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domenica 6 ottobre 2013

“Sulmo mihi patria est”: La città dove Ovidio cantò

La piana della valle Peligna, illuminata dal sole dell’autunno, ha una luce straordinaria.
Gli altopiani, piccoli o grandi, in Abruzzo sono tutti straordinariamente belli e in qualsiasi stagione.

Il fiume Aterno segue placido il serpentone di curve.


In certi punti della statale pare prendere il sopravvento sul cemento, con le sue cascatelle d’acqua e le fresche ombre dei pioppeti lungo l’argine.

Se riuscissimo a interrompere la corsa frenetica col tempo e lo spirito si dilatasse ad abbracciare sereno i fianchi del monte Morrone con i borghi arroccati, le umili chiese, gli antichi casolari, i castelli, ne gioverebbe di molto la nostra vita.

Raiano, il paese amato da un giovane Benedetto Croce che passava in un’antica casa colonica le sue calde giornate d’estate, ancora oggi offre il suo bel campionario di persone dai volti quadrati.
Sono però le fronti basse, volitive e i toraci capaci, a tradire l’appartenenza a coloro i quali lavorano e amano la propria terra.

E pensare che in questi luoghi ameni, un considerevole numero di abruzzesi non sono mai passati.
Molti di questi contadini si recano a Sulmona ogni giorno a far mercato tra teste di agli e cipolle, frutta e verdura.

La valle è da vivere senza fretta, assaggiando bontà culinarie a base di zafferano, carne di pecora, vini eccellenti, con l’intento di scoprire borghi antichissimi, tipo Pacentro, Introdacqua di origini altomedievali con il suo fortilizio a pianta quadrata e Corfinio.

Quest’ultimo paesino è stato la mitica capitale della Lega dei popoli Italici contro Roma.

Furono proprio i paesi del sulmonese, Popoli, Tocco e gli altri a dichiarare guerra ai Romani, neanche a dirlo, dopo che Sulmona aveva dato i natali al grande Ovidio.


Arrivo in città che già so di dover tornare nuovamente per darvi conto dell’affascinante eremo celestiniano che se ne sta incassato a nido d’aquila, su di una roccia della montagna, aspettando una mia visita.
Sotto lo sperone di roccia che ospita il luogo sacro, c’è l’immensa badia del Santo Spirito, ricco monastero e cenobio di spiritualità dell’ordine monastico dei Celestini sin dai primi anni del duecento.

Anche il monumentale santuario dedicato al culto di Ercole, del I secolo a.C., divinità italica protettrice dei pastori e delle greggi, con i suoi innumerevoli reperti tornati alla luce dalla notte dei tempi, merita ore e ore di attenzione.

Da secoli è lì e alimenta ancora leggende di maghi e stregoni tra polle d’acqua, boschetti di annose querce abitate da divinità, spelonche di asceti nella montagna sacra, casa anni dopo di Pietro Angelerio da Isernia, futuro papa del gran rifiuto dantesco.

Il temporale così come è venuto se n’è andato, lasciando in terra pozzanghere grandi a riflettere il cielo, ora azzurro intenso lavato a nuovo e pronto a regalare emozioni.

La montagna del Morrone è di un verde ancor più forte e le sue pendici sono inondate di un chiarore che le rende color argento.
Una quadricromia incredibile a rendere Sulmona ancora più bella se possibile.
La città dei confetti che diede i natali al poeta dell’amore, Publio Ovidio Nasone, uno degli artisti più sensibili e raffinati del suo tempo, è una bomboniera nell’Abruzzo che non finisce mai di stupire.

Dopo aver scoperto la splendida Rotonda di San Francesco mi trovo ora in piazza Plebiscito nel cuore del centro storico dove si erge l’interessante chiesa di Santa Maria della Tomba .

L’edificio sorge su di un antico tempio pagano dedicato a Giove Pluvio e capisco il perché da queste parti la pioggia è di casa.

Qui si dice, ma nessuno lo conferma, che fosse ubicata la grande villa dove Ovidio creava le sue odi d’amore.


Non è certa la notizia, così come non è certa la data in cui sorse la chiesa, fondata, questo si, su di un disegno di Nicola Salvitti.
La costruzione dovrebbe risalire al 1060, anno in più, anno in meno.

La facciata, per chi ama l’arte, è d’impostazione romanico gotica con uno splendido rosone del ‘400 che riempie gli occhi.
Fu commissionata questa singolare opera che arricchisce il tempio, dalla nobildonna Pelma del casato degli Amabili.
Pare che la signora amasse così tanto l’arte da concedersi a coloro i quali realizzassero per lei opere immortali.

Accanto alla chiesa e sempre nel ‘400 circa, venne costruito un edificio ospedaliero per indigenti, grazie alla confraternita che oltre a gestire la struttura, nel secolo dopo aiutò all’edificazione del campanile, seconda metà del XVI secolo.

L’interno si lascia ammirare con le sue tre navate ad arcate a tutto sesto, soffitto a capriate, e questo è il motivo per cui tante coppie chiedono di convolare a nozze in questo luogo ambito dove sui muri si ammirano piccoli resti di opere pittoriche del trecento.

La piazza del mercato poi è uno spettacolo nello spettacolo.
La mercanzia ha un’esposizione che pare studiata a tavolino.

Le donne che vengono da ogni dove, hanno i volti rosei di chi lavora all’aria aperta. Formaggi, olio e frutta regalano profumi e gioia agli occhi.

Lungo il corso si snoda la fantasia incredibilmente fervida dei maestri confettieri sulmontini, ricca di estro che si manifesta fra mille colori di cestelli, grappoli e fiori di ogni tipo e gusto.
Invenzioni fantastiche che puoi trovare solo qui, nella patria del confetto.

Nella piazza centrale la statua di Ovidio, il Vate peligno che cantava “Sulmo mihi patria est” sembra quella di un santo cristiano che indica le cose belle create da Dio.

Ovidio Nasone e la sua eterna poesia, che si sublima nelle metamorfosi e negli amori, permeano di sé tutta la cittadina.
A lato c’è un uomo buffo che pare uscito dal meraviglioso paese di Alice.
Piccolo, grasso con due grandi baffi bianchi e folti capelli ricci argento vende caldarroste.
L’autunno regala le sue delizie.

Mentre visito la città, ovunque si aprono squarci su ampi e suggestivi scenari montani che fanno da cornice alla ricchezza monumentale di quest’antico centro storico.

Sulmona, l’antico municipio peligno di Roma deve le sue fortune storiche per la felice posizione geografica, all’incrocio tra l’arteria Claudia Valeria, la “Via degli Abruzzi” del commercio tra Firenze e Napoli e il grande tratturo Celano Foggia, autostrada d’erba della transumanza fin dall’Età del Bronzo.

Imperdibile la visita al Museo Civico con i suoi resti di epoca italica, l’antichissimo acquedotto romano in ottimo stato e il Duomo con la cripta.
Forse il monumento sacro più spettacolare è però la chiesa dell’Incoronata, fuori il centro, un tempo dedicata alla Madonna della Croce, la Vergine nera alla quale le donne affidavano per la protezione gli uomini che partivano con le greggi verso il Tavoliere della Puglia.

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Sulmona è raggiungibile attraverso l'autostrada A25 (uscita "Sulmona-Pratola Peligna") che la collega a Roma (2 ore) e a Pescara (50 minuti). 
Un'altra strada a scorrimento veloce è la S.S.17 che collega Sulmona a Napoli e L'Aquila e la Tiburtina (da Roma a Pescara).
Per chi arriva dal sud non ci sono problemi: l'A14 Adriatica per chi arriva da Termoli, Foggia, Bari e Lecce; per chi arriva dal Tirreno conviene arrivare a Napoli e poi proseguire lungo la S.S.17.


giovedì 3 ottobre 2013

Il buco orrido della "Figlia di Jorio": le grotte del Cavallone

Una poiana vola alta nel cielo, figlia della terra e dell’azzurro.
Mi fermo un attimo a guardarla, poi il controluce impietoso del pomeriggio la cancella dalla mia vista.
Ho giusto il tempo d’invidiarne la leggerezza, l’eleganza, la libertà che ogni colpo d’ala dichiara al mondo apparentemente immobile di sotto.

Sul tronco di un albero un non meglio identificato Renzo, ha consegnato all’eternità il suo amore per Anna, intagliando sulla corteccia i nomi dentro un cuore sbilenco.

Il complesso ipogeo della grotta del Cavallone è immerso in un grandioso, selvaggio, aggiungerei drammatico scenario naturale.

L’impianto a fune risale un aspro vallone a picco su Taranta Peligna, un solco immane che è quasi il prologo dell’ingresso in un mondo misterioso ricco di riferimenti leggendari e anche culturali.

È possibile utilizzarlo solo d’estate, meglio fare riferimento in luglio e agosto.

Si eleva poco sopra al difficile sentiero tutto in salita che è possibile percorrere con gran fatica dato il dislivello.

Per conquistare a piedi le grotte, occorrono due ore in salita e poco meno in discesa.

Entro in questo respiro di sempreverdi e di rocce marroni con il mio piccolo zaino e la mantella per la pioggia.
Su di un ramo che posso quasi toccare dalla piccola piattaforma che mi ospita, ecco il lampo nero di uno scoiattolo.
Sopra le punte degli alberi più alti, uccelli in formazione partono come frecce tricolori.
Immagino serpenti struscianti nascosti sotto i grossi macigni ai lati del percorso dal terreno roccioso.

Nell’antro della figlia di Jorio, denominato del Cavallone per la forma vagamente equina della roccia che sovrasta il grande buco nella pietra, Gabriele D’Annunzio vi ambientò mirabilmente il secondo atto della sua opera forse più famosa.

Il noto pittore Michetti, completò raffigurando la donna con sapienza e creando una fantastica scenografia.

Arrivati alla fine del percorso di cabinovia, in un ambiente che via via si è fatto sempre più severo, con pochi cespugli stentati a disputarsi il diritto alla vita, quasi alla testa della valle, c’è da percorrere un breve sentiero di circa venti minuti.

Porta alla base di una verticale parete rocciosa che si scala agevolmente grazie a una lunga serie di gradini coperti con parapetto di sicurezza per i visitatori.

La guida attende all’ingresso dell’antro per accompagnarci nei tre chilometri ricchi di concrezioni calcaree, alcuna delle quali, racconta l’uomo, è stata danneggiata durante l’ ultima guerra, quando le grotte servirono da nascondiglio della popolazione.

Tutta questa parte d’Abruzzo, assoluta linea maginot da qui e fino a Ortona, è stata martoriata dalle armate tedesche.
L’ambiente è comunque fiabesco, immerso tra sale di alabastro, colonne di stalattiti, stalagmiti pendenti.

Davanti agli occhi emozionati dei turisti gli ambienti naturali ricordano, nei nomi, tutto il meglio della grande lirica del Vate: Aligi, Splendore e Ornella, sala delle Fate.

Una serie di minuscoli laghetti, cascate di pietre frantumate tra camminamenti a volte poco agevoli, scalette tra pozzi neri di cui non si scopre il fondo, inquietano, quasi opprimono l’anima fin quando non si torna alla luce del sole, riaffacciandosi sull’orrido vallone dalla sua parte sommitale.

Forse non rimarrà quasi nulla delle nozioni sciorinate dalla guida, i sommovimenti geologici nei millenni, la difficile chimica del carsismo e i suoi prodotti all’ambiente.

Di certo negli occhi rimarrà indelebile il panorama in discesa, incassato tra due aspre pareti, con davanti le cime dei monti Pizii, la piana di Juvanum nell’Aventino.

Sicuramente nel cuore si porterà il senso di stupenda solitudine di questo fantastico lembo d’Abruzzo!

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Le grotte del Cavallone si raggiungono attraverso la statale frentana 84 che unisce San Vito Marina, nella costa dei Trabocchi, a Roccaraso.
A circa due chilometri da Lama dei Peligni, oltrepassata una galleria, si prende una deviazione segnalata che in meno di un chilometro conduce al piazzale della cabinovia.

lunedì 30 settembre 2013

Nel silenzio di Sant’Irene a Catignano

Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta! (San Basilio)

Il silenzio regna sovrano.
Potrebbe quasi dare fastidio in una società che come afferma Max Picard, ha l’uomo come appendice del rumore.

Invece questo luogo sacro è il posto ideale per ritrovare anche solo un briciolo della propria umanità attraverso la riscoperta dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”.

Nell’entrare all’interno del convento di Santa Irene, a poca distanza da Catignano nel pescarese, tornano alla mente le parole di Eraclito che ai suoi tempi così lontani da noi già si lamentava dei suoi simili “incapaci di ascoltare, capaci solo di parlare”.
Questo santuario è la palestra del silenzio, l’esaltazione dell’essenzialità del silenzio.
È come riscoprire d’un tratto la propria vita interiore, quella autentica che credevamo persa.

Bella la lunetta che sormonta l’entrata dove si trova un bassorilievo di S. Anna con Maria Bambina che ricorda come la chiesa fosse inizialmente dedicata alla Natività della Madonna.

La particolarità della scultura è nei tre fori che si trovano sulla fronte della madre della Vergine a rappresentare la lungimiranza, dal petto della dolcissima Bambina a significare la coscienza e dai piedi delle due donne a simboleggiare la materia e la vita terrena.

Dicono fossero aperture che contenevano gemme preziose che brillavano al sole dando l’impressione di un qualcosa di vivente a chi si approssimava al portale.

Le pietre trafugate dai soliti ignoti, non sono state mai ritrovate.
Scopro attraverso un foglietto posto a lato dell’ingresso, che questo è un tempio censito da un singolare sito internet che si chiama LuoghiMisteriosi.it.

L’edificio in stile abbaziale romanico, dedicato alla santa vergine e martire, custodisce intanto mirabilmente, dall’anno 1847 in un’urna in vetro, le spoglie di questa giovane, recuperate dalle catacombe di Priscilla a Roma, inoltre ha una storia sontuosa che parte dalla realizzazione dei benedettini alla fine dell’XI secolo.

Qualcuno ipotizza anche un intervento precedente da parte dei cistercensi, di cui si notano tracce disseminate nelle tre navate.

Che le spoglie siano autentiche lo testimonia da una lettera del Cardinale Zurla che all’epoca certificò al cappuccino Padre Enrico che le ossa erano proprio della donna martirizzata per il Signore.

La chiesa, che ha avuto notevoli trasformazioni nei secoli, fu ripristinata definitivamente nel 1949 grazie alla Soprintendenza ai Monumenti e Belle Arti dell’Aquila.

A rendere tutto misterioso ci sono, disseminati ovunque, simboli antichi a cominciare da quello importantissimo detto “Sandalo del Pellegrino”.
Era una sorta di firma in pietra di chi aveva affrontato chilometri a piedi per vivere un pellegrinaggio di redenzione.

Preso da incontenibile voglia di scoperta, non sento neanche i passi dietro di me.
Pochi attimi dopo faccio conoscenza con un personaggio affascinante, Fra Giuseppe Antonio da Otranto.

Si tratta di un giovane che da alcuni anni è immerso in studi teologici negli istituti dei Padri Amigoniani che dal 1936 gestiscono come Terziari Cappuccini dell’Addolorata un centro di formazione spirituale nel convento accanto alla chiesa.

La sua voce stentorea m’introduce mirabilmente nei segreti di questo luogo incredibilmente affascinante.
Ecco che ai miei occhi si palesano i “Fiori della Vita”, simboli templari, a sei petali circoscritti in una circonferenza.

Il giovane frate, preparatissimo, mi ricorda che questo segno antichissimo era denominato anche “Sesto giorno della Genesi”, a richiamo perenne della grandezza del Creato e del suo Creatore.

Mi mostra poi degli enigmatici graffiti che riporterebbero un simbolo tra i più antichi al mondo: “La Triplice Cinta”, incastro di quadri attraversati da linee parallele.

Secondo la tradizione templare questo era, in virtù della presenza di queste incisioni sulle pietre, un luogo di enorme sacralità e ad alta carica energetica contenuta nei suoi sottofondi.

Le parole di questo incredibile terziario sono ferme ma parlano il linguaggio dell’amore verso gli altri, di una profondità d’animo di chi si appresta a diventare presbitero.

Usciamo sul retro della chiesa e nella bella parte absidale compaiono inquietanti mascheroni in pietra con volti umani e animali, guardiani posti a intimorire chi volesse entrare senza aver fede nel mistero grande di Dio.

Ma tu non devi temere - mi dice- ho già captato che sei molto credente!

E mi regala una bella immagine della giovane Irene che fece sua l’affermazione di Ignazio di Antiochia che disse: “Cristo è la Parola che procede dal silenzio, facendo risuonare dentro di se la necessità della presenza di Dio”.

Nell’andare via porto con me anche un’interessante pubblicazione a cura dello scrittore Fabio Ponzo che riassume tutte le notizie incredibili di questo luogo santo.
Proprio vero.

Sono questi posti, nascosti ai più, che aiutano a diminuire il prestigio del linguaggio e ad aumentare quello del silenzio.


Arrivare a Catignano:
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Pescara Ovest/Chieti, A 24 per L'Aquila, A 25 per Roma, SS 81 direzione Penne, svoltare sulla SS 602 e percorrerla fino a Catignano.
Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione Chieti, seguire le indicazioni per la SS 81 direzione Penne, svoltare sulla SS 602 e proseguire fino a Catignano.

martedì 24 settembre 2013

Il crinale Aprutino- Piceno: la via del vino su due ruote!

Tempo di vendemmia.
E allora, passeggiata in bici del professor Lucio De Marcellis con la signora Angela, sua moglie, del Coordinamento Ciclabili teramane, alla scoperta di un bel crinale al confine tra Abruzzo e Marche, una zona di vitigni e di ottimo vino.

Il percorso collinare su cui viaggiamo, in sella alla fidata bici, è stato battezzato “il Crinale Aprutino-Piceno”, in assonanza all’itinerario marchigiano chiamato “Il Crinale dei Piceni”.

Questa gita che andiamo a proporre, in collaborazione con gli amici delle associazioni ambientaliste, è una fantastica cavalcata che porta nel cuore di una delle “vie del vino” più importanti dell’intero Abruzzo.

Ci s’immerge nella vita di campagna, si scoprono facilmente antiche tecniche di lavorazione, visitando aziende centenarie, si raggiungono borghi incantati dai panorami fantastici e storici.
Di qui sono passate le orde dei barbari per recarsi a combattere contro Roma, qui Annibale ha ritemprato le sue truppe prima di giungere a Canne di Puglia per vincere la famosa battaglia, oggi rievocata in tutti i libri di storia.

Sono questi dei luoghi legati insieme dal “filo rosso” del Montepulciano e dal “gomitolo bianco” del Trebbiano, colossi della nostra produzione vinicola.
I ciclisti più allenati possono partire dalla costa adriatica: Villa Rosa o Alba Adriatica.

Il primo obiettivo sarà raggiungere Colonnella.

Tra i diversi itinerari più o meno duri, è stato scelto quello che parte a poche centinaia di metri a nord della rotonda sulla statale sedici di Alba Adriatica e che passa in località Rosati.

Al bivio di partenza la segnaletica indica la località Civita.
Man mano che ci si alza il panorama diventa meraviglioso, tra campagne, casali, viste sul mare e sulle colline circostanti.
Dopo sei chilometri dalla diramazione sulla statale 16, si giunge al primo centro importante della “via del vino”: Colonnella.

È un luogo bellissimo, tutto da vivere, con un panorama incantevole e aria salubre.
Il borgo è fatto di antichi palazzi, intrecci di viuzze, scalinate e piazzette caratteristiche.
Da qui in avanti il percorso è tutto da godere: inizia il crinale, sul quale la strada presenta un lieve saliscendi, alla portata di tutti.

Dall’alto si domina tutta la vallata del Tronto.
La successiva tappa è a Controguerra, che dista a 7 km.

Terra di grandi cantine come le aziende Monti e Illuminati, il bel paese dell’estremità settentrionale d’Abruzzo, offre la visita al Palazzo Ducale degli Acquaviva e al torrione medievale che domina la valle.
Sarebbe vivamente consigliata una deviazione per visitare Corropoli, celebre per la sua badia e per il palio delle botti, rievocazione medievale della disfida tra contrade, in onore della regina Isabella d’Aragona.
Si potrebbe deviare anche per Nereto o Torano Nuovo, riguadagnando in breve la costa.

Il percorso del crinale invece prosegue verso Ancarano, dal caratteristico centro storico, costruito su di un grande tempio dedicato alla Dea Ancaria.
Oggi vi spicca la parrocchiale della Madonna della Pace, al cui interno si conserva una bella effige della Vergine e le reliquie di San Simplicio patrono.

Interessante vedere la casa natale di Giuseppe Flaiani, medico famoso per i suoi studi sulla tiroide che rappresentano certezze scientifiche ancora oggi.

Il crinale ora si abbassa verso il fondovalle e ci porta a Sant’Egidio alla Vibrata.
Borgo antichissimo, la storia racconta di dure dominazioni longobarde del territorio conteso tra i ducati di Spoleto e di Benevento.
Gli insediamenti barbari si notano grandemente nel minuscolo paese abbandonato di Faraone, antico feudo di Berardo di Castiglione in posizione strategica sul fiume.
Sant’Egidio, insieme alla vicina Civitella del Tronto fu insignita dell’onorificenza di “città reale”.

Da questo luogo pregno di storia, si può tornare sulla costa adriatica pedalando sulla pianeggiante Val Vibrata in direzione di Garrufo (l’antica Castrum Rufi), Nereto e quindi Alba Adriatica.

Un’alternativa interessante è scendere nella vallata del Tronto e far ritorno al mare percorrendo la strada provinciale n. 1 nota come la Bonifica del Tronto.

Chi ha gambe allenate e vuole proseguire, può sconfinare nelle Marche ascolane risalendo leggermente a Maltignano e poi planare sulla valle a Marino del Tronto o addirittura raggiungere Ascoli Piceno, tra colori meravigliosi di colline incantate.

venerdì 20 settembre 2013

La torre triangolare a guardia della valle a Montegualtieri

“Fino a che non siamo chiamati ad alzarci, non conosciamo la nostra altezza, ma se ci alziamo davvero, arriva al cielo la nostra statura”. (E. Dickinson)

Non tutti sanno che nell’intero Abruzzo, le torri triangolari sono solamente due.

Uno di questi manufatti di origine altomedievale, denominato“Sutrium”, si trova a Bussi sul Tirino, non lontano da Santa Maria di Cartignano, dove rimangono solo pochi ruderi di una grande chiesa benedettina a tre navate, separate da arcate a tutto sesto, con pilastri quadrati e abside semicircolare.

L’altra torre si trova a pochi chilometri da Teramo e si presenta in tutta la sua magnificenza dopo un accurato restauro terminato nel 1976.

Ho deciso di raggiungerla!
È a pochi chilometri da casa.

Il borgo che ospita questa vedetta, Montegualtieri, frazione di Cermignano, è abbarbicato su di uno sperone roccioso a guardia della vallata del fiume Vomano, lungo il fianco di una delle tante colline.
Il minuscolo paese che oggi conta poco meno di cento abitanti, in origine aveva il nome di “Mons Sancti Angeli”, poi prese l'attuale denominazione da Gualtieri, signorotto che ne fu il possessore.

Dagli oltre diciotto metri di altezza della torre d’avvistamento, che poggia su di un basamento poderoso e alla sommità presenta una pregevole merlatura, è possibile ammirare un panorama grandioso che spazia dal Gran Sasso al mare.

La torre triangolare che dovrebbe risalire al Trecento e che ha pochi eguali in Italia, forse fu edificata così per ragioni logistiche, perché sufficiente con i suoi tre lati, a svolgere il compito di guardia alla valle.

Gli esperti tendono a giudicare poco probabili motivazioni di spazio o di tecnica costruttiva.
Questo fortilizio, insieme a Castelbasso, Castellalto e Morro d'Oro, era parte integrante della rete di comunicazioni ottiche per la difesa del territorio e garantiva un valido ed efficace sistema di
controllo.

Servì essenzialmente come postazione di avvistamento e di collegamento nel sistema difensivo.

Sotto di essa, nella vallata, passava la Salaria Caecilia, il cui percorso costeggiava Amiternum, nella piana di L'Aquila e raggiungeva anche Hatria, l'odierna Atri e poi la costa teramana.
In più, a lato del fiume Vomano c’era l’importante arteria che univa Ascoli Piceno con Penne, tra le più vetuste vie di comunicazione d’Abruzzo.

Internamente la torre di Montegualtieri era percorsa da una scalinata a chiocciola, in seguito distrutta da un fulmine che causò anche il crollo di uno spigolo della costruzione.

Le sue tre facce presentano contrafforti di diversa altezza, uno dei quali giunge fino alla sommità, dove un apparato sporgente delimita il cammino di ronda.
Le pareti presentano, oltre ai fori dei ponteggi, diverse altre aperture.
Si sa con certezza che per un lungo periodo, il manufatto fu di proprietà della nota famiglia dei Marchesi de Sterlich, signori di Cermignano e Castilenti, già proprietari negli anni venti della Torre di Cerrano a Pineto.

In seguito fu alienata da Diego de Sterlich Aliprandi, figlio di Adolfo, presidente del Senato del Regno d’Italia.
Era soprannominato il “marchese volante” per la sua irrefrenabile passione per la Maserati e per le gare automobilistiche che lo portarono a fondare l’autodromo di Monza e a confrontarsi con piloti come Nuvolari, Ferrari e Materassi.

La tradizione orale del popolo, attribuisce da secoli misteri e leggende alla torre di Montegualtieri che nasconderebbe nel suo interno, trabocchetti, sotterranei e persino un fantasma che negli anni ’60 terrorizzava gli abitanti dei dintorni con rumori infernali di catene trascinate.

Sarebbe stata l’anima sconsolata di una giovane e bellissima donna, moglie di uno dei tanti signori che ebbero potere su Cermignano e dintorni, che vagava nei luoghi della sua esistenza terrena.

Un giorno il marito, ossessionato dalla gelosia, la uccise trascinandola per i capelli e facendola precipitare dalla finestrella più alta della torre.

Alcuni camminamenti, scoperti negli anni ‘80 in diverse case più antiche del paese, farebbero supporre l’esistenza di un lungo cunicolo di fuga che dal piccolo castello, originariamente collegato alla torre, scendeva verso il fiume.

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Percorrere la S.S 150 Roseto degli Abruzzi- Montorio al Vomano, fino all'abitato di Castelnuovo. 
Svoltare in direzione Cermignano, Cellino Attanasio. 
Dopo il ponte sul fiume, girare a destra per Montegualtieri a cinque chilometri. 

giovedì 19 settembre 2013

Castel Menardo, antica fortificazione cassinese sull’Alento!

Nel mio vagabondare alla ricerca del bello in Abruzzo, una tappa imperdibile è il territorio di Serramonacesca, in provincia di Pescara.
Della splendida abbazia di San Liberatore a Majella, ho raccontato in altra parte del blog, insieme all’eremo di S. Onofrio, raggiungibile con una semplice passeggiata di venti, trenta minuti.

È questo il periodo forse più bello per scoprire dei posti meravigliosi, immersi nei boschi che si stanno per colorare delle tinte incredibili dell’autunno.

C’è un monumento, però di cui dobbiamo fare conoscenza.
 È la cortina muraria dell’antico Castel Menardo.
Posto in posizione dominante sulla bella valle del fiume Alento, i resti sono evidenti e interessanti da scoprire.

La rocca fu eretta per assicurare la difesa dell’abbazia benedettina.
Nonostante ciò il luogo sacro subì in più guerre, disastri spaventosi fino a essere distrutta sul finire del XV secolo.
La fortificazione è caratterizzata da un impianto triangolare ancora perfettamente riconoscibile.

In una delle sue estremità s’innesta in un corpo quadrangolare mentre, nei restanti vertici liberi, si trovano due torri circolari i cui resti si fanno ancora ammirare.

Con un po’ di attenzione il visitatore riesce anche a individuare i due enormi portali che un tempo davano accesso alle numerose arciere poste lungo la cortina di pietra, evidenziando tutto il carattere difensivo del manufatto.

Il Castel Menardo, per gli appassionati, può essere fonte di studio essendo stato accostato ad alcune fortificazioni cassinesi che hanno fatto tendenza nell’architettura difensiva del medioevo per la singolare accuratezza costruttiva delle murature.

Insomma la rocca, collocata in una spettacolare ambientazione, testimonianza storico culturale d’indubbio valore, potrà regalarvi una gita interessante.
Tornando all’abbazia, vale la pena di terminare la giornata con una bella passeggiata lungo il fiume per scoprire angoli incantevoli e inquietanti tombe rupestri, buchi nella pietra dove incredibilmente vivevano gli asceti in continua preghiera.

I tesori di Serramonacesca si raggiungono attraverso la A25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.

mercoledì 18 settembre 2013

L’abbazia fortificata sul fiume Nora: la badia di San Bartolomeo

“Nuvole senza pioggia, portate via dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati. Astri erranti, votati all’oscurità delle tenebre eterne”. (Giuda 12-13)

Il cielo azzurro è striato da vapori bianchi.
Se non avete mai giocato con la forma delle nuvole, allora non siete mai stati bambini.
Io ci gioco anche da adulto.
Il passaggio delle nubi dona libertà alla mente, ai pensieri fragili ma lucidi, sottili come lame, ai pensieri scarnificati, sfrondati dell’inutilità delle cose.

La vallata del fiume Nora, alla confluenza con il Rio de Vito in territorio pescarese, al margine orientale del massiccio del Gran Sasso e a poca distanza dall’immensa piana del Voltigno, luogo ideale di pascolo, è quanto di più verde e boscoso si possa immaginare.
Eppure ogni volta che ci arrivo mi sento turbato.

Qui c’era una meravigliosa abbazia che per colpa di alcuni empi e dissoluti dagli atteggiamenti morali impuri, non riuscì a dare alla vallata un segno più profondo dell’esistenza di Dio.

Lo stemma di Carpineto con i tre alberi sormontati da un alto monte è il giusto biglietto da visita per un paese che, un tempo, sorgeva nel mezzo di un bosco di carpini.

La foresta intorno era così importante che nello stemma del comune e nella pietra bianca esagonale che fa da piedistallo al battistero della chiesa parrocchiale di San Rocco e Agata, trova posto un albero scolpito tra il Vangelo e l’aquila.

Il convento fortificato di San Bartolomeo rappresenta di per sé un valido motivo per arrivare fin qui.

A sorprendere il turista c’è anche uno splendido borgo dalla caratteristica architettura in pietra e altri piccoli villaggi completamente o quasi abbandonati, rimasti per gran parte intatti nel tempo.
Vicoli, ad esempio, é un minuscolo nucleo di case, antico insediamento romano a quasi mille metri di altezza, a strapiombo sul fiume Nora con angoli di gran fascino e i ruderi di un castello diroccato che
domina il borgo silenzioso.

Tornando a San Bartolomeo, la badia si trova a circa tre chilometri da Carpineto su di uno sperone roccioso al centro di un imponente anfiteatro di montagne.
Il 25 agosto, nella festa dedicata al santo, si svolge una bella processione dal paese all’abbazia attraverso un percorso naturalistico notevole.

Sembra che l’insigne abbazia benedettina, sorta nel decimo secolo, fosse stata costruita dal Conte di Penne, Bernardo che, ammalatosi gravemente, pensò di ingraziarsi Dio iniziando la costruzione nell’anno 962 di questo tempio da edificare a gloria del suo nome.
Il luogo sacro fu anche fortificato con poderose muraglie a sfidare gli elementi della natura.
Oggi non resta nulla delle antiche colonne.
Il complesso divenne famoso e fu arricchito da una reliquia importante: l’omero del braccio destro di San Bartolomeo le cui spoglie erano state trasferite dalle isole Lipari a Benevento.

Seguirono anni di grande prosperità per questo scrigno di arte e cultura che influenzò tutti i centri della valle tra cui la fiorente Brittoli e l’antico centro degli Equi, Civitaquana.

Furono memorabili le vicende raccontate da un monaco, Alessandro, che sotto il pontificato di Celestino III, scrisse le sue “Cronache” su grandi personaggi dell’epoca e le loro nefande vicende di guerra in Terra Santa.

Era il Marco Travaglio dell’epoca!

Gli scritti probabilmente, insieme a fenomeni di eresia “gnostica” di alcuni che esaltavano la supremazia dell’intelligenza al di sopra del divino, decretarono la fine di questo baluardo di civiltà.

L’annessione alla grande abbazia di Civitella Casanova, con più di cinquecento monaci in stretta dipendenza dei religiosi casauriensi, nel 1258, fece perdere a San Bartolomeo la propria autonomia,
decretando il progressivo declino.

Il monastero ospitò per diversi anni il monaco Erimondo, grande miniatore i cui codici sono noti a tutti gli studiosi. Nel centro di arte e cultura visse anche Marcantonio Casanova, abate che realizzò epigrammi contenenti aspre critiche al papa Clemente VII.

Il pontefice, dopo averlo conosciuto, rimase così colpito dalla sua inquietante personalità da perdonarlo per averlo deriso.
Incontro qui il mio amico Armando Florio.
È un uomo innamorato di questo luogo sacro.
 Quando penso a lui penso ad un grillo di un’energia irrefrenabile che a volte gli fa mangiare anche le parole.

Ha un sorriso dolcissimo e lo sguardo, dietro all’occhiale, spesso brilla.
Mi apre con gioia la sua casa.
Mi regala anche un bellissimo libro sull’abbazia.
Insieme poi andiamo a visitare il gioiello senza tempo.
La chiesa, dopo i recenti restauri, si presenta in ottimo stato.
È una costruzione semplice e austera, realizzata con blocchi di pietra locale.
Ricorda Santa Maria d’Arabona.

Sono subito colpito dall’armonia visiva trasmessa dall’abside rettangolare con lo splendido rosone, vengo anche accolto da un portale in pietra di rara bellezza scolpito riccamente con animali, tralci e foglie d’acanto intrecciate.

L’interno è maestoso e inquietante nella sua semplice bellezza, a tre navate separate da archi a tutto sesto.
Mi piace la scultura di una mucca in pietra che allatta il suo vitellino.
Un altare, apparentemente spoglio, a uno sguardo attento mostra originali piccole colonne scolpite finemente con teste di animali.

Ovunque si notano figure di uccelli, quadrupedi e mostri dalle curiose forme.
Troneggia anche la figura dell’Agnello con la croce.
Non perdere la cripta, ammonisce l’amico, conducendomi attraverso uno stretto corridoio.

Chi ha buone gambe, dopo aver ammirato questo capolavoro di arte sacra, potrà salire come faccio io verso il monte Fiore, balcone privilegiato sulla valle del fiume Nora, il Gran Sasso e la piana del Voltigno.

L’ascesa è agevole.

Il saliscendi non è complicato, il piccolo labirinto di strade sterrate non crea grossi problemi.
In cima la vista ripaga dello sforzo.

Tra un sipario e l’altro di nubi compare la cresta di montagne millenarie.

Le pietre lontane, appese a precipizi sembrano parlare.
Decido di accettare l’ospitalità di Armando.
Domani sul presto visiterò il borgo in pietra semi abbandonato di Corvara.
Mi arrampico in cima al passo.

Le curve tortuose mi entrano nella mente.
I due centauri, che sfrecciano a lato della mia auto, mi fanno pensare a “Easy Rider” film manifesto della controcultura americana.
Si srotolano davanti agli occhi le immagini dell’inizio della pellicola: i motori accesi, Peter Fonda che getta a terra l’orologio, lancia lo sguardo a Dennis Hopper e, via, verso l’infinito.

“Fa correre il motore a testa bassa, cerca l’avventura, cattura il mondo in un abbraccio d’amore”.

Che bella “Born to be wild” degli Steppenwolf!
Credevate non l’avessi dentro il porta cd?
È un magico inno al viaggio come ricerca della libertà!
Ora, lasciatemi cantare!

Attraverso una “compilation” infinita di tonalità grigiastre, mischiate al verde e al marrone.
Scorgo il bianco e nero juventino delle pecore e dei cani pastori che vagano come anime abbandonate.

Spesso vedo grandi fenditure marrone scuro nelle rocce e drammatiche pareti verticali.
I colori sono così vivi che sembrano ritoccati.
Chissà perché la mente mi porta all’opera di Munch, il maestro espressionista con il suo capolavoro de “L’urlo”.
Forse perché qui ci sarebbe davvero da urlare un evviva al Creatore.

Tutti noi creiamo un quadro della nostra vita, vorremmo che le cose si adattassero perfettamente ai nostri desideri.
Poi, ogni mattina controlliamo che il nostro quadretto sia uguale al giorno prima e lottiamo tutte le ore perché nessuno ci dia una pennellata non prevista.

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Raggiungere Carpineto e la badia attraverso A14, poi direzione Pescara Ovest/ Chieti, A24 per L'Aquila, A25 per Roma, S.S.81 direzione Penne, svoltare S.S602 e percorrerla fino allo svincolo per Carpineto della Nora (S.P.33).
Da Pescara percorrere la S.S.16 direzione Chieti, poi indicazioni per Penne, Cepagatti e svincolo per Carpineto.