San Biagio e l’Assunta.

I fedeli della domenica arrivano fin sotto l’altare maggiore con i marmi policromi del 1732, realizzato su disegno di Panfilo Ranalli di Pescocostanzo.
Fra di essi ci sono diverse anziane che indossano il costume tipico. Sono bellissime da vedere.
Sfileranno tutte nel giorno di ferragosto, quando si festeggerà l’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Le guardo e penso che anche fino a pochi attimi dalla fine della vita, non si rinuncia al proprio modo di essere.
Guardando agli avambracci cadenti di queste che un tempo erano splendide donne, ma anche all'entusiasmo e alla fierezza con cui portano il loro bel vestito capisco che la trasformazione non è opera di un mago cattivo.

Un prato è radioso in primavera ma è sotto silenzio, tra gelo e neve in inverno.
Le stagioni della vita aiutano a incontrare Dio in situazioni sempre diverse.
È splendido perdersi nei vicoli di Scanno!

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Per arrivare a Scanno consiglio di prendere la A25 Pescara Roma, uscita Cocullo.
Potrete così visitare la splendida Oasi delle gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi, il pittoresco borghetto di Castrovalva e Villalago con l’eremo di San Domenico, il santo dei serpenti di Cocullo.

Per mangiare e dormire ci sono moltissimi agriturismo fuori Scanno, affittacamere in paese e alberghi sul lago. Sono tutti aperti anche in inverno quando si scia verso Passo Godi.
L’agriturismo di cui parlo nell'articolo, è l’Azienda Agricola Rotolo Gregorio - località Valle Scannese (www.vallescannese.com). Al suo interno c’è un fornito punto vendita di prodotti biologici dell’azienda.
Per contatti telefoni: 0864576043 – 3465043806- 3482886912.
Concordate bene i prezzi che a volte risultano “ballerini”.

Molte sono le botteghe artigiane degli orafi. Io ho acquistato con soddisfazione una “presentosa” in filigrana a un prezzo onesto ma si trovano anche "amorini" in collane, ciondoli e pendenti da orecchie, croci in oro, tutti rigorosamente di produzione artigianale.

Sul lago, dove beatamente transitano anatre di ogni tipo, c’è la possibilità di fare picnic e di andare in pedalò.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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giovedì 10 luglio 2014

Il gioiello d'Abruzzo: Santo Stefano da Sessanio

Il borgo medievale di Santo Stefano di Sessanio è, tra i monumenti dell’uomo, forse il più suggestivo dell’intero Parco Nazionale del Gran Sasso e monti della Laga.
Il piccolo paesino, che vanta anche esempi rinascimentali, situato alle pendici del versante meridionale del massiccio più alto degli Appennini, si trova a un’altezza di 1251 metri sul livello del mare.
Parliamo di un abitato costruito prevalentemente in pietra bianca calcarea locale, brunita e resa opaca dal tempo.
I tetti, con i suoi larghi coppi, offrono al visitatore un’armonica visione d’insieme, in parte rovinata dal disastroso sisma del 2009 che ha raso al suolo, irrimediabilmente, la singolare e caratteristica torre medicea del Trecento, che dava un tocco ulteriore di classe e arte di decoro architettonico da cui partiva l’abitato strutturato in ellissi concentriche e altrettante scalinate ripide.
Il nome del paese “di Sessanio”, risale al latino Sextantia, appellativo con cui veniva chiamato il piccolo pagus romano che un tempo era ubicato nei pressi dell’attuale chiesa dedicata al Protomartire Stefano, ai piedi di un colle su cui sorse, in seguito, il villaggio. Sextantia era a sei chilometri dall'importante "pagus" dedicato a San Marco tra Castel del Monte e Calascio.
Da non perdere la passeggiata a piedi lungo le strette vie e le erte gradinate, i tortuosi selciati che si insinuano tra le case e i percorsi inediti ricavati sotto le case e creati per difendersi dai rigori dell’inverno e dalle sue intemperie.
Del dominio della famosa famiglia dei Medici rimangono bei loggiati dalle linee pure ed eleganti, piccoli portali disposti ad arco con formelle fiorite e singolari bifore, gioie per gli occhi di esperti dell’architettura.
Lo stemma che ancora oggi campeggia sulla porta d’ingresso a sud est della Signoria di Firenze, testimonia i granelli di civiltà raffinata, di cui secoli fa godette questo minuscolo borgo pastorale, tutto da vivere con massima attenzione. Solo riservando la giusta concentrazione alla visita, il turista potrà scoprire piccoli edifici, case fortificate con palazzotti gentilizi del Quattrocento, balconi in pietra da cui godere spettacoli di paesaggio. In alcuni scorci è possibile abbracciare con lo sguardo le valli del Tirino e dell' Aterno, fino a scoprire pezzi del massiccio della Majella e la catena montuosa del Sirente, nel territorio di Avezzano.
Da non perdere la chiesa di Santo Stefano, edificata nel quattordicesimo secolo in unica aula a cinque campate.
Se qualcuno dovesse chiedersi il perché della potenza medicea nel borgo di montagna e così lontano dalla Toscana, deve approfondire la storia della Baronia di Carapelle, un insieme di più paesi, quali Castel del Monte, Calascio, Castelvecchio Calvisio e Carapelle Calvisio, oltre al borgo di Santo Stefano.
Era la Baronia appartenente alla famiglia toscana dei Piccolomini, già Conti di Celano e proprietari della Rocca di Calascio. Il paese di Santo Stefano era importante centro di avvistamento dei territori confinanti. Nel 1579 Costanza, figlia unica di Innico Piccolomini, cedette la proprietà a Francesco dei Medici, Granduca di Toscana. Questi fu quasi deriso per aver preso possesso di un luogo definito “ammorbato dalla puzza delle capre e delle pecore”. Tutti dovettero ricredersi quando, giunsero in paese e scoprirono un abitato bellissimo, creato intorno a una natura sontuosa.
Sotto il diretto controllo della famiglia toscana, Santo Stefano raggiunse il massimo splendore grazie anche a un artigianato eccellente di fabbricazione lana carfagna venduta in tutto il mondo dai mercanti. Questi, con le loro carovane, attraversavano le aride distese di Campo Imperatore, piccolo Tibet d’Italia, durante le stagioni più clementi per portare il prodotto ovunque, anche in mare attraverso i porti del Mediterraneo.
Anche i prodotti della terra ebbero grande impulso e ancora oggi rappresentano al meglio l’economia locale:
Lenticchie biologiche e di alta qualità, oggi rinomato prodotto DOP dalle piccole dimensioni con crosta rugosa, da servire con quadratini di pane fritto in olio di oliva o con patate e erbette locali;
le mandorle, raccolte nei mandorleti in zona, di gran gusto e adatte alla creazione di succhi;
La cicerchia, antichissimo legume di alta digeribilità, prodotto lì dove la terra appare più arida e crepata;
La carne degli agnelli di ottima qualità allevati nella piana di Campo Imperatore che nella tradizione locale viene cotta in pentola con formaggio e uova.
Lo spopolamento dell’antico villaggio , dopo l’Unità d’Italia, e in seguito al fenomeno della emigrazione accresciutosi dopo la Grande Guerra, è certo stato un fatto negativo, ma in parte ha contribuito alla tutela dello straordinario patrimonio storico e architettonico del paese, in gran parte, riconvertito anni fa a mirabile e accogliente “Albergo Diffuso”.
Oggi Santo Stefano è nella particolare cerchia dei borghi più belli d’Italia.

Arrivare:
Da Nord
Dall'autostrada A14 seguire la direzione Ancona, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, proseguire in direzione L'Aquila, imboccare l'autostrada A 24, uscire a L'Aquila Est, prendere la SS 17 in direzione di Pescara, svoltare in direzione di Santo Stefano di Sessanio.
Da Sud
Dall'autostrada A14 seguire la direzione Pescara, continuare in direzione Roma, prendere l'autostrada A 25, uscire a Bussi/Popoli, seguire le indicazioni per L'Aquila, continuare sulla SS 5 e poi sulla SS 153 in direzione Navelli, prendere la SS 17 in direzione di L'Aquila e proseguire seguendo indicazioni per Santo Stefano di Sessanio.
Da L'Aquila
Percorrere la SS 17 in direzione di Pescara, proseguire fino alle indicazioni per Santo Stefano di Sessanio.

giovedì 15 maggio 2014

L' elogio della pezzata: vita di pastori

Dal mio secondo libro "Il mio Ararat"

“Andarono in giro, coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati- di loro il mondo non era degno!- così vaganti pei monti tra le caverne e le spelonche della terra”. (Ebrei 11,36-38)

Viaggiare a piedi è connettersi con ognuno dei tuoi sensi in un percorso interiore in cui ogni passo assume un valore infinito.

Massimo ha già estratto il suo bel panino con frittata di asparagi, quando in lontananza vediamo un pastore avvicinarsi sempre più con il suo piccolo gregge.


La polvere sollevata dagli animali sfuma il paesaggio come in un sogno. Riempie il cuore vedere una scena antica in un mondo che ha dimenticato il suo passato.

Tra un boccone e l’altro, l’amico mi fa notare che quest’antica strada romana, tagliata per molti chilometri tra boschi e rupi, portava le torme di pecore e capri verso Senarica e poi giù per la valle del fiume Vomano, fino al mare.
Una sorta di raccordo tra la “Salaria dell’Adriatico” e quella del Gran Sasso che toccava poi la Laga amatriciana.
Basti pensare alle pietre miliari presenti qui e là da Poggio Umbricchio, grumo di case abbarbicate sulla roccia come un astore su di un pendio pronto al volo, giù fino al tempio di Ercole nella zona archeologica della vallata.

Non so se conoscete Fonte Spugna, quell’antico fontanile che trovate in una delle curve a gomito sulla strada
Maestra del Parco, pochi tornanti dal bacino Enel del lago di Piaganini.

Ebbene se ci si affaccia di sotto del guardrail, lì dove scorre il fiume, s’intuiscono tracce di sentiero.

L’antica Salaria, secondo il mio amico montoriese, Claudio Foglia, appassionato cultore di quest’antica arteria romana, passa lì dopo essere scesa proprio dal Poggio, località campo sportivo, dove fu trovata la colonnina miliare, per virare attraverso Leognano e fino a Zampitto- Salara, per l’appunto.


Splendido!
Ricordo che quel grande uomo di cultura e amico, Gianmario Sgattoni, prima di lasciarci avrebbe voluto scrivere a quattro mani con me di questa sorta di città santuario sepolta dinanzi al Gran Sasso.
Per lui proprio qui esisteva l’antica “Beretra” di cui Tolomeo scrisse: “città orientale di là dell’Interamnia”.
Forse, come diceva l’abate scrittore del primo novecento, Jean Jacques Christillin, “la leggenda non è poi così lontana dalla verità, ma è semplicemente, la storia non ancora messa a punto”.

Di questi luoghi magici, solenni e misteriosi, il Gran Sasso è ancora pieno.
Vivono di vita propria in un continuo alternarsi di luci, ombre e figure che si confondono tra falsi storici e realtà.
Elementi mescolati che danno poi vita a una sorta di sinfonia poetica, unica, onirica, in un rapporto insondabile tra uomo e natura.

Il pastore rabbonisce il suo scalmanato cane bianco che latra selvaggiamente, mostrando denti affilati e occhi rossi ardenti come carboni.

Porta, sotto al mento, un lungo collare dai chiodi aguzzi per difendersi dai pericoli.
Il latrare del cane fedele si confonde con l’acuto suono dei campanacci.

La bestia infernale pare prendere maledettamente sul serio il suo compito di custode delle pecore.
Queste palle bianche animate, creature sorprendenti dal pelo lungo, appaiono un po’ orsi, un po’ lupi, sono impareggiabili in ferocia e forza.

Quando in montagna, li scorgi comparire sul tuo sentiero con il minaccioso abbaiare, è come se fossi in balia di un leone.
Mentre ringhiano, sei lì a pregare che il padrone delle greggi sia nei paraggi, altrimenti si fa notte!
Anche quando non avvertono minacce verso le greggi, non sembrano mai socievoli.

L’uomo, al contrario, è loquace ed è anche italiano.
Ha le tempia leggermente brizzolate, il colorito sano di chi passa evidentemente molte ore in ambiente, sorriso contagioso e insospettata capacità naturale di comunicare.
Vive non lontano da Tottea, ma nella bella stagione per molti giorni sperimenta una vita quasi nomade. Incredibilmente la pecora è ancora il centro della sua economia, dei suoi pensieri e del lavoro.
Un mondo anacronistico il suo.

Racconta degli aneddoti agro-pastorali, conditi da sussulti di umorismo.
Ricorda quando i pastori di sera transitavano in un paese.
C’era il rito dei pentolini: ogni famiglia, con il suo bel contenitore in mano, faceva il giro dei transumanti per chiedere un po’ di ricotta, il siero da mangiare la sera o da miscelare al mattino con il latte.

Snocciola, addirittura, anche ricette come quella della “pezzata”, piatto transumante che credevo si consumasse solo a Capracotta, nelle montagne del Molise, non lontano dalle vestigia di Pietrabbondante e delle antiche fonderie di Agnone.
Nel borgo molisano ancora lavora l’officina dei fratelli Marinelli, realizzatori delle campane nella basilica di San Pietro a Roma.
La pecora è bollita con erbe aromatiche dei prati alti, profumandola e servendola con zuppa di pane raffermo.
Il pastore schiocca le labbra a far capire la bontà del piatto, apre, poi, la sua povera bisaccia che ha visto giorni migliori ed estrae, con aria soddisfatta, ciuffi di orapi, sorta di spinaci selvatici d’altura e sentenzia che con quelli, la pezzata diventa un lusso!

Chissà perché quest’uomo d’altri tempi che non ha lasciato neanche il suo nome, appare affascinante nel suo puzzo di sudore e formaggio andato a male.
Per Massimo è la sua vita verde ad attrarre.
È una sorta di perenne avventura che alla casa di paese gli fa preferire le greggi, l’ovile, il canto degli uccelli, l’acqua di un ruscello.
È l’incanto di vivere al confine tra le rocce arenarie della Laga e il calcare del Gran Sasso, nella libertà assoluta, libera da schemi predefiniti.
Un qualcosa che ammalia chi, come noi, vive immerso in un mondo che consumandosi fino a farsi male, cerca oggi qualche via di salvataggio attraverso i confini di un’esistenza eco compatibile.
Sono vite semplici, povere, ma autentiche e pienamente vissute.

Questo povero transumante è un monumento alla tradizione.
Tutta la grande vallata ai margini dei monti della Laga è stata per anni conosciuta anche per la produzione di formaggi.

L’uomo è una miniera di ricordi.
Ha un’allegria coinvolgente.
Ride sguaiato, dipingendo, quasi la chiostra dei suoi denti.

Traffica con la sua pipa, la pulisce, la carica, l’accende, spande un terribile odore di tabacco nell’aria.
Un tempo, ci dice, quando si faceva pettegolezzi si diceva: facciamo ricotta!
Ci parla dei padroni, a volte odiosi che affidavano il loro gregge alla povera gente del posto.
I possidenti oltre al salario mensile, di per sé scarso, fornivano lo stretto necessario per sopravvivere.

La dote era: un litro d’olio al mese, un chilo di pane al dì, un chilo di sale per trenta giorni.
Lo strumento principe di questa sorta di baratto, era la “taja”, un regolo in legno su cui si segnavano con tacche, le quantità di pane e altre merci ricevute dal padrone.
In caso di superamento di queste razioni, si scalava il mese successivo.
Nell’ipotesi, molto remota che avanzasse qualcosa c’era il cosiddetto “affranco”, con il calcolo nel salario successivo.

Nel ricordare i pastori, che tornavano in estate con le loro greggi, invadendo le strade come un fiume di lana, il gregge che copriva ogni spazio della strada da dove si scorgevano solo velli, le tante case piene di persone che ora non ci sono più, l’uomo pare quasi sul punto di piangere.


Sembrano tempi incredibilmente lontani da noi quelli in cui si curava febbre con le sanguisughe e i salassi, quando il bucato si faceva con la liscivia, cioè acqua e cenere, quando i fiumi e i laghi erano potabili.

Ricordo che anche la mia povera nonna aveva una convinzione assurda: quando qualcuno stava molto male bisognava uccidere la gallina e preparare il brodo per il debilitato, mentre almeno una di sette vergini, con un bel fazzoletto bianco in testa, doveva recitare con trasporto il rosario.
In realtà il tempo che ci separa da una vita così diversa non è poi tanto.

Mentre l’uomo racconta, penso che lo scrittore latino Catone, oltre 2000 anni fa, ripeteva che per tutti i successivi secoli, la pastorizia sarebbe stata la maggiore ricchezza.
Sappiamo tutti com’è finito il Sacro Romano Impero.
L’Italia del dopoguerra grondava di latte, commerciava in lana, oggi i pastori sono disperati macedoni o piccoli produttori come l’uomo che abbiamo davanti.

Il “Settembre andiamo, è tempo di migrare” di dannunziana memoria suona come un beffa fuori moda.

Pochi sono quelli che ancora cercano di salvare i tratturi, le autostrade dell’antichità lungo le quali si snodavano commerci e transumavano gli armenti.


Ancora di meno coloro i quali cercano di non far crollare piccole chiese disseminate lungo i tracciati. Molti tratti sono ormai ricoperti da erbacce, molti asfaltati o affittati a contadini.
Il mondo è cambiato, qualche volta in peggio.
Chissà perché i pastori sono stati sempre visti con sospetto da tutte le civiltà.
La letteratura sumerica li definiva: “apparenti uomini dalla voce dei cani di prateria”.

Altre cultura li comparavano a briganti.
Gli egiziani ne avevano repulsa.
Per gli ebrei non potevano neanche testimoniare nei processi.
Un mestiere essenziale ma, direi, maledetto.
Eppure furono loro a vedere per primi Gesù nella grotta di Betlemme e dal tronco di Iesse, dal giovane pastorello Davide, che nacque la genealogia del Cristo.

Riprendiamo il cammino in un pomeriggio in cui il sole ha lasciato posto a una spessa nuvolaglia umida, grigiastra.
Il cielo è ora plumbeo, rigato da inusuali strisce rosse.
In un silenzio condiviso c’inoltriamo in un paesaggio di arcadica semplicità. In lontananza sentiamo scampanii di mucche al pascolo.
Nel naso, un acuto profumo di resina proveniente da boschi vicini.

Superati i minimi resti del leggendario abitato di Campanea che resistette alle intemperie del tempo fino al tardo medioevo, incontriamo anche le anonime pietre di quella che un tempo era l’antica pieve di San Martino dove dicono siano vissuti uomini già intorno al I secolo ante Cristo.

Si favoleggia che qui ci fosse già un vero presidio di fede pagana, poi col Cristianesimo la zona divenne una minuscola cittadella dello Spirito, un sito del silenzio e della contemplazione.
Bé, in verità, il silenzio è rimasto.

L’aria sembra ancora intensa di anime, densa e rarefatta allo stesso tempo.
L’aura religiosa un tempo si estendeva fino alla Madonna del monte Calvario di Piano Vomano, creando un culto mariano notevole: quello delle Sette Madonne Sorelle, che coinvolge tutte le statue dedicate alla Vergine Maria che si trovano nei paesi vicini.
È un’antica forma di devozione popolare, in passato molto diffusa nelle aree rurali e montane.
Il culto veniva professato svolgendo pellegrinaggi a piedi nelle chiese disposte entro orizzonti confinanti in modo da vedersi e dov’era presente una statua di Maria Santissima, per sciogliere voti, chiedere grazie, protezione da eventi terribili.
Oltre ad un’area devozionale, il luogo aveva anche funzione strategica per arroccarsi nel caso di un attacco nemico.

Una piccola città in pietra, dalla mirabile strategia urbanistica e una straordinaria posizione geografica, incastonata tra queste montagne.
Pare che uno scrittore del Rinascimento di cui non rammento il nome, parlando di questa cittadella ormai scomparsa, la descriveva così: “lì dove regna il sole che è di tutti e tutto fa crescere e la rovina non sarà mai tale.”

La domanda aperta al cielo è: come può essere diventato tutto così, rovina su rovina?

Una gustosa leggenda tramandata per anni, racconta di spiritelli terribili dal baschetto rosso e facce nere, che occupavano questo luogo: erano i fantastici “mazzamarill”.


Spaventavano le mandrie di vacche e le greggi delle pecore creando disagi a non finire ai pastori.
Occorreva molta fede e ore di preghiera per allontanare questi folletti birichini.
Ancora oggi quando s’incontra una persona di carnagione scura da queste parti si dice “che è nere n’da nu mazzamarill” .
La fama di questi luoghi è anche legata a un non so che di esoterico folcloristico.
Le presenze demoniache potevano essere allontanate solo con la preghiera.
Anche con accorgimenti, per carità.
Tutti, presso gli usci di casa, mettevano, ad esempio, le scope, per far sì che streghe o spiriti maligni, entrando, fossero costretti a contare uno per uno i fili, senza riuscire a venirne a capo entro l’alba.
I bambini, che spesso avevano problemi digestivi a causa della poca igiene, venivano guariti dai santoni della zona, facendo passare per tre volte un filo attraverso la cruna di un ago.

Sono molti i montanari che sostengono di aver trovato, al mattino, cavalli con criniere intrecciate e sudate, utilizzati dalle streghe per le loro notturne scorribande.

È risaputo che di queste anime perverse, hanno parlato grandi uomini come Dante Alighieri o Pico della Mirandola.


Tutto poteva essere scongiurato, però, con la preghiera.
La fede è dono di Dio assolutamente importante per gli uomini di montagna.
Nel giro di poche manciate di chilometri tra il Gran Sasso, la Majella e il Velino Sirente, esistono santuari costruiti sopra antri, grotte, rocce o picchi, là dove gli uomini in qualche misura sentono più forte la vicinanza di Dio, luoghi che sfiorano il divino.
Ci sono posti, dove si sperimenta il benessere anche fisico dello stare in silenzio, avvolti nei propri pensieri, ricordi o progetti che ancora ci attendono.

È questo il motivo per cui tanti santi li hanno cercati.
Così credo sia stato per San Benedetto a Cassino, San Francesco a La Verna e San Pietro Celestino a Santo Spirito nel vallone dell’Orfento, a Caramanico nel pescarese.
Questi luoghi conservano una spiritualità palpabile, di enorme richiamo per l’uomo moderno.
Non smetto mai di chiedermi perché l’occidente secolare dimentica tutto il suo sacro, quasi nascondendolo, mentre in Asia non c’è nulla di nascosto e tutto è sacro.
La sacralità della vita è tale che in India, ad esempio, i milioni di senza tetto pregano per strada, inginocchiati nella polvere tra il grigiore polveroso e scrostato.

Ora il dilemma è: scendere attraverso tracce di sentiero fuori pista e spezza gambe verso il paese di Senarica o tornare verso Macchia Vomano, aggirando i ruderi altomedioevali di Tibbia sui piani di Crognaleto, attraverso il vallone del Rosario e su di una comoda mulattiera.
Ci sarebbe anche un percorso tra sterpi che arriva fino allo storico mulino ad acqua De Giorgis di Poggio Umbricchio.

Un luogo delizioso con una storia singolare raccontata nei suoi scritti da Ercole, rampollo della famiglia che dal 1920 ne acquisì la proprietà.
L’antico opificio rurale ancora oggi presenta le pale in legno del tempo, le volte dei canali di deflusso delle acque e la buca di raccolta delle acque.
Questo manufatto fu costruito sul finire del secolo decimo nono da un carabiniere, un certo Giuseppe Andreoli della provincia di Mantova.
Il tizio lasciò la Benemerita, sposò una donna del Poggio e divenne anche sindaco di Crognaleto.
A questo Primo Cittadino si deve la costruzione del ponte in ferro sul fiume e il ripristino di antiche mulattiere.

Il mulino è stato per anni, il punto di riferimento delle popolazioni che vi si recavano per la macinazione dei raccolti di grano, orzo, mais e farro, capo saldi dell’antica alimentazione contadina.
Quale itinerario scegliere? È il bello e il brutto del non avere mete.
Massimo guarda attentamente la cartina, alza gli occhi al cielo, poi decide che forse è meglio tornare in quest’ultima direzione.

Peccato non passare a Senarica!
Quanti bei ricordi ho di questo minuscolo borgo antico pieno di storia.
Ripenso a una mitica sagra della castagna di qualche anno fa.

(Continua 2)

martedì 21 maggio 2013

Il trekking della memoria

“Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divarìa” 
 (Gabriele D’Annunzio ne I pastori).

Nel cuore dell’estate, in agosto, lungo la fantastica piana di Navelli il tempo sembra invertire la marcia e tornare indietro.

Come accadeva un tempo, gli occhi di attoniti viaggiatori scoprono nuovamente carovane di greggi e uomini che faticosamente attraversano la distesa verde per giungere ai pascoli pugliesi invernali.

In realtà uomini e bestie raggiungono Santo Stefano di Sessanio dopo aver rievocato la transumanza, in omaggio a una cultura secolare che non deve scomparire.
Passa proprio nel cuore dell’aquilano il “tratturo magno”, l’autostrada pastorale, il principale dei tanti percorsi d’erba che i pastori, non più lontano di cinquant’anni fa, ancora attraversavano per condurre al cambio di stagione i loro animali dalla montagna all’Adriatico.

Una marea di bestie che ha influenzato l’architettura dei paesi, le piccole costruzioni di pietra disseminate tra i monti per ripararsi durante il lungo viaggio e la cultura rurale tra le più antiche e ricche del nostro bel Paese.

Chi volesse crearsi un trekking ideale su questo tratturo, vivrebbe un giro splendido tra grotte, monumenti e fortezze che in senso contrario, da Lanciano, la città del Miracolo Eucaristico, passa per San Liberatore a Majella, Piano d’Orta allo sbocco delle gole fino alla piana di Navelli e L’Aquila.

Anche in questa prossima estate del 2013 un fiume di pecore e di gente al seguito, come formichine, invaderà gioiosamente gli antichi tratturi dell’alto piano di Navelli, decretando nuovamente il successo di un’iniziativa che è riuscita, come da alcuni anni accade, a diffondere e sviluppare una nuova cultura dell’ambiente.

È la mirabile riscoperta della radice che ci lega ancora a una terra di enorme bellezza paesaggistica.

Sullo sfondo di un grandioso paesaggio montano, tra rovine di castelli, borghi abbandonati o quasi, si può riscoprire l’austera bellezza delle chiese campestri, non solo luoghi di culto e pellegrinaggi, ma anche zone di sosta per i pastori affaticati dal lungo cammino:
Santa Maria di Centurelli, con la sua imponente facciata dalle forme rinascimentali sfregiata dal sisma,
Santo Stefano, di origine duecentesca,
la Madonna delle Grazie, con l’ampio rosone e San Paolo, enclave benedettina del XII secolo.


Lungo pianori che ricordano le distese asiatiche, si ammirano anche i pochi resti dell’antica città prefettizia romana di “Peltuinum”, le cui pietre mute ancora campeggiano lungo uno dei tratturi che attraversa il piccolo borgo di Prata d’Ansidonia.

Tra i ruderi della porta ovest situata sulla via Claudia Nova, lì dove c’era un’entrata monumentale fiancheggiata da due torri, nella seconda metà del ‘400, gli Aragonesi installarono la dogana di pedaggio per il passaggio delle greggi, che stabiliva precise norme fiscali a tutela delle autostrade verdi .

Distrussero così definitivamente le vestigia millenarie del tempio corinzio dedicato ad Apollo.

Nella calca di turisti affascinati da questo evento celebrativo, l’anno scorso c’erano anche i pochi transumanti rimasti, settantenni ormai stanziali che, insieme a padri e nonni, hanno guidato per anni la carovana dei greggi lungo il Tratturo Magno fino alle verdeggianti distese pugliesi.
Queste anime nomadi hanno fatto la nostra storia.

Sono stati un po’ pellegrini, un po’ gitani, innamorati di orizzonti lontani.
I vecchi pastori come enciclopedie viventi ormai lise dal tempo, raccontano infinite storie, frutto di millenni incroci e rituali, con voce flebile e rotta dall’emozione.

Rievocano quando partivano, come capi di un circo della vita con i fedeli cani bianchi, passando di regione in regione e arricchendosi di esperienze e conoscenze.

In ogni loro spostamento c’era la cultura degli incontri con gente semplice e generosa che nei secoli hanno imparato ad amare la propria terra e a ricavarne sostentamento.

Nel prossimo agosto, tra storie di vita, belati, urla, tutti potranno godere anche della bellezza di paesi che hanno conservato l’impianto medievale attraverso carruggi stretti e case arrampicate una sull’altra come ponte di nave rocciosa che guarda verso il mare sfidando qualsiasi legge della statica.