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sabato 21 maggio 2016

La Concattedrale dell'antica Corfinium

Vi racconto una bella storia!
È tradizione credere che fin quando sei pasciuti corvi neri vivranno nella famosa Torre di Londra, la monarchia inglese non conoscerà fine. Ci credono così tanto gli inglesi che i responsabili del monumento si adoperano alacremente, da innumerevoli anni, per garantire la presenza dei pennuti. Li curano, li nutrono, li difendono dalle volpi fameliche che di notte si aggirano intorno alla torre. I fortunati animali ricevono ogni giorno, carne selezionata, biscotti inzuppati nel sangue, addirittura patatine al gusto di aceto che pare essere il loro spuntino preferito. Fissano addirittura la punta delle ali per evitare che volino via la notte. Anni fa pare che la volpe riuscì a beffare i guardiani e a divorare uno dei malcapitati corvi. In meno che non si dica l’uccello fu rimpiazzato e i dispositivi di sicurezza potenziati.

Perché vi ho raccontato questo?
Tutte le volte che mi trovo nella basilica valvense di Corfinio, noto volteggiare un numero imprecisato di corvi neri sopra il campanile di questo monumento che è uno dei più importanti esempi di Romanico abruzzese. Sono una presenza inquietante e strana.
Alcuni di loro si posano sui grandi massi del piazzale che, in realtà, sono monumenti funebri romani del II secolo, costruiti a torre con camera mortuaria. Si trovano proprio vicino la basilica di San Pelino e vengono chiamati "morroni" perché costruiti con la pietra del monte omonimo.

Mi trovo, l'avete capito, vicino Sulmona, la bella città dei confetti.
I paesi della piana hanno tutti una caratteristica: odorano buono di antico. Mi riferisco a Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Corfinio e non solo.
Sono borghi dove il tempo è stato rispettato e i ritmi contadini ancora scandiscono l’alternarsi delle stagioni.
La loro storia secolare trasuda dalle pietre delle chiese e dei palazzi.
Gli abitati vetusti si estendono in mezzo ad ampi e suggestivi scenari montani che fanno da preziosa cornice all'indubbia ricchezza monumentale.
Per secoli questi luoghi hanno vissuto riccamente, grazie ai fiorenti commerci e alle produzioni artigiane di prestigio.
È stata, probabilmente, determinante la posizione geografica all’incrocio fra la via Claudia Valeria e il tratturo Celano- Foggia dei transumanti diretti al Tavoliere delle Puglie.
Qui si dipanava la felice confluenza di sbocchi importanti fra la costa Adriatica da una parte e la Marsica, con il napoletano dall'altra.
Era proprio lungo la piana sulmonese, che passava la nota “Grande Via degli Abruzzi”, arteria di collegamento commerciale tra le importanti città di Firenze e Napoli.
Lungo paesi antichissimi e sconosciuti, carovane di uomini e animali sviluppavano la civiltà del cammino: Forca Caruso di Pescina, Goriano Siculo, Raiano, Pietransieri e poi nel Molise d'Isernia, San Pietro Avellana, Vastogirardi, Pietrabbondante, San Biase di Campobasso e poi Lucera, fino a Foggia.

Tra tutti questi centri, Corfinio è uno degli esempi più fulgidi di tanta importanza.
È un borgo appartenuto agli antichi Peligni, compaesani del grande Ovidio che, nato proprio nella vicina Sulmona, assurse agli onori più alti della poesia del suo tempo.
Questo è un paese di pecore, zafferano, vino e forse qualcuno oggi fatica a pensare alla grande importanza che rivestiva al tempo dei Romani.
Eppure parliamo della mitica capitale della “Lega Italica”, nella guerra contro la tirannia di Roma, la “caput mundi”, l’unione dei paesi ribelli che contrastavano l’egemonia crudele del popolo capitolino.
Nel “club degli eversivi” c’erano paesi importanti come Popoli, Tocco da Casauria, e gli altri villaggi sulmontini stesi nella piana custodita dai rilievi del monte Morrone.

Può aiutare il visitatore attento a capire tale importanza, proprio la possente architettura della basilica valvense dedicata a S. Pelino con l’oratorio di S. Alessandro Papa che si erge partendo dal fianco destro del corpo basilicale e termina con un'inedita torre di difesa.
La primitiva struttura sorse proprio sulla tomba di Pelino, il vescovo di Brindisi, martire al tempo dell'imperatore Giuliano. Qui a Corfinio esisteva un sepolcreto di grande importanza, dove venivano tumulati i corpi degli eroi italici caduti in battaglia contro Roma.
Fu un certo Cipriote, discepolo di Pelino, a volere fortemente la costruzione dell'impianto, quando la cittadina fu ricostruita in epoca longobarda e alla quale fu dato il nome di Valva. Non finirono lì le peripezie di questo luogo che dovette subire anche le distruzioni dei Saraceni e degli Ungari.

La cattedrale è quindi composta dall'unione di due corpi distinti: l’oratorio rettangolare allungato con abside al centro, che corrisponde al capo croce di una chiesa incompleta, consacrata nel 1092 e la basilica dedicata a San Pelino e terminata nel terzo decennio del secolo successivo, restaurata nel 1235.
La chiesa maggiore appare imponente con tre navate e alti pilastri quadrangolari. C’è un arco a tutto sesto che immette nel transetto sopraelevato, coperto con volte a botte e a crociera.
Diverse volte i terremoti hanno distrutto parti importanti di questo capolavoro. Ecco il motivo per cui lo spazio interno è dal seicento in stile barocco.

Nella grande navata ora sto ammirando arredi liturgici, affreschi duecenteschi e uno splendido ambone del XII secolo. Mi ha colpito, nel transetto di sinistra una bella opera in pietra raffigurante la Madonna con Bambino in atto di benedire i visitatori.
E' uno spettacolo il coro ligneo del presbiterio che pare sia stato realizzato da Ferdinando Mosca, artista molto quotato nel settecento.

La clessidra del tempo sembra essersi fermata da secoli. Percepisco di essere in una delle culle della civiltà cristiana occidentale.
Nell'aria si spandono aromi d’incenso e le note solenni dei canti gregoriani.
Il gorgheggio di una splendida e coinvolgente voce femminile, sembra essere parte dell’aria che si respira. All’improvviso l’inno del Regina Coeli, pietra miliare della devozione mariana, s’interrompe, insieme al suono gioioso della campana per l’Ora Media del mezzodì.
Il silenzio inaspettato viene rotto dal rumore appena percettibile dei passi di una decina di monache che, entrate in chiesa, prendono posto velocemente nei loro stalli per intonare la salmodia.
Nello zaino ho, immancabilmente, il libercolo della liturgia delle Ore e posso partecipare a questo coinvolgente momento di preghiera collettivo.
La grande e breve follia che è la vita, come amava ripetere il premio Nobel Dario Fo, acquista senso. Davvero, penso, la felicità è nella quotidianità delle piccole cose da ricercare nella preghiera, nella pace con noi stessi e gli altri e nell’armonia con la natura.
Adoro i Salmi, sono splendide poesie e chi ne fa esperienza sa che parlano al cuore dell’uomo anche quando si è nella disperazione massima, totale e devastante.
La scuola dei salmi è un dialogo orante, fiducioso e rasserenante tra la miseria dell’uomo e il cuore indulgente di Dio.

Dopo aver soddisfatto l'anima adesso è ora di soddisfare il corpo.
Nella piazza centrale di Corfinio la Trattoria Il Barbaro è l'ideale: locale informale, cibo genuino, prezzo giusto. Se venite a trovarlo non perdetevi i ravioli alla ricotta e gli arrosticini!
Bella la vita, bello l'Abruzzo!



Come arrivare:
A24/A25 RM-PE uscita Pratola Peligna-Sulmona/ proseguire in direzione Corfinio da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ proseguire lungo la SS 372 direzione Vairano Scalo/ poi SS 85/ SS 158 direzione Colli al Volturno/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ direzione A 25/ Corfinio

Info: Municipio tel. 0864-728100

domenica 1 maggio 2016

Sul Crinale degli Acquaviva... Un percorso turistico da percorrere in bici ma anche in auto!

Dall'Area marina protetta del Cerrano al Parco nazionale Gran Sasso-Monti della Laga,
passando per l’Oasi dei calanchi di Atri e la Riserva naturale di Castel Cerreto.

Una distesa di pini d'aleppo, torti e nodosi. Rugosi come la figura canuta di un anziano intento al footing.
Gli uccelli, tra il verde fitto, sparano trilli sensazionali.
È un gran bel vedere, è un gran bel sentire.
Le biciclette sfrecciano sulla pista ciclabile che, dalla vicina frazione di Scerne porta alla torre di Cerrano, piccola appendice di quello che un giorno sarà, si spera, il “Corridoio Verde Adriatico” per due ruote, che arriverà fino a Vasto, nella bellissima area marina di Punta Aderci.
Se non ci fossero più in là i binari della ferrovia, l’albergo stile liberty, le ville e le case intonacate del rosa viola delle buganvillee del quartiere Corfù, potremmo definirla una natura selvaggia.
Se volete un’Irlanda di casa nostra.
Sono a Pineto, sul mare Adriatico del teramano. Guardo le acque color cobalto: sembrano solo un accessorio che dona all'insieme un’attrazione fatale e non mi accorgo che di là si sussegue, inosservato, il mondo.
Sarà per tutto questo che i turisti qui sono “stanziali”, tornano per innumerevoli estati.
Un concorso nazionale promosso dal Fondo Italiano per l’Ambiente dal nome emblematico: “I luoghi del cuore” ha decretato che, fra le zone verdi più votate d’Italia, un posto di rilievo sia occupato da questa meravigliosa pineta.
Orazio qui ci viene da una vita e mezza. Ancor prima che diventasse una riserva naturale marina presidiata da poliziotti a cavallo e attraversata da un nugolo di due ruote e da podisti sfreccianti.
Si dice felice che tutti finalmente abbiano scoperto questo che per lui è il posto più bello d’Italia.
Non so se è veramente il più bello ma ricco di suggestioni, questo sì. Natura e storia creano un binomio fantastico.
Io e lui abbiamo tanti ricordi magici di frequentazioni, con il Club Alpino Italiano, delle nostre meravigliose montagne.

“L’oasi - racconta- nella sua parte storica fu impiantato nel 1920 dal commendatore Luigi Corrado Filiani su terreni demaniali avuti in concessione nel territorio di Villa Filiani, frazione del comune di Mutignano. Fu allora che Villa Filiani cambiò il suo nome in Pineto, in onore alla celebre poesia di D'Annunzio, La pioggia nella pineta. Che storia, non credi”?
Mentre percorriamo a piedi questo sito incantevole Orazio, censisce, scherzosamente, tutte le piante.
“Le ho contate – ride divertito-, sono duemilaquattrocentodieci piante secolari, anche se la famosa nevicata del gennaio di alcuni anni fa ne ha distrutte parecchie”.
Di colpo torna serio e mi chiede se il parco del Cerrano ha qualcosa da invidiare al parco dei Trabocchi della costa teatina di cui tutti parlano.
Le colline regalano, nel frattempo, scorci incredibili tra campi e mare.
Davanti a noi ora si erge l’imponente torre.
Il sordo brusio del mare, i profumi della resina del bosco, la solitudine, sono sensazioni impagabili.
I pini mostrano, quasi orgogliosi, forme contorte dal vento.
La torre è uno tra i più imponenti fortilizi costieri rimasti in regione. Oggi ospita il Laboratorio di Biologia Marina della Provincia di Teramo.
Il manufatto, risalente al XVI secolo, insiste sul luogo dove, nel medioevo si trovava una delle tante posizioni di avvistamento come le torri di Martinsicuro, Alba Adriatica e Giulianova.
Qui sorgeva il porto Cerrano- Matrinus del periodo romano (I e II secolo d.C.).
Questi giganti sul mare si rivelarono una grande invenzione nel respingere il nemico e avvertire, con spari e altri mezzi rudimentali, le popolazioni dell'interno.

“Era qui l’antico punto di sosta, dove i pecorai si fermavano per far riposare i greggi lungo il tratturo teramano”.
L’amico mi parla del sentiero che da Crognaleto, nel cuore dei monti della Laga, i pastori percorrevano nella transumanza, attraversando Montorio al Vomano, Leognano, Basciano, Cermignano, Scorrano, Roseto degli Abruzzi, in quella che è ricordata dagli scrittori rosetani, Arnaldo Giunco e Luigi Braccili, come la “civiltà del dolore e della speranza”.
Che bello ripensare ai pescatori che s’incantavano a vedere il bianco delle pecore e i pastori a veder le barche. Che storia, ripensare agli scambi “culturali”di pesce e formaggio.
Da questi gemellaggi nascevano piatti gustosi come, ad esempio, i maccheroni alla chitarra al sugo di seppie ripiene di pecorino.
Mentre saluto Orazio, sfrego le mani contro la corteccia di un pino altissimo per portare via con me l’odore della resina. Una coppietta ride divertita. Per loro ecologia si sposa solo con effusione.

Questo è solo l'inizio di un percorso che permette di pedalare o di salire in auto, su di un crinale panoramico e ventilato con vista sul mare.
Il rumore della città con la sua esuberanza diventa subito un ricordo e si finisce in campagna, dove il silenzio pare caderti addosso, con tutto il tempo da dedicare a se stessi. Il traffico è quasi nullo.
È la proposta della settimana per vivere in maniera diversa il nostro territorio.

I membri del Coordinamento ciclabili teramane hanno battezzato questo percorso il Crinale degli Acquaviva, dal nome della potente famiglia che governò a lungo i borghi di mezzo Abruzzo teramano.
Da Pineto si punta verso Mutignano, un piccolo borgo d'arte a circa sei chilometri.
Il panorama sull'Adriatico e sui casali è fantastico.
Il borgo si caratterizza per i murales sulle facciate delle case aventi per tema scene di vita rurale.
Interessante la lapide con i nomi delle vittime delle bombe inglesi che, dalle colline di Atri sparavano contro i tedeschi posti a valle dell’abitato.
Alcune granate colpirono nove cittadini. Era il 24 marzo 1944.
Si pedala ora in discesa, riprendendo la S.P. 28 che sale nella città ducale.
S’incontra la Via di Fonte Canale con un caratteristico lavatoio e numerosi archi gotici e vasche.
Tutti conoscono Atri e i suoi gioielli, ma pochi sanno che questa città d’arte ha una parte ipogea che nasconde fontane antichissime, grotte scavate ai margini del paese e un ingegnoso sistema idraulico sotterraneo.
Il centro abitato è localizzato su tre piccoli colli denominati Maralto, di Mezzo e Muralto, a un’altezza di 445 metri e poggia quasi esclusivamente su conglomerati di tetto che, causa la loro notevole permeabilità, sono facilmente attraversati dall'acqua.
Tale caratteristica ha indotto le genti che occupavano in epoca preromana il territorio atriano a escogitare stratagemmi che sfruttassero tale prerogativa. Sono stati realizzati nel sottosuolo dei principali colli, cunicoli sotterranei destinati alla captazione e al convogliamento delle acque percolanti sorgive in zone di approvvigionamento che oggi corrispondono alle antiche fontane atriane.
Tali strutture, probabilmente di derivazione persiana, consistono in ingegnosi sistemi idraulici sotterranei che, sfruttando la natura geologica del terreno e l’inclinazione dei cunicoli, permettono il deflusso delle acque in punti di raccolta, le fontane appunto.
Sistemi simili sono stati rinvenuti in altre aree del bacino mediterraneo, possiamo, infatti, ricordare i “qanat” in Siria e in Giordania, i “karez” in Afganistan e Pakistan, i “foggara” in Nordafrica, i “khittara” in Marocco, le “gàllerias” in Spagna.
Non mancano esempi nella nostra penisola, a Fermo, a Chieti, Palermo e a Matera.
L’enorme e ramificata rete di cunicoli, cisterne, pozzi e fontane, presente sotto il centro storico di Atri, faceva parte di un unico grandioso sistema idrico di epoca preromana.
Uno degli ipogei più belli, presente poco fuori le mura cittadine, è quello delle “Grotte dei Sarracini” e delle “Macinelle”.

Si entra ora in Atri attraverso l’antica porta San Domenico (secolo XVI). Da notare l’interessante facciata di San Giovanni Battista (secolo XIV).
Una viuzza ad angolo catapulta nella Piazza Duchi d’Acquaviva, con il caratteristico palazzo.
È possibile scoprire il centro Oasi dei calanchi, dove la vista spazia dall'Adriatico alla Majella e al Gran Sasso.
Non tutti sanno che i calanchi possono essere visitati salendo a cavallo e percorrendo una splendida ippovia, tra insoliti scenari.
Contro il cielo, le sagome dei dirupi di creste nude destano meraviglia.
L’itinerario si snoda tra voli di piccoli rapaci, canne che frusciano al vento e dolci pianori invitanti denudati da secoli di pascolo. Probabilmente una giornata da incorniciare in cui l’uomo si ricongiunge alla natura.
Come uno scenario immutato da secoli, le bolge da inferno dantesco disegnano la genesi dei paesaggi argillosi, avvinghiandosi alla vegetazione a fondo valle e convivendo a fatica con il lavoro e gli interessi dell’uomo.
Ai lati, sovente, si aprono ampi burroni con ripidi versanti spogli che di colpo si colorano grazie a piante di carciofi selvatici, ginestre, biancospini e rose canine. I calanchi, aspri e maestosi, appaiono in tutta la loro potenza, impercorribili e indomabili.
La sensazione di libertà che il cavallo sa dare, ben si concilia con queste colline dolci, rigate da campi di erba medica, che d’improvviso paiono comprimere il senso dello spazio, rivelando paesaggi disegnati dal rasoio brutale dell’uomo.
La Riserva naturale regionale dei calanchi di Atri si è dotata di una straordinaria e naturale arteria di collegamento del territorio, una ciclo ippovia di poco meno di trenta chilometri, che dà la possibilità di vivere in assoluta tranquillità le meraviglie di un territorio dove la potenza trionfante della natura è parte essenziale della grandezza del creato e, dove le impronte digitali di Dio sono disseminate ovunque.

Per continuare il percorso degli Acquaviva, si pedala verso il borgo incastellato di Cellino Attanasio, tra storia, arte, enogastronomia. Qui l’armonia delle testimonianze artistiche s’immerge nel silenzio della campagna.
Dal belvedere del paese, la vista spazia su un finimondo di colline simili a un mare reso pazzo da improvvisi cambi di vento.
La possente torre con le sue pietre racconta storie antiche.
Il manufatto cilindrico in laterizio, dai merli guelfi non originali, domina il paesaggio.
Alcuni monconi di mura di una seconda torre sono ciò che resta della fantastica cortina muraria innalzata dopo che l’antico feudo degli Acquaviva fu piegato nel quattrocento, cadendo sotto i colpi di un assedio senza precedenti.
Matteo di Capua, al servizio degli Aragonesi, combatté contro il duca di Atri, Giosia Acquaviva che aveva osato sfidare i potenti, rifugiandosi, disperato, nel borgo.
Da poco questo notevole esempio di architettura militare medievale è stato oggetto d’interventi per scongiurare problemi di staticità.
Lungo i meandri dell’abitato diventa impossibile per il visitatore non amare profondamente quella incredibile unione di quotidianità e senso comune del bello.
In fondo al viale d’ingresso, dedicato a Luigi di Savoia, c’è la chiesa madre di Santa Maria la Nova.
Risalente al trecento, la parrocchiale fu modificata nell'ottocento, a causa del crollo delle volte.
Da scoprire il portale quattrocentesco di Matteo Capro, napoletano innamorato dei nostri luoghi tanto da lasciare altre opere in paesi di montagna.
All'interno del tempio, che in origine era a tre navate e oggi ne conta una in meno, c’è un tesoro diffuso: un cero pasquale datato 1383, con un serpeggiante tralcio di vite tra foglie e pigne, un coro ligneo, un tabernacolo in pietra del tardo quattrocento, un ricco altare barocco. Nel cuore delle case, superata la piazza dedicata al naturalista Rubini, si raggiunge lo slargo di S. Antonio, dove si affaccia la chiesa dedicata al santo di Assisi, Francesco, inglobata singolarmente alla struttura di un altro torrione.

Chi vuole percorrere solo un tratto di questo meraviglioso itinerario, ogni tanto trova un bivio per il fondovalle del Vomano.
Continuando s'incontra Cermignano, sede di un antico castello. Dal suo belvedere si ammira il bacino del Piomba e una scultura commemorativa ai caduti della Patria, realizzata nel 1922 dal teramano Pasquale Morganti.
Si può scendere a Montegualtieri per una visita alla torre triangolare e al vecchio mulino di Maiorino Francia, lungo il Vomano, risalente al 1868.
Altra meta è Penna Sant'Andrea, il paese del Laccio d’amore.
Volendo proseguire sul crinale, si raggiunge la località Monte Giove dove furono trovati resti archeologici dell’Età del Ferro.
È possibile visitare la Riserva naturale di Castel Cerreto, proseguire per Colledoro e Isola del Gran Sasso o recarsi a Ronzano e la sua abbazia.
Buon viaggio!




domenica 24 aprile 2016

Nella chiesa a cielo aperto: Santa Maria di Cartignano

Fa un certo effetto viaggiare sulla statale 153 che da Navelli, il paese dello zafferano, porta fin sotto la valle, attraverso Bussi sul Tirino.
Questa era una delle zone più pulite d'Italia e il fiume, il Tirino appunto, era uno dei corsi d'acqua più limpidi del centro sud.
Era... fin quando ci si è accorti che i soliti delinquenti senza volto avevano, per decenni, fatto bere e irrigare i campi con ogni sorta di prodotto inquinante, residuo della mega discarica dei veleni chimici di Montedison.
Una bomba ecologica, per giunta senza colpevoli. Tutti assolti, qualcuno salvo per prescrizione. La legge e i diritti di tutti, calpestati da gente senza scrupoli.
Niente di nuovo sotto il sole, sentenzierebbe il buon "Qoelet", il famoso autore dell'Ecclesiaste, uno dei sacri libri sapienziali della Bibbia.
Di colpo si sono dileguati i tanti pescatori che venivano da ogni parte d'Italia, i cavalieri che sognavano di percorrere a cavallo la splendida ansa del fiume, gli amanti del mountain bike selvaggio e il Parco Nazionale Gran Sasso e monti della Laga, che dai tempi della presidenza Mazzitti, non comunica più, ha relegato per un pochino nel dimenticatoio questa zona periferica di confine con la Majella.

Eppure questa è una parte bellissima d'Abruzzo, ricca di storia e natura.
Il fiume sta rigenerandosi pian piano e sta tornando limpido come un tempo. E il turismo, a fatica, sta riprendendo, magia di un Abruzzo che non muore e si rigenera prodigiosamente.
Molti attraversano questo luogo per giungere a Capestrano o per scoprire l'interessante chiesa di San Pietro ad Oratorium, proprio accanto al fiume, in mezzo al verde, luogo templare e misterioso.
E, mentre i monumenti più affascinanti richiedono conoscenza dei luoghi, informazione e scoperta, capita che sul ciglio della strada t'imbatti nella "chiesa che non c'è"!

Ed ora il vostro scopritore di gioielli è qui, davanti a l'unico tempio a cielo aperto che si possa trovare dalle nostre parti: Santa Maria di Cartignano.
Certo, occorre metter mano a tutta la fantasia che si possiede per immaginare come finita, una chiesa dalle sole e nude strutture architettoniche, senza tetto e arredo interno.
L'atmosfera, però, è fantastica!
Il rettangolo di sole che si posa tremolante sul muro, agita una sorta di pulviscolo dorato quasi impalpabile e la conseguente zona d’ombra, si addensa intorno, declinando tutte le gradazioni di grigio e bruno.
La chiesa c'è ma non c'è!
Guardo in alto, sulla mia testa non c'è un soffitto ligneo intarsiato, ma il cielo con le sue nuvole che sembrano grossi delfini bianchi.
Mi vengono in mente le belle parole del salmo 19:
“I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento, il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizie”.

Non c'è altare, non esiste presbiterio, non vedo crocifissi.
Forse è anche questa la Celebrazione Eucaristica che vuole il Signore: lodarlo in semplicità, con gli occhi rivolti in alto.
Sul muro screziato il piccolo scorpione si muove a fatica. E' nerissimo, come pece. La corazza lucente, colpita dal sole, manda minuscoli bagliori sinistri. Le chele roteano minacciose e il pungiglione inarcato sembra sul punto di attaccare.
Mi pare una creatura ripugnante, ma devo ammettere di essere di fronte a una macchina perfetta, una delle tante create con arte da un Dio infallibile.
Perché, mi chiedo, li ha fatti così brutti e sinistri? Cosa costava al Creatore realizzarli un tantino più aggraziati e godibili da vedere?
Viene in soccorso lo Spirito Santo che con me ha molto da lavorare. A volte, penso, occorre attraversare momenti terribili, brutti come gli artigli cattivi di questo orrido animale, cercando di non pungersi, per poter entrare dalla porta stretta nella “valle del bene”.
C'è una famigliola che ha fermato la macchina sul ciglio della strada, sorpresi dalla
chiesa che non c'è.
Il bimbo, nient’affatto spaventato dal mostriciattolo, con acute grida, viene a stento mantenuto dalla mamma che gli impedisce di toccare il piccolo animale. Il marito è preso dalla frenesia degli scatti fotografici. Una chicca da riportare agli amici e lasciarli sbalorditi.
Anche questo è Abruzzo!
Guardo ancora il bimbo che ride e mi si apre il cuore alla speranza.
Ogni volta che vedo un piccolo incantarsi davanti allo spettacolo della natura mi rendo conto che non è stata scritta l’ultima parola. Fin quando esisterà la meraviglia, la curiosità, l’uomo ce la potrà fare nonostante tutto.
Come entrare in contatto con il bambino che è nascosto in ognuno di noi? Come accedere ai sogni infantili e trasformare la nostra vita in incantesimo? Siamo sempre in guardia, abbiamo paura di essere valutati come dei drammatici superficiali. Il nostro mondo è legato alla catena delle apparenze ed esteriorità. Siamo egoisti, saccenti, rassegnati e scontenti.
Il contrario dei bimbi.

Chiudo gli occhi. Mi pare di rivivere l'atmosfera frenetica e concitata di un cantiere medievale, tra scalpellini, operai e decoratori in bilico su ponteggi insicuri. Poi penso di avere davanti dei monaci benedettini, intenti a salmodiare dietro una colonna.
E invece, riapro gli occhi e ho davanti un rudere, così ben incastrato nel paesaggio da farne parte alla grande, molto più delle tante chiese aquilane rese monconi di pietra dal terremoto del 2009.
Qui c'è una storia importante. Santa Maria di Cartignano esisteva come minuscola chiesa già nel 1000. Nei successivi cinquant'anni divenne un monastero, dipendente niente di meno da Montecassino.
Fu anche grancia della chiesa di San Liberatore a Majella e appartenne anche ai Celestini di Sulmona.
La struttura doveva essere proprio questa: tre navate con elegante portale d'ingresso. Difficile trovare altre notizie.
Pare che, dopo il terremoto che sconvolse anche Roma nella prima parte del Duecento, il monastero venne ristrutturato così da essere in piena attività nel Trecento, con tanto di campanile a vela poggiata sulla facciata centrale e un elegante rosone all'ingresso. Diversi storici del luogo hanno scritto della "chiesa che non c'è".
Nessuno ha potuto dare certezze assolute sulla storia di questo bizzarro luogo sacro. Certo è che nel castello cinquecentesco dell'Aquila, si custodisce un grande affresco duecentesco, pre- terremoto, dell'abside di Santa Maria: un Cristo benedicente in trono tra la Vergine e San Giovanni.
Ora, la magia si è esaurita.
Corro verso San Pietro ad Oratorium, alla scoperta del misterioso quadrato magico murato sulla facciata, con enigmatiche parole scolpite, vero rompicapo degli studiosi.


Arrivare a Bussi:
Autostrada A 25 uscita dedicata; da Napoli A 1 uscita Caianello, poi indicazioni Roccaraso Sulmona, A25.

Consiglio una passeggiata nel centro di Bussi, fino a visitare la bella parrocchiale di Santa Maria di Ponte marmoreo e, arrivare al castello del XVI secolo Si scoprirà la torre triangolare, gemella della nostra di Montegualtieri, vicino Castelnuovo Vomano .
Per informazioni: Comune di Bussi: telefono 085980138
http://www.comune.bussisultirino.pe.it/

Bello programmare un picnic sul fiume. Andando al Centro visite è possibile percorrere, con accompagnatori, il corso d'acqua in canoa, nelle anse del Tirino.

Gastronomia di ottimo livello con i piatti tipici a base di sugo di gambero e filetto di trota alla brace.

sabato 2 aprile 2016

I cafoni di Ignazio Silone: visita a Pescina

In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo!
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi nulla.
Poi ancora nulla.
Poi ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire che è finito.
(Fontamara)

Scruto l’orizzonte mentre il cielo si apre a dismisura e le nuvole assumono forme antiche, spaventose in alcuni casi. Un cumulonembo si muove a tratti, portato dal vento e sembra guardarmi come un animale dalle fauci spalancate.
Goccioline di pioggia scendono di tanto in tanto.
Alcuni corvidi di montagna sono stranamente scesi dalle cime, per poggiarsi sui balconi di un piccolo palazzo antico. Hanno il piumaggio nero e i becchi colorati di arancione e giallo con i quali quasi come escavatori animati tipo Transformer, credo che se affamati, sollevino la terra per beccare larve di ogni specie.
Sul muro screziato del palazzo cadente, il piccolo scorpione si muove a fatica.
È nerissimo, come pece. La corazza lucente, colpita dalla luce, manda minuscoli bagliori sinistri. Le chele roteano minacciose e il pungiglione inarcato sembra sul punto di attaccare.
Mi pare una creatura ripugnante, ma devo ammettere di essere di fronte a una macchina perfetta, una delle tante create con arte da un Dio infallibile.
Perché, mi chiedo, li ha fatti così brutti e sinistri?
Cosa costava al Creatore realizzarli un tantino più aggraziati e godibili da vedere?

Intanto il mio anziano interlocutore non la smette di parlare. Buca il silenzio, rovina quasi l’atmosfera solenne del centro, dove palazzi nobiliari restaurati si alternano ad altri rimasti cadenti e abbandonati dopo il terremoto.
La voce è stridula, decisamente poco accattivante, però è veramente prodigo di informazioni.

Sono a Pescina sulle orme del grande Ignazio Silone. Ho parcheggiato la macchina non lontano dalla torre dei Piccolomini, famiglia che a lungo fu padrone di queste terre.
Qui si gode un panorama superbo sulle vette del Sirente e del Velino, e sul Fucino, un tempo bonificato. Non lontano si scorgono i resti di antiche mura ciclopiche che denotano la presenza dell’uomo sin dalla preistoria.
Ce n’è anche un’altra di torre panoramica, in frazione Venere a dominare l’abitato. Questi manufatti servivano da avvistamento della valle dove un tempo c’erano le sponde del lago Fucino.
Dopo aver fotografato il Mausoleo di Silone con la sua pittoresca croce in ferro, nella parte morta del paese, tra ruderi ed erbacce, sono arrivato fino in piazza, godendo dell’aria medievale che si respira tra le antiche vie e le numerose chiese che insistono nella zona antica. Nello slargo giganteggia il complesso religioso con la chiesa di Sant'Antonio e l’annesso teatro dedicato a San Francesco.
L’uomo appare felice di poter parlare con qualcuno. Mi imbottisce di notizie sul paese, a volte mette dentro anche qualche nota di gossip su alcuni degli abitanti, salvo poi aggiungere che “io sono un tipo che mi faccio i fatti miei”.
Lo lascio dopo aver avuto indicazione per visitare la “Casa Museo di Silone”.

Pescina oggi è un tranquillo borgo montano dell’aquilano a oltre 700 metri di altezza, all'imbocco della verde vallata del Giovenco, porta d’accesso per due parchi: il Nazionale d’Abruzzo e il Regionale del Velino Sirente.
È un paese pittoresco, in molti punti rimasto come un tempo, sormontato dai resti dell’imponente castello medievale.
Oltre che per aver dato i natali a Silone, questo piccolo centro abruzzese vanta comunque un passato glorioso. Oltre venti secoli fa, uno dei popoli italici più organizzati e anche violenti dell’intero arco appenninico dello Stivale, I famosi Marsi, proprio qui edificarono una gigantesca acropoli e da qui partirono alla conquista del centro Italia.
Fu proprio nel cuore dell’abitato, una targa sul portone del palazzotto gentilizio lo ricorda, che nacque, nei primi anni del ‘600 Giulio Mazzarino, famoso cardinale, rampollo di una facoltosa famiglia siciliana, che ebbe un ruolo preminente nella storia francese, come Primo Ministro nientepopodimeno che del Re Sole, Luigi XIV.

Adoro Ignazio Silone.
Sono molteplici i motivi di questa mia passione per lo scrittore abruzzese, a cominciare dalla sua vita che somiglia molto a un romanzo di avventura, i suoi libri in cui i paesaggi, i personaggi, le atmosfere della nostra terra sono onnipresenti, l’amore che lui metteva nei rapporti con tutti, qualsiasi ceto sociale si occupasse, rozzo contadino, personaggio di cultura europea, o politico.
Una delle sue opere, “L’Avventura di un povero cristiano”, del 1968 mi ha particolarmente interessato perché racconta, in inedita forma teatrale, la vicenda umana del papa Celestino V, nel secolo frate Angeleri, l’eremita del Morrone che, eletto papa, fece il “gran rifiuto”, causando l’ira di
Dante Alighieri. Il grande poeta, nella Divina Commedia, lo vitupera per aver lasciato il seggio pontificio all'indegno Bonifacio VIII.

Sentite l’atto d’amore incondizionato di Silone per questo suo pezzo d’Abruzzo, contenuto nella bella introduzione al suo libro più famoso, Fontamara:
“Tutto quello che mi è avvenuto di scrivere e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all'estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui”.

Il grande scrittore si chiamava, in realtà, Secondino Tranquilli e il nome Silone lo prese per omaggiare un condottiero dei Marsi, tal Quinto Silone e Ignazio per il suo amore verso il religioso spagnolo di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Nacque nel 1900 da una famiglia povera e probabilmente non sotto una buona stella. A undici anni vide morire il padre, poi il terribile terremoto del 1915, che rase al suolo Avezzano, distrusse la casa di famiglia, uccidendo l’amata madre Marianna.
All'ingresso della casa natale dello scrittore scopro che oltre un museo c’è anche un Centro Studi Silone. La visita all'interno vale da sola i chilometri percorsi per arrivare fin qui. Ovunque ci sono
foto d’epoca e documenti firmati dallo scrittore. Molte testimonianze storiche, dal terremoto ai trascorsi politici, dall'amicizia con Benedetto Croce, ai contrasti con il Partito Comunista di Togliatti, fino al suo esilio in Svizzera.

Lo scorso anno è stato inaugurato un bellissimo percorso dedicato all'illustre abitante di Pescina che in circa tre ore di cammino, dal fiume Giovenco, attraverso un mulino abbandonato, porta sino alla sommità del paese, alla tomba di Silone e alle mura della Rocca Vecchia, con splendida vista sulla vallata.

"La più grande aspirazione dell'Uomo sulla terra deve essere anzitutto di diventare buono, onesto e sincero"!
(Dal memoriale del carcere svizzero: Ignazio Silone)



Arrivare a Pescina:
Auto:
l’uscita autostradale di Pescina è sull'autostrada A25 Roma Pescara, in posizione baricentrica tra la Capitale e la costa abruzzese, a circa un’ora di auto da entrambi questi centri d’interesse.

Treno:
Pescina è dotata di una Stazione ferroviaria che ha collegamenti con altre stazioni di centri limitrofe (Cocullo, Sulmona, Avezzano, Celano).
La Stazione di Avezzano è raggiungibile in 15 minuti da Pescina ed ha collegamenti diretti con Roma e Pescara ed altre città abruzzesi e laziali.

Autobus: le corse regionali ARPA collegano Pescina a tutti i paesi della Marsica, e passando per Avezzano, alle maggiori città d’Abruzzo nonché a Roma.


Attenzione Pescina è porta d’ingresso al Parco Nazionale. Una bella strada panoramica porta fino a Pescasseroli, nel cuore della più vecchia area protetta d’Italia, attraverso Gioia Vecchio e il Passo del Diavolo.

Nei dintorni si mangia bene ovunque. Specialità indiscusse sono agnello alla brace, paste fatte a mano.

http://www.silone.it/nuovosito/node/4263

martedì 22 marzo 2016

Il tesoro nascosto tra i monti: Macchia da Sole e Macchia da Borea

(Liberamente tratto dal mio ultimo libro: Kalipè, il mio passo libero)

“Dando che si riceve; Perdonando che si è perdonati; Morendo, che si risuscita a Vita Eterna” (Da Preghiera semplice di San Francesco)

Da piccolo sognavo di fare l’archeologo.
Mio nonno era proprietario di qualche ettaro di terra, lì dove oggi sorge un elegante centro di accoglienza per anziani a Teramo. Mi divertivo, mentre lui zappava sotto il sole, a immaginarmi novello Indiana Jones che scavava senza posa fino al centro della terra per trovare tracce di secolari civiltà.
Le mie unghia, annerite dalle zolle umide, pensavo potessero bucare la terra senza apparente sforzo, alla ricerca di mille tesori custoditi nel buio delle viscere del mondo.
Mio nonno Salvatore ci metteva del suo raccontandomi che, in un paese fantastico sperduto tra i monti, di nome Macchia da Sole, chiamato così perché l’astro luminoso spesso lo colpisce solo marginalmente, lui da giovane aveva esplorato una grotta, trovando antichi sesterzi romani. Il mio vecchio forse scherzava oppure aveva in effetti scavato chilometri di fango per trovare il nulla, dato che è morto in disarmante povertà. La nonna Maddalena, che non mancava mai di contraddire il coniuge, mi diceva che i tesori si trovano in banca e beato chi ce l’ha. Sicuramente non ne aveva chi continuava a zappar terra e far di bicchieri la sera in osteria. Ma il buon Salvatore ripeteva a me e se stesso che un uomo non si misura dai soldi e i sogni sono la cosa più preziosa della vita.
Mi parve strano trovarmi a pochi passi da quel paese che da bimbo immaginavo pieno di vita e che era invece quasi deserto nelle sue poche abitazioni.
Parlo di uno di quegli abitati a ridosso di cime sconosciute ai più che raccontano, mirabilmente, un Italia minore tra tetti con soffitti in legno, cibi e piatti di tradizione, minuscole piazze d’incontri e piccole botteghe ormai quasi scomparse di scalpellini, intagliatori e ramai. Questo era il punto di ristoro dove i pastori sostavano nei trasferimenti. Qui un tempo anche le pietre belavano.
Terra di passaggio, l’Italia di mezzo, quella della perduta identità, ma anche quella che può render felici coloro che cercano, nei viaggi, il lato più poetico e romantico.

A Macchia da Borea, proprio di fronte, lì sul costone dove non batte mai il sole, ebbi la sensazione di entrare nella storia, di respirare l’umidità dei vecchi muri screziati dal tempo, di percepire gli odori delle greggi al pascolo, di cogliere il profumo di pioggia nel bosco. Con la fantasia qui li potresti vedere ancora gli uomini rudi che partono con le bestie, le donne vestite di nero, i vecchi sugli usci delle case a mangiar pane e formaggio con la zappa appoggiata sulla parete a fianco.
A Borea gli abitanti si contavano sulla punta delle dita. Un tempo si era convinti che da questa parte della valle, più fredda e inospitale perché battuta dai venti del nord, vi abitassero i meno fortunati. Secondo una vecchina da me interpellata, per secoli a Macchia da Sole hanno vissuto i cattivi e qui a Borea i più buoni. In realtà per tantissimi anni gli abitanti delle due frazioni si sono guardati in cagnesco.

Il mio trekking attraverso i monti Gemelli e la Laga nord passava per i ruderi dell’antico castello del re Manfredi.
Alzai tenda proprio in quella che era Piazza d’armi, delimitata da cinque mozziconi di colonne di pietra che, nelle lunghe ombre del tramonto paiono sinistri gendarmi ciondolanti.
Ripensai alla mia giornata esaltante.
Era stato bellissimo guardare, in fondo al cuneo, che si stringe tra i resti della rocca e le gole sottostanti, l “Hadriaticum Mare” già annotato nelle prime carte geografiche, sulla sesta Tabula di Tolomeo e menzionato da Eratostene. Qui passavano le vie del sale, del grano, dell’olio, del vino e Dio solo sa quanti altri commerci preziosi di spezie e seta, ambra e oro. Il nostro mare e le nostre montagne potrebbero raccontare le storie di migliaia di fortunati imperi. Nel Nuovo Testamento ai capitoli 27 e 28 si racconta di una distesa d’acqua molto più estesa dell’attuale Adriatico, che arrivava fino a Creta verso oriente e in Sicilia a occidente, toccando Tunisia e Malta. Lo Ionio era addirittura un golfo e Ancona era uno dei porti principali non meno importante di Alessandria e del Pireo. Anche lì c’era una montagna, il Conero marchigiano, in simbiosi con il mare.
Nel profondo delle gole del Salinello, tra le boscose viscere di uno degli scenari più insoliti della dorsale appenninica, avevo camminato in mezzo a due vertiginose pareti, alte svariati metri, circondato da una straordinaria natura. Di tanto in tanto, tra gli angusti spazi che sembravano stringere fino a soffocarti, si aprivano spiazzi erbosi tra alberi che lasciavano a terra i loro semi, felci ai bordi del tumultuoso corso d’acqua, biancospini, ginestre e cicoriette di montagna, quelle del sapore vagamente acidulo e triste.
La fantasia mi riportava a figure lontane che rimbalzavano da una parte all'altra del cuneo profondo segnato dal fiume, cavalcando un eco senza fine.
Era come se mi fossi trovato a percorrere un enorme corridoio che si addentrava all'interno di una roccia gigantesca.
Il luogo mi attraeva irrimediabilmente, mi lasciava sensazioni di smarrimento. Erano infinite le storie di maghi, mostri, negromanti e fattucchiere che si raccontavano di questo luogo. Gli eremi che costellano le pareti, le antiche e paurose leggende dettate da anacoreti e santi non lasciano mai indifferenti.
Qui, secondo una delle tante storie nate da tradizioni orali, era passato anche San Francesco, il mio Poverello d’Assisi. Dopo essere stato a far da paciere a Isola del Gran Sasso, per due nobili famiglie in guerra a causa di un matrimonio fallito tra due rampolli del casato, il serafico Padre stava attraversando gli Appennini, e pare che ebbe un incontro disastroso con Satana. Il principe del male lo attendeva nel fitto delle gole, lì dove c’era l’eremo di Santa Maria Scalena, desideroso di farlo precipitare tra gli anfratti di roccia per ucciderlo. Gli aveva portato via troppe anime con quella sua assurda santità! Neanche a dirlo, Francesco riuscì ad avere la meglio sul diavolo, grazie all'aiuto celeste. Della storia rimarrebbe una roccia, con sopra impressa la zampa adunca del satanasso mentre cercava di non precipitare negli inferi, attraverso lo stretto della gola del Salinello.
Leggende a parte, questo luogo è un contesto di culto della terra e dell’acqua, un percorso sacro che lascia strabiliati. Chi vi si addentra è come se scendesse nel cuore di Madre Terra, sconfiggendo la paura della morte. È il sentirsi piccoli di fronte all'immensità.
Ero entrato nella grotta di S. Angelo, dedicata al culto del santo amato dai Longobardi, San Michele, dove avevo trovato strani segni per terra e qualche ossa di animale sistemate in strane posizioni. Un naturalista, innamorato di questi luoghi sosteneva, tempo fa, che qui si perpetravano riti satanici da molti anni.
L’uomo avrebbe visto ripetutamente, strani movimenti di gente dalla testa rapata. In paese a Ripe di Civitella del Tronto, sia il parroco che i politici avevano sempre minimizzato questa che ormai rappresentava una realtà indubitabile.

Perso nei miei pensieri, iniziai a salire in doppia corda nell'antro di Santa Maria a Scalena, forse il buco più denso di misticismo. Fremevo pensando che questa cavità naturale aveva offerto nuda ospitalità a molti asceti. La grotta era a picco sulle impressionanti gole del Salinello.
Potete immaginare come sia rimasto nel vedere che qualche idiota era arrivato in questa posizione disagevole, solo per imbrattare i muri con bombolette spray, di svastiche, croci uncinate e bestemmie. Come si fa? Si dovrebbe provare un profondo rispetto per questo luogo.
Vidi la minuscola cisterna per la raccolta dell’acqua, il piccolo altare non era stato profanato per fortuna. Riuscivo quasi a scorgere dalla finestrella naturale nella roccia, il mucchio di rovi che copriva, sulla parete opposta, l’eremo di San Marco. Più avanti, pensai, sarebbe da visitare anche San Francesco alle Scalelle.

Mi ricordai di una dolce eremita, la fanciulla Santa Colomba, contessa di Pagliara nata nel 1100 e vissuta solo un pugno di anni. Era sorella di Berardo, santo e patrono della mia Teramo. Avevo visitato anche quel suo eremo, abbarbicato sullo sperone di una roccia, verso la vetta del monte Infornace nel Gran Sasso, sopra Isola, con una vista impressionante sulla vallata del Vomano. Anche lì avevo meditato come due ricchi avevano abbandonato, con coraggio, gli agi per abbracciare la dimensione della preghiera e far tacere il rumore del mondo. Berardo, poi, aveva anche trascorso una parte dei suoi giorni nel meraviglioso complesso di Santa Maria in Venere, affacciato sul golfo di Fossacesia, nel chietino, zona costa dei Trabocchi. Non mancava anche allora la leggenda. Tra i fatti miracolosi della santa c’era la famosa impronta della mano impressa su di una roccia lungo il sentiero impervio e quella del suo pettine incisa su di una roccia.
Non ho mai creduto a queste storie amene e neanche pensavo lontanamente che qui nel profondo del Salinello, fosse passato San Francesco per combattere contro il diavolo che da queste parti, secondo la tradizione popolare, vagava spesso alla ricerca di anime. Né tanto meno pensavo fosse vero che si possano trovare carrozze d’oro o tesori abbandonati da chissà quali sovrani e sorvegliati da giganti tenebrosi, ma l’aria che si respirava sembrava intensa di anime.
Intorno a me c’erano pareti di roccia inaccessibile, dove nidificavano le aquile. Mi sentivo parte della natura. Capivo come potesse sentirsi così il mio serafico Padre Francesco.
Questa sensazione era chiara per tutto il sinuoso percorso che dalla fantastica cascata de “lu Caccame” tra curve e rettilinei in un intreccio di felci, minuscoli bonsai naturali, muschi e rovi, mi portò fino alle pietre senza tempo di Castel Manfrino.
Per anni tanti illusi hanno scavato nel miraggio di trovare preziosi ma nessuno ha scovato niente, a parte qualche coccio antico e ossa umane. Qui sono solo i sogni a brillare come oro.
Di resti umani ce n’erano e non tutti, credo, fossero molto antichi.
Secondo alcuni vecchi da me ascoltati, un giorno un tizio si era imbattuto in un cranio con un po’ di pelle ancora attaccata come in macelleria ma in paese non hanno minimamente dato credito a questa storia. L’uomo, secondo alcuni suoi conoscenti non distinguerebbe una testa di uomo da una di volpe! Qualcuno ha favoleggiato, comunque, di omicidi o cos'altro. L’uomo spaventato avrebbe preso la scatola cranica, buttandola nel precipizio delle gole.
La verità, amici miei, è che se non si trova il tesoro, si cerca di trovare un po’ del marcio che è dentro di noi per buttarlo via.

Eppure la vita è un vero privilegio. Chi può abbattere le altezze delle montagne? Chi può pretendere di fermare il cammino delle stelle. Lasciare che le cose vivano, ecco la fonte della Perfetta Letizia, del mio Francesco! Rispettare le cose piccole, tanto le grandi sanno farsi rispettare da sole!

“Com'era bello, splendido, glorioso nella sua innocenza, nella semplicità del parlare, nella purezza di cuore, nell'amore di Dio, nella carità verso i fratelli, nella prontezza dell’obbedienza, nella dolcezza dei modi, nell'aspetto angelico”. (Celano Vita Prima di San Francesco, 83)


Per arrivare nel Distretto "Due Regni" del Parco Nazionale Monti della Laga e Gran Sasso:
Autostrada A14 Bo Ta, uscita Val Vibrata, seguire indicazioni per Campli, Campovalano, Macchia da Sole e Leofara.

Per chi viene da Roma: A 24 fino a Teramo, poi S.S.81 per Ascoli Piceno. Campovalano e svolta per Macchia da Sole e Leofara.

Oltre a visitare gli affascinanti resti del Castello di Manfredi, nei dintorni di Leofara, oltre ai boschi di castagno, vi sono alcuni paesi abbandonati raggiungibili a piedi: è il caso dell'affascinante Laturo, Settecerri (ristrutturato in parte ma non abitato d'inverno), Valle Pezzata, in parte ristrutturato. Vi sono poi i borghi di Vallenquina, Macchia da Sole e Macchia da Borea raggiungibili in automobile.
Si mangiano tagliatelle ai porcini nel piccolo albergo di Macchia da Sole.

domenica 28 febbraio 2016

L’altra Sindone, l’immagine “acheropita” di Manoppello!

Grazie per la collaborazione fotografica di Pacot Video di Vincenzo Cicconi

I capelli della vecchia sono lunghissimi.
Non si capisce quanto, perché li raccoglie stretti in una crocchia.
Rimango affascinato nel pensare a quanto lavoro ci sia dietro una semplice pettinata. Attorno al viso rugoso, quella lunga chioma candida da fata turchina centenaria, è qualcosa che scioglie il cuore.
Anche quando ci si avvicina irrimediabilmente alla fine, non si rinuncia facilmente al proprio modo di essere.
Dalla panchina l'anziana donna getta briciole di pane e un nugolo di piccioni plana vicino le gambe rinsecchite. Forse lo fa per esorcizzare la solitudine.
Ho sempre faticato a pensare ai vecchi come ai bambini di un tempo. Per me, la mia nonnina Maddalena era nata così come la vedevo da piccolo: con il viso incartapecorito e la schiena curva. I bambini sono sempre bambini, i vecchi sempre vecchi.
Eppure, guardando gli avambracci cadenti di questa vecchina seduta sulla panchina di fronte la scalinata del Volto Santo, capisco che il tempo muta tutto.
Solo Dio non muta mai!

Mi trovo a Manoppello, uno dei tanti bei borghi abruzzesi, ubicato tra la costa pescarese e il massiccio della Majella. Sarebbe un paese sconosciuto se qui non si ospitasse una reliquia incredibile, un velo che mostra l’immagine sofferente del Cristo.
Da previdente quale sono, ho deciso di venire di martedì.
La domenica qui si entra a fatica, per via dei tanti pellegrini che giungono da ogni dove.

Il mistero del Volto Santo è impenetrabile da secoli!
Una immagine acheropita, non fatta, cioè da mano umana!
Per qualcuno si tratta, addirittura, del fazzoletto della famosa Veronica, la donna colpita dall'immenso dolore di Gesù, che sul Calvario volle asciugare il viso del Messia sofferente.
La bella scalinata, colpita dai raggi del sole, riflette luce sull'inedita facciata della basilica. Sosto davanti la semplice costruzione a disegni geometrici, con alternanza di bianco e di rosso. All'interno, sull'altare maggiore, è custodita la singolare icona di Cristo.
L’emozione, per un credente come me, è tanta.

Entrando nel santuario, prima di osservare con trepidazione il prezioso telo e lo sguardo profondo del Cristo, i miei occhi incrociano un frate cappuccino intento a pregare in ginocchio nell'ultimo banco di destra della navata principale. Ha le mani intrecciate alla corona del rosario e gli occhi fissi alla teca sopra.
Immobile, quasi in estasi che puoi confonderlo con la statua di San Rocco non molto distante, sulla sua sinistra.
L’umile figlio di San Francesco, forse capendo la mia emozione, volge lo sguardo verso di me, con un espressione che pare leggiadra nonostante la corporatura abbondante. Poi con un parlare schietto che denota semplicità e modestia, mi dice una frase che mi lascia interdetto: “Non avere paura, accostati con fiducia, Cristo ti aspetta!”.

Mi colpisce la struttura marmorea posta sopra l’altare maggiore.
La cornice del reliquario, donato dagli abitanti nella metà del novecento, non contiene nulla! Ho un attimo di smarrimento.
Che il Velo sia stato portato altrove?
Poi ragiono meglio e capisco che non può essere accaduto questo. Mi avvicino e finalmente riesco a vedere la “Sacra Sindone” abruzzese. Avevo letto di un documento in cui si parla di impercettibili spazi vuoti tra filo e filo, millesimi di millimetri che rendono il pezzo di stoffa semitrasparente e quasi invisibile.
Un tuffo al cuore! Una felicità che sembra correre dentro me come la pallina di un flipper.
Il Velo, custodito qui dal Seicento, è così impalpabile che pare trasparente, colpito dalla luce del sole che entra dal portone laterale aperto e dai finestroni colorati. Ecco perché, a distanza, la teca pareva vuota.
Sono davanti a una delle reliquie più coinvolgenti della storia del Cristianesimo. Addirittura oggetto di particolari studi che, al computer, hanno evidenziato la perfetta sovrapponibilità con la più famosa Sindone di Torino.

Migliaia di storici si sono occupati di questo tesoro di devozione.
Secondo alcuni di essi sarebbe la sacra immagine che nella notte dei tempi, il 570 circa, fu traslata dal luogo dove giaceva nascosta a Costantinopoli, nella odierna Turchia.
L’imperatore di allora, Giustino II, intendeva farne oggetto delle preghiere dei soldati che erano impegnati nel conflitto con il forte popolo persiano e avevano bisogno di affidarsi a Dio.
Agli inizi del Settecento, per far si che il prezioso fazzoletto non cadesse nella mani distruttrici degli iconoclasti che aborrivano il culto delle immagini sacre, fu trasportato in gran segreto nelle stanze sicure del Vaticano. Pare che da lì, in determinati momenti dell’anno e in occasione dei Giubilei, la reliquia fosse oggetto di ostensione ai fedeli.
Fu durante il Sacco di Roma, quando la città venne messa a ferro e fuoco, che la Sindone di Veronica scomparve tragicamente. Quando ormai la si dava persa, distrutta o bruciata, ricomparve misteriosamente in Abruzzo.
Mistero nel mistero.
C’è chi attribuisce il ritrovamento al comandante della guarnigione spagnola, il famoso Ferdinando De Alarcon, il quale per i servigi offerti al Re ebbe un marchesato nelle umili terre di Manoppello.
Altri raccontano una storia che parte dal lontano 1506 quando un enigmatico pellegrino dai modi garbati e la barba grigia, davanti alla chiesa di S. Nicola in Manoppello, consegnò un involto a Giacomantonio Leonelli, abitante del luogo.
Questi, apertolo, vi scoprì la figura del Signore; di quel pellegrino naturalmente si erano già perse le tracce, scomparso agli occhi di tutti.
Infine si parla di un ricco del luogo, Tale Donato De Fabritiis che acquistò questa splendida reliquia da un soldato in miseria bisognoso di soldi.
Il Volto fu donato nel seicento ai cappuccini che stavano costruendo il loro santuario a Manoppello.

Avvicinatomi al prezioso velo da cui traspare prodigiosamente, sia sul dritto che sul rovescio il Volto Santo, mi colpisce profondamente il viso ovale, leggermente rotondo e asimmetrico del Nazareno. Incrocio più volte lo sguardo con gli occhi del Redentore.
I suoi capelli lunghi, la bocca leggermente aperta come sul punto di ammaestrarti con le parole che usò nel tempio, lo sguardo penetrante e gli occhi in alto verso la casa di Dio, sono i tratti fondamentali di tutta l’iconografia che ha rappresentato Gesù nei secoli.
Spostandomi di lato, la trasparenza così marcata mi permette, addirittura, di vedere oltre il tessuto, anche il portale, in fondo alla navata.
Questo enigma dura da oltre quattro secoli. Fa impazzire studiosi, tecnici, esperti di iconografia e religiosi il fatto che si denoti, dopo infiniti studi, l'assenza di materiali pittorici negli interstizi dei fili.
Io posso semplicemente testimoniare che tessuto e colore non sono stati danneggiati dal tempo che scorre e che il Volto del Cristo pare modificarsi a seconda della luce che lo colpisce. Rimanendo per ore a guardarlo, si possono scoprire i segni dei colpi subiti nella Passione. Roba forte, insomma, per gente di fede forte!

La monaca trappista Suor Blandina Schlomer, in un documentario riassunse i suoi studi meticolosi sul prezioso panno con la frase: “è di certo immagine vivente”.
Ricerche scientifiche hanno più volte confermato la sorprendente mancanza di pittura e pigmenti di colore sul velo, da cui traspare da entrambe le parti il Volto con gli stessi tratti somatici della Sacra Sindone, perfetta fusione tra i due volti.
D'altronde l'icona si sovrappone quasi perfettamente con altre famose immagini del Cristo, un mosaico nella basilica romana di Santa Prudenziana, secolo IV, una icona russa del XII secolo, custodita nella città di Mosca, il Cristo delle catacombe dei santi Pietro e Marcellino sempre a Roma.
Sono venuto fin qui per sapere di più anche di questa religiosa tedesca che sperava di trovare anche una benché minima differenza col volto della Sindone così da poter metter in dubbio le sue certezze.
Ma la suora terminava nel documentario con queste parole: “sovrapponendo le due immagini se ne trova una sola, quella del Cristo!”.
Quanti misteri avvolgono questo luogo.
Vi consiglio di visitare il bellissimo museo, a cui si accede dietro l'altare a fianco della sacrestia per saperne di più.
Dopo la visita del papa emerito Benedetto XVI, la mostra è stata arricchita ulteriormente di pannelli e foto.

Non mi interessa la diatriba sull'autenticità di questa santa reliquia.
Quello che importa è che, anche solo per un attimo mi sono sentito anch'io pellegrino del nostro tempo, penetrato dallo sguardo profondo e magnetico di un Cristo che ho percepito immensamente vicino.
E’ una esperienza forte di fede che consiglio a tutti voi.


Taccuino di viaggio
Raggiungete Manoppello dall'autostrada A25 Torano- Pescara, uscita Alanno Scafa.
Il santuario è visitabile dalle 6 del mattino alle 12,30 e dalle 15 del pomeriggio alle 18,30, ora legale 19,30. Disponibili sacerdoti per confessioni anche per gruppi di preghiera. Per informazioni 085 859118 - mail info@voltosanto.it. Nel sito www.voltosanto.it si può prenotare per gruppi, messe e preghiere, compilando una scheda elettronica.

Non perdete la mostra con i suoi 27 pannelli che spiegano tutto. Da ammirare anche degli ex voti di pregevole fattura.

Nei dintorni di Manoppello sono diversi gli agriturismo e ristoranti dove si mangia bene e si paga il giusto. Cucina di collina con gli ottimi vini delle campagne locali, dove esistono molti piccoli produttori.

Infinite cose da vedere nei dintorni. Siamo a circa 30 chilometri da Pescara. A Manoppello scalo da visitare assolutamente Santa Maria di Arabona, di cui vi parlerò presto.
Vicino si visita anche il santuario di San Liberatore a Serramonacesca, fatto costruire da Carlo Magno e di cui abbiamo parlato in un altro articolo (ritrovatelo nel Fatto). Verso Caramanico Terme, da visitare il bel borgo di San Valentino a Citeriore e le famose grotte degli eremi celestiniani.

Non è troppo distante anche la bella abbazia di San Clemente a Casauria, gioiello di arte sacra abruzzese.




giovedì 25 febbraio 2016

Il Convento che San Giovanni volle fortemente

”Tu eri dentro di me e io fuori di me ti cercavo…” (Sant’ Agostino)

Tratto dal libro "Kalipè, il mio passo libero"

Il sole stava diventando nuovamente un ricordo rosso oltre il bordo della montagna, sfumando nel blu cobalto di una sera da copione cinematografico.
Era un’intensità cromatica che bucava il cuore.
La piana del fiume Tirino sembrava uscita fuori da una storia della Terra di Mezzo.
Passava con disinvoltura dalla commedia al dramma con continui cambi di fondale. L’aria era fresca, refoli di vento invitavano a tirar su il bavero della giacca di pile.
La pioggia continua dei giorni scorsi aveva reso tutto terso e in lontananza un bel campionario di tuoni, portava con se un nucleo di nubi gravide ancora di acqua. Le piccole pozzanghere, rimaste a terra, parevano monete lucide appoggiate al suolo.
Lo zaino risultava terribilmente pesante e quasi mi faceva sprofondare le pedule nel terreno reso morbido dalle precipitazioni.

Mi venne da pensare, mentre arrancavo sotto il peso, che ogni uomo si trascina dietro le spalle, inconsapevolmente, un sacco bucato.
Il fardello diventa più pesante a mano a mano che il contenuto si disperde lungo il cammino. Poi, un giorno ci si accorge che il sacco è rimasto vuoto e la vita è miseramente passata senza che tu te ne sia accorto.
Finalmente aggirata la collina, in lontananza apparve il convento francescano di San Giovanni a Capestrano. Dalla piana di Navelli la camminata era stata davvero lunga. Pensavo di cavarmela con meno fatica.
Ero a una quarantina di chilometri da Aquila, in un posto reso celebre dalla necropoli dove si rinvenne il “guerriero di Capestrano”, armato, rigidamente eretto e sostenuto da due pilastri con un grande copricapo a forma di scudo sulla testa.
Da visitare c’è l’affascinante Castello medioevale dei Piccolomini, nella parte alta del borgo antico, con tanto di torri quadrate e fossati anti nemici per fare un prodigioso tuffo nel passato. Perché, tutto a Capestrano parla di storia.
Il borgo sorge a guardia della valle con le case accastellate per difendersi dalle incursioni nemiche.
A pochi chilometri dall’abitato, sul bordo del pescoso Tirino, c’è anche un meraviglioso monastero, San Pietro ad Oratorium, perso in un ameno boschetto sul greto del fiume. Fu fondato dai Benedettini nel 752, realizzato in stile romanico con interno a tre navate, impreziosito da affreschi di stile bizantino.

Per fortuna anche quella notte, come Dio voleva, l’avrei trascorsa al coperto. Sognavo di poter trascorrere nuovamente delle ore indimenticabili in compagnia del Signore, così come mi era accaduto al convento de La Verna.

In breve arrivai davanti al portone del convento. Vidi una scritta su tavola di legno:
“Coloro che sono chiamati alla mensa del Signore, devono brillare di purezza con l’esemplare condotta di una vita moralmente lodevole, e rimuovere ogni sozzura o immondezza di vizi.
Vivano per sé e per gli altri in modo dignitoso, come sale della terra. Splendano per un grande spirito di sapienza e con questo illuminino il mondo. Coloro che fanno parte del clero e danno cattivo esempio per i loro pessimi costumi, per i vizi e i peccati, sono degni disprezzo e di essere considerati come fango spregevole. Non sono più utili né a sé, né agli altri."

Scriveva queste righe sante nel trattato “Lo specchio dei chierici” il sacerdote Giovanni, discepolo di San Bernardino da Siena e soprattutto di San Francesco d’Assisi, prima di diventare il grande santo di Capestrano.
Definire la vita di San Giovanni da Capestrano avventurosa è usare un eufemismo.
Il sacerdote prima d’intraprendere un' instancabile attività apostolica in tutta l’Europa, per rinnovare i costumi dei cristiani e combattere l’eresia, fu insignito dal Re Ladislao di Napoli della carica di primo ministro di Stato. In qualità di luogotenente del governatore di Perugia si interpose per sedare la guerra tra i Perugini e i Malatesta; fu da questi ultimi fatto prigioniero e condotto nella torre del castello di Brufa.
Mentre era incatenato prese la decisione di indossare il saio.
Da sacerdote e predicatore, non si concedeva un momento di tregua portando il vangelo in tutta l'Europa. Nel 1417 andò alla scuola di San Bernardino da Siena. Nel 1427 il papa Martino V gli affidò il mandato di porre fine alla setta eretica dei fraticelli e più tardi Eugenio IV lo mandò inquisitore contro gli ebrei e i saraceni dimoranti in Italia. Perfino Federico III di Germania chiese l'intervento del Santo per pacificare le sue terre.
Era il 1456 quando Callisto III gli affidò la crociata contro i Turchi nello stretto del Bosforo. Giovanni partecipò alla difesa della fortezza di Belgrado comandando l'ala sinistra dello schieramento. Il 23 ottobre dello stesso anno si ammalo di peste e morì in Ungheria.

Il convento di San Giovanni, nel bellissimo paese aquilano di Capestrano, è un posto splendido dove poter vivere momenti di riflessione e preghiera comunitaria, dato l’enorme spazio a disposizione. E’ sorprendente osservare la folla dei devoti recarsi in visita ai santuari, divenuti centri di spiritualità e segno del bisogno umano di recuperare il contatto personale con l’Essere Supremo.
Sono molti i luoghi d’Abruzzo dove ogni piccola voce, dal canto di un usignolo al fruscio del vento, leggera sale al cielo come offerta al Creatore del palpito del cuore di ogni creatura.
Questo è uno di quei posti.
Sorto nel XV° secolo, conserva alcuni dei suoi scritti datati 1400. Fu uno dei quattordici conventi che, prima di morire, San Giovanni fece erigere. Come sito, per la costruzione, nel 1447 fu scelta la località dov'era il vecchio castello costruito dal re Desiderio.
La donazione del terreno fu opera della contessa Corbella, pia donna, moglie dell’allora Signore di Celano e Gagliano Aterno, il Conte Leonello De Acclozamora.

La storia della nascita del convento è velata di mistero.
Quella sera me la raccontò un novizio davanti a un bel piatto di pasta al pomodoro. Sembra che Giovanni ebbe una visione: uno stormo di colombi lo assalì durante uno dei suoi viaggi evangelizzatori. Cercava di allontanare gli uccelli che, incuranti del mulinare delle braccia, gli impedivano il cammino.
Di colpo, una voce gli ordinò di distruggere la “colombaia” e costruirci un luogo santo.
“La colombaia” altro non era che il ritrovo di questi volatili che si erano accasati sul posto dove Desiderio, re dei Longobardi, aveva costruito il suo fortino.
Così avvenne e il convento venne edificato.
Nel corso dei secoli questa struttura ha subito varie trasformazioni, oggi si presenta in stile barocco.

Gli occhi rimasero sorpresi nel chiostro che conservava in gran parte l’originale fattura. Rimasi rapito a pensare quanta santità si fosse avvicendata in quel posto. Il manufatto seicentesco si presentò con un meraviglioso porticato e le sue otto belle lunette affrescate raffiguranti episodi della vita di San Giovanni, e al centro una cisterna imponente del 1774.
Nella chiesa, ad unica navata, vidi un bellissimo altare dedicato al Santo con la statua realizzata dai ceramisti di Bussi nel 1700.
Il tempio, dedicato a San Francesco d’Assisi, aveva subito l’ultima trasformazione nel 1924, quando Padre Colombo Cordeschi volle restaurare anche l’imponente scalinata dell’interno del convento risalente al 1750.
La “Regia Biblioteca”, scrigno degli antichi codici e custode della Bibbia su cui usava pregare e studiare il Santo, non viene aperta mai a nessuno, purtroppo.
Quella sera io divenni uno dei pochi che ha avuto la fortuna di poter ammirare i codici miniati e le lettere del santo gelosamente custodite.
Nel 1984 Giovanni Paolo II nominò San Giovanni, Patrono dei cappellani militari di tutto il mondo e da secoli, il settecentesco busto argenteo del santo viene portato in processione per le vie del paese il 23 ottobre, giorno che ricorda la sua morte.

Amo soggiornare nei monasteri.
Sono la custodia del tempo fuori dal tempo!
La vita monastica, scriveva Grun, monaco autore di testi sacri, è la scheggia del tempo che si è fermato. Chi vive nei monasteri vive nell’eternità, a contatto privilegiato con Dio, immerso nel silenzio che apre la porta alla ricerca del Divino. Chi sosta temporaneamente, riesce a vivere attimi di pace e a viaggiare interiormente nella quiete.
Quando varchi il portone d’ingresso lasci fuori le ansie. Mi è accaduto anche visitando numerosi monasteri, dal benedettino Sacro Speco di Subiaco, alla poderosa Casamari nel profondo Lazio, dalla certosina Trisulti, sotto i monti Ernici, ai conventi francescani della Valle Reatina. Spesso le foreste completano il cuore spirituale del luogo sacro. Nei monasteri si riesce a equilibrare gli opposti: il rapporto con Dio e quello con gli uomini, l’eremitaggio e la vita comune, la parola e il silenzio, la fede e la laicità, le donne e gli uomini.

Non bisogna mai alzarsi dal letto al mattino senza ringraziare per il nuovo giorno. Qualcuno ce l’ha donato, questo è certo!
Mi hanno insegnato che occorre avere sempre gli occhi ben spalancati sul mondo come carta assorbente e che nella vita c’è bisogno di ridere con grasse risate, piene, pulite e senza pentimenti.
Ringraziare, parola d’ordine, chi ci dà la vita! E si ringrazia anche stando contenti.
Né dovremmo cercare, sollevandoci dal riposo, di fingere ciò che non siamo.
Per far questo dobbiamo essere in pace con noi stessi e con gli altri. Per esserlo dobbiamo realizzare che la felicità degli esseri che ci circondano è diversa per ognuno di essi.

Questo è il credo del mio caro amico Mauro.
Occhiali poggiati sul naso, eternamente col sigaro spento in bocca, è un ateo convinto eppure è molto più cristiano di tanti altri. Lui è alla sequela di Gesù senza saperlo!
Non l’ho visto mai una volta triste. Eternamente sorridente, amabile come pochi. Parla il necessario, ma quando lo fa, riesce a dire più di quanto facciano altri in un’intera settimana. Tipo incredibilmente calmo, serafico, roba da invidia per ipertesi come chi vi scrive. La sua figura riempie tutto lo spazio e non soltanto per le sue dimensioni generose, ma per la tranquillità che diffonde.
Dopo la morte per lui non c’è nient’altro che la morte, però è in pace con se stesso molto più di tanti cristiani che, per mezzo della bocca predicano la gratificazione del Signore nell'aldilà ma nell'aldiquà tremano a lasciare questo mondo.
Un uomo in pace con l’Universo, il buon Mauro. Fotografo finissimo, ama scattare istantanee ai paesaggi. Questo ce l’abbiamo in comune come uguale è, in vacanza, abbandonare presto la polvere dei musei e delle bancarelle di souvenir per imboccare sentieri nei boschi. Non è un gran camminatore ma per scovare posti idilliaci, si sacrifica volentieri.

Lo stavo pensando intensamente ora che dalla collina sopra il convento di Capestrano mi godevo il cielo rosa di quella bella alba dorata.
La sua maestria nelle foto avrebbe sicuramente immortalato degnamente quel momento magico!
Mi venne da pregare:
“O Santo Francesco tu che tanto hai amato la creazione e il suo Creatore, aiutami a proteggere la natura, ad amarla e a sentirla casa comune con tutti i fratelli soprattutto con coloro che soffrono”.

“Ho fatto la mia parte, possa Cristo insegnarvi a fare la vostra”.
(San Francesco ai confratelli prima di essere condotto in cielo da sorella Morte)



ARRIVARE:

Da Nord e da Sud
Prendere l'autostrada A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Roma, continuare sull'autostrada A 25, uscire a Bussi/Popoli, seguire le indicazioni per L'Aquila, continuare sulla SS 5, prendere la SS 153 fino a Capestrano.
Da L'Aquila
Percorrere la SS 17 direzione Pescara, proseguire sulla SS 153 in direzione Capestrano.

DA VEDERE:
Siamo ai confini del parco Nazionale del Gran Sasso, comunità montana Campo Imperatore- Piana Navelli!

Oltre all'affascinante Castello dei Piccolomini d'Aragona e al Convento, consiglio la chiesa romanica di San Pietro ad Oratorium, otto chilometri dal paese, in prossimità del fiume, con zona picnic. In centro da vedere la chiesa di Santa Maria della Pace e i palazzi Cataldi, Capponi, Trecca.
Luogo ricco di aree archeologiche, ricordate che il famoso "Guerriero" rinvenuto nella necropoli e raffigurante una potente classe di pastori armati nell'età del Ferro,, non è presente a Capestrano che in una pessima copia. L'originale si trova al museo archeologico di Chieti.

Per mangiare poi, ovunque si trovano chitarrine deliziose al sugo di gamberi del fiume Tirino e dolci con ottime mandorle locali.

Vicino si trovano diverse interessanti località:
Navelli a circa 10 chilometri con i prati dello zafferano, Castel del Monte, luogo di villeggiatura a 12 chilometri, Calascio con la rocca quattrocentesca. .

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