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venerdì 29 maggio 2015

Il museo di Celano: le sconosciute bellezze dell’arte in Abruzzo


Nelle varie incursioni museali che gli appassionati di arte possono compiere sul territorio abruzzese, la visita al Castello dei Piccolomini di Celano e al Museo della Marsica, rappresenta certamente uno dei momenti più alti.



Eppure sono veramente pochi affezionati dell’arte a conoscere questo luogo, incantevole scrigno di capolavori snobbati per mancanza di una seria promozione, oggi non insufficiente, oserei dire, assente completamente.
Siamo in un luogo dove la bellezza di una scena medievale inedita completa, mirabilmente, la fruizione di opere d’arte affascinanti.

Ciò che colpisce il cuore e rimane nell'intimo, una volta superato il grande portone, è l’ingresso nel cortile a doppio ordine, maestoso nel suo portico e con le arcate ogivali. Alzando gli occhi si è rapiti dalla proporzione armoniosa del loggiato superiore scandito da colonne sottili e da archi a tutto sesto.
La luce che penetra nella quiete dell’insieme, pare abbracciarsi amorevolmente con il pozzo centrale il quale evoca scene senza tempo.
È solo l’antipasto di un convito sontuoso.

Nel piano nobile del Castello che si erge nel centro della cittadina un tempo famosa per la bellicosità dei suoi abitanti, i Marsi, noti per la loro ferocia e la resistenza alla fatica oltre che per la bravura nelle armi, si snodano ben undici sale che corrono lungo tutto il loggiato e ospitano le opere d’arte del museo marsicano.


Per chi vi scrive, in gran parte sono state piacevoli sorprese.

Ero appena tornato da un passaggio purtroppo veloce nella zona archeologica di Alba Fucens che meriterebbe ben altro tempo e attenzione.
Ho trovato in una delle sale splendidi bassorilievi del XII secolo provenienti proprio dall'antichissima chiesa di San Pietro che insiste sui resti dell’antica colonia romana.
È un gradevole viaggio nel tempo quello che si può vivere in questa ampia sala tra reperti lapidei, frammenti di capitelli, pezzi di antichi amboni, frammenti di scene bibliche fra cui si identifica Giona tra il grande pesce che sta per inghiottirlo e piccole sirene vaganti, in cui l’arte del Romanico dà il meglio di se.

Una piccola sala accoglie anche la sezione archeologica della famosa Raccolta Torlonia di Antichità del Fucino, di quando l’ampia zona era caratterizzata dalla presenza del grande lago che occupava l’intera piana o quasi che si staglia sotto le falde della piccola montagna del Salviano, propaggine del maestoso Velino.
Panorami idilliaci tra frammenti di vita sul lago e piccole barche di pescatori si presentano attraverso bozzetti e dipinti.
S’intuiscono le case dei pescatori, le ville degli antichi Patrizi, la città di Celano con la possente cinta muraria anche in piccoli bassorilievi in pietra, che restituiscono la vivacità di un luogo che doveva rappresentare una notevole importanza sulla via che dalla capitale Roma, portava al mare Adriatico.

Una rivisitazione in chiave ideale di una vita che aveva il giusto equilibrio tra uomo e natura, vita e lavoro, svago e impegno.

Ma il bello deve venire.
Nella sezione religiosa, l’arte sacra si sviluppa attraverso statue di Madonne con Bimbo, Polittici con figure di Santi in estasi, omaggi a figure di Beati in contemplazione, fino alla bellezza pregiata di rari Crocifissi Processionali con preziose pietre incastonate.
Sono gioielli di oreficeria di cui l’Abruzzo ha il suo massimo artista in Nicola da Guardiagrele, nome famoso nel mondo intero.

Veramente un peccato che grida vendetta la cronica mancanza di promozione a questo Museo che meriterebbe frotte di visitatori e che invece trovo semivuoto ogni volta che arrivo a Celano.

Sono tanti i turisti che arrivano in paese, magari evadendo per qualche ora dal sole cocente dell’estate al mare.
Mancano dei cataloghi, mancano delle guide, poche notizie su internet, qualche foglio ciclostilato per alcune informazioni buttate qui e là, in linea con la assoluta gestione dilettantistica dell’apparato promozionale della nostra Regione.

Andate a vedere il castello, è ampio, ben tenuto, merita una visita anche per ammirare la vallata dall'alto delle merlature che costeggiano i camminamenti lungo gli spalti.
In estate ospita varie manifestazioni, spettacoli in costume d'epoca a uso e consumo dei turisti e di musica sia lirica che leggera.

E' un incontro con la storia, una passeggiata attraverso i secoli, dal medioevo ai giorni nostri da effettuare magari con i bambini che si meraviglieranno nei saloni antichi, osservando le armi di un tempo, le raffigurazioni dei guerrieri.

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Come arrivare a Celano:
A24/A25 RM-PE : uscita Aielli-Celano 
da Napoli : A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Sora/ Avezzano/ A25 direzione Pescara/ uscita Aielli-Celano

Informazioni: Museo Nazionale d'Arte Sacra della Marsica tel. 0863-792922

ORARIO VISITE CASTELLO “PICCOLOMINI” CELANO (AQ)
Castello: dalle ore 9,00 alle ore 19,00 (chiuso lunedì) 
Mostre: dalle ore 10,00 alle ore 18,30
Biglietteria: dalle ore 10,00 alle ore 18,00
Il Castello “Piccolomini” di Celano (AQ) è aperto ai visitatori tutti i giorni tranne il lunedì. 
Il prezzo del biglietto è di pochi euro. 
Visite guidate a cura dell'Ufficio Attività didattica:
dal martedì al venerdì su prenotazione:
tel. e fax 0863-792922

lunedì 18 maggio 2015

Finalmente San Bernardino!


"Tu, o Gesù, onore dei credenti, forza di coloro che operano. Tu sostegno dei deboli, per Te i malati sono sanati, le colpe perdonate e coloro che soffrono sono irrobustiti".
(Sermone 49 dagli scritti di San Bernardino da Siena)


Un bel sole illumina il bianco splendente della facciata quattrocentesca di San Bernardino all'Aquila, opera del grande Cola dell'Amatrice.

I tre mirabili livelli architettonici di ordine dorico, ionico e corinzio, si mostrano quasi inediti.
L'ultima volta la stessa facciata non l'avevo vista, imbracata com'era ovunque, avvolta in una morsa inaudita di giganteschi ponteggi, tubi chilometrici e grandi lamiere.
Ricordo che quel giorno c'era una pioggia giallina di scirocco e nuvole grosse e grigie in cielo.

Oggi, al contrario, i raggi del sole primaverile spargono speranza a profusione.
Un'anziana signora, dai capelli bianchi candidi, scende lungo la scalinata d'ingresso stringendo la mano del piccolo nipote.
Ha il viso paonazzo di chi si è visibilmente commosso.
Un'emozione forte questa, per tutti gli abitanti del capoluogo abruzzese.

Finalmente in una città martoriata, un segno di ripresa che si concretizza nel riappropriarsi di uno dei tanti suoi gioielli, in attesa di riavere anche la splendida Collemaggio e le spoglie di Celestino V al loro posto secolare.

Questa severa basilica fu costruita tra il 1454 e il 1472 per custodire le spoglie mortali del grande Bernardino, francescano senese, a cui il popolo aquilano attribuisce da secoli miracoli per chi è capace di pregarlo intensamente davanti alla salma.

E le spoglie del grande santo ora sono tornate di nuovo al loro posto sotto il presbiterio, lato destro della grande basilica.
Accade a sei anni dal disastro, dopo oltre settecento giorni di cantieri e qualcosa come tredici milioni di fondi.

Mi racconta Antonio De Petris, vispo settantenne, davanti a un bel bicchiere di birra nel chiosco accanto alla chiesa, che i resti di San Bernardino, per tornare a casa, hanno sfilato giorni prima per la città, scortati da un nugolo di cittadini, tra fanfare di alpini, autorità, confraternite e ordini religiosi locali.
"C'erano tricolori ovunque- racconta ridendo sguaiato- neanche ci fosse stata la nazionale di calcio".
Certo mi sarei aspettato una serie di bandiere con il monogramma bernardiniano: il sole raggiante in campo azzurro, le lettere IHS, le prime tre del nome di Gesù in greco e, sopra la lettera H, un allungamento dell'asta a rappresentare la croce di Cristo.

Fu questa la grande intuizione di Bernardino, impiantata in lui dallo Spirito Santo, un emblema che si diffuse grandemente e aiutò la devozione e la sequela del Cristo, prendendo il posto di stemmi e blasoni di antiche corporazioni.

"Tutti guardavano in alto e quando gli occhi si abbassavano erano pieni di lacrime inespresse" -  continua Antonio con animo sorprendentemente poetico.
C'è da capire queste parole!

Il capolavoro del soffitto ligneo, all'interno, opera settecentesca di Ferdinando Mosca, è tornato a brillare sulle teste grazie ai soldi pesanti dei fondi Cipe e della Carispaq, la cupola all'esterno sembra nuova, rinata dopo le gravissime lesioni, la torre campanaria crollata in parte, è stata mirabilmente rinforzata con una serie di consolidamenti conservativi di ultima generazione.

Restano, quanto prima, da restituire ai visitatori e fedeli le cappelle laterali, ma questo, giurano, accadrà presto.
E pazienza se qualcuno sicuramente avrà lucrato da questi grandi interventi in città.
Importante, troppo importante ricominciare anche se a piccoli passi.

La riapertura della basilica risorta dalle macerie è il trionfo della vita, ha detto quel giorno, con sguardo di padre e pastore, il vescovo Giuseppe Petrocchi.
Il monsignore, visibilmente commosso ha continuato facendo riferimento al Vangelo come benedizione di un tralcio potato che, nella misteriosa sapienza di Dio, patisce grandi perdite per avere presto frutti sovrabbondanti.

Lo Spirito Santo, insomma, ha i suoi disegni ma forse per gli aquilani questi sono un tantino contorti.
A me piace semplicemente pensare che la vita è come l'acqua di un fiume, a volte stagna in qualche
oscuro laghetto ma poi arriva sempre al mare e ci arriva purificata!

Le antiche campane ora suonano a distesa per l'Angelus del mezzodì.
I loro rintocchi riempiono l'aria del centro storico, danno una lieta parvenza di normalità a una città che normale non è più da sei lunghi anni, da quando il terremoto del 2009 ha sconvolto la geografia non solo dell'Aquila ma di tutto l'Abruzzo.

La basilica già nel 1703 aveva rischiato di essere rasa al suolo ma quel lunedì santo del sei aprile, alle famose ore 3,32, ha cambiato la geografia dell'Abruzzo intero, ha sconvolto le vite di tutti: chiese distrutte o danneggiate profondamente, i conventi francescani di San Bernardino e San Giuliano, di enorme importanza storica e religiosa per la santità dei frati che vi hanno soggiornato, con danni incalcolabili.

E poi, come dimenticare le trecento e nove vittime, gli oltre duecento feriti gravi?
Non ci si abitua mai ai terremoti neanche dopo averne subiti tanti, come quello disastroso del 13 gennaio di cento anni fa, 11esimo grado Mercalli che causò nella vicina Marsica più di 30 mila vittime.

Devo dire che gli aquilani sono tosti, gente di montagna che si piega, si flette ma non si spezza.
Potrebbero scrivere un'enciclopedia della sofferenza e della disperazione, la durezza della vita li segna periodicamente nel corpo, nella personalità, nello spirito, ma essi non si rompono neanche davanti a una botta terribile di magnitudo 6,3.

Entro in basilica e mi prende un groppo alla gola.
L'emozione mi fiacca le gambe, mi toglie il fiato.
Molte persone si aggirano col naso in su: studenti di arte, fedeli, turisti dell'ultima ora, curiosi.
La pianta a croce latina è divisa in tre navate con sei cappelle laterali. Il grande organo settecentesco sta suonando sotto le mani esperte di un frate.
Il soffitto dona colore e luce all'ambiente.
Al centro della volta trionfa finalmente il grande Monogramma Bernardiniano.
Il santo senese non aveva creato questo disegno a caso.

Tutto in quel logo antico aveva un significato: il sole centrale a rappresentare il Cristo fonte di vita che irradia amore e carità; i dodici raggi a richiamare gli Apostoli inviati dal Cristo a portare la Parola; gli ulteriori otto raggi a ricordare le Beatitudini e la felicità dei Beati; il celeste dello sfondo come simbolo di fede e le parole in latino tratte dalla Lettera di San Paolo alla comunità di Filippi: "Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia dagli esseri celesti che dei terrestri e degli inferi".
Peccato per il Sepolcro di Maria Camponeschi, la donna piegata dal dolore per la perdita della figlioletta, icona di tutte le tragedie di questa città mirabile ma eternamente sfortunata.

La cappella è ancora in restauro.
Posso consolarmi ammirando il Coro in stalli di noce, opera di Giancaterino Ranalli e il Mausoleo di Bernardino a forma di grossa arca quadrata che ha, nella parte inferiore, l'urna con le spoglie miracolose del santo.

Un'occhiata al singolare Altare Maggiore in pietra e marmi, la inutile ricerca della Pala in terra cotta di Andrea Della Robbia che pare sia in restauro anch'essa ed è già ora di ripartire.
Proprio come deve assolutamente ripartire L'Aquila!


Arrivare all'Aquila:
Da Roma ( A1, per chi viene da Nord e da Sud)
Autostrada A24 Roma-L’Aquila-Teramo.
Da Giulianova ( A14, per  chi viene da Nord)
Bretella autostradale Giulianova-Teramo / Autostrada A24 Teramo-L’Aquila.
Da Pescara ( A14, per  chi viene da Sud)
Autostrada A25 Roma-Pescara, in direzione Roma ed uscire al casello di Bussi.
Seguire le indicazioni stradali per L’Aquila (circa 60 km).

mercoledì 29 aprile 2015

La Teramo virtuosa: una ricetta contesa

“Occorre, oltre ai tanti ingredienti, un pizzico di pazienza, quanto basta di laboriosità e una noce d’attenzione”.
Se lo dice la signora Maria D’Ignazio, c’è da crederci.
“Te le faccio io le Virtù! Ti ci lecchi i baffi che non hai, garantito!” .

Da oltre un cinquantennio, l’esuberante cuoca ogni primo di maggio inizia, quando albeggia, la preparazione delle “virtù”.

La donna ha vissuto una mezza vita a Teramo, l’altra la sta trascorrendo a Roseto degli Abruzzi.

Da anni nella sua casa al centro della città delle Rose, continua a preparare il primo di maggio questo piatto tipico della cultura gastronomica teramana.

Racconta che ogni volta è polemica, di quelle feroci, con qualche sua improvvida amica rosetana che ama preparare la ricetta, aggiungendo ai tanti ingredienti anche il pesce dell’Adriatico.


“Il pesce assolutamente si!”- decretò in una intervista che realizzai per un quotidiano anni fa, la signora Gina Consorti virtuosa cuoca di Santa Petronilla: “facendo attenzione nelle dosi delle varie verdure, per non far scadere il piatto a vile minestrone, il pesce serve a mitigare i sapori forti”.

Certo è che, per i puristi del piatto, si tratta di un'autentica bestemmia gastronomica!
Solo chi abita a Teramo o vi è capitato un primo di maggio, sa cos’è questa ricetta della tradizione aprutina, dallo spessore non solo gastronomico, ma sociale e di dimensione antropologica.
Un overdose di cibo dalle radici antiche, di quando si faceva di necessità virtù, utilizzando prodotti poveri per preparare un piatto ricco.

Una ricetta teramana riconducibile a una tradizione che riassume i dati peculiari del popolo di Teramo: lo sguardo attento ai valori del passato, la modestia nel vivere, l’arte dell’arrangiarsi in tempi difficili.
Questo superbo piatto è protagonista, da generazioni, di ogni tavola imbandita di primavera.
È un tripudio di sapori tra vegetali e legumi di ogni tipo, pasta secca e all'uovo, prosciutto, cotiche e piccole pallottine di carne.
“Non scrivere tra gli ingredienti l’aggiunta di tortellini o paste ripiene.
Non fanno parte della nostra cultura”- aggiunge Maria mentre rimesta nel pentolone.

Il buongustaio e compianto scrittore teramano, Rino Faranda, ricordava, in un suo libro, l’importanza degli odori e delle erbette auspicando, nella preparazione, l’uso generoso di salvia, sedano, prezzemolo, menta selvatica, borragine.

Il grande giornalista Fernando Aurini ricordava nei suoi articoli che le “Virtù” venivano preparate in grande abbondanza per essere distribuite a parenti e amici.

Dimenticare il pentolino per il vicino di casa, scriveva, era uno sgarbo tale da incrinare anche l’amicizia più collaudata.

Non uscì indenne da questa gustosa tradizione, neanche il grande Giammario Sgattoni , che fu sedotto dal piatto teramano, al punto da definirlo "Il delirio della gola aprutina".
Non poteva trovare frase più calzante di questa, per definire il ripetersi cadenzato, come scrive il cultore dell’Arcigola Di Domenicantonio, di un rito culinario che torna come favola ad arricchire la nostra memoria.

Chi non ricorda Dina, la famosa signora Patruno, teramana fino alle midolla, scomparsa qualche anno fa.
Quando, per alimentare ad arte una polemica, raccontai delle Virtù al pesce, la vidi inorridire nel sentir parlare di Adriatico.
“E’ l’unico ingrediente che mai troverà posto nella saga dei virtuosi - mi disse con forza.

Nell’universo dei sapori dove si caldeggia l’utilizzo di uova, prosciutto, cotenna, piedini, orecchio, musetto e ogni tipo di pasta di grano duro, è pura eresia introdurre polipi, gamberetti, vongole e cozze.

Dina, ricordo che iniziò un lungo racconto, nel suo fantastico laboratorio di gusto e memoria, tra una zucchina ripiena e carciofi sott’olio, che si trattava di un prodotto unicamente di Teramo, nato intorno alla fine dell’800 quando la pulitura delle madie, fatta dalle massaie a fine aprile con l’inizio della primavera, esigeva di non buttare i resti degli alimenti non consumati nelle giornate fredde.
Le dispense venivano ripulite dei legumi secchi, dei tipi di pasta spezzata, mettendo da parte il tutto per economizzare e mischiarlo alle primizie della campagna.

La tradizione voleva la festa del primo di maggio per scongiurare la venuta delle zanzare d’estate e per augurare l’abbondanza dei raccolti.
In più in questo giorno si preparavano enormi pignatte piene di “Virtù” che venivano distribuite ai tanti poveri del paese in beneficenza.
La prelibatezza gastronomica coniugava l’esigenza del gusto con il risparmio.

La parola d’ordine era “parsimonia” e l’utilizzo dei prodotti della terra, unitamente all’uso di ciò che restava in dispensa dopo il lungo inverno, raggiungeva questo scopo.

“Tu non sei tanto giovane - ammiccò la donna - non ricordi che i contadini fino a poco tempo fa raccoglievano anche le briciole del pane e che un pezzetto di crosta caduto per terra era raccattato, baciato e poi consumato”?

Vero!
Le dispense erano ripulite dei legumi secchi e della pasta spezzata e, per economizzare, mischiati alle primizie della campagna.

Era questa la “virtù” della donna di casa: riuscire a conservare ingredienti deperibili, facilmente aggredibili da muffe, tarli e altro, nonostante la mancanza di congelatori e conservanti.
"Però, attenzione - continuò Dina - questo cibo, se non lo sai cucinare svilisce a semplice minestrone! Occorre il mirabile connubio di una moltitudine di ingredienti ben amalgamati dal cuoco.
Non è per tutti!

Un tempo si credeva alle leggende.
Una di esse raccontava che il numero magico per fare buone le virtù era il sette come sette erano le pietanze nel tradizionale cenone della vigilia del Natale: sette virtù cristiane, sette ingredienti, sette ore di preparazione da parte di sette vergini … peccato che di ragazze illibate non se ne trovino tante oggi".
Rise la donna, divertita dalla sua battutaccia.
“Un tempo ci si voleva più bene", terminò con rimpianto.

Voglio chiudere questa celebrazione della cultura gastronomica teramana con le parole di un conosciutissimo avvocato:

“L’inimitabile armonia di sapori è ancora oggi il vero segreto della preparazione di un cibo così delicato”.

Furono queste le parole di Walter Mazzitti già Presidente del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga e creatore dell’”Accademia delle Virtù” movimento culturale che qualche anno fa si era prefisso la difesa della tradizione, genuinità e cultura delle Virtù teramane e della gastronomia dei nostri luoghi.

Oggi l'Associazione segna il passo ma le Virtù continuano a deliziare i palati dei buongustai.
Buon Primo di maggio, gente!

mercoledì 22 aprile 2015

Sulle vie della storia! Viaggio nel gioiello nascosto di Alba Fucens.

A volte ci si sorprende a pensare a un Dio molto faticoso da cercare, che non si mostra mai, che ti fa percorrere cammini ignoti e ti fa obbedire a una disciplina senza logica apparente.
Poi, altre volte, capisci invece, che nella vita immersa nell'entusiasmo stanno davvero le porte del Paradiso.

È proprio questo entusiasmo che ci mette in pieno contatto con lo Spirito Santo e ci fa pensare alla vita non come un mistero di una povera esistenza ma a un autentico miracolo.
Ho pensato a questo davanti ai resti dell’antica colonia romana di Alba Fucens.
Un ambiente spettacolare: la distesa di ciò che resta di un’antichissima urbe, ai piedi di una montagna severa come il Velino, ciò che rimane di un castello dalle possenti mura si di un’altura a nido d’aquila e una misteriosa chiesa su di un colle vicino.
Le pietre raccontano la vita, secoli di esistenze difficili ma affascinanti e possono aiutare a capire dove camminiamo e in quale direzione siamo diretti.

Mi trovo nel comune di Massa d’Albe, provincia dell’Aquila, cuore della Marsica.

In questo paese distante una manciata di chilometri parte un percorso bellissimo ma infame nella distanza e nell'esposizione al sole cocente o alla neve e pioggia che imperversano per conquistare la vetta di una montagna scorbutica e insolita.

È il bello di chi approfondisce un parco regionale che è tra i più belli d’Italia, quello del Velino Sirente!
Chi scrive ha percorso questo sentiero per sei lunghe ore e non lo dimenticherà mai.

Qui ad Alba Fucens, invece, si arriva anche in auto e proprio davanti al sito archeologico.
Guardo le pietre e mi sento come nel mezzo di un viaggio affascinante all’interno di una prodigiosa macchina del tempo!
Guardare le pietre significa correre vertiginosamente all’indietro e fino al 304 a.C., data fatidica in cui alcuni storici e tra essi il famoso Tito Livio, collocano la nascita ufficiale di questa cittadina, posta nel cuore dell’antico territorio degli Equi.
Era questo un fiero popolo italico, militarmente organizzato che scelse proprio la collina di Alba, per dominare con la vista tutte le vallate intorno.

L’aquilano, cari lettori, ricopriva un ruolo strategico assai al confine fra Sabini, Vestini Peligni ed Equi, appunto.
C'era una sorta di compartecipazione di usi e costumi sia pure nell’ambito di autonomie tribali della civiltà medio italica.

Inoltre le culture settentrionali attraversavano l’Abruzzo, in transito verso l’Adriatico, la Campania Felix e la Magna Grecia.
La nostra terra era stata eletta a ruolo di snodo e crocevia territoriale cui pose fine la sottomissione a Roma.

Gli Equi edificarono delle mura per circa quattro chilometri con massi poligonali di grande dimensione, costruendo all’interno, una città con strade, abitazioni e gallerie sotterranee di difesa.
Il luogo era ritenuto magico.
Gli Equi ben sapevano che nel punto dove si poteva ammirare pienamente l’inizio di un giorno, lì c’era la mano di Dio che soprassedeva a tutte le cose del mondo.
È pacifico che non era un solo Dio a occupare le loro menti.

Ed ecco il motivo per cui, oltre al tempio dedicato ad Apollo, posto su di un colle dove oggi svetta la vecchia chiesa di San Pietro e i resti del convento, a volte depredati da maledetti tombaroli, se ne contano almeno altri due un tempo dedicati a oscure divinità del momento.

I Romani, amici miei, faticarono non poco per conquistare questo sito ben difeso.
Sollevarono più volte le loro spade, impegnarono buona parte del loro potenziale bellico per ridurre allo stato di schiavitù il piccolo ma duro popolo che difendeva strenuamente le loro origini.

Poi, le fiamme dei fuochi distruttivi crepitarono, le fosse comuni furono scavate e riempite, il suolo spianato dai crudeli invasori che ebbero la meglio in una battaglia sanguinosa ed epica.
Alba Fucens divenne una giovane colonia e in pochi anni si dimostrò fedele verso Roma molto più delle altre colonie.

Il popolo fucense brandì le sue armi d’acciaio che non si distrugge, dalle impugnature in legno che la terra non può consumare, difendendo la Caput Mundi dal bieco Annibale della seconda Guerra Punica.
Gli Albensi combatterono contro tutti e tutto: Galli, Sanniti, Umbri, Averni, anche quando erano scomparsi da tempo i due consoli benvoluti che avevano insegnato l’amore per Roma: Lucio Genucio e Servio Cornelio.

Il luogo divenne così ricco e Roma decretò Alba Fucens Grande Municipio!

Questo fin quando terremoti sconquassanti e invasioni barbariche non decretarono l’immatura fine della città.

Ci fu un sussulto di ripresa in epoca medievale quando venne costruito il castello sul colle San Nicola introno al XV secolo.


Ci pensò Carlo D’Angio e le sue teppaglie a distruggere tutto e neanche una momentanea parentesi della potente famiglia degli Orsini, salvò il luogo dall’incuria e dimenticanza, preda di briganti.
Nel 1915 il più furioso dei terremoti rase al suolo tutto.

Il cartello all’ingresso della piana dove insistono i ruderi, consiglia un numero telefonico per avere a disposizione una guida.
La donna che arriva subito da una casa vicina è una giovane madre che volontariamente si presta a guidare i turisti lungo un affascinante percorso nella storia.
Apre il portale della chiesa di San Pietro, unica realtà monastica in Abruzzo in cui la navata centrale è separata dalle laterali grazie a colonne antichissime.
La basilica è di epoca Sillana, II secolo a.C., anticamente sotto c’era un Tempio di Apollo
La giovane sembra quasi scusarsi del fatto che, al suo interno, è rimasto ben poco.

I ladri in un paio di incursioni e, poi, i musei di Celano e Chieti per difesa, hanno portato via tanti tesori sotto forma di lapidi, monete, vasi, statue e altri rinvenimenti.

Ciò che resta vale comunque la pena di ammirarlo, tra colonne tortili dell’iconostasi di scuola cosmatesca e un abside di tutto rispetto.

Scendo nel grande anfiteatro di circa cento metri per ottanta.
Un brivido pensare che questo immenso catino ospitava gli spettacoli dei gladiatori.
Si vedono bene i piccoli vani dove erano rinchiuse le pericolose fiere.

Lungo il decumano massimo visito i resti evidenti di un’antica domus romana, tra sprazzi di mosaici e pezzi di colonne.
Lungo vie laterali si intuiscono le pietre di antiche taverne dove si mangiava e faceva festa.
Poi la zona del Mercato, le terme con pezzi che raffigurano mostri marini, i bagni ben divisi tra maschi e femmine e il Sacello di Ercole.

Per informazioni
www.albafucens.info
albafucens@virgilio.it

Per mangiare io ho assaggiato superbe carni locali al "ristorante Anfiteatro" di fronte la chiesa in piazzetta.
Gestione familiare e prezzi modici!


giovedì 16 aprile 2015

Le meraviglie di Rosciolo in valle Porclaneta.

Costanza ha un'età.
Si è curvata sotto il peso degli anni, ma quando il vento scuote un albero vecchio, si dice che cadono giù le foglie ma il tronco rimane fermo.

Le mani della dolce vecchina sono incallite, il cuore però è grande.
Racconta storie da regina.

Da quella bocca antica escono benedizioni miste a ricordi ed emozioni senza tempo.
Narra di un paese, Rosciolo, dove un tempo venivano chiuse le porte d'ingresso la sera per essere riaperte al mattino successivo, incastellati per bene a difesa di malintenzionati.
Erano tempi duri e il borgo era circondato da portici e mura.
Anche oggi è difficile vivere da queste parti.
E' davvero ciarliera Costanza, ascoltarla è un piacere.

Siamo nell'antico abitato, pochi passi da Magliano dei Marsi, cuore dell'aquilano, proprio dove la terra trema e si muove anche a darmi il benvenuto in questa calda mattina di aprile.

La combattiva donna neanche le conta più le scosse, le gambe degli abitanti di Rosciolo non tremano certo di paura,
sanno convivere con le bizze della terra.

Il posto è suggestivo, elevato com'è su di una collina calcarea, in ginocchio ai piedi del re, il monte Velino, a 900 metri di altezza.

Ne conta qualcuno in più la vetusta parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Grazie, che si stacca imperiosa, dall'anonima piazzetta, nella parte più elevata del borgo medievale.
Strette vie si dipartono dalla chiesa, tra antichi resti e case imbrunite dal tempo.
E' come essere in viaggio all'interno di una prodigiosa macchina del tempo.

Ci teneva Costanza a portarmi all'interno di questo tempio prima di farmi scoprire il gioiello della Valle Porclaneta per cui ho fatto questi chilometri sull'autostrada Teramo Avezzano.
Si, tutti vengono fin qua alla scoperta di Santa Maria in Valle, antico manufatto sacro dell'XI secolo.

"Anche la nostra Santa Maria delle Grazie merita i tuoi occhi"- dice ridendo la vecchietta terribile.

Un sagrato rettangolare, sopraelevato di qualche gradino in pietra precede la facciata squadrata, contornata a sinistra da una tozza torre campanaria con, a destra, un bel rosone romanico elegante, affiancato da uno più piccolo.

Sull'architrave dell'ingresso principale c'è una bella lunetta con affresco di Madonna con Bimbo che regge il globo, affiancata da San Giovanni Battista e San Pietro, accanto a tre angeli.
Entro e rimango basito.

Sulla bacheca della chiesa campeggia una foto gigante che ritrae Costanza insieme al Papa emerito Benedetto XVI, col parroco del paesino e il segretario particolare di Sua Santità.
Anche il pontefice è arrivato fin qua per scoprire la Maria di Valle Porclaneta e anche lui ha dovuto visitare la chiesa del centro storico.

Scopro che Costanza è di casa in Rai; è apparsa in video, ripresa dalle telecamere di Sveva a Geo e Geo e dal Bevilacqua che conosciamo in Sereno Variabile.

Non ci resta che andare in auto in mezzo alle campagne, oggi solitarie, ma un tempo ricche di case e proprietà della Chiesa, che si estendono sotto la montagna madre.

Andiamo alla scoperta del secolare tempio, patrimonio dell'umanità e Monumento Nazionale.
Nell'aria c'è una luce vivida e il panorama è sontuoso.

La chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta è poco distante dal sentiero impervio che sale sul Velino, a quota 1006 metri.
Costanza è prodiga di notizie!
Mi invita a guardare attentamente la facciata del manufatto dove le falde del tetto ripeterebbero perfezione la sagoma del monte sopra.
Sarà ma io non scorgo questa somiglianza.
L'esterno è anonimo.

Piuttosto la mia attenzione è dedicata al tipo di scrittura che si trova sui capitelli e il portale con lunetta, sormontata da un delizioso affresco di Nostra Signora con due angeli ai lati dei primo del secolo XIV.

L'anziana fa fede al suo nome, con "costanza" e dedizione continua a informarmi.

La chiesa sarebbe risalente al VII secolo anche se il primo documento certo è del 1048 dove si legge della donazione del castello di Rosciolo al monastero di Valle Porclaneta.

Poi gira la chiave nella toppa, l'antico portale, pesante, cigola sinistramente fin quando, aprendosi, schiude le sue meraviglie!

Nelle tre navate con abside centrale semicircolare c'è tutta la sapienza creativa dell'arte nel mondo: stili diversi da preromanico a romanico e bizantino; capitelli con animali incredibili, simboli primordiali o templari, figure geometriche, fiori della Vita ... fin quando, addossato a una colonna di pietra, si offe alla mia vista il magnifico ambone del 1150, opera di Roberto e di Nicodemo che già avevano creato altrettanti manufatti in altre chiese abruzzesi, come Santa Maria del Lago a Moscufo nel pescarese.

Qui però gli artisti erano in stato di grazia! Le sculture sono incredibilmente belle e originali: c'è Giona che viene espulso al ventre della balena, Salomè che danza sinuosa, il mitico Sansone dai capelli fluenti che ammazza un leone con un bastone, il tutto in un susseguirsi di angeli e figure sante .

Non finisci di essere rapito da cotanta bellezza che la mia cicerone quasi mi urla di guardare con attenzione all'"Iconostasi", struttura ricca di icone e posta in alto a separazione tra la parte dedicata ai catecumeni battezzati e religiosi dal resto dei fedeli.

Ora gli occhi si sgranano verso un trionfo di draghi, grifoni, tra colonnine eleganti, fregiate da giri di foglie e fiori e parte lignea in quercia del 1240, che soffre l'usura del tempo.

La gioia di essere dentro questo tesoro è grande.

Non avevo mai visto tanta arte tutta insieme.
Tra affreschi del trecento, in fondo troneggia il "Ciborio" quasi ricamato nelle sue sculture, ricco di figure arabeggianti che gli stessi autori dell'ambone hanno regalato all'eternità.

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Rivolgetevi per la visita a Costanza prenotandovi al 3482768926 o 3407947704 o fisso al 0863517691.
Attenzione, c'è la possibilità di dormire nel piccolo ostello con cucina e bagno a lato della chiesa donando un'offerta libera, (sei- otto posti letto!).

Per raggiungere Magliano dei Marsi e Rosciolo nel parco Regionale del Velino Sirente, percorrere l'autostrada A25 direzione L'Aquila Avezzano, uscita Magliano.
Si mangia bene ovunque.
Io ho mangiato ottima carne locale alla brace al Ristorante "Anfiteatro" di fronte ai resti dell'antica città romana di Alba Fucens assolutamente da visitare a circa 18 chilometri, direzione Ovindoli.

mercoledì 18 marzo 2015

La cittadella scomparsa a Teramo!

La pioggia, caduta giù da nuvoloni lunghi come sgombri, ha reso piazza Garibaldi a Teramo quasi inguardabile.
Fiumi d’acqua continuano a scendere da viale Crucioli, cozzando contro il cemento dell’Ipogeo.
È come se, avendo perso la storica fontana, ogni slancio cittadino che parte da questo slargo principale sia sopraffatto, generando un rassegnato e neghittoso fatalismo.

Piccoli fiori spontanei rossastri sono spuntati sopra la terra incolta dello scatolone ferrigno che è la fantascientifica costruzione.
Pare scimmiottare il famoso cubo del Louvre di Parigi.

È la futura sala espositiva di una città che purtroppo ignora cosa significhi la parola “museo”.
Basterebbe guardare le presenze che conta la Pinacoteca o il museo archeologico.

L’Ipogeo deve diventare il fiore all'occhiello di una città che mette al primo posto la cultura, fu detto.
Noi siamo in paziente attesa.

Mi torna in mente l’ormai lontano 2008, quando, nel corso degli scavi che furono compiuti al centro di piazza Garibaldi per la costruzione di questa grande sala espositiva, progetto che ripeto ancora non vede la sua fine e vituperato da gran parte della cittadinanza, tornarono sorprendentemente alla luce le antiche pietre di un edificio che gli esperti individuarono come il castello degli Acquaviva.

Gli storici Muzio Muzi e Niccolò Palma nei loro studi, perché a quei tempi si studiava davvero, l’avevano scritto più volte che esisteva proprio in questo luogo, un castello, edificato da Giosia Acquaviva, duca di Atri, nella prima parte del 1400.

La storia ricorda che avvenne proprio allora l’infeudamento di Teramo alla potente famiglia.
Il nobile aveva individuato nella attuale piazza fuori dalle mura nord occidentali della città, dall'accesso di Porta San Giorgio, il luogo ideale dove far sorgere la sua lussuosa residenza.

I locali interni a uso del duca, pare fossero interamente decorati da tessellati pavimentali e da intonaci pregiati.
Tutto era ulteriormente arricchito da affreschi importanti.
Parliamo di un sito molto ricco nel cuore della zona verde dell’abitato teramano, dove c’era un laghetto, diversi animali tra cui volatili rari e un ampio giardino che conferiva all'insieme una veste da reggia preziosa.
Quella che fu edificata, insomma, era una vera e propria cittadella rinascimentale, una sorta di fortilizio con tanto di fossato pieno di acqua e ingressi multipli.
Era un parco urbano oggi completamente perso.

Abbiamo un’insignificante appendice nella villa Comunale in abbandono se si guarda agli alberi e al piccolo stagno, dove galleggiano rifiuti.
Nei locali sotterranei vi erano le carceri, dove erano rinchiusi i numerosi oppositori che non volevano riconoscere il primato degli Acquaviva.
Per molti Teramo, infatti, era una città regia dipendente solo dal Regno di Napoli.

Muzi raccontò anche di sale tortura, dove i biechi sgherri del potente feudatario, carpivano confessioni e costringevano i malcapitati a svelare i nomi di chi tramava contro il potente casato.
Qualche lettore interessato si chiederà se è possibile che di tutto questo non ci sia più traccia alcuna.

E che, anzi a guardare oggi questa piazza, sembra assurdo ciò che è stato scritto dallo scribacchino che leggete.
Eppure è stato così.
Ma, ditemi, come stupirsi, dato che a Teramo e in parte d’Abruzzo, qualsiasi rinvenimento è mucchio di pietre da inciampo che dilatano i tempi per nuove costruzioni?

Fateci caso!
Nonostante il territorio abruzzese sia stato protagonista nell'ultimo quarantennio di rinvenimenti eccezionali per l’archeologia di ogni tempo, le scoperte non hanno quasi mai risonanza fuori dai confini regionali.
Questo accade non solo per scavi che portano alla luce resti di popolazioni italiche della notte dei tempi, ma anche per altre epoche più vicine, a dimostrazione di quanto l’Abruzzo sia stato importante snodo e crocevia territoriale della storia e che questo sia oggi dimenticato completamente.

A Teramo, poi, come ampiamente dimostrato, siamo maestri nel minimizzare le eventuali scoperte, cercando di non renderle visibili e fruibili né ai cittadini, tanto meno ai pochi visitatori che si avventurano dalle nostre parti.



La verità è che siamo incuranti sia delle eventuali vestigia dell’antica Interamnia, sia di un passato più vicino ma comunque da dimenticare.
Alla felicità stupita della scoperta si associa lo sgomento per la consapevolezza che del tempo molti sono incapaci di cogliere con immediatezza la profondità e la ricchezza di un patrimonio archeologico da difendere e far conoscere.
Questo ha portato e porta la politica a una mancata tutela della storia in preda alle inevitabili problematiche derivanti dalle continue trasformazioni del territorio.

In città esistono esempi clamorosi come la dimenticata domus romana di via del Baluardo, la sconosciuta casa mosaicata di Bacco in via dei Mille o il famoso mosaico del Leone tutti inaccessibili ai nostri occhi.
Se ci spostiamo in periferia il parco archeologico della Cona e l’importante Via sacra degli Interamniti è preda di palazzi costruiti o in costruzione.
Perché stupirci?

martedì 3 febbraio 2015

Il mondo sarà salvato dalla bellezza: Santa Maria dello Splendore.

Il silenzio è la prima presenza che si avverte.
Un silenzio antico, uguale ormai da secoli.
E dire che il caos di Giulianova è lì, a pochi passi.

Un silenzio mistico, scheggiato solo a tratti dall'abbaiare di un cane.


Il santuario della Madonna dello Splendore sembra dominare l’immensità dell’Adriatico, in un ambiente fortemente coinvolgente dove la bellezza della natura si fonde con la rasserenante beltà della fede in Dio e nella Madre del Cristo.
Poco importa se il miracolo dell’apparizione della Vergine è una delle miriadi di tradizioni orali tramandate dall'immensa devozione popolare, nessuna delle quali, secondo gli scettici, suffragate da indagini accurate.
Il santuario con l’annesso convento dei frati Minori Cappuccini, è ancora oggi una sorta di finestra che si apre sul mistero divino. Una guida spirituale non solo per la comunità giuliese, ma per tutto l’Abruzzo.

“Il mondo sarà salvato dalla bellezza…”, lo affermava Dostoevskij in un celebre passo de L’idiota.
Che la bellezza possa quanto meno contribuire alla salvezza dell’universo sembra certezza in questi luoghi dello Spirito.

La porta della vecchia chiesa, cigola.
Dall'interno mi assale una zaffata di odori conosciuti e non, l’aroma tranquillizzante dell’incenso, il puzzo inquietante di lisoformio.
Un triangolo con un occhio grande e la scritta: “Dio ti vede”, campeggiano su di una rivista religiosa poggiata sul primo banco.

Potrebbe sembrare un messaggio inquietante, ma al contrario, cosa c’è di più bello e rassicurante che camminare e vivere sotto lo sguardo amorevole di Dio?
Mi tornano alla mente le parole della Bibbia: “anche se tua madre ti dimenticasse, io non ti dimenticherò mai!”.

All'interno del santuario della Madonna dello Splendore, pare ancora di vedere il saio usurato di Padre Serafino, col suo passo incerto, l’impietosa sordità causa di una meningite giovanile, la barba bianca, intento in preghiera.
Vecchio, sordo, malconcio diceva spesso di sé, con un tenerissimo sorriso.
Un giorno, in un incontro con noi appartenenti al Terz’Ordine dei frati minori di Teramo, disse "Vorrei essere una semplice pozzanghera per riflettere il cielo.
Ma non ci riesco.
Troverò prima o poi la strada?"

Il piccolo frate era l’anima di questo paradiso spirituale in terra, il vero miracolo di un uomo malconcio che ha realizzato due musei, altrettante biblioteche e azioni sociali fra cui La Piccola Opera Charitas, inaugurata nel 1962 con pochi soldi, molti debiti, qualche speranza dettata dalla fede incrollabile nella Provvidenza.

E Dio non ha mancato all'appuntamento dato che oggi il centro è un enorme complesso in grado di ospitare e seguire adeguatamente centinaia di ragazzi affetti da gravi patologie psichiche.
Bellissime all'interno della chiesa le decorazioni dell’artista Giuliano Alfonso Tentarelli con scene della vita della Madonna e il Tabernacolo, realizzato nel ‘700 da allievi della scuola di Fra Michele Simone da Petrella che ideò molti degli altari e dei tabernacoli delle chiese dei Cappuccini d’Abruzzo.
L’evento dell’apparizione della Madonna, scrivevo poche righe sopra, un miracolo che affonderebbe le sue radici nel 1557.
Il santuario della Madonna dello Splendore, costruito sul luogo dove la Vergine ha fatto scaturire la Sorgente su una collina a cento metri dal livello del mare, fuori dal centro storico, si colloca tra le sette oasi mariane più importanti d’Italia e si propone con una grande forza evocativa.
E’ il simbolo della freschezza e della vitalità di una città di mare, bella, ricca, suggestiva, turistica.

La storia dell’apparizione lega il territorio giuliese con quello rosetano, in un mistico gemellaggio dato che Bertolino, l’uomo che assistette al prodigio, aveva casa nei pressi di Cologna paese.
Il contadino si trovava lì per trovar legna e mentre riposava sotto una pianta di ulivo, fu abbagliato dalla luce prodigiosa della Madonna.
La Madre di Dio aveva scelto questo posto per sua dimora e chiedeva allo sbalordito villico di far costruire un santuario mariano.
Il povero ometto ebbe il suo daffare per essere credibile davanti al governatore, amministratore feudale di nomina ducale, il quale credeva di avere di fronte una sorta di demente.
La tradizione narra che ci vollero ulteriori prodigi per convincere notabili arciprete, canonici, il preposto dell’Annunziata e il popolo tutto della volontà divina.
Sul luogo indicato dalla Madonna, venne costruito un piccolo Tempio.

La presenza dell’acqua, dono vivo di un immenso amore, continua da circa cinque secoli a vivificare il cammino della vita di tante generazioni
Sotto le vasche di raccolta dell’acqua, è stato realizzato un bassorilievo in marmo, che rappresenta l’acqua, simbolo di vita, che disseta i cervi e le colombe, simboli di pace.

Sul lato del bassorilievo è stata rappresentata una processione di fedeli sulle rive del
Fiume Giordano, e si conclude con il Battesimo di Gesù.
Sopra le vasche, un mosaico policromo illustra in quattro scene il miracolo di
Naam che, bagnatosi nelle acque del fiume Giordano, venne risanato dalla lebbra.
L’acqua che esce a getto continuo, dalle vasche di raccolta, cade in una
piccola piscina ricoperta di mosaici.
Sotto l’arco di travertino, a grandezza naturale, è stata realizzata una statua di
bronzo di San Francesco con le braccia elevate che rende gloria al Creatore
eterno con le parole del Cantico delle Creature:
“Laudato sie, mi’ Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et umile et pretiosa et casta”.