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sabato 11 luglio 2015

Custodi e non padroni: Considerazioni su “Laudato sì” di Papa Francesco

«Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi.
In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia:
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei.
(Papa Francesco)

La lettera enciclica del Papa “Laudato sì”, è qualcosa di incredibilmente bello.

In duecento quarantasei paragrafi, a formare sei capitoli, si dipana un profondo inno alla vita, una Magna Carta del creato, la summa di tutto quello che potrebbe dirsi o scriversi a proposito di natura, ecologia e ambiente.

È soprattutto un appello alla scienza affinché si allei con le religioni per esortare le coscienze a sentire propria la responsabilità della custodia della nostra “casa comune”.

È un impegno ancora più pressante per noi francescani, anche per il titolo scelto dal pontefice a richiamare la più bella poesia del mondo, il capolavoro del nostro serafico Padre Francesco d’Assisi: il Cantico delle Creature, inno insuperato nei secoli per la sua bellezza cosmica che penetra tutto il creato, quasi lambendo l’ineffabilità di Dio.

Era il 1224 quando il Poverello, nel silenzio di San Damiano, malaticcio e quasi cieco, soffiato nel cuore dalla forza dello Spirito Santo, dettò la pagina forse più straordinaria mai scritta per lodare Dio, abbracciando il mistero del creato e della natura e diventando il paladino dell’ecologia.
Questo, suo malgrado, dato che “Il Cantico” è un bellissimo trattato teologico, un testo dettato dall’amore per l’Altissimo e non un qualcosa per celebrare soltanto ambiente e natura.

Papa Francesco, partendo dal mistero della creazione e del Creatore, ha voluto dedicare la sua enciclica a quella lode infinita al Signore e alle sue creature per ricordarci che l’uomo, nello spirito del Genesi, non è il padrone dell’universo.

Solo Dio è tale.

E ha posto l’uomo nel centro dell’Eden “perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2,11).

Egli non ha affidato all’uomo il governo del mondo affinché ne faccia quel che vuole.
Solo il Creatore è Signore di tutte le cose.
Noi, dice Bergoglio, non siamo Dio.

La terra ci precede e ci è stata data in prestito.
Siamo, comunque, i custodi, i guardiani che dovranno, alla fine dei tempi, riconsegnare la sua creazione all’Onnipotente passandoci uno a uno il testimone nel corso degli anni.
Proprio come ognuno di noi fa con la sua anima, nel momento del trapasso.
Parole ovvie ma che spesso dimentichiamo nella società frenetica in cui stiamo vivendo.
Questo immenso dono di Dio lo sporchiamo continuamente, lo deturpiamo così come facciamo per la nostra anima che abbiamo avuto immacolata e che invece rendiamo spesso lercia e purulenta.

Il creato è concesso da Dio all’uomo per godere degli infiniti profumi, colori, sapori e soprattutto benefici, non certo per accumulare ricchezze, mercificarlo e sotterrarlo con immonde speculazioni.

Ma il Papa ha soprattutto a cuore gli Ultimi della Terra e, in gran parte del suo scritto, ripete che il creato è di tutti e soprattutto di chi è posto ai margini della società, quei poveri, derelitti di cui Gesù parla nelle sue “Beatitudini” del meraviglioso “Discorso della montagna”.

Bergoglio propone il “modello San Francesco”, dal quale bisognerebbe imparare come sia “inseparabili la cura della natura, dalla giustizia verso i deboli, l’impegno per una società dell’accoglienza e la pace interiore tanta desiderata”.
È la Perfetta Letizia amata profondamente dal serafico Padre.

Il pontefice parla di “conversione ecologica” da un’economia che persegue, delittuosamente, solo e unicamente il profitto creando inquinamento, cambiamenti climatici, distruzione senza precedenti di ecosistemi e deteriorando la qualità della vita umana, causando colpevolmente un degrado sociale.
È un appello senza precedenti alla responsabilità in base al compito che Dio ha dato all'essere umano nella creazione: “Coltivare e custodire il giardino in cui lo ha posto” (cfr. Genesi 2,15).

“Responsabilità” pare essere la parola “chiave” per un’umanità che ha acquisito enormi poteri grazie all'energia nucleare, le biotecnologie, l’informatica e le profonde conoscenze del nostro stesso Dna.

È rischioso che questo tremendo potere sia in mano a pochi individui che dominano la gran parte dei fratelli, con i nefandi risultati sotto gli occhi di tutti.

Prendersi cura della natura è anche combattere le povertà, le diseguaglianze.
Il pontefice auspica, addirittura sottoponendosi senza paura agli strali di chi cerca una crescita avida e irresponsabile, una certa decrescita in alcune parti del mondo per favorire lo sviluppo delle zone buie del pianeta, procurando per esse risorse nuove.

Gioiamo, sembra infine dirci Bergoglio, come buon papà di famiglia, dei doni ricevuti dall'amore del Padre e noi, cristiani combattiamo la buona battaglia, incoraggiando uno stile di vita capace di non essere ossessionati dal consumo, crescendo nella sobrietà e nel rispetto di tutto il creato a cominciare dalle più piccole delle creature.

domenica 14 giugno 2015

La disarmante bellezza dei Sassi materani

L'uomo è magrissimo, quasi ascetico, con corti capelli neri da uomo del sud, guance scavate e solcate da rughe profonde, occhi neri con sopracciglia folte e occhiaie scure.

E' vestito in modo anonimo e ha una tosse stizzosa e voce rauca da gran fumatore.


Superato il centro moderno, dopo aver visitato l'inquietante chiesa del Purgatorio tra teschi e scheletri nella facciata a ricordare la caducità della vita, un innocuo varco tra due palazzi svela improvvisamente un mondo arcaico, un paesaggio biblico.
Con un autentico colpo di teatro, allarga le braccia e, quasi fosse su di un palco, esclama trionfante:
"Signore e signori, ecco i meravigliosi Sassi di Matera"!

Mi sono intrufolato in mezzo a questo gruppo che dal loro inconfondibile dialetto, deduco vengano dall'Emilia Romagna.
Adoro ascoltare le storie delle guide locali.
Era tanta la curiosità di arrivare fino a Matera.
Le case incastonate nella roccia, stratificate le une sulle altre, colorano il panorama di innumerevoli sfumature di grigio.
Nonostante la sosta prolungata, i nostri occhi faticano ad abituarsi a tanta bellezza.
Davanti si apre un paesaggio unico, tra vicoletti, gradinate, orti, campanili, chiesine, terrazze, casette ammassate l'una sull'altra, strade che passano sui tetti.
Ho già dimenticato il pur bellissimo Duomo, capolavoro romanico del 1230, la chiesa di San Francesco, capolavoro del barocco leccese.

Gli antichi insediamenti urbani preistorici si aprono davanti ai miei occhi e mi stupiscono.

E' un mirabile dedalo di case antichissime che paiono sprofondare nella terra, quasi roteando intorno agli sguardi estasiati dei visitatori che, per inciso, sono tantissimi e provenienti da ogni parte del mondo.

Sembra che la pubblicità alla capitale della cultura europea per il 2019, sia stata un vero toccasana per il turismo della Basilicata.

La città dei Sassi, da vergogna sociale nel dopoguerra, è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dell'Unesco nel 1993 e oggi è un grande simbolo del Bel Paese.

Guardo gli antichi rioni che conservano, incredibilmente, tracce di epoche arcaiche.
Qui hanno girato film religiosi tra cui "Il Vangelo secondo Matteo" del 1964, opera del grande Pierpaolo Pasolini e alcune scene della Passione di Mel Gibson.
Come non sfruttare questo habitat di impareggiabile bellezza in cui l'uomo a fatica si insediò sin dal Paleolitico?

La guida, accendendo l'ennesima sigaretta, indica in lontananza la sagoma di una chiesa rupestre, promettendo di portare il gruppo fin lì.

Proprio questi luoghi sacri sono un altro degli elementi spettacolari di un autentico mosaico tridimensionale in pietra.


Nell'incredibile tessuto urbanistico dei Sassi, di questi antichi templi scavati nella roccia se ne contano oltre cento, compresi quelli persi nelle grotte del sovrastante e bellissimo parco della Murgia, tra archeologia, arte e natura.
Sono magicamente piazzati lungo profondi precipizi, che dall'altopiano murgico, scendono fino alla Matera preistorica e giù, fino al fiume incastonato in una gola.

Abbandono il gruppo.
Ho in mente un mio giro in solitaria. Ho scarpe da trekking, cappello per il sole e cartina per districarmi nel dedalo di vicoli di questa città scolpita nelle rocce di tufo, alla ricerca, come novello Indiana Jones, delle radici dell'uomo.

Vorrei capire come sia stato possibile sopravvivere dentro questi incavi di roccia, tuguri malsani.

Sono stato anche previdente e, prima del viaggio, ho riletto il capolavoro dell'intellettuale anti fascista, Carlo Levi che nel 1945 scrisse "Cristo si è fermato a Eboli".

Il grande scrittore descriveva questo mondo preistorico così:
"Matera è in un precipizio con un burrone dalla forma strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone. I coni rovesciati, gli imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'Inferno di Dante...".

La città dei contrasti è un disarmante inno alla bellezza della vita, nonostante gli stenti di chi l'ha vissuta, un groviglio di grotte intervallate da sfarzosi palazzi, un enorme, stupendo presepe di vita, alternato a magnificenze barocche, un paesaggio sacro che muta a bolgia da inferno dantesco.

Infine case addossate alla pietra a cui si alternano costosissimi bed-and-breakfast spartani ma da trecento euro a notte per provare il brivido dell'umidità nelle ossa.
Di certo c'è che è dura per giovani viaggiatori piantare una tenda sui gradoni in pietra.

Meglio optare per qualche sistemazione nella città nuova.

Tutto però ha il sapore del qualcosa di unico!
 Ho davanti agli occhi praticamente un autentico museo a cielo aperto della straordinaria avventura umana dall'Età della Pietra ai giorni nostri.

Giungo al belvedere di "Murgia Timone", in fondo al quale scorrono, in leggero tumulto, le acque del torrente Gravina. Da qui si gode uno dei panorami più belli d'insieme della città posta sui due anfiteatri naturali del "Sasso Caveoso" e del "Sasso Barisano", con al centro lo sperone della "Civita", il nucleo più antico dell'abitato.
La vista toglie il respiro.
Anche la stupenda donna intenta a fotografare con il suo iphone 7.
Lei è bellissima, circa quarant'anni, bionda platinata,abbronzata, elegante, ma gonna e tacchi decisamente out per girare tra le pietre millenarie di Matera e le ripide scalinate.
Sembra uscita piuttosto da Via Condotti con la sua borsa color arancio firmata e l'abito corto a mostrare due gambe da urlo.

D'altronde, quando ero in Commissione Escursionismo C.A.I. e guidavo gruppi di turisti in montagna, non era difficile incontrare donne con improbabili infradito.

Il giovanotto abbronzato che le fa compagnia, calza invece comode scarpe da tennis e pare compiaciuto dagli sguardi famelici dei maschi che si distraggono dal panorama per guatare un altro tipo di bellezza.

Intanto arriva un gruppo di americani con tanto di grossi auricolari che traducono le parole della guida, una diafana ragazza che pare preparata.
Racconta che i Sassi erano abitati da poveri nuclei familiari, mediamente 6, 8 persone a cui si aggiungevano animali dato che l'allevamento rappresentava, fino a meno di un secolo fa, il principale sostentamento.

Seguo il gruppo con discrezione attraverso cantine che si alternano a sotterranei e caverne millenarie, abitate fino a pochi decenni fa!

Al "Palombaro Grande" la ragazza pretende gli euro per il biglietto d'ingresso.

Siamo ora in una gigantesca cisterna dove, attraverso un ingegnoso metodo di raccolta delle acque piovane, il liquido veniva ridistribuito nei tuguri malsani.

Subito dopo entriamo in una casa museo, praticamente una grotta a più strati e piani dove ci viene spiegata la vita difficile di quei tempi in cui metà di un nucleo familiare moriva tra umidità, freddo e ignoranza.

Sta scendendo la sera di questa giornata incredibile.
Mirabilmente i sassi si illuminano come il presepe di Greccio.
Il cielo, fin ora anonimo, si colora di un tramonto viola e grigio.
Seduto quasi su di una roccia, posso cenare con focaccia e formaggi locali, mentre belle ragazzine in costume materano mi mostrano prodotti biologici da portare a casa.

Non vorrei andarmene!
Domani andrò a visitare l'altro set della Passione di Cristo del grande Mel Gibson: il fantastico paese abbandonato di Craco!

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Info
Matera e i suoi dintorni si raggiungono per chi viene dall'Adriatico, seguendo l'autostrada A14 fino a Bari Nord, poi statale 96 per Altamura e 99 per Matera.

Dal Tirreno con la A3 Salerno Reggio Calabria, uscita Sicignano. Da qui la E847 per Potenza e statale 407 Basentana per Metaponto, uscita Matera.
Da non perdere Montescaglioso e le sue opere d'arte con l'abbazia fondata dai Benedettini nell'XI secolo, il parco della Murgia tra silenzi e atmosfere mistiche, le masserie fortificate perse tra colline dolci, il paese abbandonato di Craco, set naturale di tanti film di grandi artisti del calibro di Lattuada, Scola, Irsina con il capolavoro della Cattedrale del Duecento.

Dormire nei Sassi ha prezzi proibitivi, meglio cercare un appartamento nella città nuova che non dista moltissimo dalla zona arcaica. 
Io ho trovato una bella sistemazione attraverso TripAdvisor.
Scegliete per mangiare una locanda. 
Ce ne sono al limitare dei Sassi. 
Si mangia a prezzi onesti prodotti locali.

Per visitare il parco della Murgia: Ente Parco via Sette Dolori 10 0835 336166 . www.parcomurgia.it

Agenzia Promozione Territoriale Basilicata: 0835 331983

venerdì 29 maggio 2015

Il museo di Celano: le sconosciute bellezze dell’arte in Abruzzo


Nelle varie incursioni museali che gli appassionati di arte possono compiere sul territorio abruzzese, la visita al Castello dei Piccolomini di Celano e al Museo della Marsica, rappresenta certamente uno dei momenti più alti.



Eppure sono veramente pochi affezionati dell’arte a conoscere questo luogo, incantevole scrigno di capolavori snobbati per mancanza di una seria promozione, oggi non insufficiente, oserei dire, assente completamente.
Siamo in un luogo dove la bellezza di una scena medievale inedita completa, mirabilmente, la fruizione di opere d’arte affascinanti.

Ciò che colpisce il cuore e rimane nell'intimo, una volta superato il grande portone, è l’ingresso nel cortile a doppio ordine, maestoso nel suo portico e con le arcate ogivali. Alzando gli occhi si è rapiti dalla proporzione armoniosa del loggiato superiore scandito da colonne sottili e da archi a tutto sesto.
La luce che penetra nella quiete dell’insieme, pare abbracciarsi amorevolmente con il pozzo centrale il quale evoca scene senza tempo.
È solo l’antipasto di un convito sontuoso.

Nel piano nobile del Castello che si erge nel centro della cittadina un tempo famosa per la bellicosità dei suoi abitanti, i Marsi, noti per la loro ferocia e la resistenza alla fatica oltre che per la bravura nelle armi, si snodano ben undici sale che corrono lungo tutto il loggiato e ospitano le opere d’arte del museo marsicano.


Per chi vi scrive, in gran parte sono state piacevoli sorprese.

Ero appena tornato da un passaggio purtroppo veloce nella zona archeologica di Alba Fucens che meriterebbe ben altro tempo e attenzione.
Ho trovato in una delle sale splendidi bassorilievi del XII secolo provenienti proprio dall'antichissima chiesa di San Pietro che insiste sui resti dell’antica colonia romana.
È un gradevole viaggio nel tempo quello che si può vivere in questa ampia sala tra reperti lapidei, frammenti di capitelli, pezzi di antichi amboni, frammenti di scene bibliche fra cui si identifica Giona tra il grande pesce che sta per inghiottirlo e piccole sirene vaganti, in cui l’arte del Romanico dà il meglio di se.

Una piccola sala accoglie anche la sezione archeologica della famosa Raccolta Torlonia di Antichità del Fucino, di quando l’ampia zona era caratterizzata dalla presenza del grande lago che occupava l’intera piana o quasi che si staglia sotto le falde della piccola montagna del Salviano, propaggine del maestoso Velino.
Panorami idilliaci tra frammenti di vita sul lago e piccole barche di pescatori si presentano attraverso bozzetti e dipinti.
S’intuiscono le case dei pescatori, le ville degli antichi Patrizi, la città di Celano con la possente cinta muraria anche in piccoli bassorilievi in pietra, che restituiscono la vivacità di un luogo che doveva rappresentare una notevole importanza sulla via che dalla capitale Roma, portava al mare Adriatico.

Una rivisitazione in chiave ideale di una vita che aveva il giusto equilibrio tra uomo e natura, vita e lavoro, svago e impegno.

Ma il bello deve venire.
Nella sezione religiosa, l’arte sacra si sviluppa attraverso statue di Madonne con Bimbo, Polittici con figure di Santi in estasi, omaggi a figure di Beati in contemplazione, fino alla bellezza pregiata di rari Crocifissi Processionali con preziose pietre incastonate.
Sono gioielli di oreficeria di cui l’Abruzzo ha il suo massimo artista in Nicola da Guardiagrele, nome famoso nel mondo intero.

Veramente un peccato che grida vendetta la cronica mancanza di promozione a questo Museo che meriterebbe frotte di visitatori e che invece trovo semivuoto ogni volta che arrivo a Celano.

Sono tanti i turisti che arrivano in paese, magari evadendo per qualche ora dal sole cocente dell’estate al mare.
Mancano dei cataloghi, mancano delle guide, poche notizie su internet, qualche foglio ciclostilato per alcune informazioni buttate qui e là, in linea con la assoluta gestione dilettantistica dell’apparato promozionale della nostra Regione.

Andate a vedere il castello, è ampio, ben tenuto, merita una visita anche per ammirare la vallata dall'alto delle merlature che costeggiano i camminamenti lungo gli spalti.
In estate ospita varie manifestazioni, spettacoli in costume d'epoca a uso e consumo dei turisti e di musica sia lirica che leggera.

E' un incontro con la storia, una passeggiata attraverso i secoli, dal medioevo ai giorni nostri da effettuare magari con i bambini che si meraviglieranno nei saloni antichi, osservando le armi di un tempo, le raffigurazioni dei guerrieri.

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Come arrivare a Celano:
A24/A25 RM-PE : uscita Aielli-Celano 
da Napoli : A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Sora/ Avezzano/ A25 direzione Pescara/ uscita Aielli-Celano

Informazioni: Museo Nazionale d'Arte Sacra della Marsica tel. 0863-792922

ORARIO VISITE CASTELLO “PICCOLOMINI” CELANO (AQ)
Castello: dalle ore 9,00 alle ore 19,00 (chiuso lunedì) 
Mostre: dalle ore 10,00 alle ore 18,30
Biglietteria: dalle ore 10,00 alle ore 18,00
Il Castello “Piccolomini” di Celano (AQ) è aperto ai visitatori tutti i giorni tranne il lunedì. 
Il prezzo del biglietto è di pochi euro. 
Visite guidate a cura dell'Ufficio Attività didattica:
dal martedì al venerdì su prenotazione:
tel. e fax 0863-792922

lunedì 18 maggio 2015

Finalmente San Bernardino!


"Tu, o Gesù, onore dei credenti, forza di coloro che operano. Tu sostegno dei deboli, per Te i malati sono sanati, le colpe perdonate e coloro che soffrono sono irrobustiti".
(Sermone 49 dagli scritti di San Bernardino da Siena)


Un bel sole illumina il bianco splendente della facciata quattrocentesca di San Bernardino all'Aquila, opera del grande Cola dell'Amatrice.

I tre mirabili livelli architettonici di ordine dorico, ionico e corinzio, si mostrano quasi inediti.
L'ultima volta la stessa facciata non l'avevo vista, imbracata com'era ovunque, avvolta in una morsa inaudita di giganteschi ponteggi, tubi chilometrici e grandi lamiere.
Ricordo che quel giorno c'era una pioggia giallina di scirocco e nuvole grosse e grigie in cielo.

Oggi, al contrario, i raggi del sole primaverile spargono speranza a profusione.
Un'anziana signora, dai capelli bianchi candidi, scende lungo la scalinata d'ingresso stringendo la mano del piccolo nipote.
Ha il viso paonazzo di chi si è visibilmente commosso.
Un'emozione forte questa, per tutti gli abitanti del capoluogo abruzzese.

Finalmente in una città martoriata, un segno di ripresa che si concretizza nel riappropriarsi di uno dei tanti suoi gioielli, in attesa di riavere anche la splendida Collemaggio e le spoglie di Celestino V al loro posto secolare.

Questa severa basilica fu costruita tra il 1454 e il 1472 per custodire le spoglie mortali del grande Bernardino, francescano senese, a cui il popolo aquilano attribuisce da secoli miracoli per chi è capace di pregarlo intensamente davanti alla salma.

E le spoglie del grande santo ora sono tornate di nuovo al loro posto sotto il presbiterio, lato destro della grande basilica.
Accade a sei anni dal disastro, dopo oltre settecento giorni di cantieri e qualcosa come tredici milioni di fondi.

Mi racconta Antonio De Petris, vispo settantenne, davanti a un bel bicchiere di birra nel chiosco accanto alla chiesa, che i resti di San Bernardino, per tornare a casa, hanno sfilato giorni prima per la città, scortati da un nugolo di cittadini, tra fanfare di alpini, autorità, confraternite e ordini religiosi locali.
"C'erano tricolori ovunque- racconta ridendo sguaiato- neanche ci fosse stata la nazionale di calcio".
Certo mi sarei aspettato una serie di bandiere con il monogramma bernardiniano: il sole raggiante in campo azzurro, le lettere IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco e, sopra la lettera H, un allungamento dell'asta a rappresentare la croce di Cristo.

Fu questa la grande intuizione di Bernardino, impiantata in lui dallo Spirito Santo, un emblema che si diffuse grandemente e aiutò la devozione e la sequela del Cristo, prendendo il posto di stemmi e blasoni di antiche corporazioni.

"Tutti guardavano in alto e quando gli occhi si abbassavano erano pieni di lacrime inespresse" -  continua Antonio con animo sorprendentemente poetico.
C'è da capire queste parole!

Il capolavoro del soffitto ligneo, all'interno, opera settecentesca di Ferdinando Mosca, è tornato a brillare sulle teste grazie ai soldi pesanti dei fondi Cipe e della Carispaq, la cupola all'esterno sembra nuova, rinata dopo le gravissime lesioni, la torre campanaria crollata in parte, è stata mirabilmente rinforzata con una serie di consolidamenti conservativi di ultima generazione.

Restano, quanto prima, da restituire ai visitatori e fedeli le cappelle laterali, ma questo, giurano, accadrà presto.
E pazienza se qualcuno sicuramente avrà lucrato da questi grandi interventi in città.
Importante, troppo importante ricominciare anche se a piccoli passi.

La riapertura della basilica risorta dalle macerie è il trionfo della vita, ha detto quel giorno, con sguardo di padre e pastore, il vescovo Giuseppe Petrocchi.
Il monsignore, visibilmente commosso ha continuato facendo riferimento al Vangelo come benedizione di un tralcio potato che, nella misteriosa sapienza di Dio, patisce grandi perdite per avere presto frutti sovrabbondanti.

Lo Spirito Santo, insomma, ha i suoi disegni ma forse per gli aquilani questi sono un tantino contorti.
A me piace semplicemente pensare che la vita è come l'acqua di un fiume, a volte stagna in qualche
oscuro laghetto ma poi arriva sempre al mare e ci arriva purificata!

Le antiche campane ora suonano a distesa per l'Angelus del mezzodì.
I loro rintocchi riempiono l'aria del centro storico, danno una lieta parvenza di normalità a una città che normale non è più da sei lunghi anni, da quando il terremoto del 2009 ha sconvolto la geografia non solo dell'Aquila ma di tutto l'Abruzzo.

La basilica già nel 1703 aveva rischiato di essere rasa al suolo ma quel lunedì santo del sei aprile, alle famose ore 3,32, ha cambiato la geografia dell'Abruzzo intero, ha sconvolto le vite di tutti: chiese distrutte o danneggiate profondamente, i conventi francescani di San Bernardino e San Giuliano, di enorme importanza storica e religiosa per la santità dei frati che vi hanno soggiornato, con danni incalcolabili.

E poi, come dimenticare le trecento e nove vittime, gli oltre duecento feriti gravi?
Non ci si abitua mai ai terremoti neanche dopo averne subiti tanti, come quello disastroso del 13 gennaio di cento anni fa, 11esimo grado Mercalli che causò nella vicina Marsica più di 30 mila vittime.

Devo dire che gli aquilani sono tosti, gente di montagna che si piega, si flette ma non si spezza.
Potrebbero scrivere un'enciclopedia della sofferenza e della disperazione, la durezza della vita li segna periodicamente nel corpo, nella personalità, nello spirito, ma essi non si rompono neanche davanti a una botta terribile di magnitudo 6,3.

Entro in basilica e mi prende un groppo alla gola.
L'emozione mi fiacca le gambe, mi toglie il fiato.
Molte persone si aggirano col naso in su: studenti di arte, fedeli, turisti dell'ultima ora, curiosi.
La pianta a croce latina è divisa in tre navate con sei cappelle laterali. Il grande organo settecentesco sta suonando sotto le mani esperte di un frate.
Il soffitto dona colore e luce all'ambiente.
Al centro della volta trionfa finalmente il grande Monogramma Bernardiniano.
Il santo senese non aveva creato questo disegno a caso.

Tutto in quel logo antico aveva un significato: il sole centrale a rappresentare il Cristo fonte di vita che irradia amore e carità; i dodici raggi a richiamare gli Apostoli inviati dal Cristo a portare la Parola; gli ulteriori otto raggi a ricordare le Beatitudini e la felicità dei Beati; il celeste dello sfondo come simbolo di fede e le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo alla comunità di Filippi: "Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia dagli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi".
Peccato per il Sepolcro di Maria Camponeschi, la donna piegata dal dolore per la perdita della figlioletta, icona di tutte le tragedie di questa città mirabile ma eternamente sfortunata.

La cappella è ancora in restauro.
Posso consolarmi ammirando il Coro in stalli di noce, opera di Giancaterino Ranalli e il Mausoleo di Bernardino a forma di grossa arca quadrata che ha, nella parte inferiore, l'urna con le spoglie miracolose del santo.

Un'occhiata al singolare Altare Maggiore in pietra e marmi, la inutile ricerca della Pala in terra cotta di Andrea Della Robbia che pare sia in restauro anch'essa ed è già ora di ripartire.
Proprio come deve assolutamente ripartire L'Aquila!


Arrivare all'Aquila:
Da Roma ( A1, per chi viene da Nord e da Sud)
Autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo.
Da Giulianova ( A14, per  chi viene da Nord)
Bretella autostradale Giulianova-Teramo / Autostrada A24 Teramo-L’Aquila.
Da Pescara ( A14, per  chi viene da Sud)
Autostrada A25 Roma-Pescara, in direzione Roma ed uscire al casello di Bussi.
Seguire le indicazioni stradali per L’Aquila (circa 60 km).

mercoledì 29 aprile 2015

La Teramo virtuosa: una ricetta contesa

“Occorre, oltre ai tanti ingredienti, un pizzico di pazienza, quanto basta di laboriosità e una noce d’attenzione”.
Se lo dice la signora Maria D’Ignazio, c’è da crederci.
“Te le faccio io le Virtù! Ti ci lecchi i baffi che non hai, garantito!” .

Da oltre un cinquantennio, l’esuberante cuoca ogni primo di maggio inizia, quando albeggia, la preparazione delle “virtù”.

La donna ha vissuto una mezza vita a Teramo, l’altra la sta trascorrendo a Roseto degli Abruzzi.

Da anni nella sua casa al centro della città delle Rose, continua a preparare il primo di maggio questo piatto tipico della cultura gastronomica teramana.

Racconta che ogni volta è polemica, di quelle feroci, con qualche sua improvvida amica rosetana che ama preparare la ricetta, aggiungendo ai tanti ingredienti anche il pesce dell’Adriatico.


“Il pesce assolutamente si!”- decretò in una intervista che realizzai per un quotidiano anni fa, la signora Gina Consorti virtuosa cuoca di Santa Petronilla: “facendo attenzione nelle dosi delle varie verdure, per non far scadere il piatto a vile minestrone, il pesce serve a mitigare i sapori forti”.

Certo è che, per i puristi del piatto, si tratta di un'autentica bestemmia gastronomica!
Solo chi abita a Teramo o vi è capitato un primo di maggio, sa cos’è questa ricetta della tradizione aprutina, dallo spessore non solo gastronomico, ma sociale e di dimensione antropologica.
Un overdose di cibo dalle radici antiche, di quando si faceva di necessità virtù, utilizzando prodotti poveri per preparare un piatto ricco.

Una ricetta teramana riconducibile a una tradizione che riassume i dati peculiari del popolo di Teramo: lo sguardo attento ai valori del passato, la modestia nel vivere, l’arte dell’arrangiarsi in tempi difficili.
Questo superbo piatto è protagonista, da generazioni, di ogni tavola imbandita di primavera.
È un tripudio di sapori tra vegetali e legumi di ogni tipo, pasta secca e all'uovo, prosciutto, cotiche e piccole pallottine di carne.
“Non scrivere tra gli ingredienti l’aggiunta di tortellini o paste ripiene.
Non fanno parte della nostra cultura”- aggiunge Maria mentre rimesta nel pentolone.

Il buongustaio e compianto scrittore teramano, Rino Faranda, ricordava, in un suo libro, l’importanza degli odori e delle erbette auspicando, nella preparazione, l’uso generoso di salvia, sedano, prezzemolo, menta selvatica, borragine.

Il grande giornalista Fernando Aurini ricordava nei suoi articoli che le “Virtù” venivano preparate in grande abbondanza per essere distribuite a parenti e amici.

Dimenticare il pentolino per il vicino di casa, scriveva, era uno sgarbo tale da incrinare anche l’amicizia più collaudata.

Non uscì indenne da questa gustosa tradizione, neanche il grande Giammario Sgattoni , che fu sedotto dal piatto teramano, al punto da definirlo "Il delirio della gola aprutina".
Non poteva trovare frase più calzante di questa, per definire il ripetersi cadenzato, come scrive il cultore dell’Arcigola Di Domenicantonio, di un rito culinario che torna come favola ad arricchire la nostra memoria.

Chi non ricorda Dina, la famosa signora Patruno, teramana fino alle midolla, scomparsa qualche anno fa.
Quando, per alimentare ad arte una polemica, raccontai delle Virtù al pesce, la vidi inorridire nel sentir parlare di Adriatico.
“E’ l’unico ingrediente che mai troverà posto nella saga dei virtuosi - mi disse con forza.

Nell’universo dei sapori dove si caldeggia l’utilizzo di uova, prosciutto, cotenna, piedini, orecchio, musetto e ogni tipo di pasta di grano duro, è pura eresia introdurre polipi, gamberetti, vongole e cozze.

Dina, ricordo che iniziò un lungo racconto, nel suo fantastico laboratorio di gusto e memoria, tra una zucchina ripiena e carciofi sott’olio, che si trattava di un prodotto unicamente di Teramo, nato intorno alla fine dell’800 quando la pulitura delle madie, fatta dalle massaie a fine aprile con l’inizio della primavera, esigeva di non buttare i resti degli alimenti non consumati nelle giornate fredde.
Le dispense venivano ripulite dei legumi secchi, dei tipi di pasta spezzata, mettendo da parte il tutto per economizzare e mischiarlo alle primizie della campagna.

La tradizione voleva la festa del primo di maggio per scongiurare la venuta delle zanzare d’estate e per augurare l’abbondanza dei raccolti.
In più in questo giorno si preparavano enormi pignatte piene di “Virtù” che venivano distribuite ai tanti poveri del paese in beneficenza.
La prelibatezza gastronomica coniugava l’esigenza del gusto con il risparmio.

La parola d’ordine era “parsimonia” e l’utilizzo dei prodotti della terra, unitamente all’uso di ciò che restava in dispensa dopo il lungo inverno, raggiungeva questo scopo.

“Tu non sei tanto giovane - ammiccò la donna - non ricordi che i contadini fino a poco tempo fa raccoglievano anche le briciole del pane e che un pezzetto di crosta caduto per terra era raccattato, baciato e poi consumato”?

Vero!
Le dispense erano ripulite dei legumi secchi e della pasta spezzata e, per economizzare, mischiati alle primizie della campagna.

Era questa la “virtù” della donna di casa: riuscire a conservare ingredienti deperibili, facilmente aggredibili da muffe, tarli e altro, nonostante la mancanza di congelatori e conservanti.
"Però, attenzione - continuò Dina - questo cibo, se non lo sai cucinare svilisce a semplice minestrone! Occorre il mirabile connubio di una moltitudine di ingredienti ben amalgamati dal cuoco.
Non è per tutti!

Un tempo si credeva alle leggende.
Una di esse raccontava che il numero magico per fare buone le virtù era il sette come sette erano le pietanze nel tradizionale cenone della vigilia del Natale: sette virtù cristiane, sette ingredienti, sette ore di preparazione da parte di sette vergini … peccato che di ragazze illibate non se ne trovino tante oggi".
Rise la donna, divertita dalla sua battutaccia.
“Un tempo ci si voleva più bene", terminò con rimpianto.

Voglio chiudere questa celebrazione della cultura gastronomica teramana con le parole di un conosciutissimo avvocato:

“L’inimitabile armonia di sapori è ancora oggi il vero segreto della preparazione di un cibo così delicato”.

Furono queste le parole di Walter Mazzitti già Presidente del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga e creatore dell’”Accademia delle Virtù” movimento culturale che qualche anno fa si era prefisso la difesa della tradizione, genuinità e cultura delle Virtù teramane e della gastronomia dei nostri luoghi.

Oggi l'Associazione segna il passo ma le Virtù continuano a deliziare i palati dei buongustai.
Buon Primo di maggio, gente!

mercoledì 22 aprile 2015

Sulle vie della storia! Viaggio nel gioiello nascosto di Alba Fucens.

A volte ci si sorprende a pensare a un Dio molto faticoso da cercare, che non si mostra mai, che ti fa percorrere cammini ignoti e ti fa obbedire a una disciplina senza logica apparente.
Poi, altre volte, capisci invece, che nella vita immersa nell'entusiasmo stanno davvero le porte del Paradiso.

È proprio questo entusiasmo che ci mette in pieno contatto con lo Spirito Santo e ci fa pensare alla vita non come un mistero di una povera esistenza ma a un autentico miracolo.
Ho pensato a questo davanti ai resti dell’antica colonia romana di Alba Fucens.
Un ambiente spettacolare: la distesa di ciò che resta di un’antichissima urbe, ai piedi di una montagna severa come il Velino, ciò che rimane di un castello dalle possenti mura si di un’altura a nido d’aquila e una misteriosa chiesa su di un colle vicino.
Le pietre raccontano la vita, secoli di esistenze difficili ma affascinanti e possono aiutare a capire dove camminiamo e in quale direzione siamo diretti.

Mi trovo nel comune di Massa d’Albe, provincia dell’Aquila, cuore della Marsica.

In questo paese distante una manciata di chilometri parte un percorso bellissimo ma infame nella distanza e nell'esposizione al sole cocente o alla neve e pioggia che imperversano per conquistare la vetta di una montagna scorbutica e insolita.

È il bello di chi approfondisce un parco regionale che è tra i più belli d’Italia, quello del Velino Sirente!
Chi scrive ha percorso questo sentiero per sei lunghe ore e non lo dimenticherà mai.

Qui ad Alba Fucens, invece, si arriva anche in auto e proprio davanti al sito archeologico.
Guardo le pietre e mi sento come nel mezzo di un viaggio affascinante all’interno di una prodigiosa macchina del tempo!
Guardare le pietre significa correre vertiginosamente all’indietro e fino al 304 a.C., data fatidica in cui alcuni storici e tra essi il famoso Tito Livio, collocano la nascita ufficiale di questa cittadina, posta nel cuore dell’antico territorio degli Equi.
Era questo un fiero popolo italico, militarmente organizzato che scelse proprio la collina di Alba, per dominare con la vista tutte le vallate intorno.

L’aquilano, cari lettori, ricopriva un ruolo strategico assai al confine fra Sabini, Vestini Peligni ed Equi, appunto.
C'era una sorta di compartecipazione di usi e costumi sia pure nell’ambito di autonomie tribali della civiltà medio italica.

Inoltre le culture settentrionali attraversavano l’Abruzzo, in transito verso l’Adriatico, la Campania Felix e la Magna Grecia.
La nostra terra era stata eletta a ruolo di snodo e crocevia territoriale cui pose fine la sottomissione a Roma.

Gli Equi edificarono delle mura per circa quattro chilometri con massi poligonali di grande dimensione, costruendo all’interno, una città con strade, abitazioni e gallerie sotterranee di difesa.
Il luogo era ritenuto magico.
Gli Equi ben sapevano che nel punto dove si poteva ammirare pienamente l’inizio di un giorno, lì c’era la mano di Dio che soprassedeva a tutte le cose del mondo.
È pacifico che non era un solo Dio a occupare le loro menti.

Ed ecco il motivo per cui, oltre al tempio dedicato ad Apollo, posto su di un colle dove oggi svetta la vecchia chiesa di San Pietro e i resti del convento, a volte depredati da maledetti tombaroli, se ne contano almeno altri due un tempo dedicati a oscure divinità del momento.

I Romani, amici miei, faticarono non poco per conquistare questo sito ben difeso.
Sollevarono più volte le loro spade, impegnarono buona parte del loro potenziale bellico per ridurre allo stato di schiavitù il piccolo ma duro popolo che difendeva strenuamente le loro origini.

Poi, le fiamme dei fuochi distruttivi crepitarono, le fosse comuni furono scavate e riempite, il suolo spianato dai crudeli invasori che ebbero la meglio in una battaglia sanguinosa ed epica.
Alba Fucens divenne una giovane colonia e in pochi anni si dimostrò fedele verso Roma molto più delle altre colonie.

Il popolo fucense brandì le sue armi d’acciaio che non si distrugge, dalle impugnature in legno che la terra non può consumare, difendendo la Caput Mundi dal bieco Annibale della seconda Guerra Punica.
Gli Albensi combatterono contro tutti e tutto: Galli, Sanniti, Umbri, Averni, anche quando erano scomparsi da tempo i due consoli benvoluti che avevano insegnato l’amore per Roma: Lucio Genucio e Servio Cornelio.

Il luogo divenne così ricco e Roma decretò Alba Fucens Grande Municipio!

Questo fin quando terremoti sconquassanti e invasioni barbariche non decretarono l’immatura fine della città.

Ci fu un sussulto di ripresa in epoca medievale quando venne costruito il castello sul colle San Nicola introno al XV secolo.


Ci pensò Carlo D’Angio e le sue teppaglie a distruggere tutto e neanche una momentanea parentesi della potente famiglia degli Orsini, salvò il luogo dall’incuria e dimenticanza, preda di briganti.
Nel 1915 il più furioso dei terremoti rase al suolo tutto.

Il cartello all’ingresso della piana dove insistono i ruderi, consiglia un numero telefonico per avere a disposizione una guida.
La donna che arriva subito da una casa vicina è una giovane madre che volontariamente si presta a guidare i turisti lungo un affascinante percorso nella storia.
Apre il portale della chiesa di San Pietro, unica realtà monastica in Abruzzo in cui la navata centrale è separata dalle laterali grazie a colonne antichissime.
La basilica è di epoca Sillana, II secolo a.C., anticamente sotto c’era un Tempio di Apollo
La giovane sembra quasi scusarsi del fatto che, al suo interno, è rimasto ben poco.

I ladri in un paio di incursioni e, poi, i musei di Celano e Chieti per difesa, hanno portato via tanti tesori sotto forma di lapidi, monete, vasi, statue e altri rinvenimenti.

Ciò che resta vale comunque la pena di ammirarlo, tra colonne tortili dell’iconostasi di scuola cosmatesca e un abside di tutto rispetto.

Scendo nel grande anfiteatro di circa cento metri per ottanta.
Un brivido pensare che questo immenso catino ospitava gli spettacoli dei gladiatori.
Si vedono bene i piccoli vani dove erano rinchiuse le pericolose fiere.

Lungo il decumano massimo visito i resti evidenti di un’antica domus romana, tra sprazzi di mosaici e pezzi di colonne.
Lungo vie laterali si intuiscono le pietre di antiche taverne dove si mangiava e faceva festa.
Poi la zona del Mercato, le terme con pezzi che raffigurano mostri marini, i bagni ben divisi tra maschi e femmine e il Sacello di Ercole.

Per informazioni
www.albafucens.info
albafucens@virgilio.it

Per mangiare io ho assaggiato superbe carni locali al "ristorante Anfiteatro" di fronte la chiesa in piazzetta.
Gestione familiare e prezzi modici!


giovedì 16 aprile 2015

Le meraviglie di Rosciolo in valle Porclaneta.

Costanza ha un'età.
Si è curvata sotto il peso degli anni, ma quando il vento scuote un albero vecchio, si dice che cadono giù le foglie ma il tronco rimane fermo.

Le mani della dolce vecchina sono incallite, il cuore però è grande.
Racconta storie da regina.

Da quella bocca antica escono benedizioni miste a ricordi ed emozioni senza tempo.
Narra di un paese, Rosciolo, dove un tempo venivano chiuse le porte d'ingresso la sera per essere riaperte al mattino successivo, incastellati per bene a difesa di malintenzionati.
Erano tempi duri e il borgo era circondato da portici e mura.
Anche oggi è difficile vivere da queste parti.
E' davvero ciarliera Costanza, ascoltarla è un piacere.

Siamo nell'antico abitato, pochi passi da Magliano dei Marsi, cuore dell'aquilano, proprio dove la terra trema e si muove anche a darmi il benvenuto in questa calda mattina di aprile.

La combattiva donna neanche le conta più le scosse, le gambe degli abitanti di Rosciolo non tremano certo di paura,
sanno convivere con le bizze della terra.

Il posto è suggestivo, elevato com'è su di una collina calcarea, in ginocchio ai piedi del re, il monte Velino, a 900 metri di altezza.

Ne conta qualcuno in più la vetusta parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Grazie, che si stacca imperiosa, dall'anonima piazzetta, nella parte più elevata del borgo medievale.
Strette vie si dipartono dalla chiesa, tra antichi resti e case imbrunite dal tempo.
E' come essere in viaggio all'interno di una prodigiosa macchina del tempo.

Ci teneva Costanza a portarmi all'interno di questo tempio prima di farmi scoprire il gioiello della Valle Porclaneta per cui ho fatto questi chilometri sull'autostrada Teramo Avezzano.
Si, tutti vengono fin qua alla scoperta di Santa Maria in Valle, antico manufatto sacro dell'XI secolo.

"Anche la nostra Santa Maria delle Grazie merita i tuoi occhi"- dice ridendo la vecchietta terribile.

Un sagrato rettangolare, sopraelevato di qualche gradino in pietra precede la facciata squadrata, contornata a sinistra da una tozza torre campanaria con, a destra, un bel rosone romanico elegante, affiancato da uno più piccolo.

Sull'architrave dell'ingresso principale c'è una bella lunetta con affresco di Madonna con Bimbo che regge il globo, affiancata da San Giovanni Battista e San Pietro, accanto a tre angeli.
Entro e rimango basito.

Sulla bacheca della chiesa campeggia una foto gigante che ritrae Costanza insieme al Papa emerito Benedetto XVI, col parroco del paesino e il segretario particolare di Sua Santità.
Anche il pontefice è arrivato fin qua per scoprire la Maria di Valle Porclaneta e anche lui ha dovuto visitare la chiesa del centro storico.

Scopro che Costanza è di casa in Rai; è apparsa in video, ripresa dalle telecamere di Sveva a Geo e Geo e dal Bevilacqua che conosciamo in Sereno Variabile.

Non ci resta che andare in auto in mezzo alle campagne, oggi solitarie, ma un tempo ricche di case e proprietà della Chiesa, che si estendono sotto la montagna madre.

Andiamo alla scoperta del secolare tempio, patrimonio dell'umanità e Monumento Nazionale.
Nell'aria c'è una luce vivida e il panorama è sontuoso.

La chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta è poco distante dal sentiero impervio che sale sul Velino, a quota 1006 metri.
Costanza è prodiga di notizie!
Mi invita a guardare attentamente la facciata del manufatto dove le falde del tetto ripeterebbero perfezione la sagoma del monte sopra.
Sarà ma io non scorgo questa somiglianza.
L'esterno è anonimo.

Piuttosto la mia attenzione è dedicata al tipo di scrittura che si trova sui capitelli e il portale con lunetta, sormontata da un delizioso affresco di Nostra Signora con due angeli ai lati dei primo del secolo XIV.

L'anziana fa fede al suo nome, con "costanza" e dedizione continua a informarmi.

La chiesa sarebbe risalente al VII secolo anche se il primo documento certo è del 1048 dove si legge della donazione del castello di Rosciolo al monastero di Valle Porclaneta.

Poi gira la chiave nella toppa, l'antico portale, pesante, cigola sinistramente fin quando, aprendosi, schiude le sue meraviglie!

Nelle tre navate con abside centrale semicircolare c'è tutta la sapienza creativa dell'arte nel mondo: stili diversi da preromanico a romanico e bizantino; capitelli con animali incredibili, simboli primordiali o templari, figure geometriche, fiori della Vita ... fin quando, addossato a una colonna di pietra, si offe alla mia vista il magnifico ambone del 1150, opera di Roberto e di Nicodemo che già avevano creato altrettanti manufatti in altre chiese abruzzesi, come Santa Maria del Lago a Moscufo nel pescarese.

Qui però gli artisti erano in stato di grazia! Le sculture sono incredibilmente belle e originali: c'è Giona che viene espulso al ventre della balena, Salomè che danza sinuosa, il mitico Sansone dai capelli fluenti che ammazza un leone con un bastone, il tutto in un susseguirsi di angeli e figure sante .

Non finisci di essere rapito da cotanta bellezza che la mia cicerone quasi mi urla di guardare con attenzione all'"Iconostasi", struttura ricca di icone e posta in alto a separazione tra la parte dedicata ai catecumeni battezzati e religiosi dal resto dei fedeli.

Ora gli occhi si sgranano verso un trionfo di draghi, grifoni, tra colonnine eleganti, fregiate da giri di foglie e fiori e parte lignea in quercia del 1240, che soffre l'usura del tempo.

La gioia di essere dentro questo tesoro è grande.

Non avevo mai visto tanta arte tutta insieme.
Tra affreschi del trecento, in fondo troneggia il "Ciborio" quasi ricamato nelle sue sculture, ricco di figure arabeggianti che gli stessi autori dell'ambone hanno regalato all'eternità.

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Rivolgetevi per la visita a Costanza prenotandovi al 3482768926 o 3407947704 o fisso al 0863517691.
Attenzione, c'è la possibilità di dormire nel piccolo ostello con cucina e bagno a lato della chiesa donando un'offerta libera, (sei- otto posti letto!).

Per raggiungere Magliano dei Marsi e Rosciolo nel parco Regionale del Velino Sirente, percorrere l'autostrada A25 direzione L'Aquila Avezzano, uscita Magliano.
Si mangia bene ovunque.
Io ho mangiato ottima carne locale alla brace al Ristorante "Anfiteatro" di fronte ai resti dell'antica città romana di Alba Fucens assolutamente da visitare a circa 18 chilometri, direzione Ovindoli.