“Signore, verso l’ora del tramonto sento sempre più viva la tua vicinanza a rassicurare il mio cuore che trema al pensiero dell’ultimo addio alla vita” (Preghiera di Teresa Minguzzi)
Quando, domenica 13 dicembre 2015, le mani di Padre Candido premevano sui legni della Porta Santa della Madonna delle Grazie di Teramo e i battenti si sono schiusi, la sagoma in controluce del "Guardiano del santuario" a braccia spalancate, bucava la penombra nella quale era immersa la chiesa.
E'stato un momento irripetibile ed emozionante.
Il frate proclamava la preghiera del Giubileo "per la tua grande misericordia entrerò nella tua casa, Signore" e il coro, accompagnato dalla chitarra cantava tra la gioia di tutti: "Svegliati o Sion scuoti la polvere, alzati, leva al cielo i tuoi occhi".
In quell'attimo meraviglioso ho riflettuto a quanti di noi non alzano mai lo sguardo verso il cielo.
Io lo faccio sin da piccolo.
Alle elementari ero rimasto affascinato dal Pascoli.
Nelle sue poesie veniva descritto frequentemente il cielo, che assumeva sempre significati connotativi profondi. Il poeta guardava spesso alle notti stellate.
Come dimenticare "X Agosto", la poesia che scrisse per ricordare il papà Ruggiero, ucciso da un colpo di fucile di uno sconosciuto, proprio nella notte agostana in cui cadevano luminosi frammenti di meteore?
Anch'io alzai gli occhi, una notte chiara dell'11 agosto, durante le "lacrime di San Lorenzo".
Il cielo era limpido senza nubi e foschia.
Mi parve che la costellazione di Orione dovesse precipitarmi sulla testa. E poco importò che il fenomeno fosse in ritardo di ventiquattro ore e che non avevo certezza di cosa avessi sopra il capo!
Sin da bambino sognavo di fare l’astronauta.
Fui certo di doverlo fare quando nel 1968, a dieci anni, rimasi a bocca aperta mentre la tv mostrava le trionfali immagini del primo uomo scendere sulla luna e passeggiare come si fa di sera sul corso di Teramo.
Una rivoluzione epocale.
Iniziai a cercare di individuare la Stella Polare che non doveva essere molto distante dal Piccolo e dal Grande Carro. Continuai, chiedendomi quale nome avesse la stella timone che indirizzava i medesimi Carri verso una meta indefinita della galassia.
La mia insegnante di allora ci mise del suo e preparò per tutti noi ragazzi, dei vetri affumicati per goderci l’eclissi totale di sole che a me parve un bizzarro quanto affascinante spettacolo.
Da allora cominciai ad alzare gli occhi al cielo e non smisi più. Ogni sera, per anni, ho sollevato la testa, sognando di riuscire a scorgere il corpo celeste più lontano dalla terra e visibile a occhio nudo, la mitica Nebulosa di Andromeda.
La sua pallida luce fluorescente, la sua forma di lenticchia allungata ha milioni di anni ma io l’ho potuta vedere solo in uno splendido documentario.
Alzare gli occhi al cielo: è una pratica inusuale oggi.
Pochi vanno in giro a naso in su. Molti si tengono stretto questo pezzo di terra su cui poggiano i piedi, convinti, forse, che non dovranno così mai lasciarlo.
E si perdono il meglio!
A volte dal balcone di casa non è sufficiente lo spicchio di cielo sopra la testa per scorgere la vita silenziosa che anima il “coperchio del mondo”. E allora me ne vado in collina e scopro visioni mozzafiato, inaspettate.
Che libidine pensare a cosa c’è sopra di noi, stupendo immaginare che a decine di miliardi di anni luce esistono galassie sperdute nell’immenso.
Come non credere alla presenza di un “Divino Architetto” che cammina lungo questi interminabili sentieri celesti e cerca di incontrarci sulla questa terra che l’uomo calca da due miliardi di anni?
Una sera di molti anni fa, in direzione sud ovest, oltre il Gran Sasso, il cielo si illuminò di bagliori a intermittenza. Io ero lì a guardare questo spettacolo della natura.
Pareva di rivivere le scene apocalittiche dei film fantascientifici di Lucas. I toni erano sul giallo e l’arancione. Pensai a fuochi d’artificio sparati da posti distanti, feste di paese, show in onore di una patrona.
Davanti agli occhi avevo degli astri e non conoscevo il loro nome, dei bagliori e non sapevo cosa fossero. Pensai di individuare le Pleiadi, Cassiopea con la sua forma geometrica di parallelepipedo.
Era come tornare indietro di milioni di anni con una prodigiosa macchina del tempo capace di trasportare fino a diecimila secoli prima.
In seguito, documentandomi, scoprii che anche noi abbiamo, in versione ridotta, delle mini aurore boreali che rendono, seppur per pochi secondi, il cielo nero della notte, colorato dai mille toni pastello che solo il buon Dio sa usare.
Anche questa è contemplazione dell’Altissimo, credo.
Magari è di tipo speculativo, visto che risponde al desiderio di conoscere, ma nasce e trova origine nella brama dell’amore di Dio che incendia l’animo, che ti fa uscir di casa a ore insolite, per ammirare il creato.
Ho sempre invidiato i monaci di clausura per loro contemplazione perfetta, dono prezioso dell’Altissimo. Coloro che sono in grado di praticarla hanno un amore viscerale per il Signore e hanno sempre gli occhi rivolti al cielo.
Sono con Lui ogni attimo, vivono ai margini dell’infinita profondità divina e guardano Dio come lo sposo rapito dalla bellezza della sua sposa.
Essi sono, come disse un giorno un esegeta carmelitano, Padre Tomàs, “delle bocce pronte a rotolare dalla parte verso cui il Signore vorrà spingerle”.
Fateci caso, per il mondo sono svagati, strani, persi nei loro pensieri. Essi, al contrario, sono beati!
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sabato 26 dicembre 2015
martedì 3 novembre 2015
Torricella Sicura: ieri e oggi
Colline rotonde e levigate, vallate ricamate da campi coltivati e minuscoli poderi, il verde delle montagne gemelle e, nel lato opposto, in lontananza l’aspra dolomia del rude Gran Sasso.
Insomma il meglio dell’entroterra teramano, dove il paesaggio assume i tratti e i colori di un mondo ideale senza asperità né contrasti, modellato nell'equilibrio e nell'armonia.
Le unghiate del cemento a sfigurare l’opera di Dio, in lontananza perdono l’orrido impatto visivo e Teramo si mostra adagiata, lungo il cuneo della vallata, come un bella donna distesa ad attenderti ansiosa.
La strada per arrivare a Torricella Sicura è panoramica, dona pace agli occhi.
I chilometri di camminata ecologica nel verde di alberi secolari, ogni giorno vede centinaia di persone a caracollare tra la città aprutina e il piccolo borgo dei Gemelli.
E' la valvola di sfogo di tanti teramani che fanno di questo rito giornaliero, la loro eco terapia contro sedentarietà, depressione e mali del secolo.
Niente di meglio, credete, di questa pratica per ritemprare il corpo e lo spirito e incontrare sul proprio cammino varia umanità, lontani dall'inquinamento delle polveri sottili del centro cittadino.
Una promenade di terrazze panoramiche, paradiso per chi ama fare jogging, andare in bicicletta, passeggiare o magari dedicarsi alla lettura, contemplati dall'immenso e avvolti dal silenzio.
Chilometri che non rappresentano un impegno stancante ma il piacere immenso di arrivare alla meta prescelta.
Sulla mia strada un pomeriggio incontro l'amico Pietro Serrani, collaboratore di molte testate giornalistiche e anima di tante esperienze culturali e nasce questa collaborazione con "Teramani", per scoprire di più di questo piccolo borgo antico.
Il vulcanico Pietro ha ideato una bella pagina Facebook e mi racconta che:
"L’idea di Torricella Sicura: ieri e oggi, mi è venuta in mente - mi dice - dopo aver visto, casualmente, quelle relative a Montorio al Vomano e Teramo (Archivio fotografico montoriese e Teramo fotografie).
Queste due communities sono gestite da due amici di vecchia data: Sandro Di Donatantonio, un grafico montoriese amante di cartoline e bravissimo fotografo, e Fausto Eugeni, ex bibliotecario della prestigiosa Biblioteca “Dèlfico” di Teramo, nonché storico della città pretuziana.
Dopo, ho notato che c’era anche Campli fotografie e a curarla era Fabrizio Pedicone, cultore di patrie memorie camplesi, che non conoscevo affatto.
Col tempo, poi, ho conosciuto fisicamente anche Fabrizio, il quale mi ha fornito diverso materiale fotografico relativo a Torricella Sicura.
La mia bella “avventura” è iniziata il 17 marzo 2013.
All'inizio mi aiutavano le mie due figlie, Silvia e Greta, perché non ci capivo nulla.
Anche adesso ho qualche problema - continua ridendo - loro intervengono subito e mi tengono aggiornato di tutte le novità inerenti questo social, come l’utilizzo dell'hashtag e delle altre cose.
Mi sono dato delle regole sin dall'inizio: all'interno ho creato degli album tematici ed ogni foto, o immagine, confluisce nel proprio spazio evitando di postarli alla rinfusa.
In questo modo è anche più facile cercare una foto caricata, magari, tanto tempo fa.
Ad esempio, c’è una sezione dedicata alle cartoline di Torricella Sicura e lì c’è tutto quello che sono riuscito a reperire, ci sono quelle a colori e quelle in bianco e nero, alcune portano la firma anche di Paolo Graziani, grande fotografo teramano e papà dell’indimenticabile rocker nostrano Ivan Graziani (1945 – 1997).
Poi, una sezione è dedicata a tutte le chiese del territorio torricellese, un altra alle classi delle scuole e degli asili, un altra alle tradizioni torricellesi (il presepe di più grande d’Abruzzo, l’Infiorata torricellese del Corpus Domini, le tante processioni religiose), poi si parla di personaggi, di gente comune e via di seguito.
Questa mia pagina non ha nessuna pretesa, l’intento è finalizzato solo a far conoscere e a far apprezzare i nostri luoghi anche fuori dai confini locali, condividere le foto, scambiarsele e commentarle positivamente, tanto, dopotutto, tutto il mondo è paese".
Bella iniziativa davvero.
Torricella Sicura, l’antichissima Turricellam, è un tantino trascurata a causa della sua vicinanza con Teramo, da cui dista soli sette chilometri.
Eppure è un abitato ricco di testimonianze di civiltà italiche, romane e altomedioevali.
Il suo territorio si trova alla falde dei Monti della Laga, a cavallo delle valli del fiume Tordino e del torrente Vezzola; ed è sulla direttiva Teramo – Rocca S. Maria – Bosco Martese.
In passato, il paese era formato da quattro piccoli borghi (Torricella Oscura, Torricella Scarpone, Torricella Romana e Colle del Pero o della Pera) divisi tra di loro, non essendo stata ancora costruita la zona centrale che ha dato uniformità all’attuale intero abitato.
Il nome “Torricella” deriverebbe dall’esistenza, in passato, di un antichissimo castello (“lu castille”, in dialetto torricellese), dal quale partiva un passaggio sotterraneo che conduceva in aperta campagna.
“Sicura”, invece, è riferito alla presunta presenza, un tempo, dei Siculi; altre fonti asseriscono che si riferirebbe ad un luogo fortificato, quindi sicuro.
Così, l’epiteto “Sicura”, venne aggiunto al nome di “Torricella”, qualche anno dopo l’Unità d’Italia, per ovviare alle tante omonimie presenti sul territorio del neonato Regno d’Italia.
E’ stata la patria del carbonaro Adamo Galli, del garibaldino Pacifico Cappelli e, più recentemente, dei fratelli Giorgio e Saverio Romani, volontari nel Primo conflitto mondiale, del dottor Mario Capuani, eroe della Resistenza teramana, e del senatore Pietro De Dominicis, giovanissimo sindaco ventiseienne, che tanto fece e diede al territorio e alla sua gente.
La Chiesa parrocchiale in piazza, ultimata nel 1806, è dedicata a San Paolo Apostolo.
Altra bella chiesa, che si trova in mezzo al paese nel verde degli abeti, è quella della Madonna delle Vergini (largo antistante via IV Novembre) con due graziosi altarini laterali ricavati dalla roccia di tufo; fu eretta nel 1635, attualmente l’intero complesso è in fase di ristrutturazione.
La Villa Capuani-Celommi è il fiore all’occhiello dell’Amministrazione comunale di Torricella Sicura.
Dopo il restauro è diventata sede della Fondazione Pasquale Celommi Onlus ed ospita manifestazioni, mostre, convegni culturali, artistici e gastronomici.
Ultimamente è diventata anche un’eccellente location per set fotografici e book matrimoniali.
Un’altra peculiarità torricellese è il Presepe e Museo Etnografico “Le Genti della Laga” (via Rita Censoni) che, da oltre dieci anni, viene allestito dai coniugi Gino Di Benedetto e Fabrizia Di Girolamo in una struttura permanente, messa a disposizione dal Comune.
E’ il presepe più grande d’Abruzzo, si sviluppa su una superficie di 700 mq con 3 aree ben distinte: una sezione museale relativa alla passata civiltà contadina ed urbana del nostro territorio; l’altra, composta da miniature, in scala 1:4/5, che si animano e rappresentano scene di vita della citata civiltà dell’epoca; la terza, infine, è quella che riguarda la Natività, ovvero il presepe vero e proprio.
Da dieci anni, a Torricella Sicura, la festività del Corpus Domini è vissuta con maggiore solennità, grazia all’Infiorata, realizzata dall’Associazione “Truciolinarte”, che colora il centro cittadino con tappeti di trucioli colorati raffiguranti temi religiosi.
Nel campo culinario, fra le tante altre specialità, si annovera il “Minestrone alla Torricellese” menzionato, a suo tempo, dallo scomparso Rino Faranda nel volume di “Gastronomia teramana” (Tercas – Edigrafital SpA, Sant’Atto TE, 1991).
Pietro Serrani pietro.serrani@tin.it
foto Franco Giuliani e Pietro Serrani
Insomma il meglio dell’entroterra teramano, dove il paesaggio assume i tratti e i colori di un mondo ideale senza asperità né contrasti, modellato nell'equilibrio e nell'armonia.
Le unghiate del cemento a sfigurare l’opera di Dio, in lontananza perdono l’orrido impatto visivo e Teramo si mostra adagiata, lungo il cuneo della vallata, come un bella donna distesa ad attenderti ansiosa.
La strada per arrivare a Torricella Sicura è panoramica, dona pace agli occhi.
I chilometri di camminata ecologica nel verde di alberi secolari, ogni giorno vede centinaia di persone a caracollare tra la città aprutina e il piccolo borgo dei Gemelli.
E' la valvola di sfogo di tanti teramani che fanno di questo rito giornaliero, la loro eco terapia contro sedentarietà, depressione e mali del secolo.
Niente di meglio, credete, di questa pratica per ritemprare il corpo e lo spirito e incontrare sul proprio cammino varia umanità, lontani dall'inquinamento delle polveri sottili del centro cittadino.
Una promenade di terrazze panoramiche, paradiso per chi ama fare jogging, andare in bicicletta, passeggiare o magari dedicarsi alla lettura, contemplati dall'immenso e avvolti dal silenzio.
Chilometri che non rappresentano un impegno stancante ma il piacere immenso di arrivare alla meta prescelta.
Sulla mia strada un pomeriggio incontro l'amico Pietro Serrani, collaboratore di molte testate giornalistiche e anima di tante esperienze culturali e nasce questa collaborazione con "Teramani", per scoprire di più di questo piccolo borgo antico.
Il vulcanico Pietro ha ideato una bella pagina Facebook e mi racconta che:
"L’idea di Torricella Sicura: ieri e oggi, mi è venuta in mente - mi dice - dopo aver visto, casualmente, quelle relative a Montorio al Vomano e Teramo (Archivio fotografico montoriese e Teramo fotografie).
Queste due communities sono gestite da due amici di vecchia data: Sandro Di Donatantonio, un grafico montoriese amante di cartoline e bravissimo fotografo, e Fausto Eugeni, ex bibliotecario della prestigiosa Biblioteca “Dèlfico” di Teramo, nonché storico della città pretuziana.
Dopo, ho notato che c’era anche Campli fotografie e a curarla era Fabrizio Pedicone, cultore di patrie memorie camplesi, che non conoscevo affatto.
Col tempo, poi, ho conosciuto fisicamente anche Fabrizio, il quale mi ha fornito diverso materiale fotografico relativo a Torricella Sicura.
La mia bella “avventura” è iniziata il 17 marzo 2013.
All'inizio mi aiutavano le mie due figlie, Silvia e Greta, perché non ci capivo nulla.
Anche adesso ho qualche problema - continua ridendo - loro intervengono subito e mi tengono aggiornato di tutte le novità inerenti questo social, come l’utilizzo dell'hashtag e delle altre cose.
Mi sono dato delle regole sin dall'inizio: all'interno ho creato degli album tematici ed ogni foto, o immagine, confluisce nel proprio spazio evitando di postarli alla rinfusa.
In questo modo è anche più facile cercare una foto caricata, magari, tanto tempo fa.
Ad esempio, c’è una sezione dedicata alle cartoline di Torricella Sicura e lì c’è tutto quello che sono riuscito a reperire, ci sono quelle a colori e quelle in bianco e nero, alcune portano la firma anche di Paolo Graziani, grande fotografo teramano e papà dell’indimenticabile rocker nostrano Ivan Graziani (1945 – 1997).
Poi, una sezione è dedicata a tutte le chiese del territorio torricellese, un altra alle classi delle scuole e degli asili, un altra alle tradizioni torricellesi (il presepe di più grande d’Abruzzo, l’Infiorata torricellese del Corpus Domini, le tante processioni religiose), poi si parla di personaggi, di gente comune e via di seguito.
Questa mia pagina non ha nessuna pretesa, l’intento è finalizzato solo a far conoscere e a far apprezzare i nostri luoghi anche fuori dai confini locali, condividere le foto, scambiarsele e commentarle positivamente, tanto, dopotutto, tutto il mondo è paese".
Bella iniziativa davvero.
Torricella Sicura, l’antichissima Turricellam, è un tantino trascurata a causa della sua vicinanza con Teramo, da cui dista soli sette chilometri.
Eppure è un abitato ricco di testimonianze di civiltà italiche, romane e altomedioevali.
Il suo territorio si trova alla falde dei Monti della Laga, a cavallo delle valli del fiume Tordino e del torrente Vezzola; ed è sulla direttiva Teramo – Rocca S. Maria – Bosco Martese.
In passato, il paese era formato da quattro piccoli borghi (Torricella Oscura, Torricella Scarpone, Torricella Romana e Colle del Pero o della Pera) divisi tra di loro, non essendo stata ancora costruita la zona centrale che ha dato uniformità all’attuale intero abitato.
Il nome “Torricella” deriverebbe dall’esistenza, in passato, di un antichissimo castello (“lu castille”, in dialetto torricellese), dal quale partiva un passaggio sotterraneo che conduceva in aperta campagna.“Sicura”, invece, è riferito alla presunta presenza, un tempo, dei Siculi; altre fonti asseriscono che si riferirebbe ad un luogo fortificato, quindi sicuro.
Così, l’epiteto “Sicura”, venne aggiunto al nome di “Torricella”, qualche anno dopo l’Unità d’Italia, per ovviare alle tante omonimie presenti sul territorio del neonato Regno d’Italia.
E’ stata la patria del carbonaro Adamo Galli, del garibaldino Pacifico Cappelli e, più recentemente, dei fratelli Giorgio e Saverio Romani, volontari nel Primo conflitto mondiale, del dottor Mario Capuani, eroe della Resistenza teramana, e del senatore Pietro De Dominicis, giovanissimo sindaco ventiseienne, che tanto fece e diede al territorio e alla sua gente.
La Chiesa parrocchiale in piazza, ultimata nel 1806, è dedicata a San Paolo Apostolo.
Altra bella chiesa, che si trova in mezzo al paese nel verde degli abeti, è quella della Madonna delle Vergini (largo antistante via IV Novembre) con due graziosi altarini laterali ricavati dalla roccia di tufo; fu eretta nel 1635, attualmente l’intero complesso è in fase di ristrutturazione.
La Villa Capuani-Celommi è il fiore all’occhiello dell’Amministrazione comunale di Torricella Sicura.
Dopo il restauro è diventata sede della Fondazione Pasquale Celommi Onlus ed ospita manifestazioni, mostre, convegni culturali, artistici e gastronomici.
Ultimamente è diventata anche un’eccellente location per set fotografici e book matrimoniali.
Un’altra peculiarità torricellese è il Presepe e Museo Etnografico “Le Genti della Laga” (via Rita Censoni) che, da oltre dieci anni, viene allestito dai coniugi Gino Di Benedetto e Fabrizia Di Girolamo in una struttura permanente, messa a disposizione dal Comune.
E’ il presepe più grande d’Abruzzo, si sviluppa su una superficie di 700 mq con 3 aree ben distinte: una sezione museale relativa alla passata civiltà contadina ed urbana del nostro territorio; l’altra, composta da miniature, in scala 1:4/5, che si animano e rappresentano scene di vita della citata civiltà dell’epoca; la terza, infine, è quella che riguarda la Natività, ovvero il presepe vero e proprio.Da dieci anni, a Torricella Sicura, la festività del Corpus Domini è vissuta con maggiore solennità, grazia all’Infiorata, realizzata dall’Associazione “Truciolinarte”, che colora il centro cittadino con tappeti di trucioli colorati raffiguranti temi religiosi.
Nel campo culinario, fra le tante altre specialità, si annovera il “Minestrone alla Torricellese” menzionato, a suo tempo, dallo scomparso Rino Faranda nel volume di “Gastronomia teramana” (Tercas – Edigrafital SpA, Sant’Atto TE, 1991).
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Pietro Serrani pietro.serrani@tin.it
foto Franco Giuliani e Pietro Serrani
sabato 29 agosto 2015
Nell'antico borgo delle aquile: Castrovalva!
"Ad Anversa restano i ruderi di un palazzo edificato da un De Sangro. Scritto al Sindaco per sapere se tra le pietre vi sia lo stemma gentilizio della famiglia. (Esiste un'iscrizione già nota). Un signor Di Gusto mi risponde che non si trova alcuna traccia di stemma. Ora, tu che sai tutto, potresti indicarmi lo stemma ..."
Gabriele d'Annunzio
C’è chi insiste a cercare forme di vita nelle altre galassie, dimenticando che qui, in terra, a volte l’uomo scompare da piccoli paesi di montagna che, in men che non si dica, diventano irrimediabilmente delle incantate ghost town per gran parte dell’anno.
In questi antichi abitati, alcuni dei quali si ripopolano nelle due settimane a cavallo del ferragosto, si aggirano fantasmi: donne alla fontana con grembiuli e fazzoletti in testa, bambini sulla porta di una scuola che non esiste, uomini piegati sotto il peso delle balle di fieno, vecchi all'osteria per la “passatella”, ragazze al balcone in fiore.
C’è qualcosa di commovente e anche di macabro nell'abbandono di un borgo o di una valle.
Eppure qualcosa in controtendenza pare muoversi.
Castrovalva, antichissimo abitato a nido d’aquila sulle gole del Sagittario, una manciata di curve da Anversa degli Abruzzi, sta tornando a vivere.
Un artigiano, un mago della pietra, sta ricostruendo un po’ alla volta tutte le antiche case, su commissione dei figli di chi, un tempo, abitava questo luogo selvaggio ma incredibilmente bello.
Vero che d’inverno Castrovalva torna a essere un set buono per un film di Tim Burton o un racconto di Stephen King, ma oggi, possiamo dire che l’utopia della montagna può essere vinta.
Gli abitanti custodiscono memoria anche per chi, pur ristrutturando o magari lasciando in abbandono la vecchia casa, non ha tempo per arrivare fin quassù.
Una buona notizia dato che interi borghi medievali, dimenticati dalle famiglie di un tempo, oggi finiscono on line per offerte di acquisto su eBay, schegge di Far West, autentiche Spoon River cadute in disgrazia. Questo è un graffio indelebile e profondo al patrimonio artistico e antropologico italiano.
Ho deciso di andare a vedere.
La strada sale tortuosa, stretta, tornante dopo tornante.
Ad ogni curva, il panorama diventa paurosamente bello.
Mi sto arrampicando lungo il fianco di una montagna che precipita vertiginosamente sul fiume Sagittario e sulle sue gole.
Qualcosa da mozzare il fiato.
È una situazione ancestrale che per ironia della sorte, può essere il motivo per cui Castrovalva rimane ai margini dai più battuti percorsi turistici.
A una decina di chilometri si entra nella Valle dei Laghi e si arriva alla super visitata Scanno.
Qui tutto stordisce per la bellezza!
Affacciandoti dai bastioni della montagna pare di toccare Anversa degli Abruzzi.
Per chi ha il coraggio di inerpicarsi con la sua auto, fin sopra al cocuzzolo dove è poggiata Castrovalva e, ancor più, per chi ci arriva dal ripido sentiero che sale dal fondo delle gole con la forza delle gambe, questo luogo dell’anima regala, silenzio, fascino, isolamento, immerso nella storia e nella natura.
È arrivando in cima che capisci il perché dell’amore che il grande artista olandese Escher nutriva per questo borgo.
Era stato colpito dalle vedute aeree che si godono in paese e, durante questo lungo viaggio nel Sagittario, più di ottanta anni fa, immortalò gli scorci più significativi con la sua arte sopraffina.
Accadde prima che l’artista raggiungesse Villalago e i suoi specchi d’acqua, il magnifico “paese del sud” di Pettorano sul Gizio, nel sulmonese, per poi dover abbandonare l’Italia, colpito dall’anatema del Fascismo.
La litografia di Castrovalva è una delle più belle e famose di Escher, testimonianza di quanto il luogo avesse colpito la sua fantasia.
Come dargli torto?
Il borgo, lungo e stretto, tagliato dai venti impetuosi che lo sferzano in inverno senza pietà, posizionato com’è sul crinale, non lascia nessuno indifferente.
L’affaccio sul belvedere per vivere l’emozionale senso di vertigine, completa l’incanto del posto.
Il paese è tipico della montagna abruzzese, con le sue case a incastro poggiate sulla dura pietra, a formare piccoli labirinti abitativi.
Nel parlare brevemente di storia, lo storico del luogo, Antonio Genovese ricorda che il “Castrum Valvae” non era di origine romana ma bizantina.
L’odierna Castrovalva, che comunque era abitata sin dalla preistoria, risale al XIV secolo ed è di quel periodo anche la chiesa della Madonna delle Grazie, protettrice del paese.
In realtà pare che il borgo fosse nato a opera di un accampamento militare di stanza su questo monte che era detto Dell’Angelo.
Qui, spesso, le truppe rimanevano per mesi a guardia della valle, luogo strategico d’ ingresso nell’Abruzzo meridionale per chi voleva conquistare il centro Italia.
Sant'Angelo divenne monte San Michele.
Da qui, per secoli, i soldati che di notte avvistavano i nemici alle porte del Sagittario, usavano segnali luminosi con fuochi, per mettersi in contatto con il comando posto a Rocca Casale, non lontano da Sulmona.
Di lì le notizie giungevano alla capitale di allora, il distretto romano di Corfinio, nel cuore della vallata peligna.
Mi affaccio dalla parte di Anversa per guardare l’orrido.
Si notano anche remote grotte carsiche su pareti ripidissime dove nidificano le aquile.
Forse anche qui, persi nella vegetazione, ci sono degli eremi che raccontano di personaggi straordinari che con scelta ascetica hanno sperimentato un rapporto eroico con la natura selvaggia e primordiale.
La voce dell’uomo, quasi baritonale alle mie spalle, mi fa trasalire.
Un viso asciutto e gradevole se non fosse che la sua pelle ha uno strano colore dattero maturo.
Vuole solo, gentilmente, darmi informazioni.
Questo luogo è detto del “Morrone”, mi dice.
Spiega che i morroni erano degli avanzi di costruzioni molto antiche.
Proprio qui c’è la parte più vetusta del paese.
E mi fa vedere il luogo dove, anni fa, furono rinvenute monete d’argento databili, forse, all'anno Mille.
L’uomo, senza presentarsi, mi invita a seguirlo. Indica, dalla minuscola piazza centrale, la parte alta dell’abitato.
Lì c’era la chiesa dedicata a San Michele.
Fino agli anni Trenta, è stata grande la devozione per questo santo che veniva festeggiato con una sagra e processione.
Oggi del tempio rimangono solo delle pietre antiche.
Le parole del gentile cicerone mi fanno immaginare un paese che non c’è più.
Il tempo scandito dalle campane della chiesa madre, una melodia di poche note prima di battere le ore, il suono che echeggia fin sotto la valle.
I tocchi a dare malinconia per il tempo andato che nessuno può far tornare.
Era come se il tempo avesse un respiro comune e tenesse insieme tutte le anime!
I vecchi del paese da quelle campane erano governati.
Ne aspettavano i rintocchi per rimandare le poche bestie nei ricoveri, per smettere il lavoro e riposare.
Oggi nelle città le campane suonano nell'indifferenza, sommerse dai rumori del traffico o dallo sferragliare dei tram.
Guardandosi bene intorno, si intuisce l’incastellamento del paese, la sua importanza come accesso principale del meridione della valle peligna, le sue fortificazioni e dove si trovava la rocca, zona che oggi è chiamata del “Castellaccio”.
Si capisce perfettamente perché Longobardi, poi Aragonesi e Angioini, benvoluti dalla potente dinastia dei Caldora, abbiano voluto abitare questo luogo così impervio.
È stato un bel viaggio in uno scampolo di mondo estraneo al paesaggio urbano, diverso anche dalle campagne coltivate, un mondo dove la mano umana ha i suoi confini oltre i quali la natura non permette ingerenze.
Come arrivare: A25, uscita COCULLO, proseguire per 11 km in direzione Anversa degli Abruzzi/Castrovalva.
Per info rivolgersi al comune di Anversa degli Abruzzi al telefono 086449115 o alla Riserva Naturale delle Gole del Sagittario 086449587
Gabriele d'Annunzio
C’è chi insiste a cercare forme di vita nelle altre galassie, dimenticando che qui, in terra, a volte l’uomo scompare da piccoli paesi di montagna che, in men che non si dica, diventano irrimediabilmente delle incantate ghost town per gran parte dell’anno.
In questi antichi abitati, alcuni dei quali si ripopolano nelle due settimane a cavallo del ferragosto, si aggirano fantasmi: donne alla fontana con grembiuli e fazzoletti in testa, bambini sulla porta di una scuola che non esiste, uomini piegati sotto il peso delle balle di fieno, vecchi all'osteria per la “passatella”, ragazze al balcone in fiore.
C’è qualcosa di commovente e anche di macabro nell'abbandono di un borgo o di una valle.
Eppure qualcosa in controtendenza pare muoversi.
Castrovalva, antichissimo abitato a nido d’aquila sulle gole del Sagittario, una manciata di curve da Anversa degli Abruzzi, sta tornando a vivere.
Un artigiano, un mago della pietra, sta ricostruendo un po’ alla volta tutte le antiche case, su commissione dei figli di chi, un tempo, abitava questo luogo selvaggio ma incredibilmente bello.
Vero che d’inverno Castrovalva torna a essere un set buono per un film di Tim Burton o un racconto di Stephen King, ma oggi, possiamo dire che l’utopia della montagna può essere vinta.
Gli abitanti custodiscono memoria anche per chi, pur ristrutturando o magari lasciando in abbandono la vecchia casa, non ha tempo per arrivare fin quassù.
Una buona notizia dato che interi borghi medievali, dimenticati dalle famiglie di un tempo, oggi finiscono on line per offerte di acquisto su eBay, schegge di Far West, autentiche Spoon River cadute in disgrazia. Questo è un graffio indelebile e profondo al patrimonio artistico e antropologico italiano.
Ho deciso di andare a vedere.
La strada sale tortuosa, stretta, tornante dopo tornante.
Ad ogni curva, il panorama diventa paurosamente bello.
Mi sto arrampicando lungo il fianco di una montagna che precipita vertiginosamente sul fiume Sagittario e sulle sue gole.
Qualcosa da mozzare il fiato.
È una situazione ancestrale che per ironia della sorte, può essere il motivo per cui Castrovalva rimane ai margini dai più battuti percorsi turistici.
A una decina di chilometri si entra nella Valle dei Laghi e si arriva alla super visitata Scanno.
Qui tutto stordisce per la bellezza!
Affacciandoti dai bastioni della montagna pare di toccare Anversa degli Abruzzi.
Per chi ha il coraggio di inerpicarsi con la sua auto, fin sopra al cocuzzolo dove è poggiata Castrovalva e, ancor più, per chi ci arriva dal ripido sentiero che sale dal fondo delle gole con la forza delle gambe, questo luogo dell’anima regala, silenzio, fascino, isolamento, immerso nella storia e nella natura.
È arrivando in cima che capisci il perché dell’amore che il grande artista olandese Escher nutriva per questo borgo.
Era stato colpito dalle vedute aeree che si godono in paese e, durante questo lungo viaggio nel Sagittario, più di ottanta anni fa, immortalò gli scorci più significativi con la sua arte sopraffina.
Accadde prima che l’artista raggiungesse Villalago e i suoi specchi d’acqua, il magnifico “paese del sud” di Pettorano sul Gizio, nel sulmonese, per poi dover abbandonare l’Italia, colpito dall’anatema del Fascismo.
La litografia di Castrovalva è una delle più belle e famose di Escher, testimonianza di quanto il luogo avesse colpito la sua fantasia.
Come dargli torto?
Il borgo, lungo e stretto, tagliato dai venti impetuosi che lo sferzano in inverno senza pietà, posizionato com’è sul crinale, non lascia nessuno indifferente.
L’affaccio sul belvedere per vivere l’emozionale senso di vertigine, completa l’incanto del posto.
Il paese è tipico della montagna abruzzese, con le sue case a incastro poggiate sulla dura pietra, a formare piccoli labirinti abitativi.
Nel parlare brevemente di storia, lo storico del luogo, Antonio Genovese ricorda che il “Castrum Valvae” non era di origine romana ma bizantina.
L’odierna Castrovalva, che comunque era abitata sin dalla preistoria, risale al XIV secolo ed è di quel periodo anche la chiesa della Madonna delle Grazie, protettrice del paese.
In realtà pare che il borgo fosse nato a opera di un accampamento militare di stanza su questo monte che era detto Dell’Angelo.
Qui, spesso, le truppe rimanevano per mesi a guardia della valle, luogo strategico d’ ingresso nell’Abruzzo meridionale per chi voleva conquistare il centro Italia.
Sant'Angelo divenne monte San Michele.
Da qui, per secoli, i soldati che di notte avvistavano i nemici alle porte del Sagittario, usavano segnali luminosi con fuochi, per mettersi in contatto con il comando posto a Rocca Casale, non lontano da Sulmona.
Di lì le notizie giungevano alla capitale di allora, il distretto romano di Corfinio, nel cuore della vallata peligna.
Mi affaccio dalla parte di Anversa per guardare l’orrido.
Si notano anche remote grotte carsiche su pareti ripidissime dove nidificano le aquile.
Forse anche qui, persi nella vegetazione, ci sono degli eremi che raccontano di personaggi straordinari che con scelta ascetica hanno sperimentato un rapporto eroico con la natura selvaggia e primordiale.
La voce dell’uomo, quasi baritonale alle mie spalle, mi fa trasalire.
Un viso asciutto e gradevole se non fosse che la sua pelle ha uno strano colore dattero maturo.
Vuole solo, gentilmente, darmi informazioni.
Questo luogo è detto del “Morrone”, mi dice.
Spiega che i morroni erano degli avanzi di costruzioni molto antiche.
Proprio qui c’è la parte più vetusta del paese.
E mi fa vedere il luogo dove, anni fa, furono rinvenute monete d’argento databili, forse, all'anno Mille.
L’uomo, senza presentarsi, mi invita a seguirlo. Indica, dalla minuscola piazza centrale, la parte alta dell’abitato.
Lì c’era la chiesa dedicata a San Michele.
Fino agli anni Trenta, è stata grande la devozione per questo santo che veniva festeggiato con una sagra e processione.
Oggi del tempio rimangono solo delle pietre antiche.
Le parole del gentile cicerone mi fanno immaginare un paese che non c’è più.
Il tempo scandito dalle campane della chiesa madre, una melodia di poche note prima di battere le ore, il suono che echeggia fin sotto la valle.
I tocchi a dare malinconia per il tempo andato che nessuno può far tornare.
Era come se il tempo avesse un respiro comune e tenesse insieme tutte le anime!
I vecchi del paese da quelle campane erano governati.
Ne aspettavano i rintocchi per rimandare le poche bestie nei ricoveri, per smettere il lavoro e riposare.
Oggi nelle città le campane suonano nell'indifferenza, sommerse dai rumori del traffico o dallo sferragliare dei tram.
Guardandosi bene intorno, si intuisce l’incastellamento del paese, la sua importanza come accesso principale del meridione della valle peligna, le sue fortificazioni e dove si trovava la rocca, zona che oggi è chiamata del “Castellaccio”.
Si capisce perfettamente perché Longobardi, poi Aragonesi e Angioini, benvoluti dalla potente dinastia dei Caldora, abbiano voluto abitare questo luogo così impervio.
È stato un bel viaggio in uno scampolo di mondo estraneo al paesaggio urbano, diverso anche dalle campagne coltivate, un mondo dove la mano umana ha i suoi confini oltre i quali la natura non permette ingerenze.
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Come arrivare: A25, uscita COCULLO, proseguire per 11 km in direzione Anversa degli Abruzzi/Castrovalva.
Per info rivolgersi al comune di Anversa degli Abruzzi al telefono 086449115 o alla Riserva Naturale delle Gole del Sagittario 086449587
domenica 23 agosto 2015
Nelle gole del Sagittario: Anversa degli Abruzzi!
Il Parco Letterario di Anversa degli Abruzzi!
“Se vieni con me per un sentiere che hai passato cento volte, il sentiere ti sembrerà novo” (Gabriele D’Annunzio)
Arrivo ad Anversa degli Abruzzi che il cielo ha appena finito di buttare giù acqua e sta schiarendo.
Qui si gode uno degli scorci sicuramente più belli dell’intero Abruzzo.
Le affascinanti Gole del Sagittario accolgono grandi bastionate verticali che, in una bellezza senza fine, precipitano i loro profili merlati e aguzzi fino al fiume.
Le acque scorrono impetuose, facendosi strada tra le rocce.
Il comune secolare di Anversa pare proteggersi da questa natura prepotente con le sue mura fortificate a strapiombo su di un dirupo.
L’abitato, nella parte più profonda della provincia aquilana, è a 600 metri di altezza.
Questa è una delle tante Riserve naturali che si succedono senza fine per tutto il territorio abruzzese, oasi gestita dal WWF nei suoi 450 ettari.
Insieme alle Gole di San Venanzio nel Parco regionale del Velino Sirente, rappresenta quanto di più wilderness si ricerchi in regione.
Nel Sagittario, però, dimorano orsi marsicani, lupi, cervi e caprioli, in cielo volteggiano piccoli rapaci, valore aggiunto per un territorio protetto.
È la ricca avanguardia della fauna che ospita il vicino Parco Nazionale d’Abruzzo, vero eden per chi ama avvistare animali selvaggi.
Siamo in un angolo d’Abruzzo amato da grandi personaggi.
Come dimenticare le continue incursioni di Gabriele D’Annunzio, che arrivava fin qui a dorso d’asino per trovare ispirazione.
Il vate, passeggiando tra le strette rue del paese, realizzò una delle sue tragedie più famose, “La fiaccola sotto il moggio” nel lontano 1905. Veniva da un grande successo di un’opera dell’anno prima, sempre ambientata in Abruzzo.
Volle bissare con una storia che riportava esperienze nella valle del Sagittario che aveva avuto quando era diciottenne nel 1881 e, un successivo viaggio in carrozza nel 1896, in compagnia di una delle sue tante amanti, tale Maria Gravina.
L’Abruzzo che viene narrato dal grande poeta, è barbarico, misterioso, abbarbicato su “di un Sagittario che si rompe a schiuma”, mentre magicamente arroccate, le case di Castrovalva ardono sul “sasso rosso”.
A lui, il borgo secolare ha dedicato un “Parco Letterario”, uno dei pochi esempi esistenti al mondo, un percorso dell’anima nel quale si legano le emozioni di viaggiatori illustri che qui hanno tratto ispirazione per grandi opere artistiche e letterarie, in un ambiente che oggi appare protetto.
Sono passati, stupendosi forte di tanta bellezza, anche artisti del calibro di George Gordon Byron, Francesco Paolo Michetti, Edward Lear.
Anversa, d'altronde, è davvero uno dei borghi più belli d’Italia.
I suoi resti di mura fortificate costruite sui dirupi, riportano a un passato glorioso e importante.
M’inerpico sulla salita che porta nel cuore del centro storico, che si dipana in vicoletti soprastanti la piazza centrale, luogo di incontro soprattutto serale.
Questi paesi sono sempre piazzati su cocuzzoli e visitarli significa sgambare alla grande!
È una serie di sottopassaggi, volte ad arco e piccoli edifici storici. M’insegue un delizioso profumo di biscotti e pane fragrante, appena sfornato dal tradizionale forno posto alla curva della strada principale. Da lì ci si affaccia, mirabilmente, sulla parte iniziale delle gole.
Qualcuno al bar in piazza, mi ha detto di cercare la signora Minietta al secolo Emilia, una quasi centenne che ha ancora la testa a posto e ricorda tutto quello che è accaduto in paese.
Da Anversa lei non si è mai mossa.
Me la indicano mentre sta godendo di un raggio di sole che sbuca dal dedalo dei tetti.
La vecchina ha visto la storia scorrere, ricorda perfettamente le due guerre.
Non so se ha ancora ben chiaro chi fosse quel poeta altezzoso ed elegante che girava in estate per il borgo.
Gli dico D’Annunzio e non sussulta.
La vedo invece attenta quando rispondo alla sua domanda su chi mi avesse parlato di lei e da quale parte dello Stivale io sia arrivato.
Racconta di quando la sua famiglia era povera e il papà cercava sempre l’amico con due caprette per chiedere latte da dare alla bambina.
Con un impeto antico ricorda perfettamente i nomi dei ricchi del paese, quelle famiglie che ogni giorno avevano sulla tavola ogni ben di Dio.
Lei, però, li ha visti andare tutti sotto terra.
Ricorda anche il voto dato per fare dell’Italia una Repubblica e mi pare, dal ghigno, che se ne sia pentita.
Una folata di vento scompiglia i suoi capelli d’argento mossi birichini da una pettinatura impertinente della nipote, giunta in vacanza da Roma dove di mestiere fa la parrucchiera.
È il caso di andar via, la vecchina mi pare stanca, quasi assente, forse chiusa nei suoi ricordi a risparmiare energie così vitali a quella veneranda età.
Peccato, avrei voluto sapere di più di una galleria dei volti del ‘900.
Arrivo alla cinquecentesca chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Scatto foto del bel portale rinascimentale in pietra calcarea, anno 1540, con un inedito rosone contornato da serpenti attorcigliati.
Le serpi non potevano mancare.
A pochi chilometri c’è Cocullo, il famoso borgo dei rettili dove il primo maggio si rievoca i miracoli e le gesta del santo dei “serpari” Domenico.
L’asceta se ne stava nella valle dei laghi, in un eremo a una manciata di curve dalla famosa località turistica di Scanno, cibandosi di bacche e chissà quali altre “delizie”.
Ogni tanto, tra una preghiera e l’altra, riusciva, secondo un’abbondante tradizione orale, a far compiere miracoli all'Onnipotente.
L’interno della chiesa delle Grazie contiene un bell'altare con decorazioni scolpite a grottesche e un tabernacolo ligneo di buona fattura.
C’è da stringere i denti e salire ancora per visitare le rovine del Castello Normanno del XII secolo, distrutto completamente dal terremoto del 1706.
Qui, ogni volta che si abbatte un sisma dalla vicina piana del Fucino, si perde un pezzo di storia.
La rocca fu edificata allo scopo di controllare uno dei più importanti accessi meridionali alla Valle Peligna.
Fu dimora dei Conti di Sangro, che ampliarono questa importante fortificazione strategica.
La rocca è importante anche perché, molte scene della “Fiaccola sotto il moggio”, si svolgono proprio qui.
Oggi il fortilizio è diruto.
Ridiscendendo, merita attenzione anche l’antichissima chiesa di San Marcello dell’XI secolo col suo portale tardo gotico, dai motivi antropomorfi.
Se avessi la gamba di un tempo potrei affrontare il suggestivo Sentiero Geologico delle gole che, dalle sorgenti di Cavuto s’inerpica tutto in salita, verso l’incredibile nido d’aquila del minuscolo paesino di Castrovalva.
Forse sarà meglio arrivarci in auto!
COME ARRIVARE AD ANVERSA
In auto
Autostrada A 25 Roma-Pescara, uscita casello di Cocullo, Strada Provinciale n.479 da Sulmona.
Info: Comune e Riserva 086449115 Dormire e mangiare anche nelle vicine Villalago, Cocullo, Scanno.
“Se vieni con me per un sentiere che hai passato cento volte, il sentiere ti sembrerà novo” (Gabriele D’Annunzio)
Arrivo ad Anversa degli Abruzzi che il cielo ha appena finito di buttare giù acqua e sta schiarendo.
Qui si gode uno degli scorci sicuramente più belli dell’intero Abruzzo.
Le affascinanti Gole del Sagittario accolgono grandi bastionate verticali che, in una bellezza senza fine, precipitano i loro profili merlati e aguzzi fino al fiume.
Le acque scorrono impetuose, facendosi strada tra le rocce.
Il comune secolare di Anversa pare proteggersi da questa natura prepotente con le sue mura fortificate a strapiombo su di un dirupo.
L’abitato, nella parte più profonda della provincia aquilana, è a 600 metri di altezza.
Questa è una delle tante Riserve naturali che si succedono senza fine per tutto il territorio abruzzese, oasi gestita dal WWF nei suoi 450 ettari.
Insieme alle Gole di San Venanzio nel Parco regionale del Velino Sirente, rappresenta quanto di più wilderness si ricerchi in regione.
Nel Sagittario, però, dimorano orsi marsicani, lupi, cervi e caprioli, in cielo volteggiano piccoli rapaci, valore aggiunto per un territorio protetto. È la ricca avanguardia della fauna che ospita il vicino Parco Nazionale d’Abruzzo, vero eden per chi ama avvistare animali selvaggi.
Siamo in un angolo d’Abruzzo amato da grandi personaggi.
Come dimenticare le continue incursioni di Gabriele D’Annunzio, che arrivava fin qui a dorso d’asino per trovare ispirazione.
Il vate, passeggiando tra le strette rue del paese, realizzò una delle sue tragedie più famose, “La fiaccola sotto il moggio” nel lontano 1905. Veniva da un grande successo di un’opera dell’anno prima, sempre ambientata in Abruzzo.
Volle bissare con una storia che riportava esperienze nella valle del Sagittario che aveva avuto quando era diciottenne nel 1881 e, un successivo viaggio in carrozza nel 1896, in compagnia di una delle sue tante amanti, tale Maria Gravina.
L’Abruzzo che viene narrato dal grande poeta, è barbarico, misterioso, abbarbicato su “di un Sagittario che si rompe a schiuma”, mentre magicamente arroccate, le case di Castrovalva ardono sul “sasso rosso”.
A lui, il borgo secolare ha dedicato un “Parco Letterario”, uno dei pochi esempi esistenti al mondo, un percorso dell’anima nel quale si legano le emozioni di viaggiatori illustri che qui hanno tratto ispirazione per grandi opere artistiche e letterarie, in un ambiente che oggi appare protetto. Sono passati, stupendosi forte di tanta bellezza, anche artisti del calibro di George Gordon Byron, Francesco Paolo Michetti, Edward Lear.
Anversa, d'altronde, è davvero uno dei borghi più belli d’Italia.
I suoi resti di mura fortificate costruite sui dirupi, riportano a un passato glorioso e importante.
M’inerpico sulla salita che porta nel cuore del centro storico, che si dipana in vicoletti soprastanti la piazza centrale, luogo di incontro soprattutto serale.
Questi paesi sono sempre piazzati su cocuzzoli e visitarli significa sgambare alla grande!
È una serie di sottopassaggi, volte ad arco e piccoli edifici storici. M’insegue un delizioso profumo di biscotti e pane fragrante, appena sfornato dal tradizionale forno posto alla curva della strada principale. Da lì ci si affaccia, mirabilmente, sulla parte iniziale delle gole.
Qualcuno al bar in piazza, mi ha detto di cercare la signora Minietta al secolo Emilia, una quasi centenne che ha ancora la testa a posto e ricorda tutto quello che è accaduto in paese.
Da Anversa lei non si è mai mossa.
Me la indicano mentre sta godendo di un raggio di sole che sbuca dal dedalo dei tetti.
La vecchina ha visto la storia scorrere, ricorda perfettamente le due guerre.
Non so se ha ancora ben chiaro chi fosse quel poeta altezzoso ed elegante che girava in estate per il borgo.Gli dico D’Annunzio e non sussulta.
La vedo invece attenta quando rispondo alla sua domanda su chi mi avesse parlato di lei e da quale parte dello Stivale io sia arrivato.
Racconta di quando la sua famiglia era povera e il papà cercava sempre l’amico con due caprette per chiedere latte da dare alla bambina.
Con un impeto antico ricorda perfettamente i nomi dei ricchi del paese, quelle famiglie che ogni giorno avevano sulla tavola ogni ben di Dio.
Lei, però, li ha visti andare tutti sotto terra.
Ricorda anche il voto dato per fare dell’Italia una Repubblica e mi pare, dal ghigno, che se ne sia pentita.
Una folata di vento scompiglia i suoi capelli d’argento mossi birichini da una pettinatura impertinente della nipote, giunta in vacanza da Roma dove di mestiere fa la parrucchiera.
È il caso di andar via, la vecchina mi pare stanca, quasi assente, forse chiusa nei suoi ricordi a risparmiare energie così vitali a quella veneranda età.
Peccato, avrei voluto sapere di più di una galleria dei volti del ‘900. Arrivo alla cinquecentesca chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Scatto foto del bel portale rinascimentale in pietra calcarea, anno 1540, con un inedito rosone contornato da serpenti attorcigliati.
Le serpi non potevano mancare.
A pochi chilometri c’è Cocullo, il famoso borgo dei rettili dove il primo maggio si rievoca i miracoli e le gesta del santo dei “serpari” Domenico.
L’asceta se ne stava nella valle dei laghi, in un eremo a una manciata di curve dalla famosa località turistica di Scanno, cibandosi di bacche e chissà quali altre “delizie”.
Ogni tanto, tra una preghiera e l’altra, riusciva, secondo un’abbondante tradizione orale, a far compiere miracoli all'Onnipotente.
L’interno della chiesa delle Grazie contiene un bell'altare con decorazioni scolpite a grottesche e un tabernacolo ligneo di buona fattura.
C’è da stringere i denti e salire ancora per visitare le rovine del Castello Normanno del XII secolo, distrutto completamente dal terremoto del 1706.
Qui, ogni volta che si abbatte un sisma dalla vicina piana del Fucino, si perde un pezzo di storia.
La rocca fu edificata allo scopo di controllare uno dei più importanti accessi meridionali alla Valle Peligna.
Fu dimora dei Conti di Sangro, che ampliarono questa importante fortificazione strategica.
La rocca è importante anche perché, molte scene della “Fiaccola sotto il moggio”, si svolgono proprio qui.
Oggi il fortilizio è diruto.
Ridiscendendo, merita attenzione anche l’antichissima chiesa di San Marcello dell’XI secolo col suo portale tardo gotico, dai motivi antropomorfi.
Se avessi la gamba di un tempo potrei affrontare il suggestivo Sentiero Geologico delle gole che, dalle sorgenti di Cavuto s’inerpica tutto in salita, verso l’incredibile nido d’aquila del minuscolo paesino di Castrovalva.
Forse sarà meglio arrivarci in auto!
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COME ARRIVARE AD ANVERSA
In auto
Autostrada A 25 Roma-Pescara, uscita casello di Cocullo, Strada Provinciale n.479 da Sulmona.
Info: Comune e Riserva 086449115 Dormire e mangiare anche nelle vicine Villalago, Cocullo, Scanno.
venerdì 14 agosto 2015
A Scanno, nel paese più fotogenico d'Abruzzo!
La gramigna vetta è chiusa in una morsa di nembi grigi.
Il pastore che si avvicina con le sue pecore ha la faccia bruna e il pizzetto da satanasso.
La vecchia casa dall'orto disfatto si oppone a fatica al vento.
Il pelo bianco dell’arcigno guardiano abruzzese si drizza a ogni folata.
Lo sguardo del grosso cane atterrisce.
Le gambe del vecchio transumante sono venate di blu e i piedi, rattrappiti, sembrano radici contorte sotto i pantaloni corti che paiono sottratti al figlio giovane.
Me lo avevano detto ma stentavo a crederci.
A Scanno c’è ancora qualche pastore italiano che si ostina a esser tale e a non servirsi di macedoni.
Da Gregorio, nell'azienda agricola Valle Scannese che mi ospita, le pecore sono così tante che gli stranieri, invece, sono indispensabili.
Il vecchio non vuole tanto parlare, è come appesantito dai giorni vissuti.
Indica le bestie come a dire che tutti questi anni sono uguali l’uno all'altro.
Eppure, quanti ricordi potrebbe regalarci.
L’uomo comunque pare di buona indole.
Il carattere non ce lo scegliamo, credo, ci viene donato e non certo costruito.
Lo consegna il buon Dio, insieme a polmoni, fegato, pancreas.
Mi avvio verso l’agriturismo posto a pochi chilometri da Scanno sulla tortuosa e panoramica strada del Passo Godi che porta a Villetta Barrea, mentre le prime grosse gocce di questa perturbazione agostana scendono giù dal cielo nero.
Qui il tempo pare essersi fermato.
Siamo nel cuore dell’antichissimo tratturo che le greggi attraversavano fino a Candela di Foggia.
Non mi resta che mangiare.
D'altronde, ditemi, ci può essere scorribanda che prescinda dalla buona cucina o piatto tipico che non contribuisca alla cultura e alla conoscenza dei luoghi che si visitano?
Scanno, borgo caratteristico ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, il più vetusto d’Italia, non è famoso solo per il suo bellissimo lago, unico naturale in regione.
I suoi gioielli “presentosi” creati in filigrana dalla fervida fantasia e maestria degli artisti di bottega, le tradizioni difese a oltranza, l’aria buona, i pizzi lavorati al tombolo, i centrini, gli scialli e le tovaglie artigianali, oltre alla buona cucina, fanno di Scanno una meta ambita in tutto il mondo.
Ho voluto ripercorrere la strada fatta dal geniale disegnatore Maurits Cornelius Escher, solitario precorritore di montagne d’Abruzzo.
L’olandese era giunto ad Anversa degli Abruzzi, luogo che ispirò il vate D’Annunzio nella sua tragedia “La fiaccola sotto il moggio”, recandosi nel pittoresco borgo di Castrovalva, sospeso a nido d’aquila sulle severe rocce delle gole del Sagittario.
Qui creò un dipinto del paese costruito sulle pareti della montagna.
Poi arrivò a Scanno e l’emozione fu grande.
Si trovò davanti a un abitato scenografico: un’armonica somma di stili, dal medioevo al barocco, passando per il rinascimento.
Il centro storico caratteristico con le sua case addossate, i palazzotti gentilizi, le scalinate, il tessuto urbano di vicoli e archi lo colpirono allo stesso modo in cui rimase basito nel 1846, Edward Lee.
Avevano scoperto uno dei borghi più fotogenici d’Italia!
Quanto scrittori hanno ricercato ispirazione negli angoli più suggestivi di questo paese incredibile!
A tavola portano un trionfo di formaggi fatti da Gregorio e figli, caciocavallo e pecorino in primis, poi gnocchi della casa, agnello locale con cicoria ripassata in padella e un vinello di uve montepulciano niente male.
Per finire una ricottina calda, appena fatta con sopra la marmellata di uva e la crostata con l’uva canina.
Sono in un vero agriturismo, per giunta bio, non inventato per strappare contributi statali!
Finalmente satollo e soddisfatto, riesco a guardarmi intorno.
Le foto alle pareti sono deliziose.
Le donne antiche sono vestite con i costumi tipici della festa. Raccolgono i loro capelli stretti nelle crocchie e mi chiedo quanto lavoro occorresse per pettinarli.
Tra i visi rugosi si insinuano anche sguardi infantili di bambini anch’essi agghindati nei fantastici costumi scannesi.
La voce alle mie spalle è della figlia del proprietario:
“Se vuoi vederle basta andare a messa stasera a Santa Maria della Valle.
Le trovi tutte lì le vecchine e pare che il tempo si sia fermato”.
Il tempo pare volgere al bello, finalmente.
Mi reco in paese e, quindi alla parrocchiale.
È bella la facciata rinascimentale con il portale del secolo XVI di scuola borgognona.
Anche il campanile cinquecentesco, di quasi 40 metri, è niente male con la sua torre quadrata.
Il rosone è rifatto dopo il danneggiamento del terremoto di Avezzano del 1915.
L’interno è a tre navate, anch'esso rifatto a causa dei rovinosi terremoti del settecento.
Il pavimento in cotto rosso è stato appena realizzato, poco prima del duemila.
Bello il pulpito e belli i confessionali in noce.
Interessanti gli affreschi seicenteschi di Sant'Eustachio, San Biagio e l’Assunta.
I fedeli della domenica arrivano fin sotto l’altare maggiore con i marmi policromi del 1732, realizzato su disegno di Panfilo Ranalli di Pescocostanzo.
Fra di essi ci sono diverse anziane che indossano il costume tipico. Sono bellissime da vedere.
Sfileranno tutte nel giorno di ferragosto, quando si festeggerà l’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Le guardo e penso che anche fino a pochi attimi dalla fine della vita, non si rinuncia al proprio modo di essere.
Guardando agli avambracci cadenti di queste che un tempo erano splendide donne, ma anche all'entusiasmo e alla fierezza con cui portano il loro bel vestito capisco che la trasformazione non è opera di un mago cattivo.
Un prato è radioso in primavera ma è sotto silenzio, tra gelo e neve in inverno.
Le stagioni della vita aiutano a incontrare Dio in situazioni sempre diverse.
È splendido perdersi nei vicoli di Scanno!
Per arrivare a Scanno consiglio di prendere la A25 Pescara Roma, uscita Cocullo.
Potrete così visitare la splendida Oasi delle gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi, il pittoresco borghetto di Castrovalva e Villalago con l’eremo di San Domenico, il santo dei serpenti di Cocullo.
Per mangiare e dormire ci sono moltissimi agriturismo fuori Scanno, affittacamere in paese e alberghi sul lago. Sono tutti aperti anche in inverno quando si scia verso Passo Godi.
L’agriturismo di cui parlo nell'articolo, è l’Azienda Agricola Rotolo Gregorio - località Valle Scannese (www.vallescannese.com). Al suo interno c’è un fornito punto vendita di prodotti biologici dell’azienda.
Per contatti telefoni: 0864576043 – 3465043806- 3482886912.
Concordate bene i prezzi che a volte risultano “ballerini”.
Molte sono le botteghe artigiane degli orafi. Io ho acquistato con soddisfazione una “presentosa” in filigrana a un prezzo onesto ma si trovano anche "amorini" in collane, ciondoli e pendenti da orecchie, croci in oro, tutti rigorosamente di produzione artigianale.
Sul lago, dove beatamente transitano anatre di ogni tipo, c’è la possibilità di fare picnic e di andare in pedalò.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
Il pastore che si avvicina con le sue pecore ha la faccia bruna e il pizzetto da satanasso.
La vecchia casa dall'orto disfatto si oppone a fatica al vento.
Il pelo bianco dell’arcigno guardiano abruzzese si drizza a ogni folata.
Lo sguardo del grosso cane atterrisce.
Le gambe del vecchio transumante sono venate di blu e i piedi, rattrappiti, sembrano radici contorte sotto i pantaloni corti che paiono sottratti al figlio giovane.
Me lo avevano detto ma stentavo a crederci.
A Scanno c’è ancora qualche pastore italiano che si ostina a esser tale e a non servirsi di macedoni.
Da Gregorio, nell'azienda agricola Valle Scannese che mi ospita, le pecore sono così tante che gli stranieri, invece, sono indispensabili.
Il vecchio non vuole tanto parlare, è come appesantito dai giorni vissuti.Indica le bestie come a dire che tutti questi anni sono uguali l’uno all'altro.
Eppure, quanti ricordi potrebbe regalarci.
L’uomo comunque pare di buona indole.
Il carattere non ce lo scegliamo, credo, ci viene donato e non certo costruito.
Lo consegna il buon Dio, insieme a polmoni, fegato, pancreas.
Mi avvio verso l’agriturismo posto a pochi chilometri da Scanno sulla tortuosa e panoramica strada del Passo Godi che porta a Villetta Barrea, mentre le prime grosse gocce di questa perturbazione agostana scendono giù dal cielo nero.
Qui il tempo pare essersi fermato.
Siamo nel cuore dell’antichissimo tratturo che le greggi attraversavano fino a Candela di Foggia.Non mi resta che mangiare.
D'altronde, ditemi, ci può essere scorribanda che prescinda dalla buona cucina o piatto tipico che non contribuisca alla cultura e alla conoscenza dei luoghi che si visitano?
Scanno, borgo caratteristico ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, il più vetusto d’Italia, non è famoso solo per il suo bellissimo lago, unico naturale in regione.
I suoi gioielli “presentosi” creati in filigrana dalla fervida fantasia e maestria degli artisti di bottega, le tradizioni difese a oltranza, l’aria buona, i pizzi lavorati al tombolo, i centrini, gli scialli e le tovaglie artigianali, oltre alla buona cucina, fanno di Scanno una meta ambita in tutto il mondo.
Ho voluto ripercorrere la strada fatta dal geniale disegnatore Maurits Cornelius Escher, solitario precorritore di montagne d’Abruzzo.
L’olandese era giunto ad Anversa degli Abruzzi, luogo che ispirò il vate D’Annunzio nella sua tragedia “La fiaccola sotto il moggio”, recandosi nel pittoresco borgo di Castrovalva, sospeso a nido d’aquila sulle severe rocce delle gole del Sagittario.
Qui creò un dipinto del paese costruito sulle pareti della montagna.
Poi arrivò a Scanno e l’emozione fu grande.
Si trovò davanti a un abitato scenografico: un’armonica somma di stili, dal medioevo al barocco, passando per il rinascimento.
Il centro storico caratteristico con le sua case addossate, i palazzotti gentilizi, le scalinate, il tessuto urbano di vicoli e archi lo colpirono allo stesso modo in cui rimase basito nel 1846, Edward Lee.Avevano scoperto uno dei borghi più fotogenici d’Italia!
Quanto scrittori hanno ricercato ispirazione negli angoli più suggestivi di questo paese incredibile!
A tavola portano un trionfo di formaggi fatti da Gregorio e figli, caciocavallo e pecorino in primis, poi gnocchi della casa, agnello locale con cicoria ripassata in padella e un vinello di uve montepulciano niente male.
Per finire una ricottina calda, appena fatta con sopra la marmellata di uva e la crostata con l’uva canina.
Sono in un vero agriturismo, per giunta bio, non inventato per strappare contributi statali!
Finalmente satollo e soddisfatto, riesco a guardarmi intorno.
Le foto alle pareti sono deliziose.
Le donne antiche sono vestite con i costumi tipici della festa. Raccolgono i loro capelli stretti nelle crocchie e mi chiedo quanto lavoro occorresse per pettinarli.
Tra i visi rugosi si insinuano anche sguardi infantili di bambini anch’essi agghindati nei fantastici costumi scannesi.
La voce alle mie spalle è della figlia del proprietario: “Se vuoi vederle basta andare a messa stasera a Santa Maria della Valle.
Le trovi tutte lì le vecchine e pare che il tempo si sia fermato”.
Il tempo pare volgere al bello, finalmente.
Mi reco in paese e, quindi alla parrocchiale.
È bella la facciata rinascimentale con il portale del secolo XVI di scuola borgognona.
Anche il campanile cinquecentesco, di quasi 40 metri, è niente male con la sua torre quadrata.
Il rosone è rifatto dopo il danneggiamento del terremoto di Avezzano del 1915.
L’interno è a tre navate, anch'esso rifatto a causa dei rovinosi terremoti del settecento.
Il pavimento in cotto rosso è stato appena realizzato, poco prima del duemila.
Bello il pulpito e belli i confessionali in noce.
Interessanti gli affreschi seicenteschi di Sant'Eustachio, San Biagio e l’Assunta.
I fedeli della domenica arrivano fin sotto l’altare maggiore con i marmi policromi del 1732, realizzato su disegno di Panfilo Ranalli di Pescocostanzo.
Fra di essi ci sono diverse anziane che indossano il costume tipico. Sono bellissime da vedere.
Sfileranno tutte nel giorno di ferragosto, quando si festeggerà l’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Le guardo e penso che anche fino a pochi attimi dalla fine della vita, non si rinuncia al proprio modo di essere.
Guardando agli avambracci cadenti di queste che un tempo erano splendide donne, ma anche all'entusiasmo e alla fierezza con cui portano il loro bel vestito capisco che la trasformazione non è opera di un mago cattivo.
Un prato è radioso in primavera ma è sotto silenzio, tra gelo e neve in inverno.
Le stagioni della vita aiutano a incontrare Dio in situazioni sempre diverse.
È splendido perdersi nei vicoli di Scanno!
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Per arrivare a Scanno consiglio di prendere la A25 Pescara Roma, uscita Cocullo.
Potrete così visitare la splendida Oasi delle gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi, il pittoresco borghetto di Castrovalva e Villalago con l’eremo di San Domenico, il santo dei serpenti di Cocullo.
Per mangiare e dormire ci sono moltissimi agriturismo fuori Scanno, affittacamere in paese e alberghi sul lago. Sono tutti aperti anche in inverno quando si scia verso Passo Godi.
L’agriturismo di cui parlo nell'articolo, è l’Azienda Agricola Rotolo Gregorio - località Valle Scannese (www.vallescannese.com). Al suo interno c’è un fornito punto vendita di prodotti biologici dell’azienda.
Per contatti telefoni: 0864576043 – 3465043806- 3482886912.
Concordate bene i prezzi che a volte risultano “ballerini”.
Molte sono le botteghe artigiane degli orafi. Io ho acquistato con soddisfazione una “presentosa” in filigrana a un prezzo onesto ma si trovano anche "amorini" in collane, ciondoli e pendenti da orecchie, croci in oro, tutti rigorosamente di produzione artigianale.
Sul lago, dove beatamente transitano anatre di ogni tipo, c’è la possibilità di fare picnic e di andare in pedalò.
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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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lunedì 13 luglio 2015
Castellalto: L’antica Castrum Veteris
Castrum Veteris Trasmundi non è solo un nome dal suono antico che rimanda ad echi lontani: è un viaggio alla ricerca del tempo perduto.
Un itinerario dai contorni a volte sfumati.
Eppure in questo caso ben definiti sul piano geografico.
Dal belvedere la vista si apre, infatti, sull'immensa pianura solcata dal fiume Tordino, spaziando dal Gran Sasso all'Adriatico, in un incredibile reportage visivo dell’amena provincia teramana.
Arrivo a Castellalto, in una giornata smagliante di tarda primavera, con il sole che scolpisce in lontananza le montagne.
Il borgo antico è immerso in un silenzio quasi sacrale.
L’abitato rustico e compatto, scolpito su di un costone roccioso come minuta opera d’arte, conserva sprazzi della sua antica struttura architettonica.
Ricordo che, qualche anno, fa il professor Valerio Casadio dell’università di Roma, autentica enciclopedia vivente del paese, mi parlò delle origini, raccontandomi storie affascinanti di feudatari che cinsero il borgo di fortificazioni.
Parlò di un ritrovamento eccezionale, un “bronzetto italico” di Ercole rivestito di pelle di leone, fattura ellenistica databile III, II secolo a.C.
Nei suoi racconti, lo storico citò vecchie case nel cui interno esisterebbero dei depositi- magazzini sotterranei, con delle capaci cisterne che un tempo raccoglievano l’acqua piovana da utilizzare per gli usi quotidiani.
Castellalto, ancora oggi rende l’idea, osservando i resti dei bastioni perimetrali di difesa e il severo portale d’accesso, di quale incredibile baluardo dovesse essere per i suoi pendii a picco che rendevano quasi impossibile entrarvi.
L’anima dei Castellaltesi è rimasta intatta nei secoli.
Un tempo era abitato da vecchi proprietari terrieri, pochi contadini, una manciata di valenti artigiani, sarti e calzolai che passavano di casa in casa, rimettendo in sesto il guardaroba di chi poteva permetterselo, ricevendo pagamenti in natura.
Oggi il vecchio e il nuovo convivono, anche se a fatica, in una complessa e armonica struttura, con edifici addossati l’uno all’altro senza soluzione di continuità, comunicanti tra loro con loggiati e androni, cunicoli e corti interne, retaggio evidente di un passato più importante della realtà odierna.
Il borgo è ricco di particolari caratteristici, reperti architettonici di una certa importanza e suggestive testimonianze lungo i suoi viottoli silenziosi.
L’antica casa del Barone Patrizi, dimora degli Acquaviva, ne è un esempio.
Molti decori di nicchie e foglie di acanto sono scomparsi, ma il palazzo mostra ancora un passato glorioso. Nei primi anni del 900 il ricco signorotto possedeva gran parte del paese.
Poi per alterne vicende cadde in disgrazia, povero, accudito prima della morte dal suo “fattore”.
Nella piazzetta del vecchio municipio i ragazzi vocianti stanno tirando calci ad un pallone.
Uno di essi, il più sveglio, occhi vivaci e gesti da personaggio dei fumetti, mostra orgoglioso un piccolo sottoscala.
Ai lati ci sono delle minuscole feritoie per aria e luce.
Qui un tempo, racconta il ragazzo che da grande farà sicuramente la guida turistica, venivano rinchiusi i bambini restii allo studio.
E’ piccino il paese, circa duemila famiglie, minime prospettive di lavoro.
Molti sono emigrati verso il vicino Eden industriale di Castelnuovo Vomano, creando, in una zona negli anni 50, costituita da case coloniche e masserizie dei Cerulli Irelli e Guerrieri Marcozzi, un centro moderno di oltre quattromila anime, nato dalla fusione di vecchi agglomerati come Villa Gobbi, Villa S. Cipriano e Villa Parente.
Erano proprietà, un tempo, di famiglie agiate.
Castellalto è legato in una sorta di osmosi anche con lo splendido borgo medioevale di Castelbasso.
Non è solo la sede comunale, è un autentica impollinazione imprenditoriale che trova compimento nelle fabbriche della vallata del Vomano.
I paesani qui sono diffidenti fin quando non capiscono che hanno davanti un tipo semplice e acquistano fiducia nel loro interlocutore.
“Lavora e taci”, questo motto che sembra uscito da qualche popoloso villaggio del nord est dell’Italia, calza a pennello per Castellalto.
Il barista mesce, con discrezione, un buon bicchiere di trebbiano e lo accompagna con stuzzichini di prosciutto e pecorino.
Un vecchio abitante con il quale ho preso confidenza, snocciola una teoria di numeri che parlano da soli.
Le aziende agricole dei dintorni, mi dice, hanno le bestie contate.
Poche mucche da latte, mancano tori per coprirle. Poche capre, pochi maiali.
Un tempo da queste parti l’agricoltura e l’allevamento
erano risorse insostituibili.
Di colpo si copre il sole.
Si alza un vento freddo.
Varco il portale d’ingresso cinquecentesco della parrocchiale di San Giovanni.
Lo stile barocco riempie gli occhi.
Affreschi, statue, stucchi, fregi e capitelli.
L’attuale chiesa è stata ampliata nel 1589.
Precedentemente era una cappella sita nel mezzo delle mura di cinta che, partendo dall’arco di ingresso, cingevano tutto l’abitato.
Secoli prima il luogo era adibito all'”otium” delle terme.
Qui, stando ai ritrovamenti di antichi pavimenti e tubazioni, gli antichi Romani dedicavano una parte del loro tempo all'arte del vivere, alla cura di sé, lo spazio dell’anima e il piacere del corpo.
All'interno numerosi inginocchiatoi, panche, un confessionale che dimostra l’usura del tempo.
Una donna enorme, inginocchiata di schiena, pare svanire nel buio dell’unica navata.
E’ in attesa di una sicura assoluzione dei suoi piccoli misfatti.
La chiesa della Madonna degli Angeli del 1580, alle porte del paese, vicino a quello che resta di un caratteristico cimitero è suggestiva.
Anni fa vennero trafugati dei teschi forse da studenti di medicina, secondo alcuni da gente dedita a riti di stregoneria.
Un luogo speciale.
Si dice che sia stato costruito in pochi giorni dal popolo, in omaggio alla Vergine che avrebbe salvaguardato il luogo dalla tremenda carestia che fece morire di fame migliaia di persone, soprattutto nelle campagne.
Le gerarchie ecclesiastiche avrebbero sempre evitato di legittimare questo autentico miracolo.
Ma in fondo chi se ne importa, dicono da queste parti.
Il miracolo, la Madonna l’ha fatto davvero!
Mi piacerebbe poter rendere meglio le meraviglie di un silenzio rotto qui e là dal pianto di un neonato o dalle note discrete di una radio accesa.
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, uscire in direzione Castellalto/Bellante, seguire la direzione per Castellalto.
Un itinerario dai contorni a volte sfumati.
Eppure in questo caso ben definiti sul piano geografico.
Dal belvedere la vista si apre, infatti, sull'immensa pianura solcata dal fiume Tordino, spaziando dal Gran Sasso all'Adriatico, in un incredibile reportage visivo dell’amena provincia teramana.
Arrivo a Castellalto, in una giornata smagliante di tarda primavera, con il sole che scolpisce in lontananza le montagne.
Il borgo antico è immerso in un silenzio quasi sacrale.
L’abitato rustico e compatto, scolpito su di un costone roccioso come minuta opera d’arte, conserva sprazzi della sua antica struttura architettonica.
Ricordo che, qualche anno, fa il professor Valerio Casadio dell’università di Roma, autentica enciclopedia vivente del paese, mi parlò delle origini, raccontandomi storie affascinanti di feudatari che cinsero il borgo di fortificazioni.
Parlò di un ritrovamento eccezionale, un “bronzetto italico” di Ercole rivestito di pelle di leone, fattura ellenistica databile III, II secolo a.C.Nei suoi racconti, lo storico citò vecchie case nel cui interno esisterebbero dei depositi- magazzini sotterranei, con delle capaci cisterne che un tempo raccoglievano l’acqua piovana da utilizzare per gli usi quotidiani.
Castellalto, ancora oggi rende l’idea, osservando i resti dei bastioni perimetrali di difesa e il severo portale d’accesso, di quale incredibile baluardo dovesse essere per i suoi pendii a picco che rendevano quasi impossibile entrarvi.
L’anima dei Castellaltesi è rimasta intatta nei secoli.
Un tempo era abitato da vecchi proprietari terrieri, pochi contadini, una manciata di valenti artigiani, sarti e calzolai che passavano di casa in casa, rimettendo in sesto il guardaroba di chi poteva permetterselo, ricevendo pagamenti in natura.
Oggi il vecchio e il nuovo convivono, anche se a fatica, in una complessa e armonica struttura, con edifici addossati l’uno all’altro senza soluzione di continuità, comunicanti tra loro con loggiati e androni, cunicoli e corti interne, retaggio evidente di un passato più importante della realtà odierna. Il borgo è ricco di particolari caratteristici, reperti architettonici di una certa importanza e suggestive testimonianze lungo i suoi viottoli silenziosi.
L’antica casa del Barone Patrizi, dimora degli Acquaviva, ne è un esempio.
Molti decori di nicchie e foglie di acanto sono scomparsi, ma il palazzo mostra ancora un passato glorioso. Nei primi anni del 900 il ricco signorotto possedeva gran parte del paese.
Poi per alterne vicende cadde in disgrazia, povero, accudito prima della morte dal suo “fattore”.
Nella piazzetta del vecchio municipio i ragazzi vocianti stanno tirando calci ad un pallone.
Uno di essi, il più sveglio, occhi vivaci e gesti da personaggio dei fumetti, mostra orgoglioso un piccolo sottoscala.
Ai lati ci sono delle minuscole feritoie per aria e luce.
Qui un tempo, racconta il ragazzo che da grande farà sicuramente la guida turistica, venivano rinchiusi i bambini restii allo studio.
E’ piccino il paese, circa duemila famiglie, minime prospettive di lavoro.
Molti sono emigrati verso il vicino Eden industriale di Castelnuovo Vomano, creando, in una zona negli anni 50, costituita da case coloniche e masserizie dei Cerulli Irelli e Guerrieri Marcozzi, un centro moderno di oltre quattromila anime, nato dalla fusione di vecchi agglomerati come Villa Gobbi, Villa S. Cipriano e Villa Parente.
Erano proprietà, un tempo, di famiglie agiate.
Castellalto è legato in una sorta di osmosi anche con lo splendido borgo medioevale di Castelbasso.
Non è solo la sede comunale, è un autentica impollinazione imprenditoriale che trova compimento nelle fabbriche della vallata del Vomano.
I paesani qui sono diffidenti fin quando non capiscono che hanno davanti un tipo semplice e acquistano fiducia nel loro interlocutore.
“Lavora e taci”, questo motto che sembra uscito da qualche popoloso villaggio del nord est dell’Italia, calza a pennello per Castellalto.
Il barista mesce, con discrezione, un buon bicchiere di trebbiano e lo accompagna con stuzzichini di prosciutto e pecorino.
Un vecchio abitante con il quale ho preso confidenza, snocciola una teoria di numeri che parlano da soli.
Le aziende agricole dei dintorni, mi dice, hanno le bestie contate.
Poche mucche da latte, mancano tori per coprirle. Poche capre, pochi maiali.
Un tempo da queste parti l’agricoltura e l’allevamento
erano risorse insostituibili.
Di colpo si copre il sole.
Si alza un vento freddo.
Varco il portale d’ingresso cinquecentesco della parrocchiale di San Giovanni.
Lo stile barocco riempie gli occhi.
Affreschi, statue, stucchi, fregi e capitelli.
L’attuale chiesa è stata ampliata nel 1589.
Precedentemente era una cappella sita nel mezzo delle mura di cinta che, partendo dall’arco di ingresso, cingevano tutto l’abitato.
Secoli prima il luogo era adibito all'”otium” delle terme.
Qui, stando ai ritrovamenti di antichi pavimenti e tubazioni, gli antichi Romani dedicavano una parte del loro tempo all'arte del vivere, alla cura di sé, lo spazio dell’anima e il piacere del corpo.
All'interno numerosi inginocchiatoi, panche, un confessionale che dimostra l’usura del tempo.
Una donna enorme, inginocchiata di schiena, pare svanire nel buio dell’unica navata.
E’ in attesa di una sicura assoluzione dei suoi piccoli misfatti.
La chiesa della Madonna degli Angeli del 1580, alle porte del paese, vicino a quello che resta di un caratteristico cimitero è suggestiva.Anni fa vennero trafugati dei teschi forse da studenti di medicina, secondo alcuni da gente dedita a riti di stregoneria.
Un luogo speciale.
Si dice che sia stato costruito in pochi giorni dal popolo, in omaggio alla Vergine che avrebbe salvaguardato il luogo dalla tremenda carestia che fece morire di fame migliaia di persone, soprattutto nelle campagne.
Le gerarchie ecclesiastiche avrebbero sempre evitato di legittimare questo autentico miracolo.
Ma in fondo chi se ne importa, dicono da queste parti.
Il miracolo, la Madonna l’ha fatto davvero!
Mi piacerebbe poter rendere meglio le meraviglie di un silenzio rotto qui e là dal pianto di un neonato o dalle note discrete di una radio accesa.
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Arrivare a Castellalto: Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant' Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, uscire in direzione Castellalto/Bellante, seguire la direzione per Castellalto.
sabato 11 luglio 2015
Custodi e non padroni: Considerazioni su “Laudato sì” di Papa Francesco
«Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi.
In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia:
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei.
(Papa Francesco)
La lettera enciclica del Papa “Laudato sì”, è qualcosa di incredibilmente bello.
In duecento quarantasei paragrafi, a formare sei capitoli, si dipana un profondo inno alla vita, una Magna Carta del creato, la summa di tutto quello che potrebbe dirsi o scriversi a proposito di natura, ecologia e ambiente.
È soprattutto un appello alla scienza affinché si allei con le religioni per esortare le coscienze a sentire propria la responsabilità della custodia della nostra “casa comune”.
È un impegno ancora più pressante per noi francescani, anche per il titolo scelto dal pontefice a richiamare la più bella poesia del mondo, il capolavoro del nostro serafico Padre Francesco d’Assisi: il Cantico delle Creature, inno insuperato nei secoli per la sua bellezza cosmica che penetra tutto il creato, quasi lambendo l’ineffabilità di Dio.
Era il 1224 quando il Poverello, nel silenzio di San Damiano, malaticcio e quasi cieco, soffiato nel cuore dalla forza dello Spirito Santo, dettò la pagina forse più straordinaria mai scritta per lodare Dio, abbracciando il mistero del creato e della natura e diventando il paladino dell’ecologia.
Questo, suo malgrado, dato che “Il Cantico” è un bellissimo trattato teologico, un testo dettato dall’amore per l’Altissimo e non un qualcosa per celebrare soltanto ambiente e natura.
Papa Francesco, partendo dal mistero della creazione e del Creatore, ha voluto dedicare la sua enciclica a quella lode infinita al Signore e alle sue creature per ricordarci che l’uomo, nello spirito del Genesi, non è il padrone dell’universo.
Solo Dio è tale.
E ha posto l’uomo nel centro dell’Eden “perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2,11).
Egli non ha affidato all’uomo il governo del mondo affinché ne faccia quel che vuole.
Solo il Creatore è Signore di tutte le cose.
Noi, dice Bergoglio, non siamo Dio.
La terra ci precede e ci è stata data in prestito.
Siamo, comunque, i custodi, i guardiani che dovranno, alla fine dei tempi, riconsegnare la sua creazione all’Onnipotente passandoci uno a uno il testimone nel corso degli anni.
Proprio come ognuno di noi fa con la sua anima, nel momento del trapasso.
Parole ovvie ma che spesso dimentichiamo nella società frenetica in cui stiamo vivendo.
Questo immenso dono di Dio lo sporchiamo continuamente, lo deturpiamo così come facciamo per la nostra anima che abbiamo avuto immacolata e che invece rendiamo spesso lercia e purulenta.
Il creato è concesso da Dio all’uomo per godere degli infiniti profumi, colori, sapori e soprattutto benefici, non certo per accumulare ricchezze, mercificarlo e sotterrarlo con immonde speculazioni.
Ma il Papa ha soprattutto a cuore gli Ultimi della Terra e, in gran parte del suo scritto, ripete che il creato è di tutti e soprattutto di chi è posto ai margini della società, quei poveri, derelitti di cui Gesù parla nelle sue “Beatitudini” del meraviglioso “Discorso della montagna”.
Bergoglio propone il “modello San Francesco”, dal quale bisognerebbe imparare come sia “inseparabili la cura della natura, dalla giustizia verso i deboli, l’impegno per una società dell’accoglienza e la pace interiore tanta desiderata”.
È la Perfetta Letizia amata profondamente dal serafico Padre.
Il pontefice parla di “conversione ecologica” da un’economia che persegue, delittuosamente, solo e unicamente il profitto creando inquinamento, cambiamenti climatici, distruzione senza precedenti di ecosistemi e deteriorando la qualità della vita umana, causando colpevolmente un degrado sociale.
È un appello senza precedenti alla responsabilità in base al compito che Dio ha dato all'essere umano nella creazione: “Coltivare e custodire il giardino in cui lo ha posto” (cfr. Genesi 2,15).
“Responsabilità” pare essere la parola “chiave” per un’umanità che ha acquisito enormi poteri grazie all'energia nucleare, le biotecnologie, l’informatica e le profonde conoscenze del nostro stesso Dna.
È rischioso che questo tremendo potere sia in mano a pochi individui che dominano la gran parte dei fratelli, con i nefandi risultati sotto gli occhi di tutti.
Prendersi cura della natura è anche combattere le povertà, le diseguaglianze.
Il pontefice auspica, addirittura sottoponendosi senza paura agli strali di chi cerca una crescita avida e irresponsabile, una certa decrescita in alcune parti del mondo per favorire lo sviluppo delle zone buie del pianeta, procurando per esse risorse nuove.
Gioiamo, sembra infine dirci Bergoglio, come buon papà di famiglia, dei doni ricevuti dall'amore del Padre e noi, cristiani combattiamo la buona battaglia, incoraggiando uno stile di vita capace di non essere ossessionati dal consumo, crescendo nella sobrietà e nel rispetto di tutto il creato a cominciare dalle più piccole delle creature.
In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia:
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei.
(Papa Francesco)
La lettera enciclica del Papa “Laudato sì”, è qualcosa di incredibilmente bello.
In duecento quarantasei paragrafi, a formare sei capitoli, si dipana un profondo inno alla vita, una Magna Carta del creato, la summa di tutto quello che potrebbe dirsi o scriversi a proposito di natura, ecologia e ambiente.
È soprattutto un appello alla scienza affinché si allei con le religioni per esortare le coscienze a sentire propria la responsabilità della custodia della nostra “casa comune”.
È un impegno ancora più pressante per noi francescani, anche per il titolo scelto dal pontefice a richiamare la più bella poesia del mondo, il capolavoro del nostro serafico Padre Francesco d’Assisi: il Cantico delle Creature, inno insuperato nei secoli per la sua bellezza cosmica che penetra tutto il creato, quasi lambendo l’ineffabilità di Dio.
Era il 1224 quando il Poverello, nel silenzio di San Damiano, malaticcio e quasi cieco, soffiato nel cuore dalla forza dello Spirito Santo, dettò la pagina forse più straordinaria mai scritta per lodare Dio, abbracciando il mistero del creato e della natura e diventando il paladino dell’ecologia.
Questo, suo malgrado, dato che “Il Cantico” è un bellissimo trattato teologico, un testo dettato dall’amore per l’Altissimo e non un qualcosa per celebrare soltanto ambiente e natura.
Papa Francesco, partendo dal mistero della creazione e del Creatore, ha voluto dedicare la sua enciclica a quella lode infinita al Signore e alle sue creature per ricordarci che l’uomo, nello spirito del Genesi, non è il padrone dell’universo.
Solo Dio è tale.
E ha posto l’uomo nel centro dell’Eden “perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2,11).
Egli non ha affidato all’uomo il governo del mondo affinché ne faccia quel che vuole.
Solo il Creatore è Signore di tutte le cose.
Noi, dice Bergoglio, non siamo Dio.
La terra ci precede e ci è stata data in prestito.
Siamo, comunque, i custodi, i guardiani che dovranno, alla fine dei tempi, riconsegnare la sua creazione all’Onnipotente passandoci uno a uno il testimone nel corso degli anni.
Proprio come ognuno di noi fa con la sua anima, nel momento del trapasso.
Parole ovvie ma che spesso dimentichiamo nella società frenetica in cui stiamo vivendo.
Questo immenso dono di Dio lo sporchiamo continuamente, lo deturpiamo così come facciamo per la nostra anima che abbiamo avuto immacolata e che invece rendiamo spesso lercia e purulenta.
Ma il Papa ha soprattutto a cuore gli Ultimi della Terra e, in gran parte del suo scritto, ripete che il creato è di tutti e soprattutto di chi è posto ai margini della società, quei poveri, derelitti di cui Gesù parla nelle sue “Beatitudini” del meraviglioso “Discorso della montagna”.
Bergoglio propone il “modello San Francesco”, dal quale bisognerebbe imparare come sia “inseparabili la cura della natura, dalla giustizia verso i deboli, l’impegno per una società dell’accoglienza e la pace interiore tanta desiderata”.
È la Perfetta Letizia amata profondamente dal serafico Padre.
Il pontefice parla di “conversione ecologica” da un’economia che persegue, delittuosamente, solo e unicamente il profitto creando inquinamento, cambiamenti climatici, distruzione senza precedenti di ecosistemi e deteriorando la qualità della vita umana, causando colpevolmente un degrado sociale.
È un appello senza precedenti alla responsabilità in base al compito che Dio ha dato all'essere umano nella creazione: “Coltivare e custodire il giardino in cui lo ha posto” (cfr. Genesi 2,15).
“Responsabilità” pare essere la parola “chiave” per un’umanità che ha acquisito enormi poteri grazie all'energia nucleare, le biotecnologie, l’informatica e le profonde conoscenze del nostro stesso Dna. È rischioso che questo tremendo potere sia in mano a pochi individui che dominano la gran parte dei fratelli, con i nefandi risultati sotto gli occhi di tutti.
Prendersi cura della natura è anche combattere le povertà, le diseguaglianze.
Il pontefice auspica, addirittura sottoponendosi senza paura agli strali di chi cerca una crescita avida e irresponsabile, una certa decrescita in alcune parti del mondo per favorire lo sviluppo delle zone buie del pianeta, procurando per esse risorse nuove.
Gioiamo, sembra infine dirci Bergoglio, come buon papà di famiglia, dei doni ricevuti dall'amore del Padre e noi, cristiani combattiamo la buona battaglia, incoraggiando uno stile di vita capace di non essere ossessionati dal consumo, crescendo nella sobrietà e nel rispetto di tutto il creato a cominciare dalle più piccole delle creature.
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