Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Gran Sasso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gran Sasso. Mostra tutti i post

martedì 23 dicembre 2014

Pietracamela, il paese che resiste!

Sulla panchina della piccola piazza di Pietracamela mi godo aria e panorama.
Nel silenzio sento gorgogliare il fiume.
All'improvviso mi sfreccia davanti una volpe. Attraversa la strada, si rifugia dietro una roccia della piccola cascata sul primo tornante per i Prati di Tivo.

Corre con una tale furia che le zampe si disarticolano creando una sorta di cartoon Disney.
Infine fugge definitivamente risalendo la piccola china con la coda dritta, vaporosa che pare il pennacchio di un antico principe.
Un sorriso che attenua la stretta al cuore.

È ridotta male l’antica “Petra” e “Cameria”, perla del teramano, nel cuore dell’antica via Cecilia, costruita molto prima di Cristo.
Il villaggio da fiaba di un tempo, con il suo tessuto urbano singolare, a intrecciare chiese, campanili a vele, fondaci ricavati dalla roccia e palazzotti vecchi come Noè, soffre ancora e terribilmente, i disastri del sisma del 2009.

La fiaba non ha avuto un lieto fine.
La magia si è trasformata in un maleficio.
Se il paese avesse un’anima urlerebbe all'infinito il suo dolore.

Sono ormai una manciata gli abitanti che osano continuare a sfidare gli elementi naturali.
Se ci si mettesse a contarli questi intrepidi non arriveresti a cinquanta.
Fin quando però dai comignoli vedremo uscire volute continue di fumo, il paese vivrà.
Quello è il segnale che qualche custode vigila e veglia.
Tutto si sta accanendo da anni contro questo splendido abitato.

Le viscere delle guglie dei Corni hanno traballato per la violenza di una faglia mortale; la pioggia ha fatto venire giù pietre e fango, coprendo parte dell’incantevole sentiero che porta ai Prati di Tivo.
Il paese di pietra muore e tutti recitano il “de profundis”.

Secondo i censimenti negli anni ’30 qui si era in circa duemila anime, negli anni ’90 si scese a duecento.
Oggi sono una manciata di volti.
La nascita di un bambino, da queste parti, sarebbe un evento storico. Lo sarebbero ancor più delle nozze.
Oggi, fuori stagione, si fatica a scambiar chiacchiere. Ci sono rimasti solo una teoria di solidi tronchi a emanare un balsamo di resina corroborante.
Questo è un paradiso in terra, immerso nella quiete dei boschi di faggio, tra le possenti rocce del Gran Sasso.

Per rivitalizzarlo tutti si inventano ricette.
Da anni si parla di trenini a cremagliera che salgono montagne attraverso sterrate da Forca di Valle da rendere fruibili, o tunnel foranti i monti. I progetti sono solo sogni!

Le poche persone rimaste, però, ne vanno fiere.
Gli uomini e le donne di montagna sono aggrappati alle loro realtà come licheni che si adattano a ogni circostanza.
A Natale, però, insieme al Bambino Gesù, rinasce anche questo piccolo borgo che si riempie di turisti e familiari in festa.

Luogo storico dell’Abruzzo Ultra durante il Regno di Napoli apparteneva nel secolo XII al feudo della Valle Siciliana di proprietà dei Conti di Pagliara.
In seguito passò ai Conti Orsini che furono padroni sotto Angioini e Aragonesi fino a che Carlo V nel 1526 lo consegnò al marchese Mendoza fino all'abolizione della feudalità.
Qui un tempo si lavoravano i metalli, si batteva il rame, si pettinava la lana.
I cardatori del paese erano famosi fino in Toscana e nell'Emilia.

Erano famosi anche i “sediai” che usavano materie prime locali, legno di faggio e paglia e i “casari” che, con sapienza, bollivano il latte della munta per porlo nelle “fuscielle”.
La crisi cominciò a mordere sin dalle ultime battute dell’ottocento.
La pastorizia transumante fu decimata dal progresso verso le zone di mare, da tasse e balzelli vergognosi e dalla progressiva messa in coltura delle distese pugliesi del Tavoliere.
Un esodo biblico portò i pretaroli verso gli States, l’Argentina, l’Australia. I più fortunati emigrarono nel Lazio.

A Pietracamela, sono tanti i gioielli: il piccolo portale di San Giovanni, il campanile a vela, la meridiana e l’orologio, la chiesa di San Rocco, la casa de “li Signuritte” con le bifore del 400, lo stemma civico cinquecentesco, la piazza Cola da Rienzo cui sembra che il paese abbia dato i natali, la parrocchiale di San Leucio, l’antico vescovo di Alessandria.

Ginetta, quasi novantenne, se ne sta seduta sulla panchina con il ghigno di chi si chiede cosa ci faccia da quelle parti.

Sul suo volto brillano due occhi astuti, dallo sguardo ancora acuminato come lama di stiletto.


I corvi, intanto, tra gli inestricabili intrecci di rami sotto la piazza, rompono il silenzio con i loro versi strazianti.
I cra cra sono l’uno in sintonia con gli altri.
La vecchina con la voce stridula, scacciando una mosca inopportuna dal viso, mi dice: “O Rufflè mè, - che significa ragazzo mio - qui ci sta cchiù corvi che ommini”.

Anche se qui venissero cento cataclismi, lei sarebbe sull'uscio della sua casa ad attenderli.
Perché è una “pretarola” e di quelle che se ne infischiano delle rilevazioni demografiche che indicano un paese che muore.

mercoledì 26 marzo 2014

“Habitare secum”: dove il silenzio vince comunque il rumore.

Casale San Nicola un tempo era un villaggio delizioso, piantato magicamente proprio sotto la scenografica e gigantesca parete del Corno Grande, il mitico Gran Sasso, montagna regale degli Appenini con il suo precipizio di oltre 1400 metri.

L’ambiente, la testa della vallata Siciliana, tra le più verdi d’Abruzzo, era semplicemente grandioso, indimenticabile per chi percorresse i tanti sentieri ameni tra boschi e rocce aguzze.

Gli occhi che, per chilometri prima, si erano addolciti su profili di campagne, colline arcaiche e greggi, si riempivano di creste monumentali.

Poi, un giorno poco bello, gli uccelli smisero di cantare e il fiume Mavone parve fermare il gorgoglio delle acque.
Un attimo di silenzio e, all’improvviso di colpo si materializzarono, come un incubo in fase rem, grossi camion pieni di bitume, decine e decine di uomini in tuta e casco, ingegneri in giacca e cravatta armati di regoli e attrezzature infernali per rilevare le pendenze del terreno.

Rumori assordanti coprirono le antiche melodie dei boschi, i trilli gioiosi dei volatili e i fischi dei rapaci a caccia.

Eppure la montagna dovrebbe essere lasciata nella sua pace eterna.
Il progresso non ammette deroghe.
Quando arriva l’uomo qualche volta fa del bene, molte altre fa del male.

Fatto è che, da allora, questo luogo delizioso a pochi chilometri da Isola del Gran Sasso e il frequentato santuario di San Gabriele, ha perso gran parte della pace che si godeva da secoli, pagando un grosso dazio al progresso.
Un mondo quasi scomparso tra crolli di pietre dal paretone soprastante, piloni giganteschi che si sono insinuati tra le case, soglie invase da sterpi e il dramma dell’esodo di molti verso luoghi più ospitali che trasuda da alcune abitazioni abbandonate.

A Casale San Nicola nessuno ha dimenticato!
Tutti ricordano ancora con emozione quando, in piena estate, anni fa, si staccò un costone di notevoli proporzioni dal Corno Grande a 2800 metri, alla base del quarto pilastro.

Come tutte le montagne anche il Gran Sasso è oggetto di un continuo processo di erosione.

Ma una spaccatura in movimento come quella non si era mai vista.
Una nube di detriti oscurò la valle, creando il panico tra gli automobilisti fin dentro l’autostrada, il cupo rumore che terrorizzò la gente del posto, qui lo ricordano tutti.

La frana segnò irrimediabilmente l’imponente massiccio del Gran Sasso creando una traccia indelebile che è visibile distintamente e stringe il cuore di chi ama il “gigante che dorme”
Ormai è sempre un’avventura percorrere qualsiasi sentiero che passi sotto il “paretone”.

Sopra la testa degli abitanti, auto di grosse cilindrate, tir e bus diretti da e per Roma attraverso Teramo e L’Aquila sfrecciano come razzi.
Il traffico scorre veloce e puzzolente per infilarsi o per uscir fuori dal grande tunnel di oltre dieci chilometri che collega velocemente le due province.

Gli idrocarburi rilasciati dai tubi di scappamento, che notoriamente volano bassi, scendono dai piloni sotto le abitazioni avvelenando lentamente i pochi abitanti che non hanno voluto rinunciare a vivere nel luogo dove sono nati.

Pensare che il borgo e i paesi vicini un tempo contavano un così gran numero di residenti al punto che qualcuno aveva anche proposto di spostare la sede comunale di Isola nella ridente Cerchiara, qualche chilometro a nord di Casale.

Si divisero i locali allora tra chi non voleva il trasferimento e chi, invece, lo auspicava fortemente.

Oggi una delle poche attività rimaste è un piccolo albergo alle porte della città che vive di turismo escursionistico per due, tre mesi l’anno.


Casale San Nicola, d’altronde, è sempre il punto ideale di partenza per le ascensioni dal versante orientale del Corno Grande e qui nel 1875, il presidente del Club Alpino Internazionale, tal Douglas William Freshfiend, in viaggio negli Appennini, disse: “Vorrei morir qui un giorno lontano”, magnificando il minuscolo borgo nella rivista dell’associazione.
Un immenso scenario di vita sospesa proprio come i piloni dell’autostrada.

Arrivare a Casale San Nicola:
Pochi minuti dall'uscita autostradale A24 Colledara-S.Gabriele, 
via Isola del Gran Sasso.


A volte, amici miei, tutto pare così vicino nello spazio e così lontano nel tempo.
A me è bastato, questo pomeriggio, fare un chilometro sopra il paese di Casale, per ritrovarmi comunque, in un autentico santuario della natura, ai piedi di una conca circondata da alte montagne che sembrano ciclopi di pietre.
Ho preso un permesso di due ore a lavoro.
Avevo un gran bisogno di pace.
Io dico sempre a chi non si regala mai una camminata in montagna, che così facendo perde il meglio della vita.
È qui, davanti alla grandiosità del creato e del suo Creatore, che ridimensioni tutto di te stesso, torni a prestare attenzione al quotidiano, riesci a cercare nell’immensità il piccolo, la semplicità della quotidianità che, nella vita di tutti i giorni, perdiamo inesorabilmente.

Più cresce la pendenza, più aumenta la lentezza che aiuta a pensare, a rilassarsi, a vivere alla ricerca, come ben racconta lo scrittore Erri De Luca, del segreto della bellezza movente di tutte le forti pulsioni dell’animo umano.
Credetemi, la possibilità di puntare all’infinito verso spazi senza ostacoli, non ha prezzo, come suggerisce la pubblicità di una nota carta di credito!

Il panorama è da urlo.
La valle col fiume Mavone è scomparsa dietro un paio di curve, le case dimenticate, nessuna anima viva se non due ardimentosi in sella a un poco stabile parapendio a sfidare tutte le leggi di gravità, in alto nel cielo blu sopra i burroni.

“Habitare secum”, soleva dire San Benedetto da Norcia, abitare con se stessi, con la propria solitudine, questo cerca l’uomo, questo cerco io.

Nel bosco che lambisce le pendici delle vette orientali del massiccio Gran Sasso, l’aria pare pulita, corroborante.



Le pietre della mulattiera incutono una sorta di rispetto reverenziale al solo pensiero di quante persone l’abbiano calpestate, nel corso dei secoli quando questa era l’unica via di collegamento con la pianura.
Gli occhi visitano, avidi, gli anfratti intorno alle vette.
Si distingue tutto in una giornata limpida come oggi.

Riesco anche a individuare il terrazzo di tappeto erboso dove secoli fa si ergeva il monastero che raccoglieva le preghiere di circa una trentina di frati.
Pare fosse un’ importante dipendenza della nota abbazia di Farfa, pochi chilometri da Rieti sulla via Sabina.
La presenza di questo luogo sacro, oltre dieci secoli fa, oggi è messa in discussione da alcuni studiosi.

Diversi anni fa, comunque, proprio nel cuore del terrazzamento sotto il Corno Grande, fu scoperto una specie di grosso buco dentro il quale giacevano molte ossa e teschi umani.
Si disse che si trattava di un “carnaio” , una botola sotto il pavimento della chiesa dove si usava seppellire i religiosi che nascevano al cielo.

Il complesso architettonico non doveva essere imponente ma sicuramente regalava fascino, data la felice posizione circondata da vette maestose e una natura sontuosa.

I frati, direbbe Mauro, il mio caro amico bolognese ateo professo, ne sanno una più del diavolo e i posti dove vivere se li scelgono accuratamente.
Per altri studiosi questo monastero sarebbe nato a causa della riforma eremitica di San Pier Damiani intorno al 1190, forse come pertinenza del monastero camaldolese di San Croce di Fonte Avellana.

Il luogo sacro sarebbe stato abbandonato nel 1300 dai monaci che si sarebbero stanziati nella
sottostante Fano a Corno, monastero di San Salvatore, a causa di dispute poco edificanti sui possessi.

Nella piana verde che sto attraversando, c’è anche un cavallo un pochino malmesso, che beatamente mangia erba.
In fondo alla radura c’è una vecchia stalla abbandonata con il fienile e quel che resta di una greppia per far mangiare dei maiali che sicuramente anni fa si sono trasformati in succulenti prosciutti, salsicce e salami caserecci.

Poco distante ci sono anche dei resti che intuisco sono di un pollaio con un’asse esterna che portava a una minuscola apertura dove a sera rientravano le galline.
Oggi questa costruzione è utilizzata come ripostiglio.
S’intravede l’interno con accanto alla porta cadente, un saccone di iuta.
Lo saggio con le mani, il mio limite è la curiosità!
È pieno di scricchiolanti foglie, credo siano di granturco e la stoffa del sacco è chiazzata di macchie d’umidità.
Più in là s’intravedono pecore gironzolanti in libertà. La mia Nikon immortala una delle sagome animali che per il gioco di prospettiva pare attaccata a un arco di roccia scura con macchie bianche di
neve.

Estasiato dalla corona di cime sopra la mia testa, mi trovo davanti la donna all’improvviso.
Porta con sé una grossa zappa e, per un attimo, un brivido scende lungo la schiena: “E se fosse folle al punto di darmela in testa? Sarà la proprietaria del posto?”.
Mi avvicino con cautela e lei, in dialetto stretto, già sta chiedendomi cosa stia cercando in quel posto isolato.

Ma domando e dico, ho una macchina fotografica, indosso tuta e scarponcini da trekking, cosa vorrebbe rispondessi?
Poi, subito dopo, capisco che era tutta una scusa per attaccar bottone.
La donna, un po’ avanti in età, ha bisogno di qualcuno a cui raccontare una mezza vita.

Scopro, nel successivo quarto d’ora che è vedova più o meno inconsolabile, che il marito l’ha lasciata da sola sul più bello, proprio mentre insieme vivevano di passeggiate montanare e di tranquillità da pensionati.
Sono come pugile tramortito da un poderoso uppercut!

Per chi come me vive nel continuo stress di gente che si accosta allo sportello di un ufficio finanziario per lamentarsi delle tasse esose, delle cartelle pazze, dello stato che non tutela i buoni contribuenti, l’uscita in montagna ha come scopo principale, oltre a godere della bellezza di una natura generosa, quella di vivere il momento magico del silenzio.

Tra mozziconi di frasi gettate qua e là, la donna inizia a raccontare una storia che diventa pian piano interessante.
Indica con il braccio e il dito teso un punto tra le cime lontane e ricorda che il suo povero marito, nelle lunghe camminate in cui la coinvolgeva a forza, l’aveva portata davanti a una grotta gigantesca raccontandole che lì, moltissimi anni prima, era vissuta una donna con i suoi tre figli in condizioni che definire disumane era poco.
Il suo uomo l’aveva abbandonata per fuggire con un’altra donna portandole via, con l’inganno, la proprietà della casa venduta a sua insaputa e quei poveri risparmi di una mezza vita.
Quando l’allora curato del paese si era deciso ad aiutare la misera, destinandole un paio di stanze della casetta annessa alla chiesa, lei rifiutò categoricamente di abbandonare la grotta.
Da lì ogni giorno scendeva in paese per chiedere elemosine di cibo e vestiario per se e i suoi figli.
Una storia che ha dell’incredibile! Sarà vera?

Non ho purtroppo il tempo di arrivare al rifugio Casale San Nicola.
È un percorso completo, bellissimo, dove l’imponenza del paretone del Corno Grande si fonde con le acque di un torrente, le mura di una bella chiesetta isolata dedicata proprio a San Nicola, l’ombra di un bosco secolare e prati estremamente panoramici.

Naturalmente si godono scorci indimenticabili sulla valle Siciliana e la catena orientale del Gran Sasso.
Avrei tanta voglia di rivedere questo rifugio che fu costruito tra gli anni 30 e 40 in una posizione incantevole ma ci arriverei che le ombre della notte già sono scese e non ho con me l’attrezzatura per dormire.

Nella casupola non ci sono bar e ristorante, naturalmente, non vi aspettate un rifugio stile Dolomiti.
Però è un luogo magico dove poter consumare i meritati panini, all’ombra della parete più elegante ed imponente dell’Appennino.
Certo, per intraprendere questa camminata di sette chilometri, è necessario un minimo di esperienza escursionistica, il percorso è sì abbastanza evidente ma i bivi che si incontrano sono numerosi.
La segnaletica scadente e confusionaria, non aiuta certo il profano a districarsi meglio nella fitta rete di sentieri.
C’è anche la possibilità per piedi forti di continuare e raggiungere la sella di Cima Alta, quella che i pigri raggiungono in macchina attraverso la strada carrabile che sale dal piazzale dei Prati di Tivo.


martedì 25 giugno 2013

Sui silenziosi sentieri del piccolo Tibet d'Abruzzo

“La roccia è una fasciatura, la garza che medica dallo stress della vita!” (Mauro Corona)

Volete assistere ad uno spettacolo della natura?

Trovatevi all’’alba di un nuovo giorno d’estate nella piana di Campo Imperatore, il piccolo Tibet d’Abruzzo.

Tutte le cose risulteranno come nuove, ne scorgerete la bellezza in ogni anfratto esplorato dai vostri occhi.

La luce d’inizio giorno è indescrivibile, un diadema di colori.
Pare di essere avvolti da tulle che velano tutto di emozione.
Le montagne che cingono il paesaggio lunare della piana, appaiono come pacifici dinosauri incredibilmente immobili.

Il silenzio tra i meandri brulli che, alla vista, si insinuano per chilometri, fa pensare a Dio che quando opera, lo fa sommessamente senza sbandierare il suo arrivo.

Secondo una tenerissima leggenda tibetana, le montagne sarebbero frammenti di stelle cadute dal cielo e le pianure enormi, si formerebbero dai granelli immacolati della loro scia.

Un giorno, dicono i saggi, tutto potrebbe tornare da dov’è venuto.

Occorrerebbe forse fissare le pendici con i chiodi per impedire che volino via.

Guardare a questo infinito paesaggio è come entrare nel primordiale.
Ti obbliga a ripensare alla tua esistenza.
Quando si ha bisogno di sognare ad occhi aperti, basta arrivare qui in questa sorta di capolinea della geografia emozionale.

Puoi vederci grandi deserti asiatici, sconfinate praterie californiane o semplicemente un pianoro di aridi pascoli, ma credetemi, qui non si giunge per caso.
Si è chiamati per essere come davanti a sé stessi.

È come aprire una via tra cielo e terra.
Potrete immaginare di avere le stesse visioni di Francesco d’Assisi che pregava solitario nel film “Fratello Sole, sorella Luna” o “Trinità” il buon Terence Hill, cowboy dal cappello calato sulla faccia, trascinato con il suo povero giaciglio di legno dal fidato cavallo.

Campo Imperatore è un enorme set cinematografico in cui passeggiano il pastore Serafino, impersonato da Celentano, il gruppo di monaci del “Nome della rosa”, pronti a combattere il Maligno.

Pare quasi di vedere anche l’aliante in panne che sulla spianata, plana tra il gruppo di amici che festeggia con il noto amaro, il lieto fine di una brutta avventura e la piccola vettura contornata da migliaia di pecore.
Si cammina nel bel mezzo di una vera leggenda della cinematografia internazionale.
E non solo.

Secondo un amico letterato, Gabriele D’Annunzio guardando questa distesa brulla, ebbe l’ispirazione per scrivere la sceneggiatura di “Cabiria”, niente di meno che il primo kolossal del cinema muto, il cui successo nel 1914, fu avvenimento mondiale.

Bella la storia della piccola donna che durante l’ultima guerra punica nel terzo secolo a.C., venne rapita dai Fenici e venduta come schiava ai Cartaginesi.
Cabiria fu scelta dal sacerdote Kathalo, per essere sacrificata al dio Moloch, ma salvata dal romano Fulvio e dal suo liberto Maciste, poi immortalato, insieme a Sansone, come uomo più forte del mondo.

Sono alcune delle immagini fantastiche legate a questa immensa landa deserta dalla struggente bellezza dei declivi, dai dirupi su cui si stende il verde dei pascoli e l’azzurro del cielo.

venerdì 7 giugno 2013

Il motore del mondo!

Ancora le splendide foto dell'amico Alessandro de Ruvo, naturalista, componente Commissione Esursionismo C.A.I. Teramo che ha, bontà sua, arricchito il mio libro più fortunato: "Il mio Ararat", in ristampa in questi giorni! Grazie Alex!!!!

Volete sapere qual è il motore del mondo?
L’acqua, ossia il principio della vita.
Ma non crediate che il valore dell’acqua sia solo un qualcosa di idraulico o elettrico o perché è indispensabile alla nostra esistenza, al corpo di ognuno di noi il cui sessanta per cento è proprio costituito da questo magico fluido.
L’acqua è anche godimento per chi ama la natura e sogna minuscoli specchi lacustri in cui si riflettono le vette, immensi invasi artificiali che si insinuano nelle valli come fiordi o laghetti silenziosi e profondi che ispirano leggende senza tempo.
Credo che ciò che affascini di più chi cerca emozioni in montagna siano però le cascate.
Sapete, quegli incredibili salti d’acqua, le piccole macchie azzurre sulle mappe, che tanto solleticano le nostre fantasie.
Un sentiero, lo scarpone che procede agile, schivando rocce, aggirando ostacoli. Ripidi ghiaioni, getti d’acqua da raggiungere, da vivere qualche minuto per poi tornare verso il basso per non essere colti dall’oscurità del tramonto, mentre la traccia s’inoltra nel bosco, attraversa prati fioriti giungendo al luogo sicuro.
Il nostro parco del Gran Sasso e Monti della Laga annovera alcune tra le più belle masse d’acqua cadente che rappresentano sicuramente infiniti paesaggi dell’animo.
Chi ama vivere in ambiente le sue ore libere conosce nomi come la cascata della Morricana, Cantagalli, Rio Arno, Selva Grande o, spostandosi nel versante laziale della Laga, le Barche, l’Ortanza o la cascata di Cima Lepri. Per non dimenticare nel ricco versante teramano uno dei sentieri più freschi e "bagnati",quello fantastico delle "Cento Cascate", o anche Cento Fonti, che da Cesacastina sale sul versante meridionale fino alla vetta di Monte Gorzano, tra boschi di faggio, pascoli d'altitudine, brughiere a mirtillo e cento ruscelli che precipitano a valle lungo il Fosso dell'Acero.
A tutti questi getti d’acqua si legano anche terribili leggende, storie e tradizioni di vita che hanno visto l’uomo avventurarsi in luoghi impervi dalla notte dei tempi tra sogni e incubi. È risaputo che anticamente si credeva che gli specchi d’acqua, fiumi, laghi o cascate, potessero funzionare da amuleti contro le forze del male e che dove c’era il “liquido della vita”, si era decisamente al sicuro.
 Le cascate appaiono improvvise dopo aver camminato a lungo tra distese di pascoli o boschi interminabili, annunciate dal rombo in mezzo alle pietraie e al verde.
Stupiscono tutti con la loro teoria di colori che spaziano dal verde, all’azzurro, con tonalità a volte lattiginose, chiare o cupe a seconda della stagione.
Intorno fanno bella mostra di sé pennacchi bianchi di eriofori, simili a ciuffi di lana sospesi su esili steli in balia del vento e piccoli fiori di ogni specie a regalare spettacolo tra muschio e macchie colorate.
Non c’è niente di simile che sappia generare tanti sentimenti, dall’entusiasmo alla serenità, dalla bellezza all’armonia. La natura allora ti fa perdere la concezione del tempo anche se hai un orologio al polso.



Davanti a belle cascate come queste fotografate magistralmente dall’amico Alessandro, è impossibile restare indifferenti.
Una magia invade chi le guarda, una cromia indescrivibile che bisogna vivere almeno una volta nella vita.

lunedì 13 maggio 2013

Il colle dell’Annunziata.

La strada sale lentamente, abbandonata la via Maestra del Parco, affrontando con curve strette un paesaggio severo tra valli scoscese e boschi.
Il Gran Sasso negli occhi.

Le superbe guglie cristalline proiettate nel cielo.

Le montagne si rincorrono accartocciandosi una sull'altra e i prati sono una tavolozza che cambia continuamente aspetto in questa estate seducente dal cielo azzurro.

La nostra meta è il Colle San Marcello o dell’Annunziata, che si staglia a 1000 metri di altitudine, sopra il borgo montano di Fano Adriano che si raggiunge prendendo il bivio in piazza con la denominazione della chiesa.
Davanti agli occhi gli imponenti Monte Corvo e Intermesoli.

All’altro lato le piramidi naturali dei Monti Gemelli.

Sullo sfondo si stagliano la Rocca di Civitella e la montagna dei Fiori tra delicate sfumature rosato lilla che danno l’idea di un mazzo di fiori di campo dentro un vaso a colori.

E poi le misteriose alture dei Sibillini e la vallata punteggiata da minuscoli borghi come Senarica, Intermesoli, Tottea, Nerito.

Quasi dimenticavo che siamo qui perché su questo colle si erge la deliziosa chiesina dedicata all’Annunciazione dell’Angelo alla Vergine.

Tornando a ritroso nel tempo, già prima del 100 A.C. vi erano qui degli abitanti che adoravano i loro dei inerpicandosi fin quassù per cercare di espiare colpe pregando più vicini al cielo.

Tra le ipotesi affascinanti che potremmo formulare c’è che l’antico nucleo dell’odierna “Fano” può essere identificata con la mitica e vetusta città di “Pitino”, tanto citata da Plinio che, nei suoi scritti, la posiziona “di là dal fiume Novano”.

La Cona dell’Annunziata è molto più che affascinante.
Conserva dei muri di grossi blocchi di arenaria locale che sembrano essere appartenuti a un tempio pagano.

Era una sorta di ara votiva a una divinità agreste.
Purtroppo molti resti sono stati divorati dal tempo e dall’incuria degli uomini.
 Il posto dovette essere anche romitorio se è vero che molti religiosi si ritirarono colà per vivere in solitudine e in preghiera.

Una leggenda, poco nota, racconta di un misterioso quadro, oggi scomparso, la cui venuta in questa chiesa è avvolta dal mistero.

Nel luogo strategico da cui si domina la vallata del Vomano, sembra esistesse nel medioevo una struttura fortificata.

Uno straniero portò fin qui un dipinto a olio rappresentante la Vergine.
Essa era di rara bellezza, in tunica amaranto e manto verde che scendeva sulla spalla sinistra, seduta sulle nuvole con grembo il Bambino nudo.

In basso una teoria di anime in attesa di purgarsi.

Il quadro sembra realizzasse miracoli a chi, con animo puro, vi si accostava.
Ancora oggi, la piccola chiesa custodisce numerosi ex voti di grazie ricevute.
Il quadro scomparve misteriosamente durante la seconda guerra mondiale.

I fedeli giurarono che la tela non fu rubata ma che si celò di colpo agli occhi di tutti.
Una visita a questo tempio immerso nella natura vi farà vivere attimi dai ritmi antichi, in splendida solitudine, immersi in una realtà inventata per chi ha voglia di parlare con Dio.

Ridiscendendo dal colle concentriamoci sul bel paese di Fano Adriano.

Dalla terrazza del Belvedere, al Parco della Rimembranza, che si affaccia sulla rocciosa vallata del Vomano, scorgendo il monte sulla cui sommità si trova, arroccato, San Giorgio, si capisce perché questo è definito uno dei Comuni più belli del Gran Sasso teramano.

Una visita alla cinquecentesca chiesa di San Pietro, con un portale che merita attenzione e un interno di rara bellezza, dove svetta un pregevole soffitto ligneo e un organo del settecento incredibilmente bello.

Regalatevi una bevuta dell’acqua diuretica e leggermente acidula che sgorga dall’antica fonte della Cannelecchia, che esperti datano intorno al 1300.
Bere ogni giorno per almeno un mese quest’acqua a digiuno, sembra abbia il potere di disintossicare le vie biliari.

Fermandovi al bar, in trattoria o da qualche pastore per comprare il formaggio, sarà facile intuire che la gente di questi posti ha un modo schietto e genuino di relazionarsi al viaggiatore di passaggio.

Un grazie per le foto della chiesa a quell'artista che è Alessandro de Ruvo: visitate www.adrphoto.com

mercoledì 17 aprile 2013

Il paese dei "Lanari"

La chioma è leonina, lo sguardo curioso.

Il pastore ha il codino e quando ride con un sorriso smagliante, si aprono due piccole finestre in bocca, lì dove mancano due canini.

È giovane, soprattutto è incredibilmente italiano.

Occupa la strada con il suo gregge e impedisce un rapido passaggio sugli ultimi tornanti che portano al paese di Cerqueto nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso- monti della Laga.

Con lo sguardo pare scusarsi del tempo che occorre alle bestie per fare strada alle ruote della mia vettura.
Ne approfitto per ammirare il panorama che si apre ai miei occhi.

Da un lato c’è il paese di Poggio Umbricchio, appollaiato come aquila su di una roccia, dall’altro il Corno Grande e il Piccolo che spuntano tra le nuvole.
 Più in là la vetta dell'Intermesoli!

C’è un film fantastico con due fuoriclasse del calibro di Jeremy Irons e Bob De Niro.

Il suo titolo è “Mission”.
Lo ricordate?
 Irons con un piffero incantava gli indigeni e diceva queste parole:
Se con un flauto ho convertito questi uomini cosa potrei fare con un’orchestra?”.
E un istante dopo lo spettatore era travolto dalle note immortali della stupenda colonna sonora. Semplicemente geniale.

Penso che anche il panorama che ho davanti agli occhi potrebbe comunicare a chi non crede la presenza reale di un Onnipotente inventore di strabilianti bellezze.
E Dio non ha bisogno di dover suonare il benché minimo strumento musicale.
Lui è in grado di essere in ogni luogo.

Non è necessario cercarlo in una costruzione fatta da uomo.

Lui è un faggio vecchio e ancora possente, una guglia severa di una montagna, un fiore che spunta miracolosamente su di una roccia.

Questo posto ha una tale scenografia di angoli incantati che Wim Wenders ci avrebbe creato una pellicola immortale.

A 750 metri offre una visione inedita e spettacolare del Gran Sasso che qui si mostra in tutta la sua maestosità, tra boschi, prati e rocce calcaree.
Il paese ancora prima dell’anno 1000 si estendeva in località “Canili”.

Secondo antichi documenti qui sorgeva la chiesa di Santa Maria in Querceto.

Nel Medioevo la zona fu dominata dai Conti di Pagliara signorotti della Valle Siciliana per poi divenire feudo degli Orsini da Guardiagrele fino al 1526.

La vecchia che interpello vive qui praticamente dal primo giorno della sua esistenza.

Racconta volentieri una leggenda inquietante.

Tantissimi anni fa un sacerdote accusato di crimini fu scaraventato dagli abitanti del luogo sotto un’altissima rupe, morendo fra rovi e pietre.

Da quel momento una maledizione si abbatté nel paese e milioni di formiche rosse, uscite dalle rocce circostanti, rovinarono i raccolti gettando nella miseria il paese.
Questi decisero di ricostruire le loro case a qualche chilometro di distanza, nei pressi della chiesa di Sant’Egidio Abate. Santa Maria fu adibita a canile, da qui il nome della zona.

Di là dalle leggende, Cerqueto dovette essere un castello, perché oggi si possono ancora vedere i grossi cardini del massiccio portone utilizzato per l’ingresso all’abitato, fortificazione di difesa dalle razzie dei saraceni.

La chiesa di Sant’Egidio, risalente all’anno 1000, era una grande meta di pellegrini provenienti da ogni luogo del Vomano.

Vi si conservano oggi pregevoli altari lignei intagliati nel XVII secolo da artigiani locali e un crocefisso del 1500 di legno veramente bello.

Soffermatevi sui vari affreschi ispirati alla Vergine dell’Annunciazione.


Alzando gli occhi, scorgerete un bellissimo soffitto ligneo e, uscendo, la torre vi accoglierà con i suoi caratteristici sassi bucherellati calcarei che formano i piani più alti.

Cerqueto è terra di boscaioli, pastori e cardatori di lana, mestiere oggi scomparso.
La Pro Loco sta cercando di recuperare quest’antica arte e il linguaggio, “La Trignana”, usato da questi personaggi per accordarsi fra loro senza che si potessero capire.
“Lu Lanare” era una persona di riguardo nella passata civiltà agro pastorale.

Partiva dal paese per recarsi nelle vicine regioni dove era richiesta la sua opera.
Lavorava a domicilio con un attrezzo portato a spalla che serviva per cardare la lana infeltrita dei materassi o per pettinare quella nuova.

Visitate il Museo Etnografico delle Tradizioni Popolari.

Nato nel 1964 per iniziativa del grande parroco Don Nicola Jobbi come semplice raccolta di oggetti e attrezzi testimonianza del passato, oggi è un museo civico di grande importanza che raccoglie più di mille reperti, tra cui una particolare “zampogna campagnola”.

Tanti motivi per visitare questo paesino da fiaba non soltanto a Natale quando si allestisce il presepe vivente più conosciuto d’Abruzzo.

martedì 26 marzo 2013

Il paese di pietra!


Tra le impalcature che imbracano le case strette devastate sin dalle fondamenta dal terribile sisma del 2009, l’anziana donna si muove a fatica.

Ha quasi cento anni la Nina, mese in più, mese in meno, ma anche se da queste parti venisse un cataclisma del tipo paventato dai Maya, lei sarebbe sull’uscio della sua casa ad attenderlo.

Perché è una “pretarola” di quelle che se ne infischiano delle rilevazioni demografiche che indicano un paese che muore.
Lei vive qui e nessuno riuscirà a portarla via, né una frana, né la terra che si muove, né la neve che ogni anno copre i piccoli portali d’ingresso alle abitazioni.
E dire che in questi ultimi tempi tutto si è accanito contro questo splendido abitato.

La montagna è crollata ricoprendo le pitture rupestri, il mondo antico del pretarolo doc Guido Montauti; le viscere delle guglie dei Corni hanno traballato sotto la violenza di una faglia mortale; la pioggia ha fatto venire giù pietre, fango e altro, coprendo una parte dell’incantevole sentiero che porta ai Prati di Tivo.

Ora tutti recitano il “de profundis” e dicono che Pietracamela, arroccata su di una pendice montana, sta morendo.

Secondo i censimenti negli anni ’30 qui si era in circa duemila anime, negli anni ’90 si scese a duecento.

Oggi se veniamo fin quassù fuori stagione e in un giorno feriale, faremmo fatica a scambiar chiacchiere con qualcuno.
Ma la Nina mi spalanca due occhi grandi e, sorridendo, a metà tra un italiano stentato e il difficile dialetto, sussurra che tra qualche giorno è Pasqua e tornano anche i suoi figli.

Più in là la signora Montauti, anima del paese, affaccia la testa fuori dalla piccola chiesa che sta pulendo per la messa del vespro.
Il paese, compreso nella ristretta cerchia dei borghi più belli d’Italia, conta nelle stagioni intermedie più o meno cinquanta abitanti, gli stessi della frazione Intermesoli, ma è un dato che pecca di ottimismo.
Alcuni abitanti stanno a Montorio al Vomano e vengono su nei weekend.

Ma a Natale e Pasqua, come Gesù che nasce e risorge, torna a vivere anche questo piccolo borgo che si riempie di turisti e familiari in festa.

Luogo storico dell’Abruzzo Ultra durante il Regno di Napoli apparteneva nel secolo XII al feudo della Valle Siciliana di proprietà dei Conti di Pagliara.

In seguito passò ai Conti Orsini che furono padroni sotto Angioini e Aragonesi fino a che Carlo V nel 1526 lo consegnò al marchese Mendoza fino all’abolizione della feudalità.

Qui un tempo si lavoravano i metalli, si batteva il rame, si pettinava la lana.
I cardatori del paese erano famosi fino in Toscana e nell’Emilia.
Con la nascita del materasso a molle, l’attività scomparve.
Stessa storia per i famosi “sediai”.
Usavano materie prime locali, legno di faggio e paglia.
La robustezza della sedia che si realizzava, dipendeva dall’abile lavoro d’incastro del legno.
Che dire poi dei “casari”?
Erano anch’essi artigiani di grande specializzazione. Decidevano, con sapienza, quando il latte della munta doveva essere bollito e posto nelle “fuscielle”.
La crisi cominciò a mordere sin dalle ultime battute dell’ottocento.

La pastorizia transumante fu decimata dal progresso verso le zone di mare, da tasse e balzelli vergognosi e la progressiva messa in coltura delle distese pugliesi del Tavoliere.

Un esodo biblico portò i pretaroli verso gli States, l’Argentina, l’Australia.

I più fortunati emigrarono nel Lazio.

L’antica Petra Cimmeria o Cameria, (il toponimo lo ritroviamo nel monte Camarda e a San Pio delle Camere in Aquila), col masso sovrastante a forma di cammello, nel fine anno si appresta a vivere il suo attimo di gloria dopo l’estate ferragostana.

D’inverno, niente caroselli di piste stile Trentino, niente folle agli impianti, volti noti e riti mondani del dopo sci.
Solo turismo familiare e montagna spartana, bella e selvaggia.
Nella stagione fredda il piccolo portale di San Giovanni, il campanile a vela, la meridiana e l’orologio, quasi scompaiono inghiottiti dalla neve.
La chiesa di San Rocco, la casa de “li Signuritte” con le bifore del 400, lo stemma civico cinquecentesco, la piazza Cola da Rienzo cui sembra che il paese abbia dato i natali, il “Sopratore” tra rocce e fienili ristrutturati, la parrocchiale di San Leucio, l’antico vescovo di Alessandria, tutto sembra irreale nel bianco che fiocca.

In estate il piccolo mondo di case vecchie dal sapore decadente, quasi bohémien, attrae torme di escursionisti.
“Lo spirito del paese è che non importa chi sei e da dove arrivi, qui, nessuno è straniero”, dicono gli ospitali abitanti.

Alcuni di essi, “cardaroli” della lana, indossando i “coturni”, spesse calzature fatte di lana frollata, attraversavano da giovani la Val Maone, lungo l’infido passo della Portella, per vendere mercanzia all’Aquila, soprattutto a Natale quando giravano più soldi.

Il paese avrebbe bisogno di maggiore turismo.
Per molti sarebbe utile una pedemontana a collegare le guglie del Gran Sasso all’autostrada per Roma o un trenino a cremagliera che sale appena fuori la galleria tra Aquila e Roma, scavalcando Forca di Valle.
Altri sognano un tunnel a incrociare l’autostrada sopra il santuario dei Passionisti di San Gabriele.
“E’ il terzo borgo più bello d’Italia nonostante lo spopolamento” - chiosano con orgoglio gli anziani rimasti.
Poco più in alto, sopra la nota località turistica dei Prati, muraglie inaccessibili di dolomia raccontano, come libro aperto, oltre trecento milioni di anni.

La mia casa è quassù fra le altere pareti e misteriosi silenzi... la mia casa è quassù fra garrule acque e dolcissimi ricordi. Qui sono io, qui è la mia casa, qui sono le mie montagne. (Antonella Fornari)

mercoledì 20 febbraio 2013

La terra benedetta da Dio!

Gli Appennini sono, per chi li scopre, una delizia.
Pochi ne conoscono la dimensione reale.

Guardi le montagne sulla carta e le immagini come linea sottile che corre da nord a sud dell’Italia.
Le guardi invece sul terreno, magari da sopra una cresta, osservi il paesaggio incontaminato e sogni.

Abbandonando il caos della città nel teramano è possibile scoprire montagne incantate e vivere sprazzi di benessere, coltivando l’emozione della conoscenza.

Esistono modi di viaggiare diversi:
uno è quello della velocità, della prestazione, del tempo che stringe, del paesaggio che scorre veloce e distante da dietro i finestrini.

Un altro è quello dell’attenzione, della curiosità, del rapporto con luoghi, gente, natura.
Quello meraviglioso degli odori, dei sapori, del tempo che scorre piano come un lungo fiume tranquillo.

Quello dell’emozione.
Quello del sorriso.

Muoversi e soprattutto a piedi, vuol dire mettere da parte per un po’ l’ansia, immergersi fino in fondo nell’emozione del viaggio, conoscere il mondo toccandolo, gustandolo, ascoltandolo.

Nella nostra provincia tutto ciò è possibile, quindi bandiamo la fretta, entriamo nella vita a tempo pieno, diventiamo potenziali vagabondi.

Perché, chi vive vede molto, ma chi viaggia vede di più!

Se abbandoniamo anche per poche ore i nostri luoghi di sempre, potremo scoprire vedute superbe entrando nel cuore del Gran Sasso: il grigio Pizzo Intermesoli, con le sue lastre di pietra sfaldata, i due maestosi Corni, il Piccolo con la magnificenza di pinnacoli e creste ardite e il Grande simile a un pezzo di Dolomiti trapiantato da un grande chirurgo nel profondo degli Appennini.

Ancora, il Pizzo Cefalone con la cresta delle Malecoste, dietro la foresta del Vasto e Dio sa quant’altro di meraviglioso.
Ammireremo i picchi slanciati di solido calcare che rappresentano il sogno degli scalatori.

Sogneremo cime storiche frequentate fin dal secolo scorso dal gruppo degli “Aquilotti del Gran Sasso” che anticiparono niente di meno che i leggendari “Scoiattoli di Cortina” e i “Ragni di Lecco”, giovani tenaci che salirono tutte le vie classiche e impegnative: il Monolito, le Fiamme di Pietra, Torrione Cambi.

Sarà sufficiente catalizzare lo sguardo verso il tagliente volo di un falco che disegna infiniti cerchi, sfiorando le imperfette geometrie di cresta, guardare con curiosità il disco fluorescente del sole che scivola oltre la sagoma scura dell’orizzonte, per stare finalmente bene con se stessi.

Potremo vivere della gioia degli alberi sugli erti pendii che crescono lentamente, senza fretta, ammirare la fibra elastica che acquista vigore e si slancia verso il cielo solo dopo aver costruito fondamenta solide e robuste.

lunedì 18 febbraio 2013

L'alterità attraente!

Ai piedi dei due Corni, dell’Intermesoli e del Corvo, tra pietraie dure e assolate, in mezzo a paesaggi grandiosi è nato il mio amore per la montagna, direi di più, per il creato e il suo Creatore.

In vetta ci andavo da piccolo, trascinato fin su da uno zio camminatore che appena poteva scappava dal traffico, dal rumore e dallo smog di Teramo e si rifugiava in mezzo a questi ambienti straordinari in cerca di pace in alto sul mondo.

Mentre leggeva un brano di un libro a voce stentorea per farmi sentire, io esploravo, perlustravo le pietre, osservavo alpinisti che salivano su cime vicine e che presto sparivano ai miei occhi.

Mi chiedevo dove andavano e coltivavo così il mio desiderio spasmodico di scoprire il mondo e viaggiare.

Ho sempre pensato che la montagna sia il luogo dell’alterità, il posto magico dove sentirsi piccoli e umili di fronte alla grandiosità di un Dio artista che nei suoi scenari sconfinati, intende farci sentire piccoli dentro.

Certo, infinitamente piccoli, ma grandi nella considerazione del nostro Signore.

La montagna è bella di una bellezza magnifica ma al tempo stesso è terrorizzante.
È un laboratorio di vita dove conoscere mondi inesplorati a cominciare da noi stessi.
Porta con sé vertigini e paure e la sua dimensione verticale attrae come un magnete l’uomo che vuole superarsi ma che rischia di ridimensionarsi irrimediabilmente.

Ripenso con terrore alle mille volte in cui ho sbagliato strada perché ho letto male la carta IGM, ricordo con fastidio quelle gite in cui ho fatto marcia indietro alla prima difficoltà o alle decine e decine di situazioni in cui ho pensato, in preda a debolezze d’animo, di dover chiamare il soccorso alpino.

Mi dicevo, ecco il dilettante che sei povero stupido che credi di padroneggiare gli elementi.

Poi, molto tempo dopo, ho capito il messaggio che la natura mi inviava e che io non leggevo tra le righe: impara a conoscermi, è il passo fondamentale per amarmi e per rispettarmi.