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lunedì 10 giugno 2013

Le Terre di Cerrano: prossima fermata, Il Paradiso

Millenari resti storici e presenze animali popolano il tratto di costa denominato “Terre del Cerrano” in un autentico spettacolo della natura raccontato per voi.

Il mare cerca di rubare la scena al cielo con la spuma delle onde e il blu profondo delle acque.
Al riparo di un pino ammiro il volo dei gabbiani.
Dio protegge questo mare, la sua splendida pineta ed le nuvole rade che si distendono sulla linea dell’orizzonte rendendo i colori bellissimi.

Anche il bikini della bella tedesca che passeggia sulla battigia è colorato come non mai.
La ragazza appare radiosa. I capelli sono leggermente mossi dalla brezza.
C’è anche un uomo alto e magro con un grosso gozzo e una età indefinita.
Il suo buffo cappello scamosciato, bianco color torrone di foggia potrebbe sembrare più adatto ad una passeggiata nel cuore del Tirolo che per coprirsi dal sole sulla spiaggia della torre del Cerrano.

Mingherlino com’è, quasi scompare tra le pieghe multicolore del pareo di un’autentica matrona, una donna gigantesca che potrebbe essere la sua metà e mezza del cielo.
Hanno il naso all’insù forse per cercare di scorgere un Fratino, un uccello marrone di appena 15 centimetri, vero simbolo naturalistico delle spiagge adriatiche.

Un piccolo essere così importante da giustificare un periodico censimento da parte del WWF Abruzzo, come racconta l’ornitologo Augusto De Santis dell’associazione.
 Li chiamano “curri curri”, perché quando si sentono in pericolo per l’arrivo di un estraneo corrono via dal nido, recitando la parte dell’animale ferito non in grado di volare.

Basta attendere qualche minuto per vederli tornare verso il nido con le uova dei piccoli.

Si prospettano tempi duri nel futuro di una specie che vive in uno degli ambienti più compromessi dal cemento.

E’ noto, infatti, che il litorale abruzzese ha circa l'89% della sua lunghezza complessiva, del tutto urbanizzato.

Servirebbe una rivoluzione nella gestione della costa perché si realizzi un riequilibrio del territorio a favore della natura.

Pensate che per il Fratino, in continua ricerca di luoghi puliti, la maggiore densità di coppie per chilometro lineare di spiaggia, è stata riscontrata in due siti, la Torre di Cerrano, appunto, nella nostra provincia e il tratto di spiaggia davanti alla stazione di Tollo in provincia di Chieti.

Il lembo di terra protetta tra la torre e, a sud, il territorio di Silvi, non ha mai rinunciato ai ritmi lenti, immerso tra pini d’Aleppo e macchia mediterranea, tra colline di uliveti e campi coltivati.

Questo mare è custode di tesori dal gusto leggendario, preziosi doni di origini greche, resti e relitti.

Sotto queste acque si trovano le rovine sommerse dell’antico porto di Hatria esistente dal VII secolo a.C. ancora funzionante nel XIII secolo e sprofondato per un terremoto nei primi anni del 1600.
Un tesoro di archeologia subacquea che meriterebbe l’attenzione del mondo intero, testimonianza di come l’Adriatico sia stato da sempre crocevia di importanti commerci e culture profondamente diverse.

Il mare fa da habitat a specie marine di pregio biologico tanto da far nascere una sorta di osservatorio della fauna, nei recessi più reconditi della monumentale torre.

Ci sono pesci di tanti tipi, cicale di mare, granchi e alghe che colorano vivacemente un paesaggio marino dalle tinte paragonabili ad un dipinto ad olio.

Esemplari di delfini nuotano a largo nelle zone più profonde, avvistati dalle lancette dei pescatori.
La parte terrestre dell’oasi è habitat di uccelli migratori e avifauna stanziale, alla ricerca costante di nutrimento e tranquillità per i loro piccoli.

Tra le piante crescono spontanee erbe aromatiche dai profumi arabeggianti e importanti fioriture di “Rotulea Rollii”, nome scientifico dello zafferanetto delle spiagge che da queste parti si credeva una essenza ormai estinta.

Sulla battigia il vecchio lupo di mare dal viso appassito dal sole, la pipa in bocca che sembra la pubblicità del “tonno Nostromo”, è intento a rammendare le reti.

Mi guarda, stranito, poi sorride.
Per lui il mare è solo lavoro.





Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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sabato 8 giugno 2013

Montepagano: il nobile balcone sul mare

Scorci di paesaggi stupendi, gocce di medioevo!
È il borgo di Montepagano che sovrasta la caotica spiaggia di Roseto, dove il tempo pare si sia fermato.

Il cavalletto portatile piantato sul terreno, la tavolozza dei colori e il rapido movimento dell’artista sulla tela.
Piccoli colpi di spatola e il paesaggio avvolge sinuoso.
Non potrò mai riuscire a copiare la bellezza di questo luogo”- mi dice, alzando la testa dalla sua creazione, rapito dalle onde del mare sottostante.

Lì dove oggi c’è la stazione balneare di Roseto degli Abruzzi, un tempo esisteva un piccolo agglomerato di case e tanta sabbia, fin quando, centocinquantadue anni fa, il 22 maggio 1860, non sorse questa industria turistica, per gemmazione dell’antico feudo di Montepagano.

Il balcone della porta da Borea con il suo arco a ogiva si apre sull’immensità del mare, con vedute che si allungano fin quasi al Conero marchigiano.
Il profumo di verde e l’aria pura di collina, la ruvida e calda pastosità delle pietre antiche, rendono una bellezza che produce un incanto profondo.
Sono arrivato a piedi, attraverso un ripido e antico percorso.

Gli abitanti lo utilizzavano per scendere i trecento metri di dislivello che dividono il colle dal mare.
Ho incontrato la storica “Fonte dell’Accolle” dell’ottocento, oggi quasi in abbandono, dove le donne facevano bucato e tornavano a casa, con testa la conca piena d’acqua e, sotto braccio, la canestra dei panni.

Dall’alto della collina è apparso chiaro ciò che sta accadendo: i paesaggi rurali di secoli stanno scomparendo, inghiottiti da un presente fatto di cemento, di sconquassi e di cantieri edili.
Le valli, intonse per migliaia di anni, stanno morendo nel fervore del cemento.
La multiforme ricchezza della ruralità italiana è sempre più minacciata dall’espansione urbana.

Eppure da questo balcone in cui si scorge Silvi Alta e più giù Pescara, tutto pare essersi fermato.
I rintocchi della torre della S.S. Annunziata scendono come pioggia.

L’imponente cupola domina l’abitato.
Il monumentale tempio nacque dal miracolo dell’immagine della Madonna che pianse, incredibilmente, per più giorni.

L’antico feudo dei Normanni, arroccato sulla collina, conserva bei scorci dal passato.
Il suono è certamente diverso da quello, possente, che si sprigionava nel periodo delle incursioni barbariche, dalla grossa campana del paese i cui rintocchi giungevano alle galee al largo della costa.

Il frastuono avvertiva l’imminenza degli sbarchi dei turchi distruttori.

Dire che qui tutto è rimasto come al tempo della giurisdizione degli Abati di San Giovanni in Venere nel chietino, non è bugia.
Dal campanile di quaranta metri, simbolo che si erge nella piazza con la cella campanaria dalle tre campane, si dipanano stradine medievali dove immergersi nel silenzio.

La torre di Sisto V del secolo XVI, rimasta orfana della chiesa, vive ancora la tradizione della Confraternita del S.S. Sacramento che, nel ‘500, assisteva gli indigenti e che oggi si occupa di organizzare i festeggiamenti al patrono, S. Antimo protomartire.
La statua solleva instancabile con la mano, da migliaia di anni, il castello medievale.

E’ in questa piccola cornice che si trova il Museo della Cultura Materiale, uno degli oltre quattromila sparsi nella penisola, risorsa preziosa della nostra storia.
Dal 1987 l’istituzione, nata ad allacciare il filo della memoria con il vissuto paesano, ha il compito di ricercare le testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente, conservandole e comunicandole.

I locali espositivi sono visitati mediamente da più di millecinquecento appassionati l’anno.
Tutto il prezioso materiale è contenuto in ambienti ricostruiti fedelmente grazie all’associazione, “Vecchio Borgo”, fondatrice del museo.




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venerdì 7 giugno 2013

Il motore del mondo!

Ancora le splendide foto dell'amico Alessandro de Ruvo, naturalista, componente Commissione Esursionismo C.A.I. Teramo che ha, bontà sua, arricchito il mio libro più fortunato: "Il mio Ararat", in ristampa in questi giorni! Grazie Alex!!!!

Volete sapere qual è il motore del mondo?
L’acqua, ossia il principio della vita.
Ma non crediate che il valore dell’acqua sia solo un qualcosa di idraulico o elettrico o perché è indispensabile alla nostra esistenza, al corpo di ognuno di noi il cui sessanta per cento è proprio costituito da questo magico fluido.
L’acqua è anche godimento per chi ama la natura e sogna minuscoli specchi lacustri in cui si riflettono le vette, immensi invasi artificiali che si insinuano nelle valli come fiordi o laghetti silenziosi e profondi che ispirano leggende senza tempo.
Credo che ciò che affascini di più chi cerca emozioni in montagna siano però le cascate.
Sapete, quegli incredibili salti d’acqua, le piccole macchie azzurre sulle mappe, che tanto solleticano le nostre fantasie.
Un sentiero, lo scarpone che procede agile, schivando rocce, aggirando ostacoli. Ripidi ghiaioni, getti d’acqua da raggiungere, da vivere qualche minuto per poi tornare verso il basso per non essere colti dall’oscurità del tramonto, mentre la traccia s’inoltra nel bosco, attraversa prati fioriti giungendo al luogo sicuro.
Il nostro parco del Gran Sasso e Monti della Laga annovera alcune tra le più belle masse d’acqua cadente che rappresentano sicuramente infiniti paesaggi dell’animo.
Chi ama vivere in ambiente le sue ore libere conosce nomi come la cascata della Morricana, Cantagalli, Rio Arno, Selva Grande o, spostandosi nel versante laziale della Laga, le Barche, l’Ortanza o la cascata di Cima Lepri. Per non dimenticare nel ricco versante teramano uno dei sentieri più freschi e "bagnati",quello fantastico delle "Cento Cascate", o anche Cento Fonti, che da Cesacastina sale sul versante meridionale fino alla vetta di Monte Gorzano, tra boschi di faggio, pascoli d'altitudine, brughiere a mirtillo e cento ruscelli che precipitano a valle lungo il Fosso dell'Acero.
A tutti questi getti d’acqua si legano anche terribili leggende, storie e tradizioni di vita che hanno visto l’uomo avventurarsi in luoghi impervi dalla notte dei tempi tra sogni e incubi. È risaputo che anticamente si credeva che gli specchi d’acqua, fiumi, laghi o cascate, potessero funzionare da amuleti contro le forze del male e che dove c’era il “liquido della vita”, si era decisamente al sicuro.
 Le cascate appaiono improvvise dopo aver camminato a lungo tra distese di pascoli o boschi interminabili, annunciate dal rombo in mezzo alle pietraie e al verde.
Stupiscono tutti con la loro teoria di colori che spaziano dal verde, all’azzurro, con tonalità a volte lattiginose, chiare o cupe a seconda della stagione.
Intorno fanno bella mostra di sé pennacchi bianchi di eriofori, simili a ciuffi di lana sospesi su esili steli in balia del vento e piccoli fiori di ogni specie a regalare spettacolo tra muschio e macchie colorate.
Non c’è niente di simile che sappia generare tanti sentimenti, dall’entusiasmo alla serenità, dalla bellezza all’armonia. La natura allora ti fa perdere la concezione del tempo anche se hai un orologio al polso.



Davanti a belle cascate come queste fotografate magistralmente dall’amico Alessandro, è impossibile restare indifferenti.
Una magia invade chi le guarda, una cromia indescrivibile che bisogna vivere almeno una volta nella vita.

giovedì 6 giugno 2013

In piazza come in salotto

Le insegne della riviera promettono svago e benessere sui tre chilometri di litorale e la splendida passeggiata alberata.
Annunciano divertimenti per nottambuli e famiglie, menù turistici tutto compreso.
Nessun cartello avverte che a cinque minuti di auto, sui rilievi collinari che si affacciano sul mare, tra vigneti e oliveti, esiste il gioiello storico di Tortoreto Alto.

A dire il vero, molti di questi campi non sono più coltivati, aggrediti dal cemento che sta colonizzando il territorio ovunque, senza posa.
Il vecchio borgo medioevale è un’autentica alternativa culturale all’affollamento estivo della costa.
M’inerpico a piedi lungo la salita che porta ai 227 metri di altezza del paese.
Gli orizzonti sono dolcemente mossi come lenzuola gonfiate dal vento.

Morbide ondulazioni gialle e rosse di una primavera piovosa ma colorata, sembrano rincorrersi fin quasi a morire sulla spiaggia sottostante.

Ho davanti agli occhi l’azzurro cupo del mare che si unisce a quello più delicato del cielo che sembra inabissarsi nelle acque dell’Adriatico.

Il flusso continuo delle vetture sfreccianti sull’autostrada ricorda, bruscamente, che il Paradiso non è di questa terra.
Colpisce il silenzio della campagna pur così vicina alla trafficata A 24.
Il borgo, costruito intorno ad una piccola rocca, fu un punto di passaggio importante per le truppe romane che scendevano all’Adriatico.

Oggi naturalmente i percorsi sassosi del passato non esistono più e si arriva al paese, attraverso colline in molti casi deturpate da un’insensata edificazione che stravolge ambiente e storia.
C’è comunque un pezzo di natura protetta da vent’anni tra aironi cenerini, cigni neri, caprioli.

L’oasi naturalistica è ignorata dai teramani e gran parte dei visitatori arriva dalle Marche.
Neanche le scuole portano i ragazzi per una salutare lezione ambientale.

Tortoreto alta doveva sembrare nell’antichità un fiore selvatico sbocciato tra le rocce e i boschi.
Il luogo era adatto alla nidificazione delle tortore, da qui l’etimologia del nome “Turturitus”.

In cima, dal belvedere della Fortellezza, la vista spazia attraverso un grande tratto di costa, tutta la catena del Gran Sasso e la Maiella.

Il centro urbano si riconosce nei quartieri di Terravecchia, il più antico con il convento di Sant’Agostino, Terranova, sorto intorno al 1100 con la chiesa del patrono San Nicola e Borgo Antico.
Il paese ha l’animo discreto, arroccato intorno alla torre dell’Orologio che di notte scambi per luna sorgente. L’antico manufatto svetta possente mentre resistono monconi di muro dell’antica fortificazione.
La piazza della torre è quasi un salotto, ultimo spazio aperto prima del presepio del centro storico.

Il paese nel pomeriggio di domenica è immerso in un silenzio irreale.
Le case addossate l’una all’altra, i piccoli loggiati, sono un evidente retaggio del passato.
I caratteristici archi a blocchetti di pietra colpiscono l’immaginario del visitatore.
La cappella della Misericordia, mirabilmente affrescata, s’integra perfettamente nella omogeneità del panorama architettonico.

Esterni semplici ma armoniosi, interni sobri, quasi austeri con un'unica sala divisa in due campate con il soffitto dalle volte a crociera.
In fondo un’abside anonima ma sui muri uno tra i più preziosi cicli di affreschi a raccontare la Passione del Cristo e i momenti salienti della sua vita attraverso gli occhi di Giacomo Bonfini, seguace di Cola D’Amatrice, Piero Della Francesca e il Perugino.

La chiesa fu edificata intorno alla fine del Trecento come ringraziamento alla Madonna che avrebbe liberato il paese dalla terribile peste del 1348 di cui parla anche il Boccaccio in un passo del suo Decamerone.

Pochi metri più avanti, la chiesa di San Nicola, del XVI secolo, ospita la statua d'argento della Madonna della Neve, del 1925, e un pregevole organo dell'800.
Ritmi tranquilli, lontani dal caos della vicina riviera ad affermare le due anime contrapposte di un’identica comunità.

Il paese è per pochi. Non è un centro di negozi di massa, non è meta per predatori di souvenir.
Ha la sonnolenza dei luoghi in cui si lavora in segreto.
Le recenti scoperte archeologiche del Colle Badette e della località Case Pecci, in grado di eguagliare i ritrovamenti avvenuti anni fa in contrada Ripoli nella Vibrata, attestano la presenza dell’uomo fin dalla preistoria e aprono interessanti prospettive future per il turismo e la cultura.

Ossa in grado di far capire la struttura morfologica degli individui di quel tempo, cinturoni in pelle di animali, fibule bronzee, vasi per contenere unguenti, anfore.
Reperti che dovevano, secondo gli esperti, appartenere a nuclei familiari di condizioni economiche agiate, scoperte che si sommano alle tante testimonianze preistoriche rinvenute negli scorsi anni, come quella di un mammut dell'epoca neozoica (circa 1 milione di anni fa) e di un bue primitivo di circa 150.000-200.000 anni fa.
Tortoreto è una bellezza naturale e storica, aggredita dal cemento ma sostanzialmente inattaccabile.

mercoledì 5 giugno 2013

Il richiamo della foresta

Tratto dal libro "Silenzi di Pietra" con le fantastiche foto scattate in giro per la Laga dall'amico Alessandro de Ruvo, fotografo naturalista e componente del C.A.I. di Teramo.

Ho fatto una scoperta, scriveva Carlo Carretto autore di saggi religiosi, sulla strada del vivere le cose; la scoperta consiste nell’entrare nel gioco della creazione, come nella più semplice e meravigliosa strada per incontrare il Creatore.

Verde di boschi e fresca di acque scroscianti, queste montagne appartate, a lungo ignorate da escursionisti e naturalisti, serbano stupende sorprese sia nel versante amatriciano, che in quello teramano.

E’ impossibile raccontare le emozioni in questo orizzonte indefinito tra realtà e fantasia, dove occhi e pensieri si confondono e riescono a percepire sfumature altrimenti invisibili.
Qui nel bosco bisogna lasciare tutto, dal cellulare all’ipod, elettrodomestici, letto o cose del genere.
Bisogna vivere nella gioia di raccogliere legna e vedere la fiamma viva tra due sassi semplici.

Mi sento felice come un bambino quando posso vedere getti d’acqua inebrianti: da questo versante laziale, l’Organza, le Barche, il salto di Cima Lepri, dall’altra parte lo scrosciare dell’acqua della Morricana, tra gradoni rocciosi di arenaria, nel fiabesco contorno del bosco della Martese.

La cascata delle Barche, raggiunta faticosamente dalla località Capricchia, apre il cuore per la sua bellezza selvaggia.

L’ultimo salto di questo fosso chiamato della Solagna, prima di tuffarsi allegramente nell’imbuto di Selva Grande, cade a strapiombo per quaranta metri e in primavera si propone come una bella gita familiare.

In località Sacro Cuore, antico convento di Capricchia, piccolo presepe di case del reatino, parte un interminabile saliscendi faticoso in mezzo ad una gola stretta dove lo sguardo non riesce mai ad avere l’agio della distanza. In lontananza, lo scrosciare delle acque è musica per le mie orecchie.
Sotto i piedi, uno smisurato tappeto di foglie morte, accompagnano i passi con la loro musica fatta di cric e di croc.

I faggi sembrano formare una volta fitta e compatta sopra la testa.
Qua e là mostrano la loro cima frondosa, austeri abeti bianchi.
Sono piccoli ma, nell’altro versante, quello della località turistica teramana del “Ceppo”, gli alberi raggiungono nella foresta della Martese, la ragguardevole altezza di trenta metri.

E poi cerri, aceri, carpini, frassini, olmi e rari tassi con le loro deliziose bacche rosse.
Ricordo che alcuni ragazzi in gita, anni prima, mentre li accompagnavamo noi del CAI di Teramo, stavano per farne una scorpacciata, senza minimamente immaginare quanto fossero tossici.
D’inverno, quando il freddo blocca gli scheletriti alberi della foresta in una morsa di gelo, le sagome alte e slanciate degli abeti bianchi svettano solitarie.

Questi alberi amano crescere in boschi cedui, insediandosi in selve piene di cerri o, impenetrabili faggete, slanciandosi diritti verso il cielo e superando in altezza gli altri elementi della foresta.
Appaiono inconfondibili nel loro colore verde scuro intenso, unica nota cromatica vitale nella monotona e grigia tonalità di una foresta dormiente.

Ma, nelle altre stagioni, questi colossi sono signori incontrastati della bellezza del bosco.
Lo stupendo albero è considerato da secoli, il simbolo dell’immortalità.
E’ il vigore della vita che supera e sconfigge la morte dell’inverno sui Monti della Laga.

I più bei esemplari si trovano, oltre che nella foresta della Martese, anche a ridosso di Cortino, lungo la valle della Corte e nella gola del fiume Vomano nella provincia teramana.
L’unica abetina nel Gran Sasso è nel territorio di Tossicia, in quella che era anticamente la Riserva di caccia dei feudatari nella vallata.

A dire il vero, un ciuffo di questi alberi fu preservato per molti anni anche a Piano Maggiore, nel cuore dei monti Gemelli, Furono i frati del convento di San Sisto, su di un colle vicino soprastante il piccolo bacino lacustre del lago di Sbraccia a piantare questi patriarchi dal tronco dritto.

Oggi in quel luogo non ne esistono più!
Sono scomparsi all’inizio del 19esimo secolo.
E pensare che anticamente gli abeti in particolare godevano di rispetto ferreo e cure amorevoli.
Alcuni statuti comunali prevedevano forti sanzioni e anche l’arresto per chi deturpasse questi giganti della natura.

La chiesa degli "Eruli"

Un incrocio di valli, fili di fumo grigio da camini di vecchie fattorie, campi coltivati scossi dal vento.
Un paesaggio d’altri tempi.
Spira il grecale, portando i profumi della terra.
Continui cambi di prospettiva.
Vigne, crinali, campi arati, strade, siepi e alcuni campanili che denotano la presenza dei paesi.

E’ bello percorrere le strade di collina che fanno da spartiacque tra i fiumi Tordino e Salinello.
La mappa del territorio, di clivo in clivo, si accompagna alla certezza di una beltà senza confini, in un susseguirsi di cambi di scena comunque uniformi.
Geografie minute che si legano alle vicende storiche di secoli.

La mia digitale scatta una classica foto panoramica che celebra l’incontro tra l’uomo distruttore e la natura riparatrice.

A Ripattoni, due passi dall’antico borgo fortificato di Bellante, la vita sembra scorrere come un tempo quando nel X secolo, queste terre erano di proprietà del suo primo feudatario, Attone.

Gli antichi palazzotti signorili sembrano condannati dal tempo e dall’incuria alla completa decadenza.

Non abdica al ruolo di severo custode delle origini medioevali, l’imponente torre in centro paese.
Il silenzio è rotto da un corteo strombazzante di auto al seguito di un matrimonio.

Vanno nella mia identica direzione, completando l’ultimo tornante prima di imboccare la stradina sconnessa che porta all’antica parrocchiale di Santa Maria in Erulis.

Seguo la polverosa comitiva e arriviamo tutti insieme davanti alla minuscola chiesa, oggetto di un lungo intervento architettonico che le ha restituito parte della sua originaria bellezza.

Il complesso architettonico è tutt’altro che imponente.
Questo tempio campestre, a unica navata, dalle notizie storiche incerte è d’impianto romanico.
Si denota soprattutto per una bella monofora e alcune colonne.

La chiesa, secondo gli scritti del Palma, era frequentata in epoche lontane dai servitori, gente umile i cosiddetti “eruli”.

I padroni delle terre, come ricorda Rino Faranda in una delle sue pubblicazioni, seguivano le messe nell’aristocratica parrocchiale di San Silvestro, oggi Santa Giustina.
Tra i parenti in festa, riesco a soffermarmi sul romantico portico a tre ingressi, due ai lati, uno al centro.

Nella cuspide che sormonta il piccolo portale, oggi completamente rifatto, un tempo faceva bella mostra di sé una Vergine con, in braccio, il Bambino stretto nelle fasce.
Sono risucchiato dalla frotta di gente pronta a entrare.

All’interno, tratti di affreschi cinquecenteschi ricoperti da poco interessanti e successive pitture del ‘700.
Anticamente la chiesa era sicuramente tutta affrescata e questo rende l’idea della sua importanza artistica.
Oggi fanno bella mostra di sé tre altari.

L’insieme è gradevole nonostante il tempio sia stato rimaneggiato da alcuni furti, l’ultimo dei quali, nel 1979, vide la scomparsa di una pregevole statua lignea della Madonna di fattura tarda trecentesca.

C’è anche un bel soffitto con travi di legno.

Il presbiterio, un gradino più in alto del pavimento, è compreso in un arco a tutto sesto.
Intorno, figure votive di piccoli putti, la Madonna del Carmine e santi a decorare tutto l’insieme.
Gli sposi raggianti celebrano il loro “si” .
Sorrido e, in cuor mio, auguro loro una buona vita in due!

martedì 4 giugno 2013

Annibale nei monti della Laga: leggenda o realtà?

I Monti della Laga non possono certo competere in quanto a leggende con i vicini Sibillini.
Non abbiamo qui le storie incredibili della Sibilla cumana, del Guerrin Meschino o di Pilato sprofondato nel lago omonimo.

Anche quella che molti definiscono la leggenda del passaggio, tra questi aspri monti, del grande condottiero Annibale, in realtà secondo molti studiosi non si tratta di fola ma di storia.

Quando il generale cartaginese (247-183 a.C.), figlio di Amilcare, che provocò l'aprirsi della II guerra punica con la presa di Sagunto, alleata dei Romani (218), vinse l’epica battaglia a Canne in Puglia, nel 216 a.C., sembra che giorni prima si fosse fermato poco più a Nord, nella Vibrata, curando i suoi cavalli dalla scabbia contratta sul Trasimeno e ristorando i suoi uomini con il vino dei Marsi e dei Sanniti.

Lo racconta il poeta Ovidio che, nel suo capolavoro Le Metamorfosi, descrive i vigneti abruzzesi, esaltandone bellezza e importanza.

E’ storia che a Campo Imperatore, ad un'altitudine media di 1.800 metri, una lunghezza massima di 27 km e una larghezza di 7-8 km, una delle più belle zone sciistiche dell'Italia centrale, Fabio Massimo vi si fortificasse per contrastare la discesa di Annibale dal Piceno a Roma.

E’ ancora la storia che narra delle prime tracce di Sulmona, patria del grande ed ancor oggi amatissimo poeta Publio Ovidio Nasone nato colà nel 43 a.C., tracce che si rilevano nella menzione che ne fa Tito Livio a proposito della distruzione che operò Annibale nel 211 a.C.

E sono molti gli studiosi che sostengono la tesi di un cartaginese che, dopo aver saccheggiato tutto il Piceno, si accampò con le sue truppe nel ricco e fertile Ager Hatrianus, l’odierna Atri, per ritemprare le sue truppe sfinite dalle tante battaglie.

Come in un caleidoscopio che passa da scenari ancora selvaggi a colline addolcite dalla mano umana, da lunghe spiagge bianche ad alte montagne su cui vola l'aquila reale, tra le cime del monte Gorzano (2458 metri) e del vicino pizzo di Sevo (2422 metri), nascono curiosità!
Ad esempio, tra le due montagne si snoda il cosiddetto “valico di annibale”, chiamato in tal modo in ricordo del passaggio del condottiero cartaginese.

Annibale dovette probabilmente anche impegnarsi in cruente battaglie in questo incantevole lembo di terra.
Lo si deduce dai nomi che, coloro i quali frequentano i boschi della Laga conoscono bene: Macera della Morte, Monte dei Morti, Tracciolino di Annibale, Monte Romicito, Valle dell’Inferno.

Quando ebbi la fortuna di inerpicarmi sulla vetta del Pizzo di Sevo, incontrai un sessantenne molto ardimentoso che si divertiva a scalare tutte le vette possibili.

Parlando con lui che conosceva incredibilmente il territorio, mi indicò dall’alto la via che, secondo i suoi intendimenti, Annibale aveva praticato per arrivare fin qui.
Dalle Marche attraverso la Salaria, il percorso partiva dalla cima del Monte Comunitore, per il valico del Passo Chino inerpicandosi lungo l’ampio costone che tocca la vetta della Macera e il Pizzutello al di sotto di Cima Lepri, in un tourbillon di incredibili ascese e discese.

Ciò che colpì particolarmente la mia fantasia fu il “come” il condottiero avesse fatto arrampicare fin lì gli elefanti, tant’è che il mio amico disse subito che molti animali così come i soldati perdettero la vita tra tempeste di neve e indicibili sacrifici.

Il maturo escursionista mi indicò poi il guado attraverso cui il condottiero sarebbe passato per distendere le sue falangi armate nelle beate colline del Vibrata, un angusto passaggio a sud del Pizzo di Sevo sopra cui eravamo.
Secondo il mio esperto interlocutore la vera “Salaria” era proprio questa. Antichissima arteria, poi caduta in disuso perché troppo selvaggia.

A seguito della sconfitta del popolo Piceno e la conquista di tale territorio il tratto venne prolungato nella valle del Tronto.

In un libro di Alfiero Romualdi dedicato a storie di vita vissuta sulla Laga, l’autore originario di Fioli, piccolo borgo del comune di Rocca Santa Maria, ricorda a tal proposito gli scritti dello storico Palma che sostengono proprio questa tesi di una Salaria scavalcante la dorsale della Laga per giungere sulla costa adriatica attraverso le gole del Salinello e la Val Vibrata.

In questo territorio così aspro, tra monasteri incastonati nelle montagne, paesini arrampicati su speroni di roccia, castelli che punteggiano colli e alture, in un viaggio che diventa spesso un'esperienza dello spirito, un'emozione pura, fioriscono storie fantastiche.

In mezzo a grandi faggete interrotte da prati e torrenti dovette sostenersi una epica battaglia dove si fronteggiarono uno stratega abilissimo come Annibale e il console romano allora in carico, il già citato Quinto Fabio Massimo, che tutti gli studenti conoscono come il “temporeggiatore”.

La battaglia secondo la leggenda (o realtà?) fu il prologo di quella ben più sanguinaria di Canne dove il capo dei Cartaginesi, con forze inferiori di numero (ca. 35.000 uomini), riportò sui Romani, presentatisi alla battaglia con un esercito forte di ca. 50.000 uomini, una strepitosa vittoria.

Chi sa di storia ricorda che Annibale mise in atto un'abile tattica destinata a diventare classica nei secoli: cedimento iniziale del centro del suo schieramento per lasciarvi incuneare il grosso dell'esercito nemico, il quale, stretto in breve come in una morsa, veniva quindi attaccato ai fianchi e alle spalle con le ali e con rapidissime cariche di cavalleria.

La sconfitta dei Romani si trasformò in un'immane disfatta con ca. 30.000 morti, tra i quali il console Emilio Paolo, e ca. 10.000 prigionieri, mentre quanto rimaneva dell'esercito con il console Terenzio Varrone, cui era toccato il comando in battaglia, trovò scampo nella vicina colonia di Canosa; Annibale perdette in questo scontro immane, ca. 6000 uomini.

Tornando alla Nostra Laga, molte altre furono le leggende che fiorirono in zona.
L’antico tratturo che dalla Macera della Morte si incunea oggi fra tre province, la teramana, la reatina, la marchigiana, si sussurra che sia maledetto, poiché vi si sono verificati delle enigmatiche manifestazioni che la tradizione popolare ha trasformato in leggende.

Si narra ad esempio che lungo il canalone che porta a valle in direzione Est Ovest, furono così tante le vittime di quella immane battaglia che i loro corpi vennero accatastati come pietre destinate a formare una “macera”, un mucchio informe di pietre che diedero nome alla vetta.

Ce lo dice sempre Romualdi nel suo bel libro: “ Il XX secolo ai piedi della Laga”.
Ebbene c’è chi giura ancora oggi che alcuni escursionisti abbiano visto i fantasmi dei soldati aggirarsi minacciosi, tra i prati circostanti.
Ancora, verso la fine del 1800 una donna ebbe un insolito incontro e la fantasia popolare ha di nuovo rielaborato tale storia in maniera folcloristica, facendola diventare una leggenda.

Si narra che un giorno di fine estate era andata a pascolare i cinghiali, quando all’improvviso vide, nei pressi di una quercia delle donne che danzavano, mentre in lontananza si sentivano i frastuoni di un combattimento.
Esse erano vestite in modo inusuale e sembravano in preda ad un maleficio.
Di colpo comparvero soldati di epoca romana che trapassarono con le loro daghe i corpi delle ragazze, uccidendole.
La malcapitata alla vista di tutto ciò, spaventata, cerco di scappare ma questi la rincorsero.

La donna cadde e fu ritrovata diversi giorni dopo in uno stato confusionale con una profonda ferita di arma da taglio sulla gamba. I parenti pensarono che fosse sotto effetto di qualche arcano maleficio, così la fecero benedire.
Realtà o fantasia ?

E’ un fatto che, poco distante Sant’Omero in Vibrata, sia stato rinvenuto un cippo militare che qualcuno individuò in uno di quelli che delimitavano la famosa via Metella dal Console romano che la ideò!

Ed è ancora un fatto che i resti di una pietra romana si trovano al di sotto della vetta di Cima Lepri, nel cuore del complesso Laga.

Ebbene molti storici asserirono nel corso degli anni che proprio su questa via che proseguiva per il crinale del Ceppo, toccando Castel Manfrino, antico “Castrum Romano, attraverso le selvagge ed insidiose gole del Salinello, come già detto, dovette avventurarsi il nostro eroe cartaginese.
Il quale di buon grado si decise ad attraversare le pericolose falesie al di sotto di Macchia, pur di accelerare il suo arrivo verso l’Adriatico.

Questa zona di confine tra il Piceno e il Pretuzio era anche libera da truppe nemiche visto che anche qui fiorivano leggende di mostri mitologici e diavoli che si inerpicavano sui contrafforti del Foltrone e del Girella alla ricerca di malcapitati viaggiatori, tradizioni tramandate ancora oggi, delle quali si disinteressarono sia lo stesso Annibale e, più tardi, il grande Manfredi.

Se volete comunque ripercorrere a piedi il tracciato di Annibale, esiste un “trekking della Metella”, ideato anni fa dal C.A.I. di Ascoli Piceno.
In quattro giorni si può camminare sulle orme di Annibale toccando luoghi di notevole bellezza naturale come le citate gole, il Bosco Martese, incontrando cenobi benedettini, eremitaggi, natura selvaggia, cascate, fino a scavalcare la dorsale appenninica e arrivare in prossimità di Sommati in zona Sacro Cuore nel Reatino per finire la fatica davanti ad un piatto fumante di bucatini alla Amatriciana.